CARLO MARIA MARTINI
LETTERE PASTORALI
Lettera di presentazione del Sinodo
Farsi prossimo
[1]
| Vieni,
Spirito del Padre e di Gesù, guidaci verso tutta la verità, aiutaci a dimorare nell'amore di Gesù, a ricordare e a compiere tutto quello che Gesù ci ha insegnato. Signore Gesù, sotto la guida del tuo Spirito, cerchiamo di ricordare le parole che ci dicevi quando eri tra noi. Avevamo lasciato tutto e ti avevamo seguito. Eravamo conquistati dalla tua parola e dai gesti prodigiosi, con cui sanavi le debolezze umane. Aspettavamo con ansia il gesto definitivo, che avrebbe inaugurato il tuo regno sulla terra. Ma tu guardavi sempre oltre, verso un centro misterioso della tua vita, che sfuggiva continuamente alla nostra comprensione. |
Parlavi di
un cibo sconosciuto, che la volontà del Padre ti andava preparando. Parlavi di un'"ora", che avrebbe rivelato pienamente la gloria del Padre. Quando l'ora è giunta - e fu l'ora della croce e della morte - noi siamo fuggiti. Ti chiediamo perdono ancora una volta della nostra viltà: noi abbiamo paura di un amore che si concede fino alla morte. Ti chiediamo perdono della nostra poca fede: volevamo che tu salvassi gli uomini, misurandoti coi progetti degli uomini, non credevamo all'energia prodigiosa che sarebbe scaturita dalla tua obbedienza filiale; non credevamo all'amore sconfinato, con cui il Padre crea, protegge, salva e rinnova la vita di ogni uomo. |
Signore,
accresci in noi la fede, come radice di ogni vero amore per l'uomo. Come possiamo testimoniare il tuo amore? Tu un giorno ci hai raccontato di un uomo, che scendeva da Gerusalemme a Gerico e fu assalito dai briganti. Signore, quell'uomo ci chiama. Aiutaci a non restare tra le mura del cenacolo. Gerusalemme è la città della Cena, della Pasqua, della Pentecoste. Per questo ci spinge fuori per diventare il prossimo di ogni uomo sulla strada di Gerico. |
[2] Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, anche la lettera pastorale di
quest'anno inizia con una preghiera. Altri punti di partenza mi erano venuti in
mente. Dovendo affrontare il tema della carità, sarei potuto partire dai tanti
casi di sofferenza che incontro nel mio ministero pastorale. Le carceri, i letti
dei malati, le famiglie provate economicamente, gli operai senza lavoro, i casi
di solitudine e di emarginazione, le situazioni di ingiustizia e mille altri
fatti ogni giorno danno una stretta al cuore e fanno venir voglia di gridare:
"Svegliamoci! Non si può continuare così! Dobbiamo rinnovare radicalmente la
nostra vita pastorale per aprirci agli immensi bisogni dei fratelli".
Ho preferito, tuttavia, partire ancora con una preghiera, non solo per riconoscere, fin dall'inizio, che la carità è un dono che dobbiamo implorare con umile fiducia, ma anche per insinuare che il fatto indiscutibile, che deve sferzare più fortemente la nostra inerzia, è l'immensità dell'amore di Dio. Il mio grido diventa: "Svegliamoci all'amore di Cristo! E' mai possibile che, dopo essere stati tanto amati, noi siamo ancora così indisponibili al contraccambio e così insensibili all'esigenza di imitare e testimoniare l'amore che ci è stato donato?".
Né dobbiamo temere che lo spostamento di attenzione verso l'amore di Dio renda meno urgente l'appello che ci viene dai bisogni dell'uomo. Il fatto di sperimentare quanto è amata da Dio l'umanità concreta, che ci portiamo dentro la nostra persona, ci offre motivi perentori, esempi stimolanti, energie inesauribili nell'ascoltare, accogliere, aiutare 1'umanità che è presente in ogni altra persona. Nel cap. l0 del vangelo di San Luca, Gesù, dopo aver presentato la profonda unità che c'è tra 1'amore di Dio e l'amore del prossimo, racconta la parabola del buon samaritano, per indicare l'ampiezza illimitata e incondizionata dell'impegno con cui dobbiamo farci prossimo di ogni uomo.
[3] Se dunque il primo passo della lettera pastorale è stato la preghiera, il secondo passo sia l'ascolto della parabola del buon samaritano.
Prendendola come immagine del cammino pastorale della nostra Chiesa, possiamo cogliere in essa quattro momenti.
Il primo momento è come un'introduzione scenica. In alto sta Gerusalemme, con le sue mura sicure, le case accoglienti, il tempio di Dio che offre bellezza e protezione. Mille metri più in basso, Gerico, la città delle rose, si stende sulle rive del Mar Morto a trecento metri sotto il livello del mare. Tra le due città una zona aspra e desertica, con una strada piena di imprevisti e di pericoli. Un uomo, che scende da Gerusalemme a Gerico, incontra dei briganti, che gli portano via tutto, lo bastonano e fuggono, lasciandolo mezzo morto.
Nel nostro cammino pastorale, insieme con i discepoli di Emmaus abbiamo incontrato il Signore, che ci ha spiegato la sua Parola; abbiamo spezzato con lui il Pane dell'Eucaristia; siamo corsi a Gerusalemme, la città della Cena, della Pasqua, della Pentecoste per prepararci alla missione, che ci farà testimoni del Risorto in tutto il mondo. La missione e la testimonianza ci portano lontano da Gerusalemme, incontro a ogni uomo che ha bisogno di aiuto. In altre parole dobbiamo comprendere il rapporto che c'è tra la dimensione contemplativa della vita, la Parola, l'Eucaristia, la missione e la carità, nella quale ultima tutte le altre realtà della Chiesa trovano la loro pienezza.
Il secondo momento della parabola ci presenta il penoso spettacolo della durezza del cuore. Un sacerdote e un levita, che percorrono quella strada, passano oltre, senza prestare soccorso. La loro durezza è l'immagine della nostra. I bisogni dei fratelli ci mettono in difficoltà. Rimaniamo chiusi in noi stessi e scarichiamo sugli altri le responsabilità. I rapporti sociali che ci legano ai nostri simili, senza la scintilla della carità, restano inerti. Dobbiamo esaminare umilmente le difficoltà che le nostre comunità incontrano nell'esercizio della carità.
Il terzo momento è il cuore di tutta la narrazione. Consta di una sola parola greca, che significa: fu mosso a compassione. Essa designa l'intensa commozione e pietà da cui fu afferrato un samaritano, che passava per quella stessa strada. Non pensiamo soltanto a un risveglio di buoni sentimenti. Poche pagine prima (cfr. Lc 7,13), la stessa parola è usata per descrivere la compassione di Gesù dinanzi al funerale del figlio della vedova di Naim. In altri passi della Bibbia questa parola allude all'immensa tenerezza che Dio prova per ogni uomo. Dobbiamo pensare che con questa parola il racconto evangelico voglia descrivere un evento misterioso che è accaduto nel cuore del samaritano e lo ha, per così dire, attratto nello stesso movimento di misericordia con cui Dio ama gli uomini. Cercheremo anche noi di scoprire le leggi misteriose, secondo le quali l'amore di Dio, mediante lo Spirito di Gesù, infonde la carità nei nostri cuori.
Il quarto momento è una conclusione movimentata, tutta premura e azione: il samaritano si avvicina allo sfortunato, si fa prossimo, versa vino e olio sulle ferite, le fascia; carica lo sconosciuto, fatto diventare prossimo, sul proprio asino e lo porta alla locanda; sborsa due monete d'argento per le cure che saranno necessarie. La cosa più bella è che non lo abbandona al suo destino. Sa che può aver bisogno di tante altre cose; allora dice al padrone della locanda: "Abbi cura di lui e, anche se spenderai di più, pagherò io quando ritorno". Anche noi ci chiederemo quali gesti concreti ci domanda la carità che Dio ha acceso nel nostro cuore.
Ecco dunque le quattro parti della lettera.
- Prima parte: il tema della carità nel cammino della nostra Chiesa.
- Seconda parte: le difficoltà che incontriamo nell'esercizio della carità.
- Terza parte: lo Spirito Santo che accende in noi la carità, ce ne insegna il significato profondo.
- Quarta parte: le scelte storiche e i gesti concreti della carità.
Questa lettera vuole solo invitare a una riflessione fondamentale sul tema della carità.
Seguirà nel prossimo anno pastorale un secondo intervento su alcune applicazioni operative. Vivremo così un biennio dedicato a questo tema fondamentale dell'esistenza cristiana.
[4] Ringrazio il Signore perchè la nostra Chiesa è da sempre sulla strada di Gerico per soccorrere i bisognosi.
Da quando sono entrato come vescovo nella diocesi di Milano, non cesso di stupirmi per le innumerevoli e commoventi espressioni di carità, che il Signore sa suscitare nelle persone e nelle comunità.
L'animo del nostro popolo tradizionalmente buono e accogliente, ha creato un costume di operosa disponibilità, che fa maturare tanti gesti e tante iniziative di bontà.
L'opera geniale di alcuni grandi testimoni della carità ha fatto sorgere nel passato molte istituzioni caritative, che svolgono ancor oggi un prezioso servizio per i fratelli in difficoltà.
Gruppi parrocchiali e di ambiente, che si ispirano alla carità attraverso varie forme e correnti di spiritualità, tengono viva nelle comunità cristiane e negli ambienti di lavoro l'attenzione per i poveri e gli ammalati.
Alla porta dei preti bussano quotidianamente molte persone in cerca di un soccorso immediato, di un alloggio, di un posto di 1avoro.
Gli itinerari educativi dei ragazzi e dei giovani prevedono normalmente visite a istituti, attenzione a persone sole e ammalate, raccolta di fondi per iniziative di carità.
[5] Nuove forme di servizio, ispirate al volontariato e alla cooperazione internazionale, registrano un crescente interesse, soprattutto presso i giovani, che si preparano alle scelte mature della vita, e presso gli anziani che, col venir meno di un certo tipo di prestazioni professionali e familiari, vogliono impiegare utilmente il tempo libero a loro disposizione.
Le grandi calamità, dentro e fuori la Patria, vedono sorgere tra la nostra gente una gara di solidarietà e di generosità.
[6] Tuttavia le nuove povertà, tipiche del nostro tempo, che esplodono con particolare intensità nella nostra struttura sociale, come l'insicurezza del lavoro e della casa, la solitudine e l'emarginazione, il disadattamento dovuto all'immigrazione interna ed estera, le forme di asocialità, le angosce esistenziali ecc. ci tengono continuamente sotto pressione, sferzano la nostra pigrizia, ci chiedono sempre nuovi interventi.
Stimolato da tanti esempi di carità e da problemi così gravi della nostra società, ho cercato anch'io di mettermi sulla strada di Gerico fin dall'inizio del mio ministero pastorale. Ho cercato di dedicare tempo, attenzione pastorale e solidarietà ai malati, ai carcerati, agli handicappati, agli emarginati di ogni genere. Ho spinto le comunità cristiane a verificarsi costantemente sul comando nuovo dell'amore datoci da Gesù. Ho fatto appello all'autorevolezza, che molti accordano agli interventi del vescovo, per dare una voce a chi non ha voce. In alcuni discorsi, specialmente in occasione di incontri con la "Caritas", ho tracciato anche delle linee pastorali per un cammino della Chiesa sulla strada della carità.
[7] Molto, però, resta ancora da fare. Ecco allora la presente lettera pastorale. Avrei voluto scriverla subito all'inizio del mio ministero, perché la carità è il bene che ci deve stare maggiormente a cuore. Già nella conclusione della prima lettera pastorale sulla dimensione contemplativa della vita scrivevo: "Ho scritto queste cose con la convinzione che la realtà più importante a cui la preghiera ci deve orientare è la carità. Questa è la meta finale a cui siamo chiamati. Su questo punto, che mi sta tanto a cuore, cioè sul come la nostra Chiesa deve vivere la carità verso tutti, dovremo un giorno fermarci più a lungo".
Ma un conto è il primato nella vita e un conto la priorità nella trattazione. Nella vita cristiana la carità ha indubbiamente il primo posto e non tollera incertezze e ritardi. Una riflessione organica e programmatica sulla carità chiede però di essere inserita in un cammino di fede. La carità infatti, è inseparabile dalla vita di fede. Nella carità i singoli credenti e tutta la Chiesa esprimono se stessi, la 1oro profonda identità. Orbene l'identità profonda del cristiano e della Chiesa è la sequela, il discepolato, 1'obbedienza, la testimonianza nei confronti di Gesù. C'è anzitutto Cristo, c'è il mistero dell'unione di Cristo con ogni uomo con ogni sofferenza, con ogni speranza, con ogni storia umana; c'è il disegno del Padre che ha voluto che un uomo, Gesù di Nazareth, fosse unito a lui nell'amore dello Spirito Santo come Figlio Unigenito e ha voluto che ogni altro uomo fosse suo figlio per partecipazione alla vita di Gesù in forza dello Spirito Santo.
[8] Questo disegno di amore, rivelato in tutta la vita di Gesù, ha raggiunto la sua pienezza nella Pasqua. Essa, infatti, è il momento in cui l'amore del Padre, comunicato a Gesù mediante lo Spirito, affronta la prova suprema dell'odio, del peccato, della morte, diventandone definitivamente vincitore. L'unione degli uomini con Cristo, secondo il disegno del Padre, trova nella Pasqua la sua celebrazione originaria e fondamentale. Dalla Pasqua scaturisce il dono dello spirito che unisce realmente ogni uomo a Gesù. Il dono invisibile dello Spirito è accompagnato dal dono visibile dell'Eucaristia. L'Eucaristia è Cristo stesso, morto e risorto, che si rende presente per attuare concretamente, visibilmente, per tutta la durata della storia umana, quella comunione con tutti gli uomini che è stata voluta dal Padre ed è stata attuata nella Pasqua a modo di pienezza definitiva e di sorgente inesauribile.
La Parola del Signore annuncia per tutti i tempi questo disegno di amore, ci conduce alla comprensione di colui che è presente nell Eucaristia e ci guida nel conformare tutta la nostra vita personale e comunitaria all'Eucaristia.
Dall'Eucaristia, poi, vengono i carismi, i doni spirituali, i ministeri, con cui ogni credente è reso conforme a Cristo, rende presente Cristo nel mondo, serve i fratelli nel nome di Cristo, partecipa alla missione che Cristo ha affidato alla Chiesa.
[9] La Chiesa è testimone di tutto questo, è annunciatrice del mistero di Cristo e degli uomini uniti a lui. E lo è non in qualche suo aspetto o in qualche suo gesto, ma in tutto il suo essere. La Chiesa è il segno profetico, la primizia santa, l'iniziale attuazione storica dell'unione degli uomini con Cristo. La Chiesa proclama il mistero del Padre, accoglie lo Spirito, celebra nell'Eucaristia la Pasqua del Signore, annuncia e ascolta la Parola, si avvale della ricchezza spirituale dei diversi carismi e ministeri: così diventa l'umanità unita a Cristo secondo il disegno del Padre e viene inviata a tutto il mondo, presso ogni uomo e ogni popolo, per aggregare a sé tutti gli uomini e per dare così a tutti gli uomini la gioia, la dignità, la libertà, la speranza dei figli di Dio.
[10] Questo è lo sfondo su cui collocare il tema della carità. La carità è il cuore stesso della Trinità. E' l'ispiratrice del disegno di Dio sull'umanità. E' l'anima della vita di Cristo. E' il valore profondo della Pasqua, dell'Eucaristia, della Parola, della missione della Chiesa. E' il dono e l'impegno di ogni discepolo di Cristo.
Pertanto gli argomenti che ho trattato nelle precedenti lettere pastorali, riguardano già la carità. Tracciavano il cammino della carità. Erano i passi della carità.
[11] Qual è allora l'aspetto nuovo e specifico che intendo trattare in questa lettera pastorale?
E' l'aspetto della concretezza storica.
L'unione degli uomini con Cristo voluta dal Padre, compiuta nella Pasqua, attuata storicamente nella Chiesa. è un evento di libertà e di amore. Chiama in causa la concreta decisione dell'uomo che, affascinato dall'immenso amore di Cristo, rinuncia a vivere nell'orgoglio, nell'egoismo, nell'affermazione prepotente di sé e si dispone, invece, a celebrare l'amore di Dio, ad assecondare i desideri di Dio, a testimoniare l'amore di Dio ad ogni uomo. Ma questo significa comprendere profondamente se stessi; scoprire, interpretare, gestire la propria libertà; guardarsi attorno e darsi da fare per scoprire e condividere i bisogni concreti dei fratelli, assumersi coraggiosamente le proprie responsabilità nella società attuale.
Di questo concreto esercizio della carità intendo parlare in questa lettera.
Per tornare alla parabola del buon samaritano, ciò che mi voglio chiedere è che cosa è scattato in lui, che meccanismo si è messo in moto nel suo animo, quale concreto cammino egli ha percorso per farsi prossimo di quel disgraziato, soccorrerlo, prevederne i bisogni futuri. E mi voglio chiedere conseguentemente che cosa deve scattare in me, in ogni mio fratello e sorella, in ogni comunità cristiana, quali forze vanno risvegliate, quali responsabilità vanno assunte, quali itinerari vanno percorsi, perché noi possiamo ripetere il gesto del buon samaritano qui e ora, nel mondo d'oggi, in questa società milanese di cui facciamo parte.
[12] Cerco ora di dire le stesse cose con altre parole, che mi vengono suggerite dal programma della Chiesa italiana per gli anni '80. Come sapete, tale programma si ispira al binomio comunione-comunità.
La parola comunione designa l'amore trinitario di Dio; l'unione di tutti gli uomini in Cristo secondo il disegno del Padre; il dono dello Spirito che, mediante la Parola, I'Eucaristia, i carismi e i ministeri, anima interiormente la vita della Chiesa.
La parola comunità designa la visibile, storica, sociale riunione dei credenti nella Chiesa.
La comunità cristiana è il frutto della comunione. Si fonda nella comunione. Manifesta visibilmente le ricchezze inesauribili della comunione. I gesti storici; le espressioni culturali, i comportamenti quotidiani, i riti, le leggi, i vincoli sociali, i rapporti psicologici della comunità cristiana sono fatti realmente e propriamente umani, ma la forza della comunione, che in essi si manifesta, concede loro una carica sovrabbondante di vitalità, di efficacia comunicativa. Essi diventano un fattore prezioso di coesione tra gli uomini, un messaggio di riconciliazione, un potente richiamo all'unità che il genere umano trova nel mistero dell'unico Dio, Padre di tutti.
E' facile vedere che la carità è il senso profondo della comunione e quindi la legge vitale della comunità.
Orbene, in questa lettera vorrei mostrare come la carità passa dalla comunione alla comunità. Vorrei descrivere la vita concreta di una comunità cristiana che, proprio in forza della comunione, coltiva l'amicizia fraterna, è attenta ai bisogni di tutti, suscita vocazioni al servizio generoso del prossimo, si apre ai problemi del mondo, accoglie i più piccoli, i più poveri, gli ultimi, cerca le vie concrete della pace, favorisce gli itinerari della riconciliazione, esercita un influsso benefico sulla vita sociale e politica.
[13] Ci saranno di aiuto nel nostro cammino tre eventi, tre doni con cui il Signore viene incontro al nostro desiderio di aderenza alla realtà e alla vita concreta.
Il primo evento è l'avvenuta celebrazione del quarto centenario della morte di S. Carlo. Non è stata soltanto una celebrazione ufficiale, che ha interessato qualche gruppo ristretto di esperti. E' stato toccato il cuore della gente. Abbiamo scoperto una sorprendente vicinanza di S. Carlo alla vita pastorale della nostra Chiesa.
[14] La croce di S. Carlo ha visitato tante nostre comunità e ci ha ricordato la radice contemplativa della prodigiosa attività del nostro Santo Patrono.
Un aspetto significativo di questa attività è stato studiato nel convegno diocesano sulla catechesi per e con gli adulti. Il convegno ci ha aiutati a rivivere 1'ansia missionaria di S. Carlo, il suo desiderio di annunciare il Vangelo a tutti, la genialità pratica con cui egli ha saputo programmare e attuare strumenti e modi organici e stabili di insegnamento della dottrina cristiana.
Il Santo Padre, a cui esprimiamo ancora una volta la nostra affettuosa riconoscenza, è venuto in pellegrinaggio nei luoghi di S. Carlo, e ci ha fatto riscoprire, con i suoi discorsi, i molteplici aspetti della figura poliedrica del suo e nostro Patrono.
Dobbiamo ora approfondire il cuore e il vertice di tutta l'opera di S. Carlo, cioè la sua carità, che ha animato tutto il suo ministero episcopale, è diventata eroica nei momenti di grave calamità, come nella famosa peste del 1576, e si è scolpita indelebilmente nella memoria del popolo milanese. Il programma pastorale di quest'anno sul tema della carità può quindi essere visto come l'ideale prolungamento e coronamento dell'anno carolino.
Il secondo evento è il già citato convegno sulla catechesi. In esso abbiamo dedicato molta attenzione agli strumenti e alle esperienze di comunicazione della fede. Rimane, però, sempre aperto e urgente il problema della fede stessa, che deve essere comunicata .
La verità della fede è il dono che lo Spirito fa perennemente alla Chiesa e che la Chiesa fedelmente custodisce, ma è anche un compito storico sempre nuovo. La fede adulta sa sempre essere anche attuale, vive nel tempo, si confronta con i problemi di ogni epoca, fonda nel Vangelo di Gesù, verità ultima dell'uomo, i cammini di razionalità, di libertà, di socialità propri di ogni cultura.
[15] La catechesi per e con gli adulti comunica in modo organico e riflesso l'intima forza di verità che scaturisce dalla fede adulta. Ci deve stare a cuore, allora, la formazione di cristiani adulti, di uomini guidati dallo Spirito, di credenti maturi che sanno farsi carico dei problemi di fede dei loro fratelli. I testimoni della fede saranno i veri catechisti. Orbene la fede. adulta è quella che opera attraverso la carità, scopre e condivide le concrete condizioni in cui gli uomini vivono.
[16] La carità porta alla pienezza la fede che viene comunicata nella catechesi. A sua volta la catechesi rende più consapevole, più luminosa e più comunicabile la ricchezza prodigiosa che la fede riceve dalla carità vissuta. C'è quindi un rapporto tra il programma pastorale dello scorso anno sulla catechesi e il programma pastorale di quest'anno sulla carità.
[17] Il terzo evento è il convegno della Chiesa italiana su: "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini". Esso si svolgerà a Loreto nella settimana dopo Pasqua del 1985. Come si vede la preparazione deve svolgersi in un tempo molto ristretto e può coinvolgere solo alcuni organismi rappresentativi dell'intera comunità diocesana. Diventa allora molto importante la fase applicativa, che estenderà capillarmente a tutta la comunità il cammino spirituale e le acquisizioni pastorali del convegno. Il nostro programma pastorale sulla carità sarà una preparazione immediata al convegno e soprattutto potrà avvalersi di molti stimoli derivanti dalla fase applicativa.
In particolare il tema del convegno invia al tema della carità due sollecitazioni verso la concretezza.
[18] La prima sollecitazione è un invito a guardare l'uomo così com'è, con il suo carico di peccato e di miseria. La carità di Dio per noi ha dovuto assumere 1'atteggiamento della misericordia e del perdono. Anche la nostra carità deve tenere conto delle divisioni, delle guerre, delle ingiustizie e deve dischiudere itinerari di riconciliazione. Il male non può essere messo tra parentesi perché ci dà fastidio e ci richiama la nostra immensa fragilità. Non può essere considerato superficialmente come un intralcio nello sviluppo umano, facilmente superabile con il progresso civile e scientifico.
Esso ha radici profonde nel cuore degli uomini e ha ramificazioni inestricabili nella vita sociale. La carità sa tutto questo; perciò implora continuamente la misericordia di Dio e si impegna a tracciare le strade del perdono tra gli uomini.
[19] La seconda sollecitazione, che ci viene dal convegno, spinge la carità verso i concreti problemi della vita associata. Il convegno, infatti non parlerà genericamente della riconciliazione cristiana, ma metterà a tema i rapporti tra la riconciliazione cristiana e la comunità degli uomini. Nel bene e nel male ogni persona umana è strettamente collegata con le altre persone attraverso una rete di valori ideali comuni, di modi di pensare e di parlare, di tradizioni, di strutture economiche, di relazioni politiche. Amare l'uomo concreto vuol dire anche intervenire nel campo comunitario, sociale, politico, perché sia sempre più aperto alla libertà, alla pace, alla giustizia, alla collaborazione, alla ricerca di valori spirituali comuni. Vuol dire anche dialogare e lavorare con tutti coloro che vogliono coltivare questi valori nella comunità degli uomini.
[20] Il desiderio di concretezza e di dialogo nell'esercizio della carità mi conduce a rileggere il cap. 25 del vangelo di Matteo. La parola biblica, che talvolta è complessa, qui diventa semplicissima, essenziale, tagliente.
Viene descritto il giudizio finale, che avrà come unico criterio l'esercizio concreto della carità. Qualcuno ha parlato di pagina laica, perché non ci sono accenni alla fede, alla preghiera, al culto. I giusti non sanno nemmeno di aver soccorso il Signore stesso nei bisognosi: "Signore, ma quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo incontrato forestiero e ti abbiamo ospitato nella nostra casa, o nudo e ti abbiamo dato i vestiti? Quando ti abbiamo visto malato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" (Mt 25, 37-39).
Quello che conta sembra essere qui il puro gesto materiale di aiuto all'affamato, all'assetato, al forestiero, all'ignudo, al malato, al carcerato.
Per comprendere questa pagina dobbiamo cogliere in essa un insegnamento globale e un particolare aspetto polemico.
L'insegnamento globale riguarda l'operosità della vita cristiana. Matteo scrisse il suo vangelo per una comunità che era tentata di parole vuote, di entusiasmi superficiali, senza impegnarsi seriamente nelle opere della carità. Di qui l'invito a non accontentarsi di dire "Signore, Signore", ma a fare concretamente la volontà del Padre e a mettere in pratica la parola del Signore. Anche la pagina del giudizio finale va letta in questa prospettiva di realismo, di operosa concretezza.
[21] Da questo punto di vista non c'è opposizione tra le opere della carità e le pratiche del culto. Se quello che veramente conta è l'intenso realismo nell'esercitare la carità, proviamo a pensare alla forte spinta verso la concretezza che il credente riceve da una vita di culto sinceramente praticata. Quando un cristiano, professando esplicitamente la fede e celebrando gli atti liturgici, si rende conto dell'immensa carità che Cristo ha per lui e per ogni uomo, non può rimanere indifferente. Vuole anch'egli spendersi totalmente per i fratelli. Questo desiderio ispirato dalla fede entra in risonanza con altri desideri spontanei o riflessi che noi proviamo dinanzi ai problemi dei nostri fratelli. I loro bisogni ci commuovono. Le loro povertà ci spingono a privarci di qualcosa per soccorrerli. I torti e le ingiustizie, che essi subiscono, suscitano in noi dispiacere, sdegno, condanna per chi compie l'ingiustizia, lotta contro la violenza, impegno per rinnovare profondamente la società.
I motivi suggeriti dalla fede e i motivi provenienti dai nostri naturali sentimenti si rafforzano reciprocamente verso un'operosità sempre più realistica e costante.
Così, almeno, dovrebbe accadere.
Purtroppo non sempre accade così. Interviene qui l'aspetto polemico del testo di Matteo. E' un aspetto che affiora in molte pagine evangeliche. Basti pensare alla parabola dei due figli invitati dal padre ad andare a lavorare nella vigna. Uno dice di sì, ma poi non va. L'altro dice di no, ma poi va (cfr. Mt 21, 28-32). Purtroppo il culto viene separato dalla vita, la fede dalle opere.
[22] Spesso i credenti si riempiono la bocca di parole, ma non fanno la volontà del Padre, mentre è possibile trovare realismo, concretezza, impegno fraterno, implicita corrispondenza ai desideri di Dio in chi non ha esplicitamente con Dio un rapporto di fede e di culto.
Mi viene alla mente una pagina struggente e amara di La peste di A. Camus. Un padre gesuita e un medico non credente passano l'intera notte al capezzale di un bambino, che muore dopo lunghe ore di angosciosa agonia. Al mattino, nell'atto di lasciarsi, i due si stringono la mano e il medico dice al gesuita: "Vede, padre: adesso neppure più Dio ci divide".
Perché Dio finisce per dividerci? Perché l'unità prodotta in noi dalla comune esperienza di un grande dolore pare più vera e intensa dell'unità creata dalla fede nell'unico Dio, Padre di tutti?
Vorrei dire ai credenti: "Riveliamo il volto paterno di Dio con le opere della carità fraterna. La fede nel Dio salvatore, redentore, liberatore ci dia il coraggio di stare a fianco ad ogni povertà, sofferenza, ingiustizia, con la sincera, operosa, illuminata volontà di cambiare le cose". Ma mi accorgo che queste parole si scontrano con tante pigrizie, incertezze, inerzie, che purtroppo trovo presenti anche nella mia vita e nel mio comportamento.
Vorrei dire ai non credenti: "Fondate nell'amore di Dio la vostra dedizione al prossimo. Noi uomini sappiamo così poco del nostro vero bene; come possiamo volere il vero bene degli altri? Siamo così pieni di paure e di incertezze, che la nostra passione per gli altri corre il rischio di arenarsi di fronte alle ingratitudini e agli insuccessi, se non è sostenuta dalla certezza che Dio è sempre in noi". Ma ancora una volta mi accorgo che le mie parole incontrano ostacoli insormontabili. Come si fa a penetrare nel cuore di un uomo? Come si fa a sapere per quali motivi uno non crede? L'educazione ricevuta, le difficoltà incontrate nella ricerca religiosa, i cattivi esempi dei credenti possono aver frenato il cammino verso la fede.
Non mi resta che sperare nella forza con cui Dio può toccare il cuore dei credenti e dei non credenti perché raggiungano una visione completa dell'uomo, nei suoi concreti bisogni quotidiani e nella sua chiamata a un destino ultraterreno.
[23] Intanto noi possiamo dialogare e collaborare.
La passione, l'impegno e talvolta anche la rabbia, con cui i non credenti cercano un mondo giusto, libero e fraterno, possono offrire stimoli efficaci verso la concretezza.
I credenti, fondando la sincerità e il realismo del loro amore nella fiducia in Dio, nell'umiltà, nella adesione a Gesù, nella speranza della risurrezione, possono per lo meno porre serie domande a ogni uomo circa il vero bene a cui siamo chiamati e destinati.
Per questo oso offrire questa lettera non solo ai miei fratelli e alle mie sorelle di fede, ma ad ogni fratello e sorella che cerca sinceramente il bene dell'uomo.
Spero che questa lettera possa suscitare dialogo. riflessione collaborazione.
Quello che conta è che ogni uomo sia avvicinato, fatto prossimo, aiutato con un amore sincero, vero, operoso.
[24] Nella parabola del buon samaritano c'è un penoso intervallo tra il gesto criminale dei briganti e l'intervento del soccorritore.
Non dobbiamo scavalcare troppo in fretta questo intervallo, rappresentato dall'egoismo del sacerdote e del levita che vedono l'uomo rapinato, e passano oltre.
Non dobbiamo pensare sbrigativamente che si riferisca agli altri e non a noi.
La via per la quale il Signore ci conduce a imitare il buon samaritano, passa attraverso l'umiltà con cui riconosciamo presenti in noi le colpe del sacerdote e del levita.
Possiamo scorgere nel comportamento di questi due personaggi tre aspetti che rivivono nelle difficoltà che oggi incontriamo nell'esercizio della carità: la fretta, la paura, la ricerca di un alibi.
La fretta è il difetto che balza immediatamente all'occhio. Quei due corrono via. Non hanno tempo di fermarsi. Non vogliono neppure esaminare la situazione. Vedremo in seguito le radici della fretta. Per ora richiamo l'attenzione su una edizione moderna della fretta, che si manifesta nella considerazione superficiale e disattenta della complessità che assumono i rapporti personali nella nostra società.
La produzione e lo scambio dei beni economici avvengono mediante sistemi complicati. I mezzi della comunicazione sociale diventano sempre più sofisticati e sempre più lontani dai linguaggi comuni e dai rapporti immediati tra gli interlocutori. La partecipazione democratica alla elaborazione e alla applicazione delle leggi che ordinano e promuovono la vita associata a livello nazionale e internazionale, richiede l'intervento di complessi meccanismi di rappresentanza, di delega, di supplenza.
Per questi motivi le relazioni personali immediate, libere, continuamente controllabili e modificabili dalle singole persone, sono immerse in una rete complessa di rapporti sociali più rigidi, più anonimi, più lontani dalla presa dei singoli. Bisogna vigilare su questi rapporti. Nati, di per sé, per favorire la crescita delle relazioni personali, possono diventare un sistema chiuso, che disturba e soffoca la vita interpersonale. Possono essere strumentalizzati dalla prepotenza di qualcuno o di qualche gruppo a danno degli altri.
Nella società attuale, amare con paziente concretezza il fratello povero, bisognoso, oppresso significa non limitarsi a fare qualche intervento personale, ma anche cercare e risanare le condizioni economiche, sociali, politiche della povertà e dell'ingiustizia. In altre parole, per essere buoni samaritani nella società attuale, occorre fare qualcosa di più di quello che ha fatto, secondo la parabola evangelica, il buon samaritano nella società di allora, meno complessa e stratificata.
Purtroppo la fretta e la superficialità caratterizzano i nostri incontri col prossimo e disturbano l'esercizio della carità.
[25] Voglio ricordare almeno due modi opposti, in cui si esprimono la fretta e la superficialità.
Il primo modo è proprio di coloro che non considerano con attento realismo la complessità della vita sociale. Si accontentano di gesti sporadici di carità. Trascurano una seria formazione all'impegno sociale e politico.
Il modo opposto è proprio di coloro che concedono importanza esclusiva agli interventi tecnici, scientifici, legislativi, politici, e trascurano l'insostituibile apporto dell'impegno personale e della carità immediata.
La sopravvalutazione di tali interventi; dipende anche da una forte crisi che ha colpito l'esercizio tradizionale della carità cristiana nella società contemporanea.
Infatti, la carità tradizionale doveva spesso limitarsi a soccorrere le singole persone emarginate. Ora lo sviluppo della società mette in luce le strutture emarginanti e spinge a intervenire su di esse. ( i si chiede allora se la carità, che aiuta gli emarginati, non debba lasciare il posto alla giustizia, che modifica le strutture emarginanti.
Inoltre nel caso di portatori di handicap, la carità, molto spesso, non poteva far altro che prestare assistenza. Oggi lo sviluppo delle scienze mediche, psicologiche, sociologiche propone l'ideale di una sempre più piena riabilitazione. Ci si chiede allora se la carità, che assiste gli handicappati, non debba lasciare il posto alla scienza che li riabilita e li reintegra completamente nella società.
Infine la carità agiva su una base di impegno volontaristico, lasciato alla generosità delle persone e dei gruppi. Ora lo sviluppo della coscienza civile e delle strutture socio-sanitarie dello Stato fa pensare a una possibilità più completa e più sicura di garantire a tutti l'assistenza, la riabilitazione, la reintegrazione sociale. Ci si chiede allora se la carità liberamente prestata dalla Chiesa non debba lasciare il posto ai servizi sociali obbligatoriamente erogati dallo Stato.
Sono problemi molto seri, che costringono a riflettere, a guardare le cose in tutti i loro aspetti.
[26] Sono innegabili i vantaggi dell'evoluzione avvenuta nel campo sociale e scientifico, ma bisogna considerare anche la fragilità, il rischio di anonimato, la tendenza al formalismo burocratico, che possono colpire una prestazione socio-sanitaria non animata e rigenerata continuamente dal calore personale della carità e dall'iniziativa volontaria.
La considerazione attenta e paziente delle cose porta, come vedremo anche in seguito, a scoprire l'insufficienza di alcune forme di carità e a far maturare nuovi germogli dall'inesauribile radice dell'amore cristiano. Invece la fretta e la superficialità hanno indotto alcuni a ritenere finito il tempo della carità.
[27] Dietro la fretta del sacerdote e del levita si nasconde una realtà più grave, cioè la paura di impegnare la propria persona. Se ci si ferma accanto al poveretto derubato e bastonato, non si sa che cosa potrà accadere: ci vuol tempo e pazienza, bisogna essere pronti a tutto, occorre prepararsi a dare senza condizioni e riserve. Allora si preferisce passare oltre.
Anche nella fretta e nella superficialità, che ostacolano oggi l'esercizio della carità, è presente la paura del dono di noi stessi.
Qui devo accennare ad una contraddizione, tipica del nostro tempo, tra la ricerca esasperata di intimità e il rifiuto della dedizione agli altri, come indispensabile base di ogni reale prossimità.
Così se ne parla, ad esempio, nel documento preparatorio del Convegno ecclesiale sulla riconciliazione.
"Si potrebbe tentare di analizzare qui due tendenze sincrone e contraddittorie. Da un lato una accresciuta coscienza del bisogno di rapporti, del bisogno di prossimità amicale, di comunicazione autentica tra le persone. C'è una gran voglia di avere amici e di vivere rapporti autentici tra persone e nell'ambito di gruppi.
D'altra parte si nota una fragilità crescente delle forme d'incontro, di comunione effettivamente realizzabili.
Le relazioni sono effimere, spesso deludenti e danno luogo al risentimento, alla frustrazione e all'accusa reciproca. Nasce allora la tendenza opposta a chiudersi in se stessi, a diffidare degli altri, a rifiutare consciamente o inconsciamente il "bene" dell'apertura e della disponibilità.
[28] La famiglia appare come il luogo privilegiato per verificare le tendenze a livello personale sopraindicato.
Da un lato sembra ci sia un indice di accresciuta esigenza di autentiche relazioni familiari. Tante volle 12 famiglia viene vista come la realtà che può e deve risanare e mettere a posto situazioni di sofferenza esistenziale e di solitudine. Questa attesa è comprovata, del resto, dall'ampio indice di scontentezza e frustrazione quando queste speranze non si verificano. Dove non c'è desiderio non c'è frustrazione: quando c'è disappunto, dolore, rabbia, vuol dire che ci si aspettava molto.
[29] Dall'altro lato cresce la fragilità dei legami familiari, specie sotto il profilo dell'unità e fedeltà coniugale e della comprensione tra le generazioni. Basta poco per mandare in crisi tante famiglie sia a livello orizzontale sia a livello verticale. Si nota in genere una preoccupante carenza di comunicazione, di accoglienza e d; dialogo all'interno delle famiglie. Alcuni fenomeni tra i più gravi, come la diffusione dell'aborto, andrebbero letti anche a partire da questi contesti.
Possiamo leggere sullo sfondo di questo ambito di rapporti personali anche la modalità insoddisfacente e variamente conflittuale con cui è vissuto in genere il rapporto uomo-donna" (cfr. La forza della riconciliazione, 2.3.1).
Per attuare la prossimità occorre abbandonare le pretese possessive e maturare la capacità di piena dedizione. Purtroppo, invece, la sensibilità odierna spesso ci inclina solo verso ciò che piace, che non costa troppo sacrificio, che non impegna per sempre.
Cerchiamo di approfondire questa paura della dedizione personale. Forse è il sintomo di difficoltà ancor più serie. Se decidiamo di stare accanto agli altri nelle loro molteplici necessità, dobbiamo prepararci a sperimentare spesso i nostri limiti. Non sempre riusciamo a conoscere il vero bene degli altri. Il nostro grande Manzoni, di cui quest'anno celebriamo il bicentenario della nascita, ci fa riflettere con molto realismo sulle scarse risorse del cuore umano.
Mentre Renzo e Lucia si accomiatano da padre Cristoforo nella chiesetta di Pescarenico dopo il fallito matrimonio di sorpresa, il padre esclama con voce alterata: "Il cuor mi dice che ci rivedremo presto". Ma il romanziere commenta con bonaria malinconia: "Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto" (cfr. I Promessi Sposi, cap. VIII).
Anche quando conosciamo le cose, di cui gli altri hanno bisogno, non sempre riusciamo a farle. Talvolta siamo bloccati dalla nostra pigrizia. Talvolta i problemi degli altri sono più grandi di noi. Pensiamo ai lutti, alle malattie gravi, ai disturbi psichici, ai casi cronici di asocialità, ai rivolgimenti socioeconomici che mettono in pericolo la casa e l'occupazione di tante persone. In queste circostanze tocchiamo con mano la nostra povertà. Ciò che possiamo fare è ben poco. Qualche volta possiamo offrire solo una solidarietà fatta di comprensione e di silenzio. Dobbiamo rinunciare alla pretesa di risolvere tutto. Dovremmo, forse, riempire il nostro sgomento e il nostro silenzio con una coraggiosa riflessione sulla nostra vita, con una rigorosa valutazione delle vicende umane. Dovremmo affidarci alla preghiera.
Mi viene in mente un'altra pagina manzoniana, che si riferisce alla drammatica notte passata da Lucia nel castello dell'Innominato. Lucia si risveglia dopo un breve, angoscioso assopimento. "L'infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell'orribile giornata trascorsa, tutti i terrori dell'avvenire, l'assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa, dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell'abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento si ricordò che poteva almeno pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un'improvvisa speranza.
Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il Rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata" (cfr. I Promessi Sposi, cap. XXI).
[30] Umiltà, riflessione, preghiera, però, non sono sempre facili. Abbiamo paura di doverci dedicare totalmente al fratello. Ancor più abbiamo paura di confessare i nostri limiti e di affidarci all'amore di Dio che può fare ogni cosa.
Allora "passiamo oltre". Tanto più che non mancano mille altre cose da fare.
[31] La strada di Gerico al tempo di Gesù non era adatta alle passeggiate. Il sacerdote e il levita vi si trovavano certo per uno scopo preciso. Avevano qualche incontro, qualche occupazione che li attendeva. La qualifica sacerdotale, che Gesù attribuisce loro, fa pensare a qualche compito cultuale che essi dovevano svolgere. Questo compito urgente poteva diventare un alibi per non perdere tempo col poveretto assalito dai briganti.
Anche la nostra fretta e la nostra paura trovano il loro alibi.
Potremmo descrivere questo alibi come un certo modo di intendere e di vivere la realtà della comunità cristiana, che ostacola o lascia da parte la carità. Di per sé la carità dovrebbe essere il suggello, l'espressione più piena e il momento supremo di verifica dell'autenticità della comunità cristiana. Può accadere, invece, che i difetti della vita comunitaria non si lascino purificare, bruciare, correggere dal fuoco vivo della carità, ma addirittura spengano questo fuoco o lo lascino ardere a stento.
Cerco di descrivere qualche difetto delle nostre comunità, che ha un'influenza particolarmente negativa sulla vita di carità.
Per esempio, è frequente nelle nostre comunità l'atteggiamento della delega. Tanti cristiani ritengono l'esercizio concreto della carità verso chi è nel bisogno come un fatto facoltativo, che va delegato a chi ha tempo o doti o inclinazione a far questo. E' vero che un gruppo animatore è normalmente indispensabile per suscitare e coordinare i servizi della carità, ed è vero anche che alcuni settori caritativi esigono interventi specializzati, da riservare a persone preparate. Ma è anche vero che il tessuto della carità quotidiana, in cui si esprime la vitalità di una comunità, richiede il contributo personale di tutti.
Un altro difetto è là mancanza di collaborazione. Tanti preziosi interventi caritativi delle comunità e dei gruppi corrono il rischio di vedere svigorita la loro efficacia, perché non sanno confrontarsi e coordinarsi con altri interventi.
[32] I bisogni umani nella società attuale sono complessi e presentano radici e ramificazioni diverse. Occorre quindi che gli interventi della carità siano diversificatie e insieme collegati tra di loro.
Inoltre, le povertà attuali sono sempre nuove. Spesso è difficile scoprirle e inquadrarle. Gli interventi settoriali corrono il rischio di continuare a percorrere i sentieri già battuti, senza aprirsi alle nuove esigenze. Di qui l'importanza di collaborare con chi ha la responsabilità parrocchiale o diocesana unitaria e non pensa solo a singoli settori, ma guarda la realtà sociale nel suo complesso e deve provvedere anche a chi non è già stato raggiunto dalle iniziative tradizionali.
In particolare i settori della immigrazione estera, della tossicodipendenza, della malattia cronica, di alcuni tipi di lesioni fisiche o psichiche, degli ex-carcerati, della asocialità, ecc., richiedono contemporaneamente la genialità generosa di qualcuno che si butta pionieristicamente, e l'opera unificatrice di chi vede le cose nel loro complesso.
Infine le povertà attuali sono persistenti. Gli interventi sporadici, gli sforzi intermittenti non bastano. Occorre creare un atteggiamento di costanza, che si avvale di scelte vocazionali durature e di continuità istituzionale.
Tutto questo richiede un'abitudine alla collaborazione fondata in una chiara visione e in una pratica generosa della comunione e dell'appartenenza ecclesiale. Le lacune nell'appartenenza, nella comunione nella collaborazione creano un'immagine e una vita di Chiesa che non promuovono la carità.
[33] Un terzo difetto è la conseguenza dei primi due e consiste nel difficile rapporto della vita e della fede della Chiesa con la concreta realtà sociale e politica.
Se ogni credente si impegnasse in un quotidiano servizio della carità e se tutti i credenti fossero abituati a confrontarsi tra di loro, a comunicarsi nella fede le esperienze di carità, a completare reciprocamente le proprie lacune, nascerebbe una vita di Chiesa più pronta a rispondere ai bisogni della società con la luce e la forza del Vangelo. Nel medesimo tempo i non credenti non vedrebbero negli interventi della Chiesa nel campo sociale e politico una pretesa di ingerenza indebita, dalla quale guardarsi, ma li apprezzerebbero per la loro effettiva, comprovata capacità di capire in profondità i bisogni degli uomini e di affrontarli con umiltà, disinteresse ed efficacia.
[34] Accade, invece, che la concretezza della carità non riesce a colmare la distanza tra la fede e la vita; e che, al contrario, una vita di chiesa ripiegata su se stessa, sui propri problemi interni, sulla propria autoconservazione, si trovi molto impacciata dinanzi alle scelte difficili esigite dalla carità, e si ritragga spaventata in un atteggiamento di chiusura, che diventa sempre più grave e quasi insuperabile.
[35] Abbiamo riflettuto sul diaframma dell'egoismo umano, che si frappone tra l'opera malvagia dei briganti e il bisogno di aiuto del ferito.
Ma una nuova distanza ora attira la nostra attenzione. E' quella che c'è tra i passi egoistici, che hanno allontanato il sacerdote e il levita dall'uomo rapinato, e i passi pietosi che hanno avvicinato il samaritano. Non sono semplicemente due cammini di segno opposto, ma appartenenti allo stesso livello. Tra di loro sta il dislivello, l'intervallo del mistero.
Il primo cammino è percorso dall'uomo in compagnia di se stesso e del proprio egoismo.
Il secondo cammino è percorso dall'uomo in compagnia di Dio.
Ho già accennato, nell'introduzione, al fatto che la parabola evangelica, prima di descrivere i gesti del samaritano, parla di una misericordia, di una tenerezza divina, che ha attratto e riempito il cuore del samaritano.
Qualcuno, forse, trova secondario tutto ciò. Che cosa interessa sapere se l'azione umana ha bisogno o no dell'intervento di Dio? Non ci basta sapere che il samaritano si è effettivamente preso cura dell'uomo bisognoso.
In realtà, però, il problema non è di sapere se l'azione umana ha bisogno o no dell'azione di Dio.
Chi pensa così, si è già fatta un'idea completa dell'azione umana e giudica l'intervento di Dio come un'aggiunta o necessaria o inutile. La questione invece è più complessa e affascinante. E' il senso stesso dell'azione umana ad essere messo in questione.
Quando un'azione è interiormente animata dal dinamismo della carità, viene come attraversata da una esigenza di trasparente luminosità. Colui che la compie è portato a chiedersi: perché agisco così? Fin dove posso e debbo spingermi nel gesto di carità? Chi sono io che agisco in questo modo? Chi è il fratello a cui mi dedico? Qual è la sua più profonda dignità? Qual è il vero bene che gli debbo volere?
La particolare prossimità interpersonale, a cui tende il gesto della carità, invita a porre le domande sul valore della persona umana. Un'azione pervasa dalla forza della carità è anche vivacizzata dalla ricerca della verità. Carità e verità si cercano reciprocamente.
[36] Sono molto stimolanti al riguardo le riflessioni proposte quest'anno da Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace sul tema: "La pace e i giovani camminano insieme".
Nel n. 3 del documento il Papa descrive i desideri che nascono nel cuore dei giovani dinanzi ai bisogni dell'umanità: "Quello che vedo sorgere in voi è una nuova consapevolezza della vostra responsabilità e una schietta sensibilità per i bisogni della comunità umana. Voi siete presi dal vivo desiderio della pace, che tanti condividono con voi. Voi siete turbati dalle grandi ingiustizie che ci circondano. Voi avvertite un opprimente pericolo nel gigantesco accumulo di armi e nelle minacce di una guerra nucleare. Voi soffrite, quando vedete largamente diffuse la fame e la denutrizione. Voi siete interessati allo stato dell'ambiente, oggi e per le generazioni future. Voi siete minacciati dalla disoccupazione, e molti di voi sono senza lavoro e senza la prospettiva di un impiego adeguato. Voi siete sconvolti dal grande numero di persone, che sono politicamente e spiritualmente oppresse e che non possono godere dell'esercizio dei loro diritti umani fondamentali sia come individui che come comunità".
Potremmo dire che il Papa descrive qui le situazioni che reclamano un gesto di prossimità, di carità. Orbene la carità, che vuole affrontare queste situazioni, deve anzitutto avere il coraggio di porre alcune domande.
Nel n. 4 del citato documento il Papa scrive: "Fra le domande inevitabili, che dovete porre a voi stessi, la prima e principale è questa: qual è la vostra idea di uomo? Che cosa, secondo voi, costituisce la dignità e la grandezza di un essere umano? Questa è una domanda che voi giovani dovete porre a voi stessi, ma che ponete anche alla generazione che vi ha preceduto, ai vostri genitori e a tutti coloro che, a vari livelli, hanno avuto la responsabilità di preoccuparsi dei beni e dei valori del mondo. Nel tentativo di rispondere onestamente e apertamente a questa domanda, giovani e anziani possono essere condotti a riconsiderare le loro proprie azioni e le loro proprie vicende".
Nel n. 5 il Papa continua: "La prima domanda conduce a un'altra domanda ancor più basilare e fondamentale: chi è il vostro Dio? Noi non possiamo definire la nostra nozione di uomo senza definire un Assoluto, una pienezza di verità, di bellezza, di bontà, da cui riconosciamo che sono guidate le nostre vite. E' vero, quindi, che un essere umano, "immagine visibile del Dio invisibile", non può rispondere alla domanda circa chi sia lui senza dichiarare al tempo stesso chi sia il suo Dio".
Mi sembrano così importanti e sentite queste domande, che ho pensato di farle oggetto di discussione nei miei incontri con i giovani durante le visite pastorali, insieme con le altre domande poste dal Papa circa il modo di intendere i valori della pace, della giustizia, della partecipazione (cfr. i nn. 78-9 del messaggio).
Quello che ora mi importa sottolineare è che la passione per i bisogni umani è strettamente congiunta con la passione per la verità.
Quando la parabola evangelica dice che il samaritano "si sentì mosso a compassione nelle sue viscere" vuole alludere a una esperienza intensa, che gli ha aperto gli occhi sul valore delle cose, gli ha fatto vedere l'uomo bisognoso in una luce nuova e vera, gli ha dischiuso nuove possibilità di azione e lo ha spinto a farsi prossimo.
Per questo invito i miei fratelli e le mie sorelle credenti a vivere con me un momento contemplativo, simile a quello vissuto dal samaritano. Chiediamo allo Spirito Santo, che ci comunica la tenerezza di Dio e crea in noi le viscere della carità, di aiutarci a conoscere le vie misteriose attraverso le quali il miracolo della carità accade.
[37] Vorrei tanto che i singoli, i gruppi, e soprattutto le famiglie, facessero la "lectio divina" dei testi biblici che ora proporrò, e la prolungassero nella lettura attenta della Enciclica "Dives in misericordia" di Giovanni Paolo II.
Vorrei, però, invitare anche il lettore non credente, che mi avesse seguito fin qui, a non saltare queste pagine passando subito al prossimo capitolo, che contiene alcune indicazioni operative.
Vorrei invitarlo a leggere le pagine bibliche che seguono. Contengono, se non altro, una profonda conoscenza del cuore umano.
[38] Chiediamo allo Spirito Santo di aiutarci anzitutto a capire le parole di Gesù stesso sulla carità.
Gesù ha sintetizzato il suo pensiero rispondendo alla domanda di un maestro della legge circa il comandamento più grande. L'episodio è raccontato da Matteo nel cap. 22, vv. 34-39, da Marco nel cap. 12 vv. 28-34, da Luca nel cap. l0, vv. 25-28.
Conosciamo tutti la risposta di Gesù: il comandamento più grande è amare Dio e amare il prossimo.
Con queste parole Gesù richiama alcuni passi delI'Antico Testamento. Leggiamo per esempio, nel Libro del Deuteronomio, cap. 6, vv. 4-5: "Ascolta Israele: il Signore è ;I nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore con tutta l'anima e con tutte le forze". E nel Libro del Levitico cap. 19 vv. 17-18. 1eggiamo: "Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d'un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore".
[39] Mentre ricorda la legge antica, però, Gesù introduce due importanti novità.
La prima è l'unione dei due comandamenti. Per Gesù la carità è un fatto complesso e articolato. Affonda le sue radici in una dedizione senza riserve a Dio: tutta la persona con le sue doti, i suoi progetti, le sue capacità operative deve affidarsi alla volontà di Dio, al progetto di amore che Dio ha sugli uomini. La manifestazione visibile e dinamica di questo affidamento è la dedizione a ogni uomo, considerato come un fratello, un prossimo, un altro se stesso. Separare o semplificare i diversi aspetti di quell'evento unitario che è la carità, significa far valere qualche nostra prospettiva ristretta contro gli immensi orizzonti dischiusi dallo sguardo di Gesù.
La seconda novità è la sorprendente e rivoluzionaria concezione del prossimo. Solo l'evangelista Luca pone sulle labbra del maestro della legge una seconda domanda: "Ma chi è il prossimo?". Gesù risponde raccontando la parabola del buon samaritano. Il prossimo non esiste già. Prossimo si diventa. Prossimo non è colui che ha già con me dei rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. Prossimo divento io stesso nell'atto in cui, davanti a un uomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima.
E' importante notare il rapporto tra le due novità` introdotte da Gesù. L'amore per l'uomo nasce dalla dedizione a Dio, manifesta l'affidamento alla volontà di Dio. Ma Dio è il Padre di tutti. Per questo, colui che è radicato nell'amore di Dio guarda e avvicina ogni uomo, creando vincoli nuovi di prossimità, e scavalca le barriere della razza, della classe sociale, della diversa mentalità, della diversa appartenenza religiosa.
[40] Una concreta esemplificazione di questa novità si può trovare nel cosiddetto discorso della montagna (capp. 5-6-7 del vangelo secondo Matteo), che viene letto cursivamente nei giorni feriali delle prime quattro settimane di Quaresima secondo la Liturgia ambrosiana. I singoli e le comunità lo meditino con attenzione. Esso descrive la vita del discepolo che, proprio perché ha incontrato il Regno dei cieli, cioè la bontà, la misericordia del Padre di Gesù, vive una vita di carità che compie e supera l'antica legge. Il modello del discepolo è l'amore stesso del Padre: "Siate perfetti, così come è perfetto il Padre vostro che è in cielo" (5,48).
Nel cuore del discorso della montagna sta il "Padre nostro", la preghiera dei figli di Dio (6, 9-13). Di qui tutta una gamma di concreti gesti e atteggiamenti di amore che vengono descritti con abbondante e stimolante esemplificazione. Sono esempi di amore così intenso verso tutti, anche verso i nemici, da commuovere anche coloro che non credono in Gesù come Figlio di Dio, ma lo considerano un grande maestro di umanità.
Ulteriori approfondimenti si trovano nel vangelo di Giovanni. Esso non ricorda le domande del maestro della legge e le relative risposte. Però nel cap. 13, vv. 3-1-35 riporta il comando nuovo dato da Gesù ai discepoli durante l'ultima cena: "Io vi do un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri. Amatevi; come io vi ho amato! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri".
[41] Notiamo anzitutto l'esemplarità di Gesù: la vicenda concreta di Gesù, soprattutto il gesto imminente di dare la vita, offre ai discepoli l'immagine viva dell'amore del Padre, il modello insuperabile da imitare, la sorgente inesauribile a cui attingere.
Notiamo anche l'esemplarità dei discepoli: tutti gli uomini vanno amati e sono invitati a entrare nella comunità di coloro che credono all'amore del Padre e di Gesù; ma, affinché sia annunciata e attuata questa universalità dell'amore, occorre che coloro che già credono, i discepoli, si vogliano bene tra di loro, offrendo un esempio e una profezia della carità. Gesù conferma questa intuizione nella preghiera con cui si concludono i discorsi dell'ultima cena: "Padre, io non prego soltanto per questi miei discepoli, ma prego anche per gli altri, per quelli che crederanno in me dopo aver ascoltato la loro parola. Fa` che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano in noi. Così il mondo crederà che tu mi hai mandato" ( 17, 20-21 ).
Con un linguaggio sintetico e un po' tecnico, possiamo dire che Giovanni, sullo sfondo teologico della carità (l'amore del prossimo si fonda nell'amore di Dio), e sullo sfondo antropologico (il prossimo è ogni uomo), già ricordati dai vangeli sinottici, precisa ulteriormente la dimensione cristologica (i discepoli devono amarsi "come" Gesù ha amato), ecclesiologica (l'amore dei discepoli dentro la comunità diventa profezia per il mondo) e trinitaria (l'unità del Padre e del Figlio è fondamento e modello dell'unità dei discepoli).
[42] Il Nuovo Testamento illustra l'inesauribile ricchezza della parola di Gesù, mostrando come essa è diventata fonte di vita nuova nella storia concreta delle prime comunità cristiane.
Considerando la vita dei primi cristiani dal punto di vista della carità, viene subito alla mente il notissimo fatto della comunione dei beni praticata nella comunità di Gerusalemme.
Questo fatto va colto nel suo immediato e realistico rilievo sociologico, cioè nella sua capacità di cambiare le cose, di risolvere i problemi della povertà, di prefigurare una società nuova. Comporta, però, anche altri aspetti, che ce ne danno l'interpretazione più profonda.
Notiamo anzitutto che questo gesto di carità è accostato ad altri doni del Signore, ad altre forme di presenza di Gesù nella comunità. Nei due passi del libro degli Atti, in cui è descritta la comunione dei beni (cfr. il cap. 2, vv. 42-47 e il cap. 4, vv. 33-37), essa è collegata con la preghiera, con l'ascolto della parola degli apostoli, con la frazione del pane, con i miracoli, con la gioia. Essa dunque non è semplice iniziativa sociale, ma dono di Dio, presenza di Gesù, espressione della fede nel Risorto.
Inoltre essa è un gesto libero. Nessuno è costretto a farlo. Lo ribadisce anche Pietro ad Anania che aveva venduto un campo, ma aveva mentito nel consegnare agli apostoli il ricavato: "Anania, come mai Satana ha potuto impadronirsi di te? Ti sei trattenuto una parte dei soldi ricavati dalla vendita, ma così facendo non sei stato sincero verso lo Spirito Santo! Prima che tu lo vendessi, il campo era tuo e, anche dopo averlo venduto, potevi benissimo tenere tutto il denaro per te: lo sai bene. Perché, invece, hai pensato di fare una simile azione? Tu non sei stato bugiardo verso gli uomini, ma verso Dio" (cfr. Atti, cap. 5,vv 3-4)
[43] Tutto questo ci porta a scorgere un rapporto dinamico tra la carità e il gesto concreto della comunione dei beni. La carità è più ampia di ogni gesto, è obbedienza al Signore, è celebrazione del Risorto nella Parola e nell'Eucaristia, è gioia per la perenne presenza di Gesù in mezzo ai suoi. Però la carità tende anche al concreto, cerca di fare tutto ciò che è possibile di volta in volta per manifestare anche nel campo sociale la vita nuova dei credenti; e il gesto della comunione dei beni è appunto segno concreto, manifestazione profetica e libera delle ricchezze della carità.
Ritroviamo questo rapporto dinamico, tra la carità e i gesti concreti di amore fraterno, nell'epistolario di S. Paolo e di S. Giovanni.
Nelle lettere di Paolo è frequente la descrizione della vita cristiana come concreta vita di carità. E' interessante notare che, per designare la vita di carità, Paolo usa le parole "offerta", "sacrificio" e simili, cioè le parole del linguaggio cultuale. Bastino due esempi. Nella lettera ai Romani, cap. 12, vv. 1-2, Paolo comincia a descrivere la vita cristiana come risposta all'iniziativa di Dio presentata nei precedenti capitoli della lettera. Così scrive: "Dio ha manifestato la sua misericordia verso di noi. Vi esorto dunque, fratelli, a offrire voi stessi a Dio in sacrificio vivente, a lui dedicato, a lui gradito. E' questo ii vero culto che gli dovete. Non adattatevi alla mentalità di questo mondo, ma lasciatevi trasformare da Dio con un completo mutamento della vostra mente. Sarete così capaci di capire qual è la volontà di Dio, vale a dire ciò che è buono, a lui gradito, perfetto". Paolo, poi, continua dando indicazioni concrete, puntuali, sul modo di esercitare la carità fraterna.
Nella lettera agli Efesini Paolo dedica i primi tre capitoli ad annunciare il posto centrale di Cristo nel disegno d'amore che Dio ha sull'umanità. Col cap. 4 l'Apostolo presenta la vita cristiana come adesione a Cristo e al disegno di Dio: "Perciò, io che sono prigioniero a causa del Signore, vi raccomando: fate in modo che la vostra vita sia degna della vocazione che avete ricevuto! Siate sempre umili, cordiali e pazienti; sopportatevi l'un l'altro con amore; cercate di conservare, per mezzo della pace che vi unisce, quella unità che viene dallo Spirito Santo" (4, 1-3). Paolo continua poi a descrivere la vita dei credenti in Cristo e le forme concrete di esercizio della carità. Nel mezzo della descrizione dice: "Siate buoni gli uni con gli altri, pronti sempre ad aiutarvi, perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi, per mezzo di Cristo. Poiché siete figli di Dio, amati da lui, cercate di essere come lui: vivete nell'amore, prendendo esempio da Cristo, il quale ci ha amati fino a dare la vita per noi, offrendola come un sacrificio che piace a Dio" (4,32 - 5,2).
Dunque la vita di Cristo, spesa nell'amore, e la vita dei cristiani, resa conforme a quella di Cristo, sono il vero culto gradito.
Questo significa anzitutto che il culto è opera di tutta la vita: sono importanti le concrete opere di carità, compiute nella esistenza quotidiana.
Ma significa anche che la vita è culto: le concrete opere di carità vanno inquadrate in un cammino di obbedienza a Dio, di ascolto della sua Parola, di ricerca della sua volontà, di adesione a Cristo che ha rivelato e compiuto pienamente la volontà del Padre.
[44] Questa visione della vita di carità ispira il famoso inno alla carità, contenuto nel cap. 13 della prima lettera ai Corinzi. Esso si compone di tre strofe.
La prima strofa (vv. 1-3) distingue la carità dai gesti compiuti a servizio degli altri. I doni delle lingue, della profezia, della scienza, dei miracoli, senza la carità non valgono nulla. Distribuire i propri beni ai poveri e addirittura consegnare il proprio corpo alle fiamme, senza la carità non sono niente. La carità è più grande di tutto ciò. Non consiste nella semplice esecuzione di un gesto, per quanto splendido o costoso.
La seconda strofa (vv. 4-7) descrive le multiformi manifestazione della carità. Essa, che oltrepassa ogni gesto e ogni atteggiamento, tende, però, a suscitare una sempre nuova varietà di atteggiamenti e di gesti. Paolo indugia particolarmente su alcuni orientamenti fondamentali che mettono tutta la persona in stato di accoglienza, di disponibilità, di perdono, di pazienza, di tensione premurosa e operosa, di comprensione, di fiducia, di speranza. La carità non è un cammino unidirezionale, ma un interiore senso delI'orientamento, che permette di prendere di volta in volta la direzione giusta.
La terza strofa (vv. 8-13) tenta di dire l'indicibile: la carità è un vivere già su questa terra, dove tutto è parziale e fuggevole, quel bene pieno e intramontabile che è il dimorare in Dio, il vederlo faccia a faccia, il conoscerlo come lui ci conosce. La carità è il supremo, sorprendente ritrovamento della nostra umanità e dell'umanità di ogni fratello, frutto del nostro abbandono nelle braccia paterne di Dio.
[45] Chiediamo un'ultima illuminazione alla prima lettera di S. Giovanni. Essa cerca di rispondere alla domanda: chi è il vero cristiano? Vengono presentati tanti segni distintivi del cristiano, che si suggellano nella carità. Ma che cos'è la carità? Da un lato essa è oltre la nostra portata. E' più grande di noi. Ci precede sempre. E' iniziativa di Dio che ci ha amati e continua ad amarci per primo, mandando a noi Gesù, il Figlio Unigenito, e donandoci lo Spirito Santo. La carità è Dio stesso. Ricordo un bellissimo commento del filosofo danese S. Kierkegaard: "Tu ci hai amati per primo, o Dio. Noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera, tu ci ami per primo. Quando al mattino mi sveglio ed elevo a te il mio spirito, tu sei il primo, tu mi ami per primo. Se mi alzo all'alba e immediatamente elevo a te il mio spirito e la mia preghiera, tu mi precedi, tu già mi hai amato per primo. E' sempre così. E noi ingrati, che parliamo come se tu ci avessi amati per primo una volta sola".
[46] Dall'altro lato, la carità chiede di diventare concreta e operosa nel nostro amore per i fratelli: "Noi abbiamo capito che cosa vuol dire amare il prossimo, perché Cristo ha dato la sua vita per noi. Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Se uno ha di che vivere e vede un fratello bisognoso, ma non ha compassione e non l'aiuta, come fa a dire: io amo Dio?
Figli miei, vogliamoci bene sul serio, a fatti. Non solo a parole o con bei discorsi... L'amore vero è questo: non l'amore che noi abbiamo avuto verso Dio, ma l'amore che Dio ha avuto per noi; il quale ha mandato Gesù, suo Figlio, per farci avere il perdono dei nostri peccati.
Miei cari, se Dio ci ha così amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Dio nessuno l'ha mai visto. Però, se ci amiamo gli uni gli altri, egli è presente in noi e il suo amore è veramente perfetto in noi... Noi amiamo Dio, perché egli per primo ci ha mostrato il suo amore. Se uno dice: io amo Dio e poi odia suo fratello è bugiardo. Infatti, se uno non ama il prossimo che si vede, certo non può amare Dio che non si vede... Chi ama un padre, ama anche i suoi figli. I)i conseguenza, se amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti, amiamo anche i figli di Dio" (3, 16-18; 4, 10-12. 19-20; 5, 1-2).
[47] La carità si distende tra il mistero di Dio e la storia degli uomini. Affonda le radici nel mistero e produce frutti sempre nuovi nella storia. Per conoscere meglio le vie misteriose e feconde della carità, dobbiamo allora chiedere allo Spirito Santo di aiutarci a capire come essa si è manifestata nella storia, si è lasciata provocare dalle diverse vicende umane, ha dato la risposta del cuore di Dio alle povertà e ai bisogni degli uomini.
Non posso certo esaminare compiutamente venti secoli di storia cristiana. Farò solo qualche accenno, che ritengo utile per capire le vie che la carità deve percorrere nel nostro tempo.
[48] Ricordo anzitutto due luoghi in cui la voce dello Spirito si fa particolarmente chiara nell'insegnarci il valore e le espressioni della carità.
Il primo luogo è la liturgia, specialmente la celebrazione eucaristica. Essa attraversa tutte le generazioni cristiane; col suo linguaggio intenso e sobrio rivela ai credenti i prodigi dell'amore di Dio; con la forza di Gesù stesso realmente presente, attrae tutti gli uomini, insieme con Gesù, nel mistero della carità del Padre. Lo Spirito Santo, invocato alla Consacrazione, perché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Gesù, viene invocato dopo la Consacrazione perché tutti i credenti diventino il corpo di Cristo, cioè la reale manifestazione di lui e del suo amore presso ogni uomo.
Dobbiamo lasciarci guidare con maggiore docilità dallo Spirito Santo nel capire e nel vivere questa stretta relazione tra il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale di Gesù, tra la carità vissuta da Gesù nella Pasqua e la carità che la Chiesa deve vivere nella storia.
La stessa azione liturgica ci offre gli strumenti per diventare docili allo Spirito.
Penso alla Parola proclamata durante la celebrazione, commentata nell'omelia, illustrata con la catechesi, affidata alla meditazione personale e alla comunicazione della fede nei gruppi. Se il lezionario viene veramente usato, capito, gustato in questo modo, diventa una ricchissima miniera di provocazioni, di esempi pratici, di stimoli concreti, perché il rito celebrato si trasformi in carità vissuta.
Penso a tutta la ricchissima eucologia ambrosiana, alla ricchezza di orazioni che menzionano cosi spesso l'amore di Dio e del prossimo.
Penso anche ad alcuni momenti significativi della Messa, i quali per la loro stessa natura, fanno da cerniera tra la liturgia e la vita.
L'atto penitenziale, per esempio, ci aiuta a scoprire e a confessare le concrete mancanze contro la carità.
La preghiera dei fedeli ci educa a confrontare la Parola annunciata con i problemi della Chiesa e del mondo.
Lo scambio della pace ci invita a "farci prossimo" dell'uomo che ci sta accanto non perché l'abbiamo scelto noi, ma perché è stato anch'egli convocato nell'assemblea dei credenti.
La raccolta delle offerte, sia nella forma ordinaria, sia nella forma delle "giornate straordinarie" indette lungo l'anno, promuove attenzione e solidarietà verso i bisogni dei fratelli.
[49] Un secondo luogo in cui lo Spirito ci parla della carità è la storia della santità cristiana. I Santi, proprio perché si lasciano veramente guidare dallo Spirito, non si gloriano delle loro opere e delle iniziative talvolta eccezionali, a cui hanno dato vita. Con l'umiltà e la preghiera essi si affidano a Dio. Ma, proprio perché dimorano in Dio e sono vicinissimi al cuore di Dio hanno una genialità profetica e una forza eroica nel percepire i bisogni degli uomini e nel venire loro incontro.
[50] Cito semplicemente la testimonianza di uno dei santi più famosi nell'esercizio della carità, cioè di S. Vincenzo de' Paoli.
Nell'ufficio delle letture della sua memoria (27 settembre) la Liturgia delle Ore propone una sua stupenda lettera sul servizio da prestare ai poveri. Il santo raccomanda anzitutto una visione di fede: "Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede". Dopo aver ricordato l'esempio di Cristo, il santo invita a pregare: "Sforziamoci di diventare sensibili alle sofferenze e alle miserie del prossimo. Preghiamo Dio per questo, che ci doni lo spirito di misericordia e di amore, che ce ne riempia e che ce lo conservi". Ma proprio la fede e la preghiera, che ci portano oltre le cose umane, ispirano a San Vincenzo espressioni fortissime e bellissime sulla concretezza con cui la carità ci comanda di servire i poveri: "Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che fare questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. E' una grande signora: bisogna fare ciò che comanda".
[51] L'esercizio della carità nella società attuale richiede anche preparazione specifica e competenza tecnica. Ma sarà sempre indispensabile un fervore spirituale, che ci verrà comunicato dalla fàmiliarità con la vita dei santi.
Cerchiamo in particolare di approfondire la tradizione di santità e di carità della nostra chiesa milanese.
[52] La vita di S. Ambrogio, che troviamo nel lezionario ambrosiano per la solennità del 7 dicembre. contiene brevi, ma significativi accenni alla carità del nostro Patrono: "Amò intensamente i poveri e i prigionieri: donò ai poveri e alla Chiesa tutto l'oro e l'argento che possedeva, quando fu eletto vescovo; alla Chiesa donò pure i suoi terreni--destinandone il solo usufrutto alla sorella Marcellina--in modo da non serbare per sé cosa alcuna che potesse dire sua. Così, come un soldato privo di impedimenti e pronto a combattere, si mise al seguito di Cristo Signore che "da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà" (cfr. 2 Cor 8,9). Godeva con coloro che erano nella gioia, piangeva con chi era afflitto; ogni volta che qualcuno gli confessava i suoi peccati per riceverne la penitenza, piangeva a tal punto da ridurre al pianto il penitente: sì considerava, infatti. peccatore col peccatore".
Della carità di San Carlo vorrei parlare più ampiamente in qualche altra occasione come mi sono ripromesso di fare nella "Lettera a S. Carlo", che ho scritto la scorsa estate.
Suggerisco anche la lettura di qualche profilo storico, come il volumetto: "Preti ambrosiani al servizio dei poveri", o la storia di: "Marcello dei lebbrosi". Emergerà non solo la commovente storia della santità, ma anche la geniale intraprendenza con cui la carità ha animato la vita sociale milanese nell'arco .li questi ultimi due secoli.
Coloro che hanno raccolto l'eredità spirituale e le Istituzioni caritative di persone generose e coraggiose che Dio ha donato alla nostra Chiesa, cerchino di studiare e di far conoscere un patrimonio tanto prezioso, che può ispirare e alimentare anche oggi la nostra vita di carità.
[53] Cerchiamo ora di conoscere più da vicino le vie che la carità ha tracciato nella storia della Chiesa e della società, lasciandosi provocare dai bisogni degli uomini.
Sono vie sempre nuove e imprevedibili. Entrano nel vivo dei problemi, ma sfuggono a schemi e classificazioni. La carità è la forza più profonda della vita e come la vita, non cessa mai di sorprenderci.
Tanto per orientarci, però, negli innumerevoli sentieri percorsi dalla carità possiamo farci guidare da due criteri: il primo riguarda il tipo di società in cui la carità agisce; il secondo considera i rapporti tra la Chiesa e la società.
Nell'ambito di questi due criteri è avvenuta una importante trasformazione con quella che si chiama comunemente la "modernità", cioè con tutta quella serie di fenomeni economici, sociali, politici, culturali, religiosi, che hanno dato origine al mondo moderno. Dobbiamo allora considerare il volto storico della carità in due momenti, prima e dopo l'avvento de]l'era moderna.
Prima dell'era moderna il tipo di società è generalmente piuttosto semplice, con una forte prevalenza dei rapporti immediati tra le persone sui rapporti mediati dai sistemi economici e sociali. In questa società la carità si sente soprattutto impegnata in interventi personali e diretti, per alleviare la sofferenza del prossimo. Questi interventi cambiano pian piano anche la mentalità, il costume, le forme della vita associata: pensiamo soprattutto alla rigida divisione in classi, propria della società antica, con la terribile piaga della schiavitù.
Quanto al secondo criterio, cioè il tipo di rapporto tra Chiesa e società, la tendenza va dalla forte separazione verso una specie di compenetrazione.
[54] All'inizio, la Chiesa vive ai margini della grande società pagana. La carità si svolge soprattutto tra i fratelli di fede. Nella Chiesa apostolica abbiamo già ricordato la comunione dei beni. Possiamo ricordare anche la colletta organizzata da Paolo presso le comunità cristiano-ellenistiche a favore della comunità di Gerusalemme in stato di necessità (Paolo ne parla soprattutto nella lettera ai Romani, cap. 15, vv. 2531; nella prima lettera ai Corinzi, cap. 16, vv. 1-4 e nei capp. 8 e 9 della seconda lettera ai Corinzi). Vengono anche istituiti alcuni uffici per il servizio assistenziale nella comunità: Paolo, quando elenca i carismi, parla pure di "colui che assiste" (cfr. la prima lettera ai Corinzi, cap. 12, v. 28 e la lettera ai Romani, cap. 12, v. 7). Nel cap. 6 del libro degli Atti vengono presentati coloro che, se non hanno ancora il nome di diaconi (di essi si parlerà più tardi, nelle cosiddette "lettere pastorali di S. Paolo), svolgono comunque il compito diaconale di servire alle mense. Nei primi secoli la Chiesa prolunga e perfeziona questo servizio di carità soprattutto a favore degli infermi, degli orfani, delle vedove, degli schiavi, dei pellegrini.
Col riconoscimento pubblico della Chiesa, l'attività caritativa si estende dalla Chiesa a tutta la società. La Chiesa riceve in eredità molti beni. Ai vescovi vengono attribuiti anche incarichi civili. Vescovadi e monasteri diventano centri di intensa attività caritativa, la quale fa parte del più ampio progetto di rendere cristiana la società.
Nel Medio Evo l'azione caritativa, da un lato viene sempre più legata alle istituzioni che reggono la vita sociale (i feudatari, le corporazioni, i comuni, ecc.) sulla base di principi cristiani; dall'altro si esprime in un'intensa fioritura di gruppi e movimenti carismatici, che sottolineano tre esigenze: il carattere più gratuito e carismatico che non istituzionale della carità; la necessità di pensare alle sempre nuove forme di povertà non raggiunte dagli interventi istituzionali; l'impegno a rendere evangelicamente più povera la Chiesa.
In questo contesto è facile comprendere perché la riflessione cristiana sulla carità cerchi soprattutto di mettere in luce il suo posto nella vita del cristiano e nella vita della Chiesa.
La carità è vista come il valore unificante e fondante, che rende veramente cristiani tutti gli altri gesti e le altre virtù del credente. Uno è cristiano quando ha la carità.
Nel medesimo tempo la carità è vista come il principio che dà unità a tutta la vita della Chiesa e impegna i credenti a cercare l'unità con i propri fratelli di fede.
[55] Le testimonianze. che si possono citare, sono innumerevoli. Voglio citare almeno qualche testo di S. Agostino, non solo perché egli rappresenta uno dei vertici del pensiero cristiano, ma anche perché ricordiamo in questi anni il sedicesimo centenario della sua venuta a Milano e della sua conversione. Egli, infatti, dal 384 al 387 fu ospite della nostra città vi incontrò S. Ambrogio, si convertì alla fede cattolica e cominciò proprio qui tra noi il suo mirabile cammino di teologo di pastore e di santo.
Vi propongo due passi, tratti dalle dieci bellissime prediche, con cui commentò, nel tempo pasquale del 413, la prima lettera di S. Giovanni, la lettera della carità.
Il primo passo è contenuto nella settima predica e presenta la carità come il valore supremo che dà autenticità e unità ai diversi aspetti della vita cristiana: "Diversi sono i modi di agire. Possiamo trovare un uomo che si mostra duro in forza della carità e uno affabile in forza dell'iniquità. Un padre, per esempio, percuote il figlio, mentre un mercante di schiavi si mostra pieno di riguardi. Se fai scegliere tra queste due cose, le percosse e le carezze, chi non preferisce le carezze e fugge le percosse? Se guardi alle persone, la carità colpisce, l'iniquità blandisce. Considerate bene quanto vogliamo sottolineare, che cioè i fatti degli uomini non si differenziano se non partendo dalla radice della carità. Possono infatti accadere molti fatti che hanno l'apparenza buona, ma non procedono dalla radice della carità... Al contrario alcune cose sembrano aspre e crudeli, ma si fanno per instaurare una disciplina, sotto il comando della carità. Una volta per tutte, dunque, ti viene dato un breve precetto: abbi la carità e poi compi tutto ciò che la carità ti fa volere. Se taci, taci per amore. Se parli, parla per amore. Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può nascere che il bene... Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha l'amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? Nessuno lo può dire. Tuttavia ha i piedi: sono quelli che conducono alla Chiesa. Ha le mani: sono quelle che donano ai poveri. Ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno, come è detto nel salmo (40,2): Beato colui che ha cura del povero e dell'indigente. Ha orecchi, di cui parla il Signore: Colui che ha orecchi per intendere, intenda. Queste varie membra non si trovano separate in luoghi diversi, ma chi ha la carità vede con un colpo d'occhio della sua mente tutto l'insieme. Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te: resta in essa ed essa resterà in te".
[56] Il secondo passo viene dalla decima predica e descrive la carità come principio di autenticità e di unità nella vita della Chiesa. "Il Signore nostro Gesù Cristo, salendo al cielo, il quarantesimo giorno, ci ha raccomandato il suo corpo che doveva restare quaggiù, perché prevedeva che molti avrebbero reso onore a lui appunto perché ascendeva al cielo, ma vedeva pure l'inconsistenza di tali onori resi a sé, dato che questi tali avrebbero calpestato le sue membra qui in terra. Affinché nessuno fosse tratto in errore -adorando il capo che sta in cielo ma calpestando i piedi che stanno in terra ci ha precisato dove si sarebbero trovate le sue membra. Mentre ascendeva al cielo, disse le sue ultime parole, pronunciate le quali non parlò più qui in terra. Il capo che doveva salire in cielo raccomandò a noi le sue membra che restavano sulla terra e partì. Ormai non ti può accadere più di sentire Cristo che parla qui in terra. Puoi sentirlo parlare, ma dal cielo. E dal cielo, perché parlò? Perché le sue membra erano calpestate qui in terra. A Saulo, suo persecutore, disse dal cielo:" Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (Atti 9,4). Sono salito al cielo, ma rimango ancora in terra; siedo qui in cielo alla destra del Padre, ma lì in terra ancora patisco la fame, la sete, ancora sono pellegrino. In che modo ci ha raccomandato il suo corpo in terra mentre stava per salire al cielo? Quando i discepoli lo interrogarono: "Signore, è forse venuto il momento in cui tu ristabilirai il regno di Israele? ". Sul punto di partire, egli rispose: "Non tocca a voi sapere il tempo che il Padre ha posto in suo potere; ma riceverete la virtù dello Spirito Santo che verrà in voi e mi sarete testimoni". Vedete fin dove fa giungere il suo corpo, vedete dove non vuole essere calpestato: "Voi mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e in tutta la terra" (Atti 1, 6-8). Ecco dove rimango io, che pure ascendo in cielo; ascendo perché sono la testa, ma il mio corpo giace ancora quaggiù. Dove giace? Per tutta la terra. Vedi di non colpire, di non violare, di non calpestare il mio corpo. Sono queste le ultime parole di Cristo mentre ascende al cielo".
[57] Con l'avvento dell'era moderna si verificano profonde trasformazioni.
Il tipo di società, in cui la carità opera, vede la tendenza verso la complessità: sui rapporti personali e immediati prevalgono sempre più i rapporti mediati dal sistema economico, sociale, politico. La carità non può limitarsi a ispirare i rapporti personali, ma deve chiedersi come influenzare beneficamente anche il sistema. Si trasforma anche il tipo di rapporto tra Chiesa e società. Dapprima il tono aggressivo e semplicistico, con cui la modernità afferma l'autonomia assoluta dell'uomo, tende a spingere di nuovo la Chiesa ai margini della società. Poi una visione più armonica e serena dei diversi aspetti della persona umana e della vita associata, con le loro diverse esigenze, porta a parlare di distinzioni e di legittime autonomie tra la vita e l'autorità ecclesiastica, da un lato, e la vita e l'autorità civile e politica, dall'altro. Infine si arriva a parlare di reciproca collaborazione per il bene dell'uomo. Per fare un esempio a noi vicino, mi pare sintomatico il nuovo orientamento espresso nella revisione degli accordi tra la Santa Sede e lo Stato italiano, firmati nel febbraio dello scorso anno. Proprio nel primo articolo la Repubblica Italiana e la Santa Sede non si limitano a riaffermare "che lo Stato e la Chiesa cattolica, sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" come si diceva precedentemente, ma si impegnano anche "alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese".
[58] La carità reagisce a questi complessi fenomeni con sorprendente vitalità.
Si rinnovano anzitutto i soggetti dell'azione caritativa. La vita religiosa consacrata produce nuove istituzioni di vita attiva a servizio delle sempre nuove povertà. La fioritura è particolarmente ricca nel Cinquecento e nell'Ottocento. Anche gli Istituti femminili, con geniali anticipazioni circa la funzione della donna nella società, si impegnano nella vita attiva di carità. Nascono nel nostro secolo gli Istituti secolari, che uniscono la consacrazione speciale con la presenza capillare nella società. I laici riscoprono e attuano sempre più pienamente la loro responsabilità nella vita della Chiesa e della società. Diocesi, parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti si aprono al servizio caritativo, ritornando alle radici evangeliche della vita cristiana, ma anche esprimendosi in importanti fenomeni della sensibilità contemporanea, quali il volontariato, la cooperazione internazionale, l'aspirazione alla pace.
[59] Si rinnovano anche l'ambito e lo stile dell'azione caritativa. La carità continua la sua presenza immediata accanto ai bisogni umani; anzi la complessa evoluzione della società moderna fa emergere sempre nuove forme di povertà, a cui prestare un soccorso immediato, in forma pionieristica. Però la carità cerca insieme di diventare sempre più intelligente ed efficace, cioè cerca di capire dal di dentro i fenomeni complessi della società attuale e sperimenta gli strumenti più adatti per rispondere ai bisogni, alle povertà, alle sofferenze. Per far questo utilizza e insieme promuove tutte le risorse che provengono dalla scienza e dalla tecnica e cerca le forme più opportune di collaborazione tra l'intervento volontaristico e l'intervento statale.
Gli ostacoli che la carità incontra sono notevoli. Non provengono solo dall'egoismo e dalla pigrizia, ma anche dalla oggettiva complessità della situazione.
La riflessione attuale sulla carità cerca di affrontare questi problemi. Si continua certo a riflettere sul posto centrale che la carità occupa nella vita del cristiano e della Chiesa; ma l'interesse principale della riflessione si sposta verso altri problemi: che rapporto c'è tra carità e giustizia? come la carità aiuta il cristiano non solo a essere se stesso, ma anche ad agire da cristiano nel mondo d'oggi? come la carità non solo anima e unifica la vita della Chiesa, ma ispira la missione della Chiesa nella società attuale?
Sono domande che ci inquietano e ci appassionano ancor oggi. Cercherò di lasciarmi provocare da esse nella quarta parte della lettera.
Sarebbe importante a questo punto rievocare il cammino percorso negli ultimi decenni dall'insegnamento del magistero papale ed episcopale, dalla riflessione teologica in campo sociale, dalla coscienza dei credenti particolarmente impegnati nel servizio della carità. Non posso affrontare un compito così vasto neppure per brevi cenni.
[60] Però, come nel punto precedente ho citato almeno qualche pagina emblematica di S. Agostino, così voglio ora ricordare un documento particolarmente significativo, cioè il volumetto: "La forza della Riconciliazione", preparato per aiutarci a camminare verso il Convegno della Chiesa italiana su: "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini".
Esso è significativo non solo perché si riferisce a un evento, che ci interessa da vicino, ma anche perché si presta a sintetizzare il cammino che la Chiesa italiana va facendo in questi anni, in ascolto del magistero papale ed episcopale, della coscienza dei credenti, della riflessione teologica, dei problemi e delle voci della nostra società.
Del documento sottolineo anzitutto l'intento descrittivo: si fa un reale sforzo di trattare i problemi non genericamente, ma attraverso una descrizione di come essi si presentano nella Chiesa e nella società italiana oggi.
Noto anche l'apertura dialogica: si cerca di dialogare con tutti coloro che possono portare qualche onesto contributo a capire meglio questo o quelI' aspetto delle complesse situazioni che vengono esaminate.
Infine mi pare importante la chiave interpretativa unitaria. Il documento parla di una realtà cristiana che è già viva e operante nella Chiesa, cioè il dono evangelico della riconciliazione; e si chiede come questo dono diventa missione della Chiesa nella comunità degli uomini che vivono oggi in Italia.
Siamo quindi in presenza di un tema propriamente e specificamente cristiano, riguardante qualcosa che solo la Chiesa sa e può dire. Ma insieme è un tema che interessa qualcosa che è comunemente cercato, pensato, vissuto nella società.
Qual è il valore unitario, che mette in rapporto il dono della riconciliazione con la missione riconciliatrice della Chiesa nella società? Che cosa unisce la riconciliazione come tema specificamente cristiano e la riconciliazione come tema comunemente considerato nella società?
[61] Il documento invita a percorrere, non certo come esclusiva, ma come significativa, la pista della riscoperta e del consolidamento dei valori morali. Infatti i valori morali sono strettamente connessi col valore cristiano della riconciliazione: questa è sì un dono che discende dalla gratuita misericordia di Dio, ma si esprime in concreto suscitando e configurando una libertà umana capace di dedicarsi al vero bene delI'uomo. Nel fare ciò il dono cristiano della riconciliazione valorizza, purifica e attua l'impegno etico che fonda la comunità degli uomini. Infatti la società umana non è solo un insieme di leggi, organismi, istituzioni. Queste realtà sociali devono servire al bene dell'uomo; e il bene pur incarnandosi in esse, ha il suo posto cruciale di emergenza e di attuazione nella vita morale, cioè nei dinamismi intelligenti e liberi con cui la persona umana aderisce al vero bene.
Pertanto la ricerca e il consolidamento dei valori morali sia nella coscienza dei singoli, sia nella mentalità comune, diventano un reale punto di incontro tra il bene cristiano della riconciliazione e l'aspirazione della comunità umana a una vita associata favorevole al vero bene dell'uomo.
Poiché la riconciliazione è un aspetto importante della carità, possiamo dire che i rapporti tra carità, giustizia, società nel tempo presente chiedono una seria attenzione ai problemi morali.
[62] Siamo arrivati al momento dell'olio e de] vino. Insieme col samaritano ci siamo lasciati attrarre nel dinamismo della carità. Ora esploriamo il suo farsi concreto nella realistica successione dei gesti raccontati dalla parabola: l'olio e il vino versati sulle piaghe, la fasciatura delle ferite, il trasporto sulla cavalcatura, l'assistenza premurosa nella locanda, i due denari versati al padrone dell'albergo con l'impegno di rifondere tutte le spese ulteriori.
Questi gesti sono molto semplici e umili. Sappiamo ormai che la carità è più grande di loro. Eppure in essi si esprime concretamente la carità. Sono un segno, una testimonianza sempre superabile, ma sempre urgente.
Anche noi vogliamo conoscere quali testimonianze concrete ci suggerisce la radice della carità messa a contatto con i problemi del nostro tempo.
Se confrontiamo il cammino compiuto dalla carità lungo la storia con i bisogni della nostra umanità, vediamo delinearsi cinque ambiti di testimonianza. Per ora mi accontento di abbozzarli brevemente. Per precisarli ulteriormente e per tradurli in un più dettagliato programma operativo attendo sia le indicazioni del Convegno ecclesiale sulla riconciliazione, sia i suggerimenti di coloro che, leggendo questa lettera, si sentiranno spinti a trovare applicazioni pratiche nel loro campo di vita e di esperienza.
La prima testimonianza è quella dell'amore fraterno dentro la comunità cristiana. Gesù ha comandato ai discepoli di amarsi l'un l'altro per offrire al mondo una testimonianza credibile dell'amore di Dio.
Suggerisco alcuni punti che possono suscitare riflessioni, verifiche, propositi di rinnovamento.
[63] a) La carità fraterna nasce dal contatto con l'Eucaristia e la Parola. Occorre dare ritmo più autentico e vivace a quei momenti della celebrazione liturgica, che ho già ricordato in precedenza e che costituiscono una naturale cerniera tra il rito e la vita di carità.
b) La carità, come ci ha insegnato S. Paolo, si esprime anzitutto in orientamenti profondi della persona. Occorre che le nostre comunità diano I'esempio di rapporti personali sinceri, pazienti, accoglienti, a modo di concreta attuazione della seconda strofa dell'inno della carità contenuto nel cap. 13 della prima lettera ai Corinzi.
Il giorno domenicale soprattutto deve essere riscoperto come giorno dell'amicizia, degli incontri fraterni, della gioia rasserenatrice, della visita ai malati, della prossimità confidenziale dentro le singole famiglie e tra le diverse famiglie.
c) Alimento e insieme espressione di rapporti personali, freschi e creativi, sono alcune abitudini che vanno coltivate e consolidate:
- l'edificazione reciproca con parole ricche di sapienza cristiana e con esempi di umile e luminosa bontà;
- la correzione fraterna fatta con dolcezza e con franchezza:
- la comunicazione delle esperienze di fede e di carità, per leggere evangelicamente le diverse situazioni che si creano nella famiglia, nell'ambiente di lavoro, nel quartiere, ecc.;
- qualche forma di comunione anche dei beni economici: a questo proposito faccio notare alle le nuove norme concordatarie circa gli enti e i beni ecclesiastici in Italia, pur con le difficoltà e i disagi che comporteranno, specialmente all'inizio ci incamminano provvidenzialmente verso un uso più fraterno dei beni.
[64] d) La carità trova un campo privilegiato di espressione nei carismi, nei ministeri, nelle diverse vocazioni. La carità attua l'unità tra di essi, fa sì che ciascuno di essi sia di aiuto e di stimolo agli altri; sviluppa la tensione al servizio che essi si portano dentro. Occorre riscoprire e rinnovare la vita ministeriale della comunità. Mentre invito ogni vocazione a ritrovare la propria originalità e autenticità, faccio qualche sottolineatura:
[65] - le vocazioni alla vita contemplativa siano implorate da Dio e siano accolte come un dono prezioso che alimenta la radice contemplativa della carità di tutta la Chiesa. Rimane sempre vera, nella sua intatta bellezza, la pagina della "Storia di un'anima" in cui S. Teresa di Gesù Bambino descrive la scoperta della sua vocazione a vivere nel cuore della Chiesa, corpo di Cristo;
- le vocazioni alla vita attiva di carità sappiano ritornare, oltre le eventuali incrostazioni, alla purezza originaria e creativa del carisma dei fondatori e delle fondatrici;
- gli Istituti secolari siano conosciuti ed apprezzati nella loro originalità: essi testimoniano in un modo particolarmente intenso l'amore del Padre e di Cristo per il mondo. congiungendo la consacrazione speciale con una presenza operosa che si colloca dentro e anima dal di dentro le realtà del mondo;
- Le vocazioni alla vita familiare siano coltivate e vissute non solo come naturale inclinazione dell'uomo e della donna al matrimonio, ma anche e soprattutto come autentiche e originali vocazioni cristiane, che sanno imprimere alla vita familiare uno stile evangelico. una tensione alla dedizione piena e senza riserve, una generosa apertura alla vita, una operosa attenzione ai problemi della società;
- perché la ricchezza ministeriale della comunità si esprima più pienamente, occorre scoprire e configurare sempre meglio, sotto la guida dell'autorità ecclesiastica la varia gamma di funzioni che le donne possono svolgere nella Chiesa;
[66] - infine, perché il ministero dei vescovi e dei presbiteri possa essere aiutato a esprimere e ad attuare più efficacemente la propria interna tensione al servizio della carità, occorre verificare anche nella nostra diocesi l'opportunità che vengano aggregati all'ordine sacro i diaconi non solo in forma transeunte, ma anche in modo permanente. Invito per questo ad assecondare l'opera di sensibilizzazione, promossa dall'apposita commissione arcivescovile per il diaconato permanente.
[67] e) Una forma importante di carità fraterna è la cooperazione missionaria tra le Chiese, con particolare attenzione alle Chiese del terzo mondo. Lo scambio delle ricchezze cristiane, dei valori culturali, dei beni economici, offre un immenso campo di esercizio della carità.
[68] f) Ricordo, infine, l'impegno ecumenico, che è molto vivace anche nella nostra diocesi. La ricerca della unità è obbedienza al desiderio espresso da Gesù nella preghiera al Padre prima di morire. Mentre camminiamo verso una comunione più piena nella fede. nella liturgia e nella vita ecclesiastica, possiamo vivere momenti preziosi di reale comunione, collaborando a comuni iniziative di carità per il bene dei nostri fratelli.
[69] La dedizione personale dinanzi alla persona del fratello è un aspetto irrinunciabile della carità. Nella parabola del buon samaritano è il momento fondamentale. In questo fatto si rispecchia certo una caratteristica della società antica, nella quale l'aiuto ai bisognosi era affidato prevalentemente all'iniziativa personale; però viene anche illustrato un valore perenne, che non va eliminato, ma integrato nelle più ampie possibilità di intervento sociale proprio della nostra civiltà.
La dimensione spiccatamente personale della carità mi suggerisce alcuni richiami.
[70] a) Dobbiamo riscoprire il valore dell'elemosina, dell'intervento immediato, che non pretende di risolvere tutto, ma fa quello che è possibile al momento. Può essere un gesto ambiguo. Può incoraggiare la pigrizia e la menzogna in chi lo riceve mentre in chi lo compie può far nascere l'idea di sentirsi a posto, senza andare alla radice dei problemi. Nel fare l'elemosina, quindi, è necessario un grande realismo e soprattutto bisogna evitare che essa diventi il surrogato di altri interventi più completi ed efficaci. Pur con questi rischi, l'elemosina contiene molti valori.
Anzitutto è un gesto di aderenza alla realtà. Anche nella nostra civiltà ci sono situazioni di povertà difficilmente individuabili e sanabili a livello sociale. Anzi proprio alcuni meccanismi della nostra civiltà del progresso e del benessere tendono a produrre disadattati, emarginati, asociali. Occorre certo intervenire perché i meccanismi siano corretti, così che non producano effetti negativi; o perché, una volta prodotti tali effetti, si trovino rimedi a livello sociale. Intanto però occorre fare qualcosa. La carità suggerisce quello che di volta in volta si può fare.
E proprio in questo fare qualcosa, sapendo che molto di più andrebbe fatto, si va delineando un secondo valore della elemosina. Essa è un gesto profetico ed educativo. Proclama che nessuna civiltà terrena, per quanto perfetta, può risolvere tutti i problemi: solo Dio, con la venuta finale del suo Regno, tergerà ogni lacrima e farà cessare ogni lutto, pianto e dolore. In questa luce l'elemosina ci educa ad avvicinarci ai fratelli con molta umiltà, non sentendoci superiori a loro, ma chiedendo scusa perché riusciamo a fare così poco per loro. Inoltre ci educa a capire il vero valore della carità: essa vale per se stessa, non soltanto o soprattutto per i frutti che produce. Già nella lettera pastorale: "Attirerò tutti a me", al n. 98, scrivevo: "Chi, per potersi impegnare di fronte al male, pretende di vedere un esito immediato e totalmente soddisfacente del proprio impegno, si condanna a pericolose delusioni.
Pur tendendo a esiti efficaci, occorre credere che l'impegno della carità vale per se stesso, nonostante l'eventuale permanere delle difficoltà. Il cristiano riceve dall'amore pasquale, presente nell'Eucaristia, un messaggio di speranza, che lo rende incrollabile anche di fronte ai pericoli e alle sconfitte. Egli entra nelle esperienze di sofferenza e di dolore con l'intento di superarle; ma le supera, anzitutto, chiedendosi come, entro questi fatti, l'amore può produrre pazienza, fede, coraggio, perdono".
[71] b) Nella luce della carità, intesa come partecipazione all'amore pasquale di Gesù di fronte alle situazioni più difficili e drammatiche, possiamo comprendere un tema particolarmente sottolineato nei programmi della Chiesa italiana in questi ultimi anni, cioè la partenza dagli ultimi.
L'attenzione agli ultimi si fonda su motivazioni ovvie e immediate. Sono i più bisognosi, i più trascurati, al limite della resistenza: occorre intervenire con urgenza, con assoluta priorità.
In realtà l'attenzione media della gente è rivolta ai bisogni medi. Gli ultimi sono tali non solo per la situazione in cui versano, ma anche perché non riescono a farsi sentire, ad attirare l'attenzione.
E' importante allora che le ragioni istintive di intervento a favore degli ultimi vengano rese efficaci e risonanti dalle perentorie ragioni della carità. Gli ultimi vanno preferiti perché sono coloro che Gesù ha maggiormente amato; sono coloro che hanno maggiormente bisogno della speranza che deriva dall`amore pasquale. In loro la Pasqua rivela più chiaramente la sua capacità di essere una vittoria definitiva proprio sui mali più irreparabili.
A loro in modo particolare bisogna dire che Cristo è vicino; che anche nella loro situazione è possibile far nascere un germe di amore. In loro bisogna far sorgere urgentemente la certezza che, se riescono a credere all'amore e a vivere nell'amore, hanno trovato la salvezza.
Propongo di interrogarci, verificarci, rinnovarci sui seguenti punti:
- dare una voce a chi non ha voce, scoprendo le forme sempre nuove di povertà che stentano a farsi notare e a farsi soccorrere;
- attrezzare le nostre comunità, dai livelli diocesani giù giù fino ai livelli parrocchiali, di strumenti più agili, più capillari, più efficaci di pronto intervento per casi difficili che non riescono ad essere affrontati dai normali mezzi dell'assistenza sociale;
- creare raccordi tra questi strumenti di pronto intervento così da rendere più sollecito il passaggio dal pronto intervento all'intervento organico e prolungato.
Bisogna ribadire l'importanza di vivere la vicinanza agli ultimi in una prospettiva di fede: la carità che si accosta deve radicarsi, mediante la fede, nel!'amore pasquale di Gesù. Altrimenti si rischia l'entusiasmo passeggero, che non ha tenuta. Oppure si rischia l'enfatizzazione sentimentale o ideologica degli ultimi, cadendo in una strana contraddizione: da un lato, in nome del Vangelo, si vogliono levare gli ultimi dalla loro condizione di povertà; dall'altro si dichiara che la loro condizione permette una vita più vicina al Vangelo.
[72] La contraddizione si supera comprendendo che il vero valore è la carità radicata nella fede. Si può applicare alle diverse condizioni di sofferenza quello che ha affermato circa la morte il Santo Padre nel discorso rivolto ai milanesi davanti al cimitero maggiore la sera del 2 novembre 1984: "La morte di Cristo ci insegna paradossalmente a non volere e insieme a volere la morte. Ci insegna a non volere quella morte che è frutto di odio, di ingiustizia, di peccato. Anche a Milano si muore per la solitudine, per l'abbandono, il disprezzo della vita che inizia o finisce, per l'aggressione ingiusta, per l'egoismo di chi non pensa ai gravi bisogni degli altri, per l'inosservanza o la carenza delle leggi. La morte di Cristo ci insegna a non volere con tutte le nostre forze queste morti. E insieme ci insegna a volere la morte nel senso di prepararci, giorno per giorno, alla morte, nel senso di essere pronti a servire i fratelli fino al dono della vita, fino a spendere giorno per giorno tutte le energie della nostra vita non nella ricerca del nostro interesse egoistico, ma nella dedizione incondizionata al bene dei fratelli".
[73] Applicando queste intuizioni ad ogni caso di sofferenza, possiamo dire che il vero valore non è la condizione povera in sé e per sé, né la lotta per venirne fuori, ma quel potenziale di amore che si può sviluppare nel viverla o nell' uscirne. Ed è la sapienza della fede, interna alla carità, che ci dice di volta in volta quando e come viverla e quando e come uscirne. O quando e come scegliere liberamente noi stessi di diventare gli ultimi, sull'esempio di Gesù "il quale era come Dio, ma non pensò di dover conservare gelosamente il fatto di essere uguale a Dio. Rinunciò a tutto; scelse di essere come servo e diventò uomo fra gli uomini. Tanto che essi lo riconobbero come uno di loro. Abbassò se stesso e fu ubbidiente a Dio sino alla morte, alla morte in croce" (cfr. lettera ai Filippesi, cap. 2, vv. 6-8).
[74]] Nella nostra società complessa, la carità deve congiungere l'impegno personale diretto e immediato con un intervento più vasto e articolato nelle strutture stesse della vita associata.
Descrivo questo intervento in tre tappe:
- l'animazione sociale;
-il discernimento spirituale;
- l'impegno politico.
L'animazione sociale comporta tutti quegli interventi che tendono a creare una umana sensibilità nella società, un'attenzione più vera ai bisogni delle persone, un insieme di programmi economici, di iniziative assistenziali e di attività culturali, che favoriscano l'accoglienza, l'inserimento sociale, la crescita libera di tutti i membri della società.
Qui trova l'applicazione più appropriata l'appello ai valori morali fatto precedentemente.
[75] Cerco di spiegarmi con un esempio biblico molto noto. Nel cap. 7 del libro di Isaia si descrive il disagio in cui si trova Acaz, re di Giuda, quando il re di Aram e il re di Israele volevano trascinarlo in una coalizione contro il potente re di Assiria. Poiché Acaz si rifiutò, i due re marciarono contro Gerusalemme, la capitale del regno di Giuda. Acaz, allora, chiese aiuto all'Assiria. Isaia fu mandato dal Signore a proporre ad Acaz una terza via di salvezza: confidare nel Signore e raccogliere attorno ad una rinnovata fede le energie, il coraggio, il valore del popolo. Il Signore è pronto a dare un segno, la nascita dell'Emmanuele. Acaz non accetta la proposta di Isaia e preferisce farsi aiutare dal re di Assiria. Questi interviene, vince i re di Aram e di Israele, ma in pratica riduce al vassallaggio anche il suo alleato, il re di Giuda.
Acaz, dunque, incontra una forza che lo minaccia. Pensa che l'alternativa sia o soccombere a questa forza o neutralizzarla ricorrendo a un'altra forza simile. Isaia, invece, prospetta un valore che si trova a un diverso livello, cioè il rientro nel profondo della persona, la riscoperta del mistero di Dio come fondamento della libertà e delle capacità dell'uomo. Questo valore, poi, sa scendere anche al livello delle forze che si contrappongono, trovando strade nuove, più efficaci e più degne dell'uomo.
[76] Qualcosa di simile accade quando, nella nostra società complessa, si parla di strutture sociali, di leggi economiche, di condizionamenti psicologici. Spesso si pensa che la libertà o è totalmente estenuata in tutto ciò o deve semplicemente lottare contro alcune strutture mediante strutture opposte. C'è invece un altro livello, il livello della persona libera. Essa accetta da Dio la libertà come un dono e come una responsabilità. Essa sa realisticamente che la propria libertà cresce in un contesto di eventi, di condizioni, di relazioni che la interpellano. Essa sa che la fiducia in Dio aiuta ad attraversare anche i momenti più drammatici. Essa sa che, comunque, non deve pagare una propria affermazione con la diminuzione del fratello. Questi valori profondi, che sono la base della vita morale, sanno poi rendere nel concreto. Là dove incontrano strutture, forze, leggi, programmi contrapposti, sanno scoprire nuove vie, che prendono ciò che c'è di buono in ogni cosa e dischiudono la strada a nuove strutture, forze, leggi più favorevoli alla libertà e alla dignità di ogni uomo.
Vorrei invitare a riflettere su tre esempi concreti, in cui è particolarmente impegnata la carità.
[77] a) Il primo esempio riguarda la vita economica. In essa si affermano spesso come inesorabili la legge del profitto o la legge della lotta di classe. Mi chiedo se una visione più ampia dell'uomo non permetta di mettere in discussione queste leggi, di assumerne gli aspetti positivi eliminando le rischiose limitatezze, di inventare vie più complesse, più efficaci, più libere, più umane per risolvere i problemi che esse tentano invano di risolvere.
[78] b) Il secondo esempio riguarda le persone portatrici di handicap. Una visione della vita esclusivamente in chiave di benessere porta o a escludere gli handicappati, perché inadatti a usufruire del benessere, o a tentare delle socializzazioni, nel senso di forzate immissioni nel mondo del benessere. Invece una visione etica dell'handicap, senza rinnegare i vantaggi del benessere, dischiude più ampie possibilità di vita e di reale valorizzazione sociale delle persone handicappate.
[79] c) Infine un esempio relativo alla terza età. Una interpretazione della vita come efficienza porta o a escludere gli anziani perché inefficienti o a cercare semplicemente i modi più o meno artificiosi di prolungarne l'efficienza. Anche in questo caso una visione etica dell'uomo darebbe il giusto peso anche alla efficienza e agli strumenti per conservarla, ma aprirebbe molte altre prospettive di valorizzazione dell'anziano, al limite anche del totalmente impedito, anche de] moribondo.
Ho fatto solo alcuni esempi schematici. Potremmo moltiplicare gli esempi e riempire gli schemi con tanti contenuti concreti, che una visione cristiana dell'uomo sa suggerire.
Per la vita economica, per esempio, potrei ricordare i molti suggerimenti che ho già dato in varie occasioni, in particolare per l'annuale giornata della solidarietà.
Per i problemi dell'handicap ho raccolto in molti interventi, soprattutto nell'anno dell'handicappato, la forza umanizzatrice che ho incontrato in tante persone e gruppi che si dedicano a questo importante aspetto del]a vita contemporaneità.
Anche per la terza età ha raccolto suggerimenti precisi da coloro che vivono in prima persona i problemi degli anziani, specialmente del Movimento della Terza Eta.
Chiedo a tutti di impegnarsi a trovare e a configurare altre situazioni concrete, bisognose di sensibilizzazione sociale. Per ora mi limito a due semplici, ma Importanti annotazioni.
[80] In primo luogo faccio osservare quanto sia importante che la visione cristiana dell'uomo non esprima soltanto principi rinnovatori della vita sociale, ma li possa anche incarnare concretamente in opere e iniziative di assistenza, di riabilitazione, di educazione, ecc. Non si tratta di rivendicare diritti, ma di permettere alla carità di esprimere più compiutamente le sue inesauribili capacità di servire l'uomo e la società .
[81] In secondo luogo invito a riflettere sulla necessità dell'azione educativa. I valori morali non vanno solo enunciati. Chiedono di essere concretamente sperimentati e assimilati in un cammino educativo, che ne riveli l'austera bellezza e l'intensa umanità contro le tentazioni della pigrizia, della stanchezza, dell'egoismo, del]'incomprensione da parte degli altri. Occorre che le comunità cristiane si impegnino, a vari livelli e con tutti gli strumenti possibili, a una seria e organica opera di educazione dei giovani ai valori morali. E proprio la graduale introduzione alle opere della carità può essere il momento più cruciale e fecondo di questa educazione.
Invito a valorizzare al proposito l'anno internazionale della gioventù indetto dall'O.N.U.
[82] La visione spirituale dell'uomo contempla la sublime chiamata, che il Padre rivolge a ogni uomo, ad essere figlio di Dio in Gesù Cristo e propone un itinerario di fede, di amore, di riconoscenza, di obbedienza, di gioia filiale, come risposta a questa chiamata.
Dentro questo itinerario vengono assunti, purificati, rinnovati anche gli atteggiamenti fondamentali della vita morale: la scoperta e la libera accettazione delle altre persone; la ricerca di un bene che, proprio per essere un bene autentico della mia persona, deve essere un bene anche per le altre persone; la fondazione di questo bene comune nell'adesione a un bene misterioso e trascendente, che dà il significato vero a tutti gli altri beni, che attraggono di volta in volta, il mio desiderio di vita e di gioia; la testimonianza, che reco a questo bene supremo, attraverso le responsabilità che mi assumo nei diversi ambiti della vita personale, familiare, professionale, sociale, ecc.
[83] Si intravede a questo punto la possibilità che tra la visione cristiana dell'uomo e i valori morali comuni ad ogni uomo nasca una feconda relazione, che può essere percorsa in due sensi.
Da un lato la visione cristiana dell'uomo può arricchirsi di tutte quelle conoscenze ed esperienze che gli uomini incontrano nella loro vita morale, sia a livello di intuizioni personali, sia a livello di indagine più organica e riflessa sui vari fenomeni della vita dei singoli e delle comunità. Si dischiude qui un campo di lavoro molto vasto, che vede credenti e non credenti impegnati nella ricerca e nella comunicazione di valori comuni, nel rispetto di ogni contributo che nasca da buona volontà e da onesta ricerca della verità.
Dall'altro lato la visione c