JÜRGEN MOLTMANN
ESPERIENZE DI DIO
Speranza - Angoscia - Mistica
Editrice Queriniana 1979
Titolo originale: Gotteserfahrungen. Hoffnung, Angst, Mystik
Traduzione dal tedesco di DINO PEZZETTA
| Chiamati alla speranza | Angoscia gratificata | Teologia dell'esperienza mistica |
| 1. Il
comando della speranza 2. Nella contraddizione aperti alla speranza 3. Fede che rende possibile la conversione 4. La conversione che trova il futuro 5. Chiamati alla speranza |
1.
Angoscia e speranza 2. L'angoscia di Cristo 3. «Strappaci dalle angosce...» 4. Il dolore di Dio |
1. Azione
e meditazione 2. Meditazione e contemplazione 3. Contemplazione e mistica 4. Mistica e martirio 5. La visione del mondo in Dio |
PREFAZIONE
Il volume raccoglie una meditazione sul problema personale
Perché sono cristiano (del 1978), una conferenza sulla Fede che apre al
futuro, da me tenuta al Congresso dei Tedeschi Evangelici nel 1979; una
lezione sulla Angoscia gratificata, che svolsi nel 1978, ed uno studio
sulla Teologia dell' esperienza mistica che stesi per la Conferenza su
Meister Eckhart nello stesso anno.
Il titolo complessivo Esperienze di Dio vuol essere
una risposta a due libri di critica alla religione attualmente molto discussi in
Germania: quello di Tilmann Moser, Avvelenato da Dio (Gottesvergiftung)
del 1976. Trad. it., Milano 1980) e l'altro di Eberhard Richter Il complesso
di Dio (Der Gotteskomplex) del 1978). Si vuol dimostrare la dimensione
positiva, consolante e gratificante che tramuta l'esperienza del nostro vivere
in esperienze di Dio. Dio può essere sperimentato nelle esperiènze quotidiane
della vita: nelle sofferenze che un giovane subisce in carcere, nel coraggio di
un uomo che si trascende nella speranza, nell' angoscia tenebrosa che ci rende
deboli e indifesi, e infine in quegli istanti in cui ci dimentichiamo totalmente
e ci confondiamo con il mistero che avvolge ogni cosa. Qualsiasi esperienza del
vivere e del morire può diventare esperienza di Dio: ci si deve soltanto aprire
e scoprire il mistero del Dio in noi e di noi in Dio. Ma possono realmente tutte
le esperienze tramutarsi in esperienze di Dio? Certo, perché Dio si è fatto
uomo. Egli ha preso su di sé la nostra felicità, la nostra sofferenza, la nostra
colpa e la nostra morte, e le ha trasformate in esperienze proprie. Dio ci
sperimenta interamente e totalmente in ogni istante, e proprio per questo anche
noi possiamo sperimentarlo in ogni istante ed avvertirne la vicinanza inaudita.
Le esperienze di Dio non sono delle eccezioni. «In lui viviamo, ci muoviamo e
siamo», che ce ne rendiamo conto o no.
Il concetto di esperienza presenta ovviamente anche
un'altra accezione. Essa trascende la percezione sensibile dell'equivalente.
S'attiene alla speranza. Soltanto chi si mette in viaggio fa delle esperienze.
Chi resta nell'ambiente, lo vive ma non l'osserva in profondità, perché tutte le
esperienze si ripetono. Per questo individuo la vita è diventata un rituale.
Così il concetto originale di 'esperienza' (Er-fahrung) presenta una
certa analogia con il 'viaggiare' (Fahren), l'uscire verso una nuova
vita. Noi però approdiamo a nuove sponde soltanto se abbiamo la speranza di
conoscere qualcosa di nuovo e di grande. Ogni speranza vitale è per noi un
invito ad uscire verso un nuovo futuro, e la speranza in Dio trasforma la nostra
vita intera in un viaggio, in una grande avventura. Con la speranza in Dio il
nostro intero vivere e il nostro intero morire diventano esperienza. La speranza
non nasce mai dall'esperienza, eppure si possono fare delle esperienze soltanto
nella misura in cui si osa sperare. Noi impariamo forse qualcosa dalla storia,
ma viviamo continuamente di futuro.
La sequenza delle tematiche: vita - speranza
angoscia - mistica indica la direzione del viaggio e la meta delle
esperienze che ci portano a Dio.
Tübingen, novembre 1980
Jürgen Moltmann
Una domanda che mi suona strana.
E chi me la pone? Devo rispondervi personalmente? Ma è anche
una domanda curiosa: si vorrebbe conoscere i motivi che hanno indotto un altro
individuo ad un determinato convincimento di fede. È pure una domanda molesta,
quasi si dovesse giustificare la propria decisione di fede. È un interrogativo
che può fuorviare sia l'interrogante che l'interrogato: forse che il motivo di
un'esistenza cristiana starebbe sul piano delle ragioni ed obiezioni?
Kierkegaard si chiedeva se fossero le ragioni a produrre il convincimento, o non
viceversa. E trovò che nelle cose di fede è il convincimento che produce i
motivi, perché l'interesse vitale di fondo antecede tutti gli argomenti. E su un
altro piano pure Rilke ha ragione quando dice: «Guarda gli amanti / come
incominciano a mentire / non appena vogliono dimostrare». Con delle ragioni ci
si può assicurare di una cosa incerta. Ma con delle ragioni si può incominciare
a dubitare anche di una cosa certa. È possibile manifestare la propria
soggettività in degli argomenti, come è anche possibile celarla in essi. In
troppe motivazioni ciò che si esprime è soltanto un'affermazione,
un'assicurazione che rende inattendibile la persona.
E ciò nonostante la domanda del 'perché' è legittima. La
risposta che le si deve dare rientra nella ragionevolezza della fede. Perché?
Perché la fede, se fede cristiana, non è soltanto un sentire soggettivo, un vago
supporre, ma ha inizio con la precisa conoscenza di una storia: la storia aperta
di Cristo. La ragione interroga la fede sul senso di questa storia e la fede
interroga la ragione sulla realtà di questa storia. La fede, quando è seria e
liberatoria, è senz'altro una fede del cuore, un'esperienza propria, non una
stanca abitudine. È una decisione autonoma, non l'adattamento alla religione
sociale. Ma appunto perché essa è ciò che di più personale e proprio esiste
nell'uomo singolo, è anche un rivolgersi ad una cosa più grande, un donarsi a
qualcosa di diverso. Ce lo esprime già una delle primissime confessioni di fede
cristiana, nel vangelo di Giovanni: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che
tu sei il Figlio del Dio vivente»(6,69), afferma Pietro.
Ciò che io nella fede accolgo come certo per me, lo comprendo
riconoscendolo nella sua stessa verità. Ciò che nella fede vale per me ora
esiste nella mia conoscenza a prescindere da me. Nella fede io riferisco Dio a
me stesso. Nella conoscenza riferisco me stesso a Dio. Così nell'interazione tra
fede e conoscenza la verità diventa certa e la certezza vera. La domanda del
perché sono cristiano esige quindi insieme una risposta soggettiva ed una
oggettiva. Le motivazioni devono essere comprensibili, comunicabili ed
accettabili, e chi le adduce deve rendersi riconoscibile come me, con la mia
storia di vita e mia insostituibile soggettività, come uno che crede e rende
conto della propria fede.
Per questo non ci si può arrestare alla domanda del
perché, che si dovrà invece integrare con quella del con quale mezzo
e in quale modo. Se ci si chiede, con curiosità od impertinenza, perché
un individuo è cristiano, si vorrebbe pure sapere in che modo e con quale mezzo
egli è diventato tale. Le argomentazioni vanno messe sul tavolo, ma su questo
stesso tavolo si dovrà raccontare pure la storia. Se nelle cose di fede i motivi
e la convinzione risultano così inscindibilmente congiunti, allora anche
l'argomentazione di tipo oggettivo sarà inscindibilmente congiunta con la storia
soggettiva, perché questo è il suo contesto. Ma per parte sua la storia
personale dei credente è una storia dei confronto con queste argomentazioni.
Se ci si vuol porre interamente dalla parte delle
argomentazioni e ci si occupa esclusivamente delle ragioni e obiezioni,
facilmente chi si attribuisce la fede cristiana può perdere di vista la storia
di Cristo e con essa anche la propria storia. Ce lo dimostrano le epoche della
scolastica e dell'ortodossia della teologia cristiana.
Se ci si pone poi interamente dalla parte della storia, non
si potrà far altro che narrare i racconti biblici, raccontare la propria storia
personale e ricavare dai diversi racconti una storia comune. Ce lo dimostrano le
età della mistica e dei pietismo della fede cristiana. Non dovremmo invece
riconoscere un legame indissolubile fra questi due atteggiamenti, un nesso che
inscindibilmente lega le argomentazioni della ragione e le narrazioni della
storia?
Se le argomentazioni della ragione esprimono l'universale e
il necessario, i racconti della storia esprimono l'individuale e il contingente.
Come la fede ebraica, così anche la fede cristiana è fede storica, perché
deriva da una storia che essa ricorda e che rende presente con la testimonianza.
E questa è la storia di Cristo. Essa viene attestata per mezzo dell'esperienza
della propria storia con questa storia di Cristo. Ma in quanto fede, la fede
cristiana è orientata verso la presenza di un futuro che a differenza di ogni
altra cosa non passa storicamente, viene e non rimane. In quanto fede in Dio,
essa va oltre la storia, verso quella libertà infinita dalla colpa e dalla morte
che comprende la speranza nei simboli del 'regno di Dio', 'risurrezione dei
morti' e 'nuova creazione'. Per comunicare il preciso ricordo della storia di
Cristo e l'inquieta speranza che apre al regno della libertà, s'imparerà ad
argomentare narrando ed a narrare argomentando.
È ciò che appare particolarmente chiaro nella grande
difficoltà che s'incontra a rispondere con nome e cognome ad una domanda così
strana: perché sono cristiano? E lo sono poi? Lo sono così
saldamente e definitivamente che sarei in grado di addurre pure i motivi, quasi
si trattasse di un fatto compiuto, dimostrabile? Com'è che questo essere, non
appena cerco di afferrarlo, mi scivola via di mano? Com'è che questo 'essere
cristiano' interrogato non lo si concepisce nel suo essere ma nel suo
continuo divenire? Com'è che quando mi analizzo sono costretto a dire:
sono cristiano e non cristiano al contempo, poiché ìn me lottano fede e
incredulità, per cui dovrò sempre gridare: «Signore, - io credo, ma tu aiuta la
mia incredulità»? Com'è che vengo continuamente risospinto agli inizi, dove
l'essere e il non essere combattono l'uno contro l'altro? Non sono in grado di
esibire delle argomentazioni che comprovino un essere compiuto e sicuro dei
cristiano, mentre devo limitarmi a narrare questi conflitti. Da questi racconti
altri individui potranno capire le motivazioni che giustificano gli inizi dei
divenir cristiani, un divenire che però non raggiunge mai l'essere completo né
in chi lo narra né in chi lo ascolta.
Si tratta, del resto, di una vecchia e diffusa esperienza dei
credenti: «Christianus semper est in fieri», diceva Lutero. L'essere del
cristiano sta nel divenire. Il suo divenire è la conversione
continua. È la conversione dal peccato alla giustizia, dalla schiavitù alla
libertà, dal dubbio alla fede, dal passato al futuro. Per questo l'essere del
cristiano è ancora nascosto nel grembo del futuro di Dio. «Ciò che saremo non è
stato ancora rivelato» (1 Gv 3,2). Chi troppo affrettatamente suppone di
essere cristiano e crede di dover soltanto addurre i motivi della sua fede,
dimenticando il carattere nascosto del suo stesso essere, si lascia pure
sfuggire la libertà del suo stesso futuro. Dato il carattere di nascondimento e
di futuro che caratterizza l'essere cristiano, sarebbe preferibile dire che cosa
il cristiano non è, piuttosto che quel che è. In questo mondo che passa il vero
cristiano è anonimo, un corpo estraneo, un'eccezione enigmatica, un precursore
solitario del futuro di Dio.
E tuttavia anche in mezzo all'incessante lotta per la fede e
nel ricominciare sempre da capo, si ha una certezza straordinariamente
tranquilla del proprio essere, una fiducia profonda che sola rende sensata tutta
questa lotta con le proprie contraddizioni e irritazioni. È qualcosa che non
posso darmi ad intendere, cui non posso giungere con degli sforzi di tipo morale
e lotte di coscienza a carattere religioso. È qualcosa, invece, che si manifesta
dalla storia di Cristo e che mi viene continuamente attestato dagli uomini ed
eventi che mi circondano. Per dirla più semplicemente: Dio è per me e io sono
suo figlio. Cristo è presso di me e io sono suo fratello. Che creda con più
vigore o che dubiti, che mi senta cristiano o non cristiano, che mi trovi nella
notte oscura od all'inizio di un nuovo giorno di vita, io so che qui c'è uno che
mi aspetta, che non mi abbandona, che mi precede, mi solleva e per il quale io
sono importante.
Nel Nuovo Testamento questa scintilla di certezza
nell'incertezza della battaglia, questo momento dell'essere nell'alternanza del
divenire, va sotto il nome di figliolanza di Dio. Quel passo che spesso e
volentieri si cita - «ciò che saremo non è stato ancora rivelato»
- precede dunque la spiegazione della fiducia che abbiamo in noi stessi: «Amici
miei, noi ora siamo figli di Dio». E questa fiducia è il pungolo della
speranza, e ciò che nella vita e morte dei cristiani viene concepito nel
divenire è appunto questo essere dei figli di Dio.
Se tengo conto, dunque, di questo credere e conoscere,
argomentare e narrare, essere e divenire del cristiano, a quella 'strana
domanda' potrò rispondere soltanto delineando brevemente la mia biografia
teologica. Se voglio rispondere in modo adeguato, sono costretto ad illustrare
il perché sono cristiano e come ,lo sono diventato, quali segnali ed esperienze
mi hanno condotto proprio sulla via della conoscenza teologica, che per me è
diventata il contenuto vitale.
Sono nato nel '26 ad Amburgo e appartengo a quella
generazione che ha vissuto consapevolmente gli orrori della seconda guerra
mondiale, il crollo di un Reich con le sue istituzioni, la colpa e l'onta
del proprio popolo, ed una lunga prigionia. Più tardi fummo qualificati come la
‘generazione scettica’. E in effetti quelli che sopravvissero a quegli anni e
ritornarono dai campi di concentramento e dai lazzaretti erano dei bambini,
ragazzi bruciati, che in seguito avevano paura di questo fuoco. Abbiamo imparato
a nutrire una sfiducia giustificata. Ma fondamentalmente non eravamo né scettici
né rassegnati. Sulle nostre spalle gravava il peso oscuro di una colpa che non
si poteva riparare, e quindi pure la sensazione di un dolore inconsolabile. Si
capisce come fra noi ci fossero anche quelli che dicevano: 'Senza di me'
e che si ritraevano nella sfera del privato. Ma tutto sommato noi tornammo in
Germania con la volontà di un mondo nuovo, di un mondo diverso, più umano.
Alcuni di noi, dietro i fili spinati, avevano trovato la forza di una speranza
che vuole qualcosa di nuovo, e non ritornare semplicemente al vecchio.
Dopo aver anticipato gli esami di maturità per poter essere
inviato nell'aviazione in qualità .di aiutante alle artiglierie, mi venne la
voglia di studiare matematica e fisica, un interesse evidentemente maturato con
l'ammirazione che nutrivo per i miei insegnanti. La teoria della relatività e la
fisica quantistica mi si presentarono come i misteri più stimolanti del sapere.
A quel tempo l'idea di una teologia era altrettanto distante di quella della
chiesa. La 'razione di ferro' che portai con me nella miseria della guerra
consisteva in alcune poesie di Goethe e le opere di Nietzsche (Feldausgabe,
a caratteri minuscoli). Nel febbraio del '45 fui fatto prigioniero dagli
inglesi e per tre anni trasportato nei diversi campi di concentramento, dal
Belgio alla Scozia e Inghilterra. Nell'aprile del '48 fui uno degli ultimi 'rimpatriati',
come allora si diceva. La caduta del fronte tedesco, il crollo del diritto e
dell'umanità, l'autodistruzione della cultura tedesca e, infine, la terribile
conclusione del 9 maggio 1945, e le scoperte dei delitti perpetrati in nome
della Germania (Buchenwald, Auschwitz, Maidanek, Bergen-Belsen, ecc.) e l'esser
costretto a sopportare interiormente tutte queste cose rinchiuso in un campo di
concentramento, ebbene credo che allora anche il mio piccolo mondo fosse
crollato. Quella 'razione di ferro' fu ben presto consumata. E ciò che rimase
non aveva alcun sapore. In quel campo di affamati in Belgio vidi come altri
crollassero interiormente, rinunciassero ad ogni speranza, s'ammalassero ed
alcuni morissero. Anch'io mi trovai nella stessa situazione, e ciò che mi salvò
fu soltanto una rinascita alla vita in forza di una speranza per la quale non
possedevo alcuna prova.
La mia non è stata una conversione improvvisa. Ciò che
improvvisamente sperimentai fu soltanto la caduta di tutti i sostegni ed
atteggiamenti che fino allora avevano sorretto la mia vita. Solo lentamente
sorse poi qualcosa di nuovo. Quel cristianesimo che in famiglia avevo conosciuto
soltanto a livello istituzionale e con il quale ristabilivo i contatti ogni
anno, nel giorno di Natale, nei campi di concentramento mi si è accostato in
modo estremamente umano, troppo umano. Non fu travolgente. E ciò nonostante
l'esperienza della miseria, dell'abbandono, delle umiliazioni quotidiane si
condensò in un'esperienza di Dio.
Qui feci esperienza del Dio presente nell'oscura notte
dell'anima: «Anche in questo inferno ci sei». Un buon capitano dell'Army
mi fece dono del Nuovo Testamento, un libro che trovai inopportuno. Avrei
preferito qualcosa da mangiare. Rimasi invece affascinato dai salmi dell'Antico
Testamento, riportati in appendice, e soprattutto dal Salmo 38: «Sto in
silenzio, non apro bocca, sono distrutto dal peso della tua mano... Porgi
l'orecchio al mio grido, poiché io sono un forestiero come tutti i miei padri».
In questi salmi trovai il linguaggio «per dire ciò che soffro». Mi aprirono gli
occhi per quel Dio che abita in noi «che abbiamo il cuore affranto». Ed anche
dietro il filo spinato, anzi proprio là egli era presente. Ma ogni volta che nel
dubbio volevo trattenere questa esperienza di beatitudine, mi sfuggiva di mano e
rimanevo vuoto. Ciò che restava erano soltanto un impulso interiore, una brama,
la forza di una speranza. Quante volte durante la notte, nel campo, ho fatto il
giro del recinto! E sempre pensando al mondo libero che viveva all'esterno e dal
quale mi trovavo separato. L'ultimo pensiero era sempre quello di un centro del
cerchio all'interno del campo, un cerchio intorno al mistero di Dio dal quale
venivo attratto.
Da queste esperienze, che mi davano la sensazione di non
sprofondare nel vuoto ma di essere trattenuto da lontano, mi è risultata chiara
anche quella speranza senza la quale non si può vivere. Anch'essa, però,
presentava due aspetti: da un lato infondeva la forza di reggere alla sconfitta
interiore ed esteriore, dall'altro era proprio essa che spingeva 1'anima a
lacerarsi sul filo spinato e non consentiva di adattarsi alla condizione di
prigioniero.
Dio nella notte oscura dell'anima, Dio come forza della
speranza e del dolore: fu questa l'esperienza che mi ha connotato negli anni
della massima capacità recettiva, tra i 18 e i 21. E non mi consente di dire
perché sia diventato cristiano, quasi avessi scelto un partito. lo credo di
dovere la mia sopravvivenza appunto a questa esperienza, per cui non potrò dire
nemmeno di aver trovato Dio in quei luoghi. Sono invece profondamente
consapevole del fatto che là, dove tutto il resto andava in rovina, sono stato
trovato.
Forse in ogni vita si danno delle esperienze radicali che
caratterizzano e pure sorreggono un'esistenza. E vi si ritorna sempre, nel
ricordo e rielaborazione. Le si interpreta sempre di nuovo. Quando le si
attualizza, improvvisamente scompare ogni distanza cronologica. Ci si sperimenta
di nuovo assieme a tutto ciò che è diventato nuovo, diverso e si è aggiunto. Ci
si identifica nei mutamenti subiti dalla nostra vita. È questa l'esperienza che
con quelle esperienze di oltre trent'anni fa ancor oggi faccio. Sono delle
esperienze che mi hanno indotto ad abbandonare il sogno della matematica e della
fisica, di Einstein e Planck ed a studiare teologia. Certo in tal modo, nella
mia famiglia di Amburgo, illuminata e liberale, io divenni la 'pecora nera',
eppure trovai nella teologia - 'cum ira et studio' - un'avventura tanto
affascinante quanto pericolosa, dove ci si sente coinvolti sia nella sfera
materiale che in quella personale e si può continuare ad andare avanti soltanto
«con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze».
Quando nel '48 venni dimesso dalla prigionia provai la stessa
sensazione - volendo essere un po' presuntuoso - di Giacobbe, durante la
battaglia notturna con l'angelo di Dio, quando «zoppicava all' anca»: «Ma non ti
lascio finché non mi avrai benedetto». Se ci fu una benedizione, questa soltanto
per essere trasferito in un altro campo di battaglia: l'Europa occidentale del
'48. Invece che un nuovo inizio, qui si tornava alla restaurazione. Sotto la
guida dell'inflessibile e incorreggibile Adenauer, prese inizio la ricostruzione
'senza sperimenti'. Sotto la guida dell'inflessibile e irremovibile vescovo
Dibelius, le chiese evangeliche territoriali furono ripristinate nelle
condizioni in cui si trovavano prima del '33. Neppure i capi ammirati della
'Chiesa confessante' costruirono una chiesa nuova dal basso, partendo dalle
comunità confessanti, organizzandola fraternamente come nel periodo della
resistenza. Si limitarono a ricoprire i vecchi uffici ecclesiastici ed a versare
il loro vino nuovo in questi vecchi otri. Si perse politicamente ed
ecclesialmente la (chance del punto zero', o questo 'punto zero' non
offrì affatto la possibilità che gli si attribuiva? In quegli anni di
restaurazione accanita degli antichi rapporti, in me e in altri che come me
sentivano maturò un profondo disagio per questa 'utopia dello status quo'.
Si trattava infatti dell'utopia di conservare a tutti i costi ciò che si
aveva, senza rischiare nulla di nuovo e di migliore. E questa 'utopia dello
status quo' ci sembrava la peggiore di tutte le utopie. A quel tempo io
presi parte a tutta una serie di proteste: contro il riarmo della Repubblica
Federale, contro il riarmo atomico, contro gli accordi sull'assistenza religiosa
alle forze armate. E lavorai pure in un gruppo tedesco-polacco per la
riconciliazione con la Polonia. Allora, però, queste azioni non erano molto
produttive. La grande svolta avvenne, sia sul piano spirituale che politico,
soltanto negli anni sessanta.
Dopo aver concluso gli studi nel '52, mi dedicai all'
attività pratica di comunità e divenni pastore a Brema-Wasserhorst. Nel '57
conseguii l'abilitazione a Gottingen e nel '58 fui chiamato ad insegnare
all'ateneo ecclesiastico di Wuppertal, un'istituzione della Chiesa confessante.
Dopo cinque anni di pratica la teologia ridiventò la mia occupazione principale.
Che cosa si potesse ancora insegnare in teologia dopo la monumentale
Dogmatica Ecclesiale di Karl Barth rimaneva per me un mistero. Non si era
già detto tutto e definitivamente quello che c'era da dire? Da questo errore mi
liberò nel ‘57 il teologo olandese Arnold van Ruler. Da lui imparai la teologia
dell'apostolato, incominciai a prendere conoscenza del campo inesplorato
dell'escatologia e ad avvertire la necessità di procedere con coraggio e
fantasia nel campo della dogmatica. A quel tempo, però, le mie visuali si
muovevano in un'altra direzione. Ed ecco che nella prospettiva entrò Ernst Bloch,
che insegnava ancora a Leipzig. Il principio speranza ebbe per me il
significato di un'esperienza chiave. Lo lessi durante una vacanza in Ticino,
dove non vidi nulla della bellezza delle montagne svizzere. La mia prima e
permanente impressione fu: perché mai la teologia cristiana ha abbandonato il
tema della speranza che dovrebbe essere il suo tema più originario? Dov'è
rimasto, nella cristianità attuale, lo spirito della speranza del cristianesimo
primitivo? Incominciai così a lavorare alla Teologia della speranza, per
la prima volta pubblicato nel '64. Improvvisamente i diversi fili della teologia
biblica, della teologia dell'apostolato, della speranza nel regno di Dio e della
filosofia della speranza si raccolsero come su un tappeto e tutto quadrava
perfettamente. Non avevo l'intenzione di prendere l'eredità di Bloch, né son
diventato un blochiano. Ciò che m'interessava era un approfondimento teologico
parallelo a quello della filosofia della speranza e fondato sul terreno delle
premesse e prospettive proprie della fede cristiana.
Il cristianesimo è interamente, e non soltanto in appendice,
speranza, prospettiva e tendenza in avanti, e quindi pure rottura e
trasformazione del presente.
L'escatologia (la dottrina delle cose ultime) non è qualcosa
nel cristianesimo ma semplicemente il medium della fede cristiana, il
tono cui tutto s'ispira, il colore dell'aurora di un nuovo e atteso giorno in
cui tutto è ancora immerso. La fede cristiana, infatti, vive della risurrezione
del Cristo crocifisso e si estende verso le promesse del suo futuro universale.
Questo però significa che colui che spera non potrà mai accettare le leggi e
costrizioni di questa terra, si tratti di una morte inevitabile o del male che
continua a generare male.
Per lui la risurrezione di Cristo non è soltanto una
consolazione nella sofferenza ma anche il segno della contraddizione che Dio
dimostra nei confronti del patire. Per questo la fede, quando si sviluppa nella
speranza, non tranquillizza mai ma rende inquieti, impazienti. Non si può più
accettare la realtà data e s'incomincia a soffrire per essa, e contraddirla.
Queste acquisizioni per me furono, a quel tempo, davvero
liberatorie. Mi tolsero dall'apatia e dal disagio indefinito che provavo di
fronte alla situazione spirituale-politica-ecclesiastica, e m'instillarono una
passione continua. L'eco che la Teologia della speranza trovò fin da:!
'64 nei paesi occidentali, orientali e in quelli del 'Terzo Mondo' sta a
dimostrare come il tema fosse nell'aria. Quando si può ricominciare a sperare,
si rinasce. E ciò non vale soltanto sul piano personale ma anche su quelli
sociale e politico.
Gli anni sessanta conobbero continui moti di speranza ed
esperienze di rinascita e rinnovamento, proprio in quei luoghi dove le sorgenti
sembravano del tutto congelate. Con la chiesa cattolica romana si ebbe
l'aggiornamento. Nello spirito di Giovanni XXIII si aprì il concilio
Vaticano Il. Riforme che nessuno dall' esterno avrebbe mai ritenuto possibili
divennero realtà. Nell'arco di pochi anni scomparve la teologia controversistica
antiprotestante, per cedere il posto ad una nuova teologia ecumenica. Il
marxismo europeo fu percorso da un'ondata umanistica. Vennero superate le
autodistruzioni del marxismo ad opera dello stalinismo e come dopo un'epoca
glaciale il socialismo riprese a fiorire. I nostri dialoghi cristiano-marxisti
si posero in movimento. E se anche pochi anni prima i marxisti, convinti di
possedere l'unica verità corretta, davano risposte a domande che nessuno si
poneva, improvvisamente ora sorgevano nuove generazioni marxiste, capaci di
chiedere e intenzionate a non combattere più i loro partner come
avversari ideologici ma a riconoscerli in ciò che è loro proprio.
L'incontro fra cristiani e marxisti, che si sviluppò
improvvisamente dai diversi campi e fronti, è una delle esperienze dello Spirito
più felice di quegli anni; anche se in seguito verrà interrotta con la violenza,
rimane una realtà che non dimenticheremo mai: segno della speranza per tempi
migliori.
Queste esplosioni di speranza raggiunsero l'acme nel '68. A
Praga, con Alexander Dubcek, comparve il 'socialismo dal volto umano',
che in un momento davvero storico rappresentò una speranza sia per l'Europa
orientale che per quella occidentale. A Roma si concludeva il Vaticano II.
A Medellin la conferenza episcopale latino-americana dava il segnale per
un rinnovamento della Chiesa fondato sulle comunità di base e la liberazione del
popolo. Ad Uppsala la quarta assemblea plenaria del consiglio ecumenico
delle chiese accettava la più grande promessa della speranza cristiana: «Ecco,
io faccio nuove tutte le cose». Nel '68 conobbe il suo momento culminante negli
USA il Civil Right Movement. A Parigi si ebbe la rivolta del
maggio studentesco. Nella Repubblica Federale s'incominciò finalmente a
perseguire una politica di pace all'estero e di riforme all'interno.
Ma nel 1968 ha inizio anche la reazione e la fine della
speranza. L'ingresso delle truppe del patto di Varsavia in Cecoslovacchia privò
il socialismo del suo 'volto umano'. Gli assassini di John F. Kennedy e di
Martin Luther King jr., con la manifesta assurdità della guerra in Vietnam,
diffusero angoscia e rabbia. Il movimento studentesco di protesta non venne
compreso. Si giunse ad una brutalizzazione da entrambe le parti. E contro
l'attivismo ecumenico dopo Uppsala si formò un movimento 'evangelico' di stampo
conservatore.
È la speranza che si congiunge appunto con tali esperienze:
le esperienze di rapporti stagnanti che esplodono e le esperienze di
contraddizioni e delusioni che emergono. Negli anni sessanta abbiamo visto
parecchie speranze dissolversi, dopo le prime resistenze, nella rassegnazione o
nella rabbia e violenza. La speranza autentica non è cieco ottimismo. È una
speranza con gli occhi aperti, che vede la sofferenza e pur tuttavia crede nel
futuro. Solo con la delusione essa si rende avveduta.
Alla fine degli anni sessanta, assieme a Johann Baptist
Metz, ho tentato di sviluppare la 'teologia della speranza' in una 'teologia
politica', per giungere dalla speranza della fede ad una speranza in azione. Ed
ho cercato di superare quella costrizione morale ad agire che s'insinua
nell'attivismo, mettendo in luce il carattere festoso della vita e le categorie
estetiche nella teologia. Ma le crescenti difficoltà e delusioni dei movimenti
cui più sopra s'accennava ed ai quali si è partecipato con passione, sia
personalmente che teologicamente mi fecero emergere un'altra esperienza
fondamentale: l'esperienza di Dio nell'abbandono. L'ho ripresa nella figura
della 'teologia della croce' che pubblicai nel '72 con il titolo
Il Dio
Crocifisso.
Era il tempo in cui la fede cristiana e la chiesa subivano
una forte critica dall'esterno. Le analisi sociologiche e psicologiche
minacciavano di togliere al cristianesimo la sua identità cristiana e di
presentarlo come epifenomeno religioso della società tardo-capitalistica. Esso
stesso, comunque, ne aveva offerto l'occasione. Molti s'interrogavano quindi su
ciò che è proprio, su ciò che è specificamente cristiano.
Lo specifico del cristianesimo è al tempo stesso ciò che in
esso è di irritante, perché indissolvibile: il Cristo crocifisso sul Golgotha,
lui che sta al centro della fede, della chiesa e del cristianesimo. Ciò che è
cristiano può essere conosciuto nel segno della croce. Al medesimo tempo il
Crocifisso è la critica più dura che venga esercitata alla superstizione
cristiana, alle illusioni cristiane ed alle ansietà diffuse tra i cristiani.
Cristiane possono essere qualificate soltanto una raffigurazione di Dio, una
visione della speranza, un'azione capace di reggere di fronte al Cristo che
muore, al Cristo abbandonato. Ma quale teologia potrà sussistere di fronte al
grido di morte di Gesù: «Dio mio, perché mi hai abbandonato»? A quel tempo
scrivevo che o il Crocifisso è la fine di ogni teologia, e allora 'Dio è morto',
od è l'inizio di una teologia che merita di essere qualificata come cristiana.
Quale speranza può reggere ai piedi della croce? Soltanto una, quella che nasce
dalla morte dell'uomo vecchio connotato dai suoi interessi e brame di dominio. E
quale azione può sussistere? Soltanto quella che libera dalle potenze del male e
della sofferenza. Se la croce segna la cesura delle continuità indubitabili nel
nostro vivere e pensare, allora una teologia che nella speranza vuol condurre
alla libertà dovrà ritornare sempre a questa cesura. Solo la durezza manifesta
della croce impiantata sul Golgotha può salvarci dalla durezza del vivere e del
morire.
Lavorando a questa teologia della croce si determinò in me
una svolta sorprendente. Dopo essermi chiesto per diversi aspetti che cosa
significhi la croce di Cristo per la chiesa, per la teologia, per la vita nella
sequela, per la cultura e società, dovetti girare la domanda a chiedermi: che
cosa significa la croce di Cristo propriamente per Dio stesso? Dio è talmente
assoluto e sovrano che si trova assiso in cielo incapace di ogni sofferenza e
nemmeno sfiorato dalla morte del Figlio? E se Dio è essenzialmente apatico, non
è forse anche incapace di amare? Ma se è incapace di amare allora è più misero
di qualsiasi uomo, che è capace di amare e soffrire.
Quanto più ero costretto a prendere sul serio la presenza di
Dio nella passione e morte di Gesù, tanto più profondamente mi sentivo costretto
ad interrogarmi sulla presenza della passione e morte di Gesù in Dio. Un Dio
eternamente amato soltanto in se stesso, e quindi privo di qualsiasi
partecipazione, è un assurdo, un idolo. Come molti altri teologi anch'io trovai,
partendo dalla croce di Cristo, l'accesso al mistero della passione interiore di
Dio: «Dio è amore». Partendo dalla croce di Cristo ho trovato l'accesso alla
vita trinitaria di Dio. È ciò che ho chiamato «teologia trinitaria della croce».
In essa la dottrina trinitaria non è più una speculazione né il Crocifisso è più
soltanto un oggetto di pietà cristiana. Sulla croce di Cristo Dio si differenzia
da se stesso. Da se stesso per essere vicino a noi, fino all'abbandono di Dio.
Anche in questo 'inferno' Tu ci sei. È questa la verità divina del grido
d'abbandono lanciato da Gesù. Per tale motivo non si potrà più escludere da Dio
alcuna sofferenza, alcuna perdita, alcuna afflizione. E quando si scopre Dio
nell'abbandono ed ogni abbandono attraverso il quale si deve passare viene
superato in Dio, allora si ricupera pure il momento di verità del panteismo: «In
Lui viviamo, ci muoviamo e siamo». Nulla è escluso da Dio se Dio stesso ha fatto
l'esperienza della croce di Cristo. Senza la croce di Cristo il panteismo è
un'illusione, che si dissolve di fronte alla morte anche di un solo bambino. Ed
è sulla croce di Cristo, invece, che si mostra la vastità di Dio.
La dottrina trinitaria era considerata un prodotto della
teologia filosofica maturata sul terreno ellenistico. Per questo Adolf von
Harnack voleva eliminarla, per ritornare al puro e semplice Vangelo di Gesù che
proclama il Dio Padre e l'immortalità dell'anima. Questo prima del primo
conflitto mondiale. Oggi si riscoprono con sorpresa i lineamenti israelitici e
giudaici della storia della passione e della dottrina trinitaria. Già nel '36
Rabbi Abraham Heschel confutava l'assioma dell'impassibilità di Dio ed elaborava
una dottrina del pathos di Dio ricavata dalla teologia dei profeti
veterotestamentari. Ancor prima di lui Franz Rosenzweig aveva interpretato in
questo modo la dottrina mistica della Schechina (inabitazione di Dio):
«Dio stesso si separa da sé, si dà al suo popolo, soffre con esso, con esso
conosce la miseria delle terre straniere, è pellegrino nelle sue
pellegrinazioni» (Der Stern der Erlösung III, 3, 192 [La stella della
redenzione]). Questa conoscenza di un Dio che soffre e cammina assieme al suo
popolo ha mantenuto viva la speranza del popolo ebraico nelle sue sofferenze ed
esperienze di morte. Se nelle nostre persecuzioni e dolori è Dio stesso che con
noi soffre, allora possiamo resistere ad ogni tentativo di adattamento e di
autodistruzione. E questo messaggio mi sembra essere pure quello di un Dio che
si è umiliato in Cristo. Dietrich Bonhoeffer scriveva dal carcere: «Soltanto il
Dio che soffre può aiutare».
Perché sono cristiano?
Per rispondere a questa domanda me la son dovuta porre io stesso e raccontare poi un brano della mia storia di vita e
di conoscenza. Ciò che qui emerge di personale non è trasferibile ad altri, come
non è trasferibile quel mio lo che è stato interrogato. Ho addotto delle ragioni
che spiegano a sufficienza i motivi per cui io sono o divento cristiano? E chi
lo vorrà giudicare? Chi stabilisce i criteri? Ciò che per me è sufficiente, per
un altro sarà del tutto insufficiente. Ciò che per altri è travolgente, mi può
lasciare assolutamente insensibile. Per questo voglio prendere distanza dalle
argomentazioni e narrazioni prodotte. E per dirla in breve:
sono cristiano per amore di Cristo.
In lui ho trovato il mio abbandono e Dio, Dio nel mio abbandono. In lui ho trovato la forza di una speranza che mi consente di credere, vivere e morire. Se poi in questo senso io sia 'cristiano' non lo so, nonostante le argomentazioni e narrazioni qui fatte. Il giudizio non spetta né ad altri né a me ma sta nelle mani di colui al quale io mi affido.