OLIVIER
CLÉMENT, BENOIT STANDAERT
PREGARE
IL PADRE NOSTRO
EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE 1988
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Benoit Standaert |
Olivier Clément |
Olivier Clément
La prima parola della. preghiera che Gesù ci insegna e che noi diciamo - in un certo senso - con
lui, in lui, nel suo Spirito, è Padre: Pater hemon, "Padre di noi".Questo universo ha il proprio ambito nella parola, nel soffio, nell'amore del Padre
Quindi: Padre. Cosa significa per la nostra vita quotidiana?
Significa che non siamo mai, assolutamente mai orfani, smarriti, abbandonati
alle forze e ai condizionamenti di questo mondo. Abbiamo una risorsa, abbiamo
un'origine fuori dello spazio-tempo. Questo universo apparentemente illimitato
- ma il tempo ha avuto inizio con il "big bang", ma lo spazio è ricurvo,
contenuto, afferma Einstein - questo universo ha il proprio ambito nella parola,
nel soffio, nell'amore del Padre. Le nebulose e gli atomi - anch'essi nebulose
- amano il Padre in modo impersonale, con la loro stessa esistenza, ma noi, gli
uomini, possiamo amarlo personalmente, rispondergli coscientemente, esprimere la
sua parola cosmica: ciascuno di noi quindi, in virtù di questo legame personale
con il Padre, è più nobile e più grande del mondo intero.
I volti si imprimono al di là delle stelle, nell'amore del Padre. I momenti
apparentemente effimeri della nostra vita, ognuno di quegli istanti in cui, come
dice il poeta, "abbiamo avuto le vene colme di esistenza", si imprimono per
sempre nella memoria amante del Padre.
Allora il nichilismo della nostra epoca è sconfitto, l'angoscia che abita il
nostro profondo può trasformarsi in fiducia, l'odio in adesione. Ecco cosa
bisogna avvertire con forza ogni giorno - e lo dico in modo particolare ai
giovani: è bello vivere, vivere è grazia, vivere è gloria, ogni esistenza è
benedizione.
Mi pare che nella letteratura dei popoli segnati dall' ortodossia, anche in
scrittori non pienamente credenti - come il primo Tolstoj, o i grandi romanzieri
siberiani contemporanei, o quel Vassili Grossman autore del mirabile Vita e
destino - si ritrovi questo senso della bontà e della bellezza profonda
degli esseri e delle cose, la grazia alla radice di ogni cosa, una paternità
infinitamente misericordiosa che tutto ama. Ne deriva la capacità meravigliosa,
che questi scrittori possiedono, di parlare dei bambini, dell'affetto tra
genitori e figli, pregio così raro nella letteratura occidentale contemporanea.
..
La nostra teologia e la nostra spiritualità sanno bene che è impossibile
imprigionare in parole e in concetti questo mistero dell'origine. Ma Gesù ci
svela che questo abisso - di cui parla anche l'India - è un abisso di amore, un
abisso paterno. Con Gesù, in lui, nel suo soffio, noi osiamo balbettare: "Abba,
Padre", parola di infinita tenerezza infantile: ecco tutto il paradosso
cristiano.
E Gesù ci rivela che questo paradosso, questa relazione paradossale, non esiste
solo nel rapporto del Padre con la creazione, ma in Dio stesso, nel più assoluto
dell'assoluto. In Dio stesso c'è l'origine senza origine, e l'Altro filiale, e
il soffio di vita e di amore che riposa sull'Altro e lo riconduce all'origine,
e noi in lui. In Dio stesso c'è il respiro dell'amore, questo grande mito di
unità e di diversità. E noi, a immagine di Dio, siamo trascinati in questo
ritmo.
Solo che, in Dio, tra l'Origine e il suo Altro filiale, nel Soffio unificante,
la risposta d'amore è immediata, la reciprocità d'amore è assoluta. Noi invece
abbiamo bisogno del tempo, dello spazio, di una sorta di oscurità per andare
verso la Luce e gli uni verso gli altri nello stesso tempo. Spesso noi siamo il
figlio prodigo che dissipa i suoi averi con le prostitute, pascola i porci e
brama nutrirsi di carrube. Tuttavia anche allora noi sappiamo che il Padre non
solo ci attende, ma ci viene incontro. Il mondo non è una prigione bensì un
passaggio oscuro - passaggio da attraversare, passaggio da decifrare in un
contesto più ampio -, e in questo testo, un testo che redigiamo con Dio, tutto
ha un senso, ciascuno è importante, ciascuno è necessario.
Se tutto è benedetto dal Padre, dobbiamo, a nostra volta, benedirlo in ogni
cosa. Dovremmo cercare di riscoprire, di rinnovare, di vivere interiormente
tutte quelle formule di benedizione che la chiesa ci insegna e che associamo
alle benedizioni. "E Dio vide che era cosa buona", tob, che significa
"buono e bello"; d'altronde la Settanta traduce con kalon, "bello".
Massimo il Confessore ci insegna a fare, in ogni sguardo attento, contemplativo
sulle cose, una sorta di esperienza trinitaria: il fatto stesso che una cosa
esista, riposi nell'essere, ci rimanda al Padre, "creatore del cielo e della
terra, di tutte le cose visibili e invisibili..." (così, del resto, ogni cosa
diventa il visibile del!'invisibile); il fatto che possiamo comprenderla,
discernere in essa e ricostruire a partire da essa una struttura prodigiosamente
"intelligente", ci rimanda al Figlio, Verbo, Sapienza e Ragione del Padre; il
fatto che la cosa sia bella, si inserisca dinamicamente in un ordine, tenda
verso una pienezza, ci rimanda allo Spirito, al Soffio vivificante, di cui
Sergej Bulgakov diceva che è la personificazione della bellezza. Impariamo così
a discernere nelle cose la Paternità di Dio, il Padre "con le due sante mani",
il Verbo e lo Spirito - come diceva Ireneo di Lione - il Padre con la sua
Sapienza e la sua Bellezza.
Tuttavia l'esperienza trinitaria più fondamentale si inscrive nell'hemon
che segue il Pater, nella seconda parola del Padre Nostro: "Padre
- di noi".
Di questo "noi" vorrei sottolineare due cose.
La prima è che dobbiamo imparare a discernere il mistero di Dio sul volto del
prossimo. L'orrore della storia, soprattutto in questo secolo, è che
l'uomo, qui o là, si arroga un potere assoluto sull'uomo. Le ideologie
pretendono di spiegare l'uomo, di ridurlo alla razza, alla classe, alla
religione, alla cultura. E gli ideologi, "quelli che sanno", si sentono
autorizzati, per il bene dell'umanità - così affermano -, a manipolare,
condizionare, imprigionare, torturare e uccidere gli uomini. Sbocco, forse, di
tutto un pensiero moderno inteso come volontà di carpire (è proprio il
significato del termine Begriff, che significa "concetto" in tedesco) .
In opposizione a questo dobbiamo capire che l'altro, chiunque sia, fosse pure un
pubblicano, una prostituta, un samaritano (per usare i termini di Gesù, per
nulla difficili da trasporre), l'altro, qualunque altro, è l'immagine di Dio, il
figlio del Padre, altrettanto inspiegabile, altrettanto "inconcettualizzabile"
che Dio stesso: la sua migliore definizione è di essere indefinibile.
Impariamo a non più maledire, impariamo a non più disprezzare: "non esiste altra
virtù che il non disprezzare", affermava un padre del deserto. L'altro è volto,
interamente volto. E di fronte a un volto non ho alcun potere: posso soltanto,
poiché questo volto è anche parola, cercare di rispondere, diventare
re-sponsabile. Questo vale per i rapporti di amore, di amicizia, di
collaborazione, vale nella famiglia come nella società, nei rapporti con gli
altri cristiani come nella vita politica. Ricordati: non disprezzare!
L'altra cosa che vorrei sottolineare, e che d'altronde è inseparabile dalla
prima, è il rapporto tra la chiesa e l'umanità. "Padre - di noi": questo "noi" è
soltanto la chiesa in cui siamo tutti "membra gli uni degli altri", secondo la
struttura mirabilmente delineata da Vladimir Losskij: un solo corpo, un solo
essere in Cristo, e ciascuno che incontra personalmente Gesù, ciascuno
illuminato da una fiamma unica della Pentecoste - struttura trinitaria? Non
credo. Il Verbo, afferma il prologo di Giovanni, "è la luce vera che illumina
ogni uomo che viene nel mondo". Si può tradurre anche: "...che, venendo nel
mondo, illumina ogni uomo". Il Verbo, incarnandosi, ha assunto in sé tutta
l'umanità, tutti gli uomini, di ogni luogo e di tutti i tempi. Risuscitando, ha
risuscitato tutti gli
Non esiste un solo uomo
che non abbia una relazione misteriosa con Dio
La chiesa sono coloro, numerosi o scarsi poco importa,
che scoprono tutto questo, entrano lucidamente in questa luce e ringraziano. A
nome di tutti. La chiesa è il "sacerdozio regale", la "nazione santa" messa a
parte per pregare, testimoniare, lavorare per la salvezza di tutti gli uomini.
Sappiamo dov'è il cuore della chiesa: nell' evangelo, nell' eucaristia. Ma
ignoriamo i limiti del suo irradiamento, perché l'eucaristia è offerta "per la
vita del mondo".
Non esiste filo d'erba che non cresca nella chiesa, non una costellazione che
non graviti attorno ad essa, attorno all'albero della croce, nuovo albero di vita, asse del mondo. Non esiste un solo uomo che non abbia una
relazione misteriosa con il Padre che l'ha creato, con il Figlio,
"uomo-estremo", con il Soffio che anima ogni vita. Non esiste un solo uomo
che non abbia un'aspirazione alla bontà, un sussulto davanti alla bellezza,
un presentimento del mistero davanti all'amore e alla morte.
Molti, inondati di gioia, esclameranno nel giorno del giudizio: "Signore, quando
ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare... straniero e ti
abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito? Quando ti abbiamo visto malato o in
carcere e siamo venuti a trovarti?". E si sentiranno rispondere:
"In verità vi dico, ogni volta che l'avete fatto a uno di questi piccoli, che
sono miei fratelli, l'avete fatto a me!". E noi, lo facciamo?
Nella nostra vita quotidiana allora non facciamo della chiesa una setta o un
ghetto. Impariamo a scoprire ovunque i germi di vita. Sappiamo accoglierli nella
nostra intelligenza e nel nostro amore, sappiamo immagazzinarli come in granai
nella preghiera della chiesa.
| Pater hemôn | ho en toîs ouranoîs |
| Padre nostro | quello nei cieli |
I "cieli" qui evocano il carattere inaccessibile, abissale del Padre, un Dio al di là di Dio, hypertheos dice Dionigi Areopagita. Ci si accosta a lui sondandone l'assenza, è la teologia negativa di cui parlavo prima; l'intelligenza misura i propri limiti sentendo rumoreggiare, sempre più lontano, l'oceano divino.
Saper guardare l'azzurro,
lasciarci invadere, pulire
Poi viene il momento in cui cessa ogni attività mentale,
quando l'uomo si raccoglie e tace, diventando pura attesa. Nella nostra vita
quotidiana è necessario che ci siano attimi di profonda emozione silenziosa. I
padri parlano per esempio della sensazione che si impadronisce dell'uomo quando
arriva sul bordo di un'alta scogliera, con il mare che si apre vertiginosamente
davanti a lui.
A volte bisogna sapersi fermare e ascoltare il silenzio, assaporare il silenzio,
meravigliarsi, diventare come un calice pronto a essere colmato. Può essere un
momento di calma in casa, una stanza in cui si è soli, una chiesa aperta in
piena città, una passeggiata nel bosco. Può essere, nell'evangelo che si cerca
di leggere ogni giorno, in un salmo, in un testo spirituale, una parola che
tocca il cuore, che ci trafigge: allora non si prosegue, ci si ferma in un'attesa silenziosa, a volte colmata...
Ma perché è proprio il cielo a fungere da simbolo alla trascendenza?
Indubbiamente perché l'azzurro profondo - specialmente nei paesi mediterranei -
è contemporaneamente fuori della nostra portata e presente ovunque: tutto
avvolge, tutto penetra con la sua luce. Nelle lingue arcaiche il termine
corrispondente - "cielo brillante" - indica la divinità.
Dobbiamo saper guardare l'azzurro, lasciarcene invadere, lasciarci pulire, fino
alle giunture delle nostre ossa. Perché mai molti giovani, che non vanno mai in
chiesa, scalano le montagne, questi luoghi elevati, se non per entrare, in
qualche modo, nell'azzurro? Perché vanno verso i mari del sud, dove l'acqua e
il cielo si confondono in una sfera di pienezza, in una sfera d'azzurro?
"È ritrovata.
Cosa? L'eternità.
È il mare unito al sole"
Eppure la sconvolgente rivoluzione dei tempi moderni fu la
scoperta del cielo vuoto e illimitato, in cui né Dio né l'uomo sembrano più aver
posto. Il cielo esultante dei salmi e del libro di Giobbe è diventato un'assenza
nera. L'insensato di Nietzsche cerca invano Dio in un mondo in cui la terra va
irrisoriamente alla deriva, in cui non c'è più né alto né basso, in cui fa
sempre più freddo. Allora l'emozione suscitata dall'azzurro brillante rischia
di ridursi a uno svago estivo. Il cielo divino va ritrovato altrove.
Altrove? Nel "cuore" affermano i nostri asceti. In quel centro più centrale, in
quella profondità più profonda in cui tutto il nostro essere si raccoglie e si
apre su un abisso di luce: l'azzurro interiore, colore dello zaffiro, come
osservava Evagrio Pontico.
Uno dei nostri compiti quotidiani è proprio quello di destare in noi le forze
del cuore profondo. Siamo soliti vivere nella testa e nel sesso, con il cuore
spento. Ma lui solo può essere il crogiuolo in cui si trasfigurano
l'intelligenza e il desiderio e, anche se non arriviamo fino all'abisso di
luce, ne possono comunque scaturire delle scintille: un sussulto immenso e dolce
infiamma il nostro cuore. Dobbiamo ritrovare il senso di questa emozione non
emotiva, di questo sentimento non sentimentale, di questa vibrazione pacificante
e sconvolgente di tutto l'essere, quando gli occhi si riempiono di lacrime di
stupore e di gratitudine, tenerezza ontologica, silenzio colmato. Non riguarda
solo i monaci, riguarda umilmente, parzialmente ogni uomo; arriverei a dire che
è anche un problema di cultura.
Forze del cuore, amore della bellezza
In Reparto C di Solzenicyn, una giovane donna,
responsabile di un servizio in un ospedale, chiede al suo superiore, il "vecchio
dottore", da dove gli vengano la capacità di simpatia e, indissociabilmente, la
sicurezza della diagnosi. Questi le risponde di essere stato a lungo scavato,
illuminato dall'amore di una donna; 1'amore infatti, se è la grazia così rara
di sapere che un altro esiste, può fendere il "cuore di pietra" e trasformarlo
in "cuore di carne".
Ma, aggiunge il "vecchio dottore", sono ormai anni che quella donna è morta.
Adesso ha bisogno, in determinati momenti, di ritirarsi, di chiudersi, di fare
silenzio in se stesso, di lasciare che il cuore si rappacifichi fino a diventare
come un lago immobile sul quale si riflettono la luna e le stelle. Il silenzio e
la pace rendono possibile la visita del Padre "che è nei cieli", e sullo
specchio del cuore così visitato si inscrive la verità degli esseri e delle
cose.
Ed è anche una questione di cultura. Abbiamo bisogno di musica, di poesia, di
romanzi, di canzoni, di tutta un'arte capace di essere anche arte popolare, in
grado di destare le forze del cuore.
A volte nel métro, a Parigi, mi raggiunge una canzone degli altipiani
latino-americani: segue il confine sinuoso della morte e dell'amore, della
rivolta e della celebrazione.
È come la grande storia d'amore della letteratura araba: quella di Majnùn e di
Laila. Majnùn, il folle, ama Laila, la notte. Laila ama Majnùn ma non gli rivela
il proprio mistero e, sotto la forma di una gazzella, scompare nel deserto.
Majnùn è ormai destinato all'erranza, e al canto (Queste
osservazioni mi sono suggerite dal bel libro di Bernard Feillet, La nuit et
le fou, Parigi 1983.). Abbiamo bisogno del canto di Majnùn, abbiamo
bisogno di una bellezza che non sia bellezza di possesso, com'è così spesso il
caso di oggi, ma proprio di spossesso, e forse di comunione, "la bellezza che
crea la comunione", come afferma Dionigi Areopagita.
E Giovanni Climaco parla di "quelle musiche profane che conducono alla
gioia interiore, all'amore divino, alle sante lacrime". Il genio del
cristianesimo è segretamente "filocalico" e "filocalia" significa" amore della
bellezza": questa bellezza non dev'essere confinata nella liturgia,
nel1'ascesi, ma deve risplendere anche nella cultura.
"Sia santificato il tuo Nome"
Il Padre, fin dall'eternità, prende nome nel suo Verbo, nella
sua Parola. E il Verbo si è fatto carne per rivelarci il Nome e santificarlo
fino alla fine, poiché il Nome è la presenza, "separata" e radiosa a un tempo,
cioè santa. La "santificazione del Nome", al tempo di Cristo, non
significava solo 1'onore e la lode resi a Dio, ma la testimonianza fino all'effusione del sangue, fino al dono della vita, fino al martirio. Gesù ha
santificato il Nome fino alla croce, e il Nome ha santificato lui fino alla
resurrezione. Gesù crocifisso è "Uno della santa Trinità" crocifisso, come canta
la liturgia bizantina. Gesù crocifisso è Dio crocifisso.
Là, nella spoliazione totale della croce si rivela il Nome proprio di Dio. E
questo Nome è amore: "Dio è amore", afferma Giovanni. Per amore verso di noi,
Dio ci raggiunge nella nostra sofferenza, nella nostra rivolta, nella nostra
disperazione, nella nostra agonia: "Padre, se è possibile, allontana da me
questo calice". "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". In tal modo
ormai tra la nostra sofferenza e il nulla, tra la nostra rivolta, la nostra
disperazione, la nostra agonia e il nulla si frappone il Dio incarnato e
crocifisso, il quale, risuscitando, ci apre sbocchi inconsueti verso la luce.
Per "santificare il Nome" noi dobbiamo unicamente rifugiarci nella croce di
Cristo. Il martirio cristiano è un'esperienza mistica in cui un uomo, una donna
- spesso persone normalissime - si abbandona con umile fiducia a Cristo, nel
momento dell'estrema sofferenza. Allora avviene l'irruzione della gioia della
resurrezione.
Ci sono diversi modi di essere martiri: "beati i perseguitati per la
giustizia... beati voi quando vi insulteranno...". Oppure, molto più banalmente,
la malattia, il declino, la scomparsa dei propri cari, il tradimento e la
solitudine, la morte. Nei confronti del prossimo, così come verso se stessi,
bisogna innanzitutto combattere la sofferenza con una sollecitudine vigilante.
Il Nome non ha presa sulla Presenza,
ma ci offre a Lei
L'Occidente moderno ha fatto molto in questa direzione, ed è
cosa buona. La sofferenza infatti può essere oscura, insensata, infernale:
troppo spesso allora essa separa, ossessiona, diventa una morte prima della
morte. Moderata e vissuta nella fede, può trasformare il corpo in una cella
monastica, operando in noi il distacco e l'apertura.
Ma soprattutto devo pregare per vivere la mia sofferenza estrema e morire la mia
morte identificando misteriosamente il mio corpo al corpo torturato di Cristo,
affinché venga in me la "santificazione del Nome" e anche, se così piace a Dio,
da me si irradi, come se completassi un po' di ciò che manca alle sofferenze di
Cristo, per riprendere l'espressione di Paolo. Forse allora, attraverso
l'angoscia e l'orrore, filtrerà una luce e potrò esclamare, con Gesù e in lui,
non solo: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", ma anche: "Padre,
nelle tue mani affido il mio spirito".
Parlo di tutto questo alla prima persona. Quanto agli altri, non so: esistono
solo dei casi particolari. Il cristianesimo non significa sapere tutto, vuol
forse dire non sapere nulla eppure avere ugualmente fiducia.
A proposito della "santificazione del Nome", vorrei aggiungere ancora due cose.
La prima è che il Nome invoca ed evoca la Presenza. Non ha presa su di lei -
come pretendono di averla le magie -, ci offre a lei. Due persone che iniziano
ad amarsi ripetono l'una il nome dell'altra e spesso vi ritornano con il
pensiero. Avviene la stessa cosa, e in modo estremamente più intenso, nel nostro
rapporto con Cristo.
Tutti conoscono la cosiddetta "preghiera di Gesù", l'invocazione "Signore Gesù
Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore" ripetuta al ritmo del
respiro. Nel monachesimo più antico si trova una gran quantità di brevi formule:
"Kyrie eleison", "Ti prego, Signore, ti prego", "Signore, vieni in mio
aiuto, affrettati a soccorrermi", "Come sai e come vuoi, aiutami", "Gloria a te,
Signore, gloria a te"...
Possiamo inventarne altre. È un modo molto semplice, nella vita quotidiana, per
"santificare il Nome" e per tutto santificare attraverso il Nome, per porre il
Nome come sigillo d'eternità sugli esseri e sulle cose, per interpretare alla
sua luce una determinata situazione. Dio infatti ci parla incessantemente
attraverso le persone, le cose, gli eventi... Il Nome si rivela così
inesauribile, un diamante dalle mille sfaccettature, ciascuna delle quali
corrisponde a una cosa, a un volto, a una situazione...
Non si tratta, certo, per la maggior parte di noi, di "custodire" in
continuazione l'invocazione del Nome, ma di far sgorgare, di tanto in tanto, un
grido di aiuto, una celebrazione. Si tratta di non dimenticare Dio. L'oblio
infatti, secondo tutti gli uomini spirituali, è il più grave dei peccati.
L'oblio, il sonnambulismo, l'insensibilità dell'anima, la durezza del cuore: in
queste circostanze allora ricordarsi di Dio, non fosse che per affrontarlo, come
Giacobbe, per insorgere contro di lui, come Giobbe. Gridare a lui, al Dio
vivente, e non tacere di fronte al muro di bronzo del destino, del nulla,
dell'inevitabile disastro.
Signore, perché? "Mi hai preso come bersaglio", "Cesserai di guardarmi e mi
lascerai almeno il tempo di ingoiare la saliva?" (sto citando Giobbe). Signore,
vieni in mio aiuto. Guidami, illuminami. Non la mia ma la tua volontà. E nella
gioia o, semplicemente, nell'umile piacere di esistere: Gloria a te, o Dio,
gloria a te! Ci accorgiamo allora di avere molto più tempo per pregare di quanto
non ci saremmo immaginati... L'invocazione del Nome: preghiera di quelli che non
hanno il tempo di pregare.
"Respirare, o invisibile poesia"
L'altra cosa che vorrei dire a proposito della
"santificazione del Nome" è che per Gesù non esiste una separazione statica tra
il sacro e il profano, non ci sono regole che separano il puro dall'impuro. La
nostra vita quotidiana si muove tra il Kiddush hashem, la "santificazione
del Nome", e l' Hillul hashem, la "profanazione del Nome", e il confine
tra i due è in costante movimento: passa per il nostro cuore, sulla nostra bocca
che dice ciò che viene dal cuore, nel nostro sguardo.
Tutto può essere santificato, dato che, come afferma Zaccaria, "ogni pentola
sarà consacrata al Signore" e che, secondo l'Apocalisse, "l'onore e la
gloria" delle genti entreranno nella Gerusalemme celeste. Nessuno è
definitivamente "buono" o "cattivo": per un pedagogo, per un giudice, per
chiunque abbia delle responsabilità è questa la chiave per il rapporto con gli
altri.
E se la tecnica ci affida e ci affiderà sempre più dei compiti fisicamente
schiaccianti o intellettualmente meccanici, bisognerà che questo avvenga - ma
sarebbe indispensabile una rivoluzione culturale - per permetterci di ritrovare
la possibilità di santificare il Nome nel contatto con la materia, nell'
esercizio di un' arte, nella padronanza serena dell'intelligenza incorporata
nelle macchine.
"
Venga il tuo Regno"Dopo il Padre e il Verbo nel quale prende Nome, ecco lo
Spirito santo. Un' antichissima variante dell' evangelo di Luca riporta infatti
"venga il tuo Spirito santo" anziché "venga il tuo Regno". Venga il tuo Spirito
santo e ci comunichi il tuo Regno: la tua gloria, la tua shekinah, le tue
energie, la tua grazia, la tua luce, la tua vita, la tua forza, la tua gioia...
tutto questo indica la stessa realtà.
Il Regno, i cieli e la terra nuovi sono il cielo e la terra rinnovati in Cristo,
penetrati dalla grazia dello Spirito che è vita pura, vita liberata dalla morte.
Il mondo in Cristo costituisce l'autentico "roveto ardente", afferma Massimo il
Confessore. Ma questo fuoco è coperto di scorie e di cenere, la ganga della
nostra separazione, della nostra opacità, del nostro odio, di ogni nostra
complicità con le potenze del caos e delle tenebre.
"Venga il tuo Regno": significa preparare, anticipare il ritorno di Cristo,
eliminando le scorie e la cenere. Infatti il Regno di cui invochiamo la venuta è
già segretamente presente, ogni celebrazione eucaristica abbozza la parusia,
così come ci sono nella vita di ciascuno attimi eucaristici, scintille di
parusia.
Non bisogna aver paura di questi attimi, di questa pienezza, la "pleroforia" di
cui parlano gli spirituali. Attimi di preghiera silenziosa, di preghiera al di
là della preghiera, quando il cuore si infiamma, attimi di tensione creatrice o
di fiducia rappacificante, quando la luce dell'Ottavo Giorno spunta in una
intuizione di verità, di bellezza, o in un autentico incontro in cui si scopre
"l'oceano interiore di uno sguardo" e l'altro come un miracolo - come amava
ripetere il patriarca Athenagoras. Attimi in cui ci si unisce, come in primavera
- sono ancora espressioni di Athenagoras -, alla dossologia del primo mandorlo
in fiore. Oppure attimi come quelli in cui, dopo i tormenti dell'agonia, il
volto di un morente si rappacifica e "l'individuo - come fa notare Rosenzweig -
rinuncia alle ultime vestigia della sua individualità per ritornare alla propria
origine e il Sé si desta all' estrema singolarizzazione e all'ultima
solitudine...".
In tutti questi momenti - e ciascuno di voi ne conosce numerosi altri - il Regno
affiora misteriosamente. Allora tutto diventa estremamente leggero: non c'è più
morte, nel senso in cui questa parola si appesantisce del nulla, esistono solo
pasque, passaggi; non c'è più esteriorità separante: l'amore è talmente grande
che lo stesso desiderio scompare, restano soltanto dei volti, e il volto è fatto
interamente sguardo - come dice un' omelia di Macario - e la terra è sacra,
sacramento, mentre le stelle, la notte sono i segnali di fuoco che i mondi
angelici ci comunicano...
Capitemi bene: esiste un approccio narcisistico, grottescamente o tragicamente
avido, al piacere, al godimento di esistere. Vi si combinano le due passioni
"madri": l'ingordigia carnale e l'orgoglio spirituale... L'uomo rischia allora
di decomporsi, come diceva Kierkegaard, in "piccole eternità di godimento".
Degli esseri e delle cose non scorge altro che "ciò che cade sotto i sensi", ciò
che - e lo stesso linguaggio è qui estremamente significativo - si può "mettere
sotto i denti".
Ma il piacere, il godimento di esistere, provati con un certo distacco
interiore, con gratitudine, nel rispetto degli esseri e delle cose e nella
"santificazione del Nome", questo piacere e questo godimento possono diventare
una gioia non passionale, nel senso ascetico del termine "passione", cioè non
idolatrica. Sono allora ricordi del Paradiso, caparre del Regno. La danza, il
ritmo del respiro - "respirare, o invisibile poesia!" dice Rilke -, il profumo
della terra dopo il temporale, incenso cosmico, l'incessante, esicastico
avvilupparsi e srotolarsi delle onde e delle nuvole, il "Cantico dei Cantici" di
un grande e nobile amore in cui i corpi sono il sapore delle anime: tutto questo
può diventare ricordo del Paradiso e caparra del Regno.
Ti basta capire che Dio ti ama
e il tuo cuore si desterà
L'atto creatore che suscita bellezza, irradia la vita e
l'amore, il sorriso di un neonato che scopre la propria esistenza nel profumo,
nello sguardo e nella voce della madre: tutto questo può diventare ricordo del
Paradiso e caparra del Regno.
Nello Spirito, nel grande soffio del Dio vivente, i
comandamenti di Cristo (che si riassumono nell' amore per Dio e nell' amore per
l'altro e per se stessi: è così difficile accettar si, eppure... "amerai il
prossimo tuo come te stesso") appaiono come i sentieri della
responsabilità e della comunione.
La rivelazione del Regno infatti è che non esiste nulla di
superiore alle persone e alla comunione delle persone. Giustizia, verità,
bellezza cessano di essere leggi per diventare energie vitali o, meglio ancora,
la nostra partecipazione, mediante l'umanità di Cristo, alle energie divine
corrispondenti.
E se non riesci a "osservare i comandamenti", non
considerarti mai perso, non ti inacidire in modo moralistico o volontaristico.
Più a fondo, più in basso della tua vergogna o della tua caduta c'è Cristo.
Volgiti a lui, lascia che ti ami, che ti comunichi la sua forza. E inutile che
ti accanisci in superficie: è il cuore che deve capovolgersi.
Non devi nemmeno cercare innanzitutto di amare Dio, ti basta
capire che Dio ti ama. Se l'amore risponde
"Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"
La volontà di Dio non è un valore giuridico, è un influsso di vita che dona l'esistenza e la rinnova quando essa si smarrisce. La volontà di Dio è innanzitutto la creazione stessa, l'universo intero sostenuto dalle idee-volontà, i logoi, le parole efficaci del Dio-profeta. E poi la storia di salvezza, il drammatico dialogo d'amore tra Dio e l'umanità affinché "tutti gli uomini siano salvati", sottolinea Paolo. E questo il motivo per cui dobbiamo pregare ogni giorno affinché davvero tutti siano salvati, pregare per tutti quelli che "non sanno, non vogliono o non possono pregare", come chiedeva ai suoi monaci il patriarca Giustino di Romania.
"Sia fatta la tua volontà..."
La storia, diceva Bulgakov, non è
un corridoio vuoto
La volontà di Dio non è fatta. Il mondo, bello-e-buono secondo
la Genesi, si trova immerso nell'orrore. C'è la luce, leggiamo nel prologo di
Giovanni, ma ci sono anche le tenebre. L'onnipotenza di Dio è quella dell'amore.
E come l'amore non può imporsi senza negarsi, così questa onnipotenza - capace
di creare esseri che la rifiutano! - questa onnipotenza è anche un'
onnidebolezza. Può agire solo attraverso cuori umani che, liberamente, si fanno
trasparenti alla sua luce.
Dio rispetta la libertà dell'uomo, come ha rispettato quella
dell' angelo. Ma affinché questa libertà non soccomba alle tenebre, egli si
incarna e scende nella morte, nell'inferno, perché ci sia finalmente un luogo in
cui la volontà dell'uomo possa unirsi alla volontà divina. Questo luogo è
Cristo. In Cristo la volontà umana si è dolorosamente e gioiosamente
unita a quella del Padre. Nel Risorto assiso alla destra del Padre la volontà di
Dio è fatta come in cielo così in terra.
Anche qui ci basta aderire con tutto il nostro essere a
Cristo. "Venite a me, voi che siete stanchi e affaticati e io vi darò riposo.
Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di
cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è soave e
il mio carico leggero." (Mt 11.28-30).
Il Regno, in cui la volontà di Dio è fatta come in cielo così
in terra, "non è di questo mondo", e non si realizzerà nella storia. La
preghiera perché si faccia la volontà di Dio ci offre così un uso disincantato,
realistico e paziente della politica, laicizza l'esercizio del potere,
relativizza le ideologie e gli entusiasmi della storia - la storia delle forze
collettive, in senso marxista.
In un primo approccio non sogniamo di trasformare la società
in paradiso, lottiamo perché non diventi un inferno, vi manteniamo gli equilibri
necessari, che si tratti della "separazione dei poteri" di Montesquieu, o dei
checks and balances della concezione anglosassone - e protestante - dello
stato.
L'uomo di preghiera e di speranza evita come può da un lato
il cinismo dei conservatori, la buona gestione dei mali cosiddetti inevitabili (per gli altri!), d'altro lato l'amarezza dei rivoluzionari,
forzatamente delusi dalle rivoluzioni mai fatte e dalle rivoluzioni fatte troppo bene. Egli sa bene che la
stupidità e l'odio non cesseranno mai, ma che questo non è un motivo per
arrendersi!
Nello stesso tempo dobbiamo affermare, con Sergej Bulgakov,
che "la storia non è un corridoio vuoto". Questa immensa forza di vita, di
autentica vita, che la resurrezione ha immesso nel mondo e che deborda dal
calice eucaristico e dalla preghiera dei santi, non può esprimersi solo in
destini individuali. La società e la cultura sono dimensioni della persona e del
rapporto tra persone.
L'humus segreto
dal quale si innalzeranno le foreste
La chiesa ortodossa ha insistito molto sulla santificazione
della cultura, sull'impero come crisalide del Regno. Questo le ha permesso di
sfuggire alle nostalgie, alla mentalità di fortezza assediata, per pensare
l'universo e diventare o ridiventare l'humus segreto dal quale si innalzeranno
le foreste del futuro. Non da sola, d'altronde, ma in collaborazione con tutte
le ricerche convergenti - e in primo luogo cristiane -, con tutte le attese e le
intuizioni della cultura contemporanea: che si tratti della rinnovata
riflessione sui diritti dell'uomo o della metanoia abbozzata da una
filosofia in cui ciò che non è oreficeria del nulla concerne la relazione e il volto, delle aperture della scienza o della
critica all'economismo, sia marxista che liberale.
Con il crollo delle ideologie e l'ascesa del
nichilismo, è giunto il momento per un cristianesimo creatore. Anche pensa tori
non cristiani, come Gramsci e Foucault, ci hanno suggerito che l'autentica
infrastruttura della storia è la cultura. E noi, da parte nostra, siamo
perfettamente coscienti che la cultura, a meno che non diventi una
falsificazione, ,si nutre di ciò che è spirituale. È come nei movimenti
tettonici: basta che le placche più profonde della scorza terrestre si spostino
anche di pochi millimetri perché in superficie avvengano dei terremoti. Le vere
rivoluzioni sono quelle dello spirito, ricordava Berdjaev; la "rivoluzione delle
coscienze", invoca oggi il vescovo Ireneo di Creta. I filosofi religiosi russi
della prima metà del secolo, i grandi dissidenti che sono venuti da oltre
cortina o che là continuano a lavorare "sotto le macerie", hanno aperto delle piste, offerto
un'ispirazione.
Negli anni a venire saranno necessarie iniziative e proposte cristiane pienamente immerse nella pasta della
società civile e della cultura. Ci sarà bisogno di cristiani che, possibilmente
in gruppo e spalleggiati da comunità ecclesiali, propongano nuovi atteggiamenti,
inventino nuove forme di vita nelle loro professioni, a scuola, nei tribunali,
negli ospedali, nei quartieri abitati da squallore e disperazione in cui germina
la violenza...
Non ci sarà mai, se non come ideale e come
"Il pane nostro, quello venturo, dacci oggi"
Il pane nostro, il pane per noi, il pane che ci è necessario, noi lo chiediamo a Dio. Noi facciamo e dobbiamo fare quanto è necessario per ottenerlo, e per ottenerlo onestamente, attraverso il nostro lavoro, in una civiltà per quanto possibile onesta (è un punto sul quale tornerò). Tuttavia lo chiediamo a Dio come un dono, come una grazia. Il pane rappresenta tutto ciò che mi fa vivere: ebbene, il fatto che io oggi sono tuttora in vita
suppone un incredibile intrecciarsi di circostanze favorevoli accumulate si durante decine di anni! Molte volte avrei potuto, avrei dovuto morire: guerre, incidenti, infarti, tumore, tentazione del suicidio, chi può dire? Questa o quella persona, il cui volto, la cui voce, la cui preghiera per me fanno parte del mio pane quotidiano, può morire da un momento all' altro. Quell'altra, magari un bimbo di cui vorrei proteggere o guidare il destino, mi sfugge completamente.Scintille della Presenza
Si tratta insomma di accogliere ogni giorno come un giorno di
grazia. Non solo: questo pane, questa possibilità di sussistere, li chiediamo
oggi, come "il pane che viene", cioè il pane del Regno. Ma il pane del Regno è
l'eucaristia. Ebbene, noi chiediamo a Dio proprio questo: di ricevere oggi ogni
pane, ogni sussistenza come se fosse l'eucaristia, cioè la comunione al suo
corpo, alla sua presenza. Nella mistica ebraica si dice che la presenza, la
shekinah, è esiliata - a causa del nostro accecamento - nel segreto degli
esseri e delle cose.
Il compito quotidiano del credente è quello di discernere e
di liberare queste scintille della Presenza, affinché possano raggiungere il
braciere cui sono destinate, senza abbandonare la materia, ma trasfigurandola.
Nella Venticinquesima ora, di Virgil Gheorghiu, si vede un contadino
rumeno che mangia con serietà, attenzione e gratitudine, come se stesse
ricevendo la comunione. Quando il pasto è festa dell'incontro, l'aspetto
eucaristico aumenta ancor di più. "In ogni cosa fate eucaristia", invita Paolo.
C'è un modo di lavarsi, di vestirsi, di nutrirsi - sia di
cibo che di bellezza -, un modo di accogliere l'altro che è eucaristico. C'è
anche, ne sono convinto, un modo eucaristico di svolgere i doveri quotidiani,
banali, pesanti, ripetitivi (dopo tutto il testo del Padre Nostro parla
del pane, non del vino, e il pane comporta un'idea di necessità): è
indispensabile una dose di sano distacco e, semplicemente, il ricordo di Dio,
anche se gli si può offrire solo la propria fatica, il proprio sfinimento, al
limite la propria incapacità di offrire.
Permettici di discernere negli esseri, nelle cose, nelle
situazioni di oggi il volto e la parola del Cristo che viene.
Tutto il profumo del Regno
È cosa buona l'usanza ortodossa di invocare lo Spirito santo
all'inizio di ogni attività di una certa importanza e di lodare la Madre di Dio
alla fine: è la Madre che non abbiamo più o che non abbiamo avuto, è la
consolazione che abbiamo atteso dalla donna - invano, naturalmente, dal momento
che anche la donna ha bisogno di essere consolata. La Madre di Dio è già in
pienezza nel Regno e ci aiuta a passare all' altra sponda; è la sintesi
assoluta, in una persona creata, di ogni tenerezza e di ogni bellezza. La
richiesta del pane prefigura quello che dovrebbe essere il nostro rapporto con
la terra: il pane infatti è la terra lavorata dall'uomo. L'uomo distruggerà la terra oppure ne farà
un'eucaristia.
La terra non è una dea, la tecnica finisce di strappare una persona dal ventre della terra stessa.
Ma non è nemmeno un insieme di energie da utilizzare
ciecamente, con il rischio, così evidente oggi, di snaturare la natura. I
cristiani devono proporre, per quanto riguarda i rapporti dell'umanità con la
terra, non l'atteggiamento di un economicismo o di un ecologismo miopi, ma
quello di una responsabilità amante e, poco alla volta, trasfigurante. "Nostra
sorella la terra-madre", esclamava magnificamente Francesco d'Assisi. Nostra
sorella, la nostra fidanzata che dobbiamo sposare con infinito rispetto affinché
generi non solo il nostro pane quotidiano, ma il pane impregnato di tutto il
profumo del Regno...
Dall'altare alla condivisione
La richiesta del pane, se vogliamo avanzarla senza
incoscienza o ipocrisia, ci impone un' altra esigenza: quella della
condivisione. La comunione eucaristica è condivisione, il "sacramento del fratello" è inseparabile da quello" dell'altare", diceva Giovanni
Crisostomo. Il socialismo ateo, il comunismo con le sue persecuzioni sono
sopraggiunti anche perché il mondo cristiano non ha saputo condividere, perché
ha conservato il "sacramento del1'altare" dimenticando quello "del fratello".
D'altronde ci è noto che questo dramma continua oggi e si aggrava a livello
planetario.
"E
rimetti a noi i nostri debiti,"Rimetti a noi i nostri debiti": siamo debitori a Dio di
tutto. Esistiamo unicamente grazie alla sua volontà creatrice, in virtù della
sua Incarnazione che ci schiude la strada per la nostra piena realizzazione, che
ci riconcilia con lui e ci dona la sua grazia. "Le creature sono poste sulla
parola creatrice di Dio come su un ponte di diamante teso tra 1'abisso dell'infinità divina e 1'abisso del
loro nulla", diceva Filarete di Mosca.
Rinchiuderci in noi stessi, rifiutare questa relazione che ci
dona l'esistenza significa votarsi alla distruzione e alla morte: è il
nichilismo, soprattutto se si attribuisce al termine latino nihil -
"nulla" - l'etimologia proposta da Pierre Boutang: nehile, la rottura
dell'ilo, di questo filo esile ma vivificante che collega il seme al
peduncolo... E anche là, forse soprattutto là, nel nihil, il Dio
incarnato, crocifisso, disceso all'inferno, ci attende per rimetterci i nostri
debiti...
Bisognerebbe citare qui i testi sconvolgenti di Cabasilas
sulla salvezza mediante 1'amore: di Cristo egli scrive che viene a noi di sua
iniziativa, "e ci dichiara il suo amore, e supplica che il nostro amore risponda
al suo. Di fronte a un rifiuto non si ritira, non si indigna per l'ingiuria.
Respinto, aspetta sulla porta. Come un vero amante sopporta i soprusi e muore", per risuscitare e risuscitarci,
"Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come anch'io ho avuto pietà di te?"
Non appena uscito, questo servitore incontra uno dei suoi
compagni, che gli doveva una somma irrisoria. Lo afferra alla gola con ferocia
spietata e lo fa gettare in prigione. Il re, avvisato, lo consegna alla rude
giustizia dell' epoca, dicendogli: "Servo malvagio, ti avevo condonato tutto
quel debito perché mi avevi supplicato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo
compagno, come anch'io ho avuto pietà di te?".
Bisogna capire a fondo il movimento della parabola. Non è
perché io rimetto i debiti ai miei debitori che Dio rimette i miei: io non condiziono il perdono di Dio. È perché Dio mi perdona, mi riconduce a lui, mi permette di esistere, libero,
nella sua grazia, è perché sono invaso dalla gratitudine che estraggo gli altri
dalle sabbie mobili del mio egocentrismo e permetto anche a loro di esistere
nella libertà della grazia...
Noi continuiamo ad attenderci qualche cosa dagli altri. Ci
devono il loro amore, la loro attenzione, la loro ammirazione. Non è l'altro che
mi interessa, bensì la gratificazione che mi procura. La stoffa di cui sono
fatto è vanità, suscettibilità. E siccome gli altri mi deludono costantemente,
perché non possono rimborsarmi i loro debiti, allora li perseguito con il mio
rancore, nutro verso di loro oscure passioni mortifere, mi perdo in una foresta
di inestricabili vendette. Oppure, dall'alto della mia dignità offesa, mi ritiro
per mio conto, mi avvolgo di indifferenza altezzosa e mi pago da solo i debiti
degli altri, con moneta falsa.
Psicologicamente, in questo mondo contrassegnato dalla morte,
non esiste via d'uscita. Ma se ci rendiamo conto che questo mondo è una tomba
vuota riempita da una luce venuta da altrove, se percepiamo che Dio, in Cristo,
ci rimette il nostro debito fondamentale, la morte - quella fisica e soprattutto
quella spirituale - allora non abbiamo più bisogno né di schiavi né di nemici:
né di schiavi che ci facciano credere che siamo dèi, né di nemici sui quali
proiettare la nostra angoscia segreta.
Tentare, senza astio né masochismo,
di rispettare il segreto
degli altri,
il loro rapporto con il mistero
Ci rendiamo conto che gli altri non ci devono nulla. Gli
altri non mi appartengono. Ognuno di loro, come Dio di cui è immagine, è un
soggetto libero, inaccessibile. Posso appropriarmene solo privandolo della sua
libertà, cioè negandolo, al limite uccidendolo. E ci sono tanti modi di
uccidere! Ma, come il Dio inaccessibile si rivela a me nella sua grazia, così
anche l'altro, inaccessibile, può rivelarsi a me, ed è anche questa una grazia.
Allora arrivo a capire che 'tutto è grazia", come scriveva Bernanos alla fine
del suo Diario .di un curato di campagna.
È vero che gli uomini hanno tra di loro dei rapporti normati
dal diritto, che la legge li strappa - almeno esteriormente - agli impulsi
mortiferi e regola esteriormente i loro rapporti, proteggendoli dall'arbitrio.
Ma al di là c'è solo il perdono, l'accoglienza e, a volte, lo stupore.
Il santo - scriveva Simeone Nuovo Teologo - è "il povero che
ama i fratelli". Povero perché riceve incessantemente se stesso dalle mani di
Dio. Capace, di conseguenza, di essere il prossimo di tutti... Non siamo dei
santi, pur tuttavia nella vita quotidiana dobbiamo tentare, senza astio né
masochismo, di rispettare il segreto degli altri, la loro solitudine, il loro
rapporto con il mistero.
In questa prospettiva, più conosco gli altri, più mi
diventano degli sconosciuti. Anche con loro mi muovo "di principio in principio,
attraverso principi con non hanno mai fine". Quando la promiscuità, l'usura
della vita, o la brama - medica, pedagogica o, semplicemente, gelosa - di capire
troppe cose attenuano l'alterità, basta essere un po' attenti: sopraggiunge un
dettaglio incongruo, che sfugge ai miei schemi: allora viene ristabilita la
distanza tra l'altro e me, distanza dolorosa e salutare, la distanza della
rivelazione.
A volte dobbiamo saper diventare, nella preghiera
silenziosa, quel "punto zero" in cui non ci apparteniamo più, non esistiamo più
da noi stessi, riceviamo la grazia di sapere che gli altri esistono, al di fuori
di noi altrettanto interiormente di noi: ciascuno diventa, come diceva Evagrio
Pontico, "separato da tutti e unito a tutti".
"E non farci entrare nella tentazione,
ma liberaci dal Male
(dal Maligno)..."
"Non farci entrare...": non è Dio che tenta, "Dio non tenta nessuno", afferma Giacomo (Gc 1.13). Siamo di fronte a un semitismo che significa: non lasciarci entrare, fa' che non entriamo nella tentazione, che non abbia il sopravvento su di noi. Quale "tentazione"? Certamente il mistero
dell' apostasia finale. È un mistero che affiora in tutte le epoche del cristianesimo, dato che - dopo l'Incarnazione e la Pentecoste - siamo negli "ultimi tempi": "Avete udito che l'anticristo deve venire, e ora molti anticristi sono già sopraggiunti" (1Gv 2.18). Forse questo mistero sta assumendo contorni più precisi nel nostro tempo che è veramente un' apocalisse nella storia e che fa affiorare così tante cose terribili. Forse ci sembra così semplicemente perché è la nostra epoca, non più "apocalittica" di tante altre, come possiamo percepire studiando le crisi del passato."Abbiamo inventato la felicità,
dicono gli ultimi uomini,
e ammiccano"
La grande apostasia non è necessariamente l'ateismo.
Il ribelle, perfino il bestemmiatore cerca Dio a modo suo. Di fronte al dolore
del mondo c'è anche un ateismo di compassione, che si colloca senza dubbio nell'
"Eli, Eli, lema sabactani" del Golgota. La grande apostasia sarebbe piuttosto di
sentirsi guariti dalla malattia di Dio, guariti dall'interrogativo, alleggeriti
del mistero, senza angoscia né stupore.
Non semplice assenza di Dio, ignoranza tranquilla di Dio, ma
circonvenzione del desiderio di assoluto insito nell'uomo attraverso parodie atroci o
seducenti: magie, droghe, parossismi; tortura ed erotismo - strettamente
collegati, del resto; ebbrezze totalitarie di ieri (parlo dell'Europa);
trasformazione odierna delle religioni in ideologie; sostituzione della
comunione con la fusione, con il possesso, in tante forme dell' arte
contemporanea, in tanti ambienti settari; invasione della parapsicologia e dell'
occultismo che renderanno possibile un giorno l'incantamento delle masse ad
opera di autori di pseudo-miracoli, di prodigi in cui si manifestano "poteri" e
che trasmettono potenza, come quelli che Gesù ha rifiutato nel deserto.
Penso al Racconto sull'Anticristo di Vladimir Solov'ev,
in cui si vede l'Anticristo, grande riformatore sociale e spiritualista
qualificato, associarsi a un mago che offre all'umanità "prodigi e meraviglie".
Penso all' "ultimo uomo" di Nietzsche, nel prologo di Zarathustra: "Guardate, io
vi mostro l'ultimo uomo. 'Che cos'è l'amore? Che cos'è il creare? Che
cos'è la nostalgia? la stella?' ecco ciò che si chiede l'ultimo uomo, ammiccando
(...) 'Noi abbiamo inventato la felicità ', dicono gli ultimi uomini, e ammiccano
(...) Un po' di veleno di tanto in tanto: questo procura piacevoli sogni. E poi
molto veleno alla fine, per una piacevole morte (...) Ci sono piccoli svaghi per
il giorno, e quelli per la notte: ma si tiene in gran conto la salute. 'Noi abbiamo inventato la felicità ', dicono gli ultimi
uomini, e ammiccano.
Senza domande?
Alcuni anni or sono ho avuto il piacere di incontrare Andrej
Tarkovskij, il regista recentemente scomparso. Mi diceva che il rischio oggi è
che gli uomini smettano di porsi la domanda; e che lui si era dedicato a
ridestarli, a far capire loro che l'uomo è domanda. Mi confessava anche
quanto si sentisse solo.
Dobbiamo restare uomini di angoscia e di stupore, uomini che
non si accontentano di parole e di idoli, dobbiamo restare uomini che pongono la
domanda, fosse anche al prezzo di una certa follia. Perché le chiese non hanno
potuto accogliere un Nietzsche, un Artaud, un Kahlil Gibran, un Kazantzaki? Non
è forse giunto il tempo in cui la chiesa dovrebbe offrire un luogo a quanti
pongono la domanda?
"Non farci entrare nella tentazione": nella tentazione di
dimenticarti, di crederci guariti dalla malattia di te, di parodiarti finemente
o grottescamente, sempre grottescamente, tutto sommato.
" . . . ma liberaci dal male...". Il mondo giace nel male. E
il male non è soltanto caos, assenza di essere: testimonia un'intelligenza
perversa che, a forza di orrori sistematicamente assurdi, vuole farci dubitare
di Dio e della sua bontà. Si tratta in realtà non della semplice "privazione del
bene" - come dicevano i padri -, né di quella "mancanza di essere" con cui Lacan
definiva l'uomo, bensì del Maligno, il Malvagio, non la materia, né il corpo, ma la più
sublime intelligenza rinchiusa nella propria luce...
Dio non ha creato il male
Adorno ha scritto che dopo Auschwitz - e io aggiungerei dopo
Hiroshima e i Gulag - non si dovrebbero più comporre poesie. Credo che si possa,
che si debba sempre comporne; credo che si possa, che si debba sempre parlare di
Dio, ma forse in altro modo. Bisogna affermare che Dio non ha creato il male e
che non lo ha nemmeno permesso. "Il volto di Dio gronda sangue nell'ombra",
diceva Léon Bloy con un'espressione spesso citata da Berdjaev.
Il male, Dio lo riceve in pieno volto, come Gesù ricevette
degli schiaffi quando aveva gli occhi bendati. Il grido di Giobbe non cessa di
risuonare e Rachele piange i suoi figli. Ma la risposta a Giobbe è stata e
rimane data: è la Croce. È Dio crocifisso su tutto il male del mondo, ma capace
di far scoppiare nelle tenebre un'immensa forza di risurrezione. Pasqua è la
Trasfigurazione nell'abisso. "Liberaci dal male" significa 'Vieni, Signore
Gesù", vieni, tu che sei già venuto per vincere l'inferno e la morte, tu che hai
detto di aver visto "Satana cadere dal cielo come folgore" (Lc 10.18).
Questa vittoria è presente nella profondità della chiesa. Ne
riceviamo la forza e la gioia ogni volta che ci comunichiamo. E se Cristo la
tiene nascosta è perché vuole associarsi ad essa. "Liberaci dal male" è una
preghiera attiva, una preghiera che ci impegna.
La chiesa intera è impegnata in questo combattimento finale,
che non è per la vittoria ma per lo svelamento della vittoria: dai monaci che
cercano il corpo a corpo con le potenze delle tenebre - facendo sì che i
monasteri e gli eremi diventino come dei parafulmini per il mondo intero -, fino
ai più umili tra di noi, timorosamente rannicchiati attorno alla croce di
Cristo, che cercano pazientemente, giorno dopo giorno, di lottare contro tutte
le forme del male, in noi, attorno a noi, nella cultura e nella società. Umili
persone che rattoppano incessantemente il tessuto della vita, costantemente
lacerato da colui che la Scrittura chiama "il Signore della morte".
Le scorie che uccidono
Ogni gesto di bene puro, non ideologico, non costrittivo;
ogni azione di giustizia e di compassione; ogni scintilla di bellezza, ogni
parola di verità consuma le scorie che ancora ricoprono la vittoria di Cristo
sul divisore. Senza dimenticare che,
quando si parla di Maligno, non bisogna guardare al prossimo
bensì innanzitutto a se stessi. Senza dimenticare nemmeno che i grandi santi -
come Isacco il Siro o il folle in Cristo de Le mie missioni in Siberia -,
gli uomini più realisti, quanti hanno veramente visto l'inferno hanno
pregato non solo: "Liberaci dal male" o "dal Maligno", ma anche: "se è
possibile, libera dal male il Maligno, perché è anche lui una tua creatura...".
"E libera dal male" noi che abbiamo vergogna di essere
cristiani o che, al contrario, facciamo del cristianesimo, della nostra
confessione, la bandiera della superiorità e del disprezzo.
"E libera dal male" noi che parliamo di "deificazione" e siamo
troppo spesso così poco umani.
"E libera dal male" noi che facciamo così in fretta a parlare
d'amore e non sappiamo nemmeno rispettarci reciprocamente.
"E libera dal male" me, uomo di angoscia e di tormento, così
spesso diviso, così poco sicuro di esistere, uomo che osa parlare - assieme alla
chiesa: è la mia unica scusa - del Regno e della sua gioia.
"O Unico, non togliermi il ricordo di queste sofferenze il
giorno in cui mi laverai dal mio male e anche dal mio bene, il giorno in cui mi
farai vestire di sole dai tuoi, dai sorridenti" (O.V.de L.Milosz, La Confession de
Lémuel).
Francesco di Sales ha predetto che in un momento decisivo
della storia si produrrà la
A conclusione di questi itinerari sul Padre Nostro collochiamo un racconto risalente molto probabilmente ad ambienti monastici russi del XVIII secolo. Tolstoj alla fine del secolo scorso lo redasse nel suo ampio e calmo stile narrativo. Contiene una catechesi sapienziale sulla vera preghiera.
I TRE ANZIANI
"E quando pregate, non moltiplicate vane parole, come i pagani, che credono di essere esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro, poiché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che gliela chiediate" (Mt 6.7-8).
Una volta un vescovo navigava da Archangelsk verso la lavra
Soloweski. Sulla stessa nave si trovavano anche dei viaggiatori che si recavano
in pellegrinaggio dai pii monaci del monastero. Il vento era favorevole, il
tempo sereno e l'acqua immobile. Alcuni pellegrini si erano messi da un po' a
riposare, altri erano a colazione e altri ancora sedevano in gruppi
chiacchierando tra loro. Anche il vescovo venne in coperta e si mise a
passeggiare avanti e indietro sul ponte. Quando arrivò a prua, vide tutta una
folla radunata insieme. Un giovane campagnolo faceva segno con la mano sopra il
mare e stava raccontando qualcosa che attirava 1'attenzione di tutti. Il vescovo
si fermò e guardò anch'egli nella direzione indicata dall'uomo; ma non poté
scorgere nulla e vide solo il mare che scintillava al sole. Allora si avvicinò e
si mise ad ascoltare. Quando il campagnolo si accorse del vescovo, si tolse il
berretto e tacque. Allora anche gli altri riconobbero il vescovo, si scoprirono
il capo e lo salutarono con rispetto.
"Non dovete disturbarvi, fratelli" disse il vescovo "sono
venuto anch'io a sentire ciò che tu, mio caro, stavi raccontando".
"Ci ha appena parlato degli anziani, il pescatore", spiegò un
commerciante, meno timido degli altri .
"Di quali anziani?" domandò il vescovo, andando a sedersi su
di una cassa presso il parapetto. "Raccontalo anche a me, ascolto. che cosa
stavi indicando con la mano?".
"Là in lontananza si vede appena una piccola isola" disse il
giovane campagnolo, e indicò verso destra. "Su quell'isola, tre anziani vivono
soli soletti, per la salvezza della loro anima".
"E dov' è quest'isola?" chiese il vescovo. "Segua diritto la sua
mano. Là c'è una nuvola, e più a sinistra in basso si vede una piccola striscia".
Il vescovo osservò attentamente. L'acqua brillava al sole, ma
non riuscì a scorgere nulla, perché i suoi occhi non c'erano abituati.
"Non vedo nulla" ammise. "Ma che anziani sono questi che vivono sull'isola?"
"Uomini di Dio" suonò la risposta. "Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai avuto l'occasione di
vederli. L'estate scorsa però li ho visti con i miei occhi".
E il pescatore cominciò a raccontare come una volta era
uscito a pesca ed era stato sospinto fin nei pressi di quell'isola, senza sapere
dove fosse arrivato. Al mattino aveva fatto una passeggiata sull'isola e si era
imbattuto in una capanna d'argilla. Davanti alla capanna aveva incontrato un
anziano; poi ne erano usciti ancora altri due. Gli avevano dato da mangiare, gli
avevano asciugato gli abiti e lo avevano aiutato a riparare la sua barca. "Che
aspetto avevano?" chiese il vescovo.
"Uno è piccolo, curvo e decrepito. Porta una tonaca logora. Deve avere ben più di cento anni. La sua barba
grigia è diventata ormai tutta verde, ma lui sorride continuamente e sembra
sfolgorante come un angelo del cielo. Il secondo è un po' più grande, anche lui
molto anziano e va in giro in un caffettano ridotto a brandelli. Ha una lunga
barba grigio-giallastra ed è un uomo forte. Rovesciò la mia barca come un
secchio, prima ancora che potessi venirgli in aiuto. Anche lui sembra allegro.
Il terzo invece è un uomo gigantesco con una barba bianca come il chiaro di
luna, e che gli arriva alle ginocchia, ma sembra triste, e le sopracciglia gli
pendono giù sopra gli occhi. Va in giro tutto nudo e porta solo un grembiulino
di rafia intorno alle reni.
"Che cosa ti hanno detto?" chiese il vescovo. "Facevano quasi
tutto in silenzio e anche tra loro parlavano poco. Bastava che uno gettasse uno sguardo
all' altro, e si erano già capiti. Chiesi a quello grande se vivessero là da
molto. Fece un viso scuro e mormorò qualcosa come se fosse arrabbiato, ma il
piccolo lo prese subito per la mano, sorrise e così anche quello fece di nuovo
silenzio. L'anziano disse solo: 'Perdonaci!' e sorrise".
Mentre il campagnolo stava così raccontando, la nave era arrivata più vicino all'isola.
"Ora si può riconoscerlo proprio chiaramente" fece notare il
commerciante. "Prego, Eminenza, guardi" si rivolse al vescovo e indicò col dito.
Il vescovo scrutò davanti a sé. Effettivamente, ora vide una
piccola striscia nera: l'isola. Guardò attentamente, poi da prua si diresse
verso poppa e si rivolse al timoniere.
"Che isola è" chiese "quella che si vede là?"
"Quella là? Non ha nome. Ce ne sono tante così".
"È vero" chiese ancora il vescovo "che là vivono tre anziani
soli, per la salvezza della loro anima?"
"Così si racconta, Eminenza. Ma non so se sia vero. I marinai
assicurano di averli visti. Ma può anche darsi che spaccino frottole".
"Sbarcherei volentieri sull'isola, per vedere gli anziani" disse il vescovo. "Si
può fare?"
"Con la nave è escluso" disse il timoniere. "Eventualmente con
una barca a remi. Ma deve prima parlarne con il capitano".
Chiamarono il capitano, e il vescovo disse:
"Vedrei tanto volentieri i tre vecchi. Qualcuno mi ci potrebbe trasportare?"
Il capitano voleva cavarglielo dalla testa.
"Certo si potrebbe, ma perderemmo molto tempo. E se posso permettermi un'osservazione, Eminenza, non
vale la pena vederli. Ho sentito dire da certe persone che sono degli anziani
sciocchi, che non capiscono nulla e non spiccicano parola, come i pesci del
mare".
"Li vedrei lo stesso volentieri" obiettò il vescovo. "Le
ripagherò bene il tempo e la fatica e le chiedo di traghettarmici".
Non ci fu niente da fare. I marinai fecero tutto secondo gli
ordini. La vela fu girata, la nave mutò direzione e si puntò sull'isola. Si
portò a prua un sedile per il vescovo; questi vi si installò e si concentrò su
quel che si riusciva a vedere. E tutti i compagni di viaggio vennero a disporsi
intorno a lui e a spiare l'isola. Chi aveva lo sguardo più acuto poteva già
riconoscere le rocce e indicava la 'capanna di fango. Un altro era riuscito a
distinguere i tre anziani. Il capitano si portò agli occhi il cannocchiale,
gettò uno sguardo e lo passò al vescovo.
"Davvero" disse "là sulla riva, a destra della grande roccia,
stanno tre uomini".
Il vescovo puntò il canocchiale sul luogo indicato e vi
guardò attraverso: effettivamente, sulla riva stavano tre uomini. Uno era molto
grande, un altro più piccolo e il terzo piccolissimo. Stavano sulla riva e si
tenevano per mano.
Ora il capitano si avvicinò al vescovo. "Qui la nave deve
fermarsi, Eminenza. Come è suo desiderio, la faccio trasportare da qui con la
barca. Intanto noi restiamo all'ancora qui".
Immediatamente si calò la fune, si gettò l'ancora e si
ammainò la vela. Ci fu uno strattone, la nave oscillò leggermente. La barca fu
calata, i remi innestati, e il vescovo scese la scala. Arrivato giù, si adagiò
sul sedile, i marinai misero mano ai remi e puntarono sull'isola. Quando furono
giunti a un tiro di sasso, poterono vedere con tutta chiarezza come i tre
anziani stavano sulla riva: uno grande e nudo, con solo un grembiulino intorno
ai fianchi, il secondo, più piccolo, nel suo caffettano sbrindellato, e il terzo
decrepito e curvo nella sua tonaca logora. Così stavano là tutti e tre dandosi
la mano.
La barca urtò contro la terra. I remi furono ritirati. Il
vescovo scese.
I tre anziani fecero un inchino, il vescovo li benedisse e
quelli si piegarono ancor più profondamente davanti a lui. E il vescovo cominciò
a parlar loro così:
"Ho sentito" disse "che voi, tre anziani di Dio, vivete qui
per la salvezza delle vostre anime e pregate Cristo nostro Signore per
l'umanità. lo, indegno servitore di Cristo, per grazia di Dio sono chiamato a
pascere le sue pecore sulla terra. Così ho voluto far visita anche a voi, veri
servi di Dio, e darvi per quanto possibile un po' d'istruzione".
I tre anziani non dissero parola, sorrisero e si guardarono
tra loro.
"Ditemi dunque" continuò il vescovo "come vivete per la
salvezza della vostra anima e servite Dio nostro Signore?".
L'anziano di mezzo sospirò e guardò il piccolo decrepito. Il
grande fece un viso triste e volse anch'egli lo sguardo al piccolo. E questi
sorrise e disse:
"Non ce ne intendiamo affatto di servire Dio, o servo del
Signore. Noi ci serviamo l'un l'altro procurandoci il pane quotidiano".
"Allora come pregate Dio?" chiese il vescovo. L'anziano disse:
"Preghiamo così:
Tre sei Tu, tre siamo noi. Abbi misericordia di noi, stacci vicino!"
Appena il più vecchio ebbe detto così, anche gli altri due
levarono gli occhi al cielo, e tutti e tre dissero insieme:
"Tre sei Tu, tre siamo noi, abbia misericordia di noi, stacci vicino".
Il vescovo dovette sorridere e disse:
"Allora avete pur sentito qualcosa della Trinità. Ma così non potete pregare. Comunque sia, mi sono
affezionato a voi, o anziani di Dio, e vedo che volete veramente servire Dio. Ma
non sapete come si fa. Così non potete pregare. Ascoltatemi, ve lo insegnerò. E
non sono le mie parole che vi insegnerò, ma le parole della sacra Scrittura. E
in questo modo che il buon Dio stesso ha ordinato a tutti gli uomini di
pregarlo".
E il vescovo cominciò a esporre agli anziani come Dio si era rivelato agli uomini. Parlò loro di Dio
Padre, Dio Figlio e Dio Spirito santo, e disse:
"E Dio Figlio scese sulla terra per salvare l'umanità e
insegnò a noi tutti a pregare così: ascoltatemi e ripetete le mie parole".
E il vescovo cominciò a recitare il Padre Nostro. Uno degli
anziani ripeté: Padre Nostro! E il secondo anziano ripeté: Padre Nostro! E anche
il terzo ripeté: Padre Nostro!
"che sei nei cieli".
Gli anziani ripeterono: "che sei nei cieli". Ma quello di mezzo cambiò l'ordine delle parole e non riuscì a
pronunziare bene la frase, e anche quello nudo non riusciva a ripeterla
correttamente, perché la sua bocca era completamente coperta dalla barba così
che non poteva parlare chiaramente. E anche quello vecchissimo, che non aveva
più denti, mormorò qualcosa d'incomprensibile.
Il vescovo lo ripeté ancora e di nuovo gli anziani lo
seguirono. Sedette su di una pietra, mentre gli anziani stavano in piedi davanti
a lui e fissavano la sua bocca. Quando egli aveva pronunziato una parte di
frase, essi la ripetevano. E così il vescovo trascorse con loro tutto il giorno,
ripeté loro la stessa parola dieci, venti, anche cento volte, e gli anziani lo
seguivano. Se facevano un errore, li correggeva e li faceva ricominciare da
capo.
E il vescovo restò presso gli anziani finché ebbero imparato
tutta la preghiera. Poterono dirla dietro a lui e infine anche recitarla a
memoria. L'anziano di mezzo era riuscito a capirla per
Lev Tolstoj (1886)