PICCOLI GRANDI LIBRI  PINO STANCARI
I PASSI DI UN PELLEGRINO
I Canti delle ascensioni (Salmi 120 - 134)
EDITRICE ÀNCORA MILANO

INTRODUZIONE
(Franco Brovelli)
I "simboli" per un pellegrino
Il contesto per l'ascolto
CAMMINANDO CON IL "CUSTODE DI ISRAELE" (SALMO 121)
Il capo alzato, il timore, la commozione
Solo, eppure stretto in un abbraccio
Dal monologo al dialogo
Il Signore è il tuo custode
In ogni momento, per tutti
IL SIGNORE VEGLIA
PERCHÉ I GIUSTI BENEDICANO

 (SALMI 125 - 126)
Dentro la città santa: le risonanze del pellegrino
Città stabile per l'abbraccio fedele di Dio
La tentazione di condividere la logica degli empi
L'invocazione della pace
La contemplazione del ritorno di tutti
IL VOLTO NUOVO
DEL FIGLIO DI UN SORRISO

(SALMO 131)

Cuore, volto e mano di fronte a Dio
Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente
IL VIAGGIO DI UN PELLEGRINO
E IL NOSTRO VIAGGIO

Tappe di un viaggio
Per un popolo in diaspora
Gerusalemme: il progetto di Dio si conferma
Verso Gerusalemme, segno della riconciliazione
NESSUN PASSO È STATO INUTILE
E LA GIOIA ORA È GRANDE (SALMO 122)
La visione di Gerusalemme, città della pace
Una gioia che interpreta il passato
La contemplazione del mistero glorioso di Gerusalemme
Il volto del Messia e il nostro volto
Un augurio di pace
IL SIGNORE HA CURA DI CHI RIPOSA IN LUI: L'AMICO "DORMIENTE" (SALMI 127 - 128)
L'ingresso nel tempio in costruzione
Lo spazio di accoglienza per l'opera di Dio
La fiducia in un Dio che tiene nelle mani il futuro
La preparazione all'incontro
Temere il Signore e camminare nelle sue vie ogni giorno
L'UOMO GIURA, DIO MANTIENE
(SALMO 132)

Davide giura di dare casa a Dio
Dio giura e promette il Messia
DALLA DIASPORA A GERUSALEMME
(SALMO 120)

Un preludio significativo: Dio parla
L'esperienza della diaspora e del Nome santo
Il conflitto di una fede "estranea"
La decisione di partire per la città della pace
ANCHE A GERUSALEMME LA DUREZZA DELLA STORIA (SALMI 123 - 124)
La città delude
Devozione a Dio, sospetto e solidarietà
Un grido
Un orizzonte di grazia per ogni cammino
La liberazione dagli inferi genera benedizione
MA NOI VI BENEDICIAMO
(SALMI 129 - 130)
L'attesa di una Parola che cambi la vita
La vita giudicata:  la connivenza con la storia ingiusta
La "benedizione" della storia ingiusta
Dio ascolta il grido del cuore trafitto
INSIEME FRATELLI: LA VITA SENZA PAURA
(SALMI 133 - 134)
La città: una difesa dalla fraternità
Gerusalemme città della fraternità attesa
La fraternità è il vero culto e la vita secondo Dio

*  INTRODUZIONE

Non è consueto un commento ai Salmi come quello che viene offerto in queste pagine. Coltiva con efficacia l'attitudine e il gusto dell'ascolto; conduce alla preghiera che sgorga dall'intenso scrutare le promesse di Dio; si muove in un orizzonte di ampio respiro che fa capace di cogliere il messaggio dei simboli via via evocati.

I "simboli" per un pellegrino

Nel solco del viaggio che un pellegrino compie verso Gerusalemme si delineano le tappe dell'itinerario dell'uomo verso Dio: per questo, credo, il lettore può trovare le pagine che seguono come una traccia sempre capace di evocare situazioni ed atteggiamenti che si ritrovano nello svolgersi concreto della nostra storia.
Tanto più che i "simboli" maggiormente utilizzati hanno una indiscussa capacità di interrogare e di coinvolgere.
Quello stesso dell' itinerario, anzitutto, metafora d'una vita in ricerca del suo senso e della sua meta, memoria del viaggio che, a partire dall'Esodo, Dio ha chiesto di percorrere al suo popolo.
Ma anche il simbolo di Gerusalemme contiene una molteplicità di rimandi, così come l'andarvi da pellegrini («questo viaggio ha un valore sacramentale», annota in apertura l'Autore). Il salire verso la città santa «celebra la paradossale conferma dell'antico disegno, della volontà che Dio ha manifestato fin dall'inizio nella storia degli uomini attraverso la chiamata del popolo, l'alleanza, e la sua sapiente pedagogia». Su questo sfondo, Gerusalemme
«è grande segno ecumenico, segno della riconciliazione che Dio realizza per tutte le sue creature».
Anche la preghiera è continuamente chiamata in causa; si sa, del resto, che il modo più vero di ridire dei Salmi e di comprenderne il senso è quello di pregarli. Sono voce di un popolo intero, e di ciascuno che ne è parte: espressione del loro dolore e della loro speranza, della fatica e della gioia, della memoria e dell'attesa. In ogni giorno la Chiesa li prega, in un incessante atteggiamento di lode; i Canti delle ascensioni, in particolare, stanno nella liturgia vespertina, a congedo di un giorno che volge al tramonto e in attesa di una nuova aurora. Ed è il simbolo di Gerusalemme a scandire i ritmi dell'uno e dell'altra.

Il contesto per l'ascolto

La riflessione che viene ripresentata nella pagine che seguono ha avuto uno specifico contesto di origine: un corso di esercizi spirituali promosso dall'ISMI (= Istituto Sacerdotale Maria Immacolata, la struttura che, nella diocesi di Milano, accompagna il cammino dei giovani preti) nell'ottobre del 1991 (1). In effetti, i segni di queste origini sono evidenti: dal taglio dato all'intera riflessione, tipico dell'invito a stare in preghiera davanti alla Parola meditata; il tono globale del testo, proprio del discorso parlato (2).
La successione degli interventi sui Canti delle ascensioni si rivela capace di guidare tanti altri - uomini e donne, preti e laici - nella scelta di mettersi in viaggio come pellegrini verso Gerusalemme. Proprio per questo abbiamo osato forzare amichevolmente la ritrosia di p. Stancari - gesuita che opera da quasi vent'anni alla periferia di Cosenza - e offrire a un pubblico più vasto la possibilità di avvalersi di una ricchezza che ha più di un motivo per essere fatta conoscere.

Franco Brovelli

[1] A Villa Cagnola di Gazzada (Varese), con una quarantina di partecipanti, tutti nei primi anni di ministero. Già in un'altra occasione avevamo fatto la scelta di pubblicare la predicazione d'una settimana di esercizi: R. CORTI A servizio dell'Alleanza. Meditazioni sul ministero presbiterale, Ancora, Milano, 1990.
[2] Con il consenso dell'Autore, abbiamo ricostruito il testo dalla registrazione; l'intero lavoro redazionale è stato nostro e non è passato attraverso la revisione di p. Stancari. Ci è parso utile collocare, all'interno delle meditazioni, il testo del Salmo commentato.

 

*  IL VIAGGIO DI UN PELLEGRINO E IL NOSTRO VIAGGIO

La Parola del Signore ci precede e ci attende sempre; costituisce il vero centro attorno a cui ruotano tutto il nostro impegno di vita interiore, la nostra ricerca, la nostra riflessione e i nostri sentimenti. Ad essa consegniamo tutto quel bagaglio di tensioni, interrogativi, slanci e insieme paure, stanchezze, incertezze e delusioni che, certamente, ci portiamo dietro.
Vogliamo rileggere con questo spirito i Canti delle ascensioni, cioè i Salmi dal120 al134.
Io li rileggo periodicamente, da solo; ne ho bisogno per me stesso e approfitto volentieri dell'occasione di rileggerli insieme con altri.
Essi non saranno trattati qui se non in modo da favorire la riflessione e la preghiera. Li accosteremo uno dopo l'altro, leggendoli con attenzione e ricavandone una prospettiva ordinata e coerente, che aiuti il nostro cammino di fede.

Tappe di un viaggio

I Canti delle ascensioni sono le tappe di un viaggio: il viaggio a Gerusalemme di un pellegrino - l'ascensione, appunto - e il nostro viaggio. Infatti, mentre le varie tappe di quel viaggio si delineano, sono le tappe del nostro dialogo col Signore vivente che si delineano con esse.
Si tratta di una raccolta di quindici Salmi, per lo più molto brevi e molto famosi, noti a tutti e ripetibili a memoria da molti di noi.
Questa raccolta costituiva una specie di libretto destinato ad aiutare chi saliva a Gerusalemme, a far sì che il proprio viaggio si realizzasse in atteggiamento di preghiera.
Sono quindici perché quindici erano i gradini che separavano la zona esterna del tempio dal cortile più interno. Per questo sono anche detti Salmi graduali: salendo i gradini l'uno dopo l'altro si recitavano i quindici canti per essere così pronti a entrare nel santuario.
In realtà, a prescindere da questa loro collocazione liturgica, questi canti sono disposti in modo tale da illuminare il viaggio in tutta la sua interezza, dal momento in cui il pellegrino non si è ancora messo in cammino e dimora nel suo ambiente fino al momento in cui, compiuto il viaggio e svolte a Gerusalemme le varie fasi della celebrazione di una delle grandi feste del calendario liturgico di Israele, egli prende congedo e torna alla sede di provenienza e di normale abitazione.
Così la serie di questi Salmi ci consente di accompagnare il pellegrino in tutto il suo viaggio, da quando decide di partire a quando prende lo slancio per ritornare indietro.

Per un popolo in diaspora

La raccolta dei Canti delle ascensioni è stata redatta, nella forma che il salterio ci consegna, nell'epoca successiva all'esilio, epoca caratterizzata dal fenomeno sempre più vistoso della diaspora. Il popolo di Dio è disperso.
Il fenomeno era antico: risaliva almeno all'epoca dell'esilio, ma certo anche in epoca precedente aveva interessato alcune tribù; e per le grandi tribù del nord la dispersione era stata un evento che metteva in discussione la permanenza di un'unica chiamata per l'intero popolo di Dio. L'aggressione assira le aveva sradicate dal loro contesto.
Poi fu la volta delle deportazioni delle tribù del sud - che coincidevano di fatto con la tribù di Giuda - al tempo di Nabucodonosor.
È vero che dopo la vittoria di Ciro, re dei Persiani, venne emanato un editto che consentiva a coloro che erano deportati a Babilonia di fare ritorno, ma è anche vero che molti di essi non ritornarono. Una componente molto numerosa del popolo di Dio restò dispersa e nell' epoca neo testamentaria costituiva la porzione maggioritaria del popolo di Israele.
In questa situazione, per coloro che vivono lontani, dispersi in tanti diversi contesti dell'oriente e intorno al bacino del Mediterraneo, Gerusalemme resta un riferimento luminoso, chiarificatore, un segnale posto da Dio nella storia umana e in rapporto al quale i frammenti di questo popolo disperso ritrovano unità.

Gerusalemme: il progetto di Dio si conferma

Il disegno, che è così drammaticamente snaturato e afflitto da eventi e lacerazioni che hanno colpito la comunità dei credenti, si ricompone in rapporto a Gerusalemme.
Dalla diaspora si guarda verso di essa; da diversi e distanti luoghi del mondo, periodicamente, i fedeli salgono a Gerusalemme e questo viaggio ha un valore sacramentale.
È la celebrazione di un vero e proprio sacramento di comunione, di riconciliazione, di pace: la storia del popolo di Dio non è abbandonata a se stessa, ma è illuminata da una volontà fedele.
Dio vuole realizzare un suo disegno; e la dispersione in corso non significa il fallimento di quel disegno: esso si realizza passando attraverso gli itinerari più frastagliati e drammaticamente esposti al contatto con le realtà più lontane e con le aggressioni più perverse. Il piano di Dio attraversa queste dolorose realtà per confermarsi con la sua indefettibile efficacia.
La diaspora comporta una quantità enorme di angustie, incertezze, problemi nuovi, scontri e contrarietà: essa non può essere idealizzata; eppure è vero che proprio in essa si conferma la continuità del piano di Dio.
Il viaggio dei pellegrini a Gerusalemme costituisce allora un evento sacramentale che celebra questa paradossale conferma dell'antico disegno, della volontà che Dio ha manifestato fin dall'inizio nella storia degli uomini attraverso la chiamata del popolo, l'alleanza, e la sua sapiente pedagogia.

Verso Gerusalemme, segno della riconciliazione

Noi accompagniamo il viaggio di un pellegrino che sale a Gerusalemme.
Tutta la storia della salvezza è caratterizzata dalla successiva esperienza del viaggiare. I patriarchi, l'esodo con l'attraversamento del deserto, l'esilio, il ritorno e la successiva dispersione verso periferie sempre più remote sono esperienze di viaggio.
Sempre, però, Gerusalemme rimane come riferimento indiscusso e sacramentalmente valido. Per questo da ogni orizzonte pur lontano ci si volge e ci si incammina verso di essa.
Questo può accadere più volte nella vita o almeno una volta; in occasione delle grandi feste o almeno per una di esse. Può accadere almeno per morire.
Sempre più frequente, nell'epoca giudaica, si fa questo fenomeno: la salita a Gerusalemme di coloro che attendono la morte. Ecco perché la città diventò il luogo di ricovero di molti anziani in attesa di incontrare il Messia, che proprio a Gerusalemme doveva manifestarsi.
Molti ebrei provenienti dalla diaspora, che ormai parlano la lingua dei pagani e che sono acculturati al mondo greco - gli ellenisti - salgono a Gerusalemme per attendere la morte; e la città diventa un grande cimitero, fino a oggi.
Agli antichi cimiteri ebraici si sono aggiunti i cimiteri cristiani e quelli musulmani: Gerusalemme è un luogo in cui val la pena morire, e anche questa sua destinazione cimiteriale è componente intrinseca del suo valore sacramentale.
Questa situazione spiega quel passo degli Atti degli Apostoli (cap. 6) dove gli ellenisti si lamentano per il cattivo trattamento ricevuto dai loro anziani: il fatto è che gli anziani costituiscono il numero preponderante dei giudei di lingua greca entrati a far parte della nuova comunità cristiana e la loro assistenza mette in difficoltà gli apostoli.
Gerusalemme, dunque, è piena di anziani di diversa provenienza; e questo dimostra che il popolo di Dio, pur disperso, guarda alla città santa e vi riconosce il segno inequivocabile della fedeltà con cui Dio conduce la storia del suo popolo e compie l'intera storia umana.
I profeti avevano già affermato che tutti i popoli della terra avrebbero volto verso Gerusalemme le loro attese e speranze. Così essa è grande segno ecumenico, segno della riconciliazione che Dio realizza per tutte le sue creature: si parla di "nuovo cielo e nuova terra", con riferimento agli eventi ultimi che proprio a Gerusalemme devono verificarsi.
Quanto avviene a Gerusalemme vale come garanzia di novità per tutte le creature: una novità definitiva.

Cominciamo anche noi il nostro viaggio.

*   DALLA DIASPORA A GERUSALEMME  SALMO 120

L'intestazione «Canto delle ascensioni» annuncia l'inizio della raccolta e si riproporrà puntualmente per tutti i Salmi seguenti, fino al 134.

Un preludio significativo: Dio parla

Il Salmo precedente - il 119 - è anch' esso in una posizione non casuale. La singolare natura di questo lungo Salmo alfabetico - che per ventidue strofe ridice sempre la stessa cosa, che presenta ogni strofa composta di otto versetti con otto termini che sono sinonimi di parola o legge o decreto o precetto, e i termini si ripetono in sequenza diversa in ciascuna delle ventidue strofe (e il tutto senza mai una ripetizione letterale!) - ha una coerenza compatta e pesante fino a produrre un forte senso di noia, schiacciata a sua volta dal mistero di questa ripetizione dell'idea della Parola di Dio... Parola di Dio... Parola di Dio... E alla Parola ci si rivolge in seconda persona singolare, quasi si dicesse: «Tu, il Parlante».
Questo Salmo accompagna i respiri, i sospiri, i gemiti e - diciamo pure - anche i silenzi di colui che è abituato ad affrontare la solitudine di un'esistenza frantumata; un'esistenza che può essere difficilmente descritta con ordine e che trova l'essenziale delle cose là dove, nella solitudine, viene adorata, benedetta, ascoltata, forse non capita... ma ascoltata la Parola del Dio vivente a cui si dice: ...Tu parli, Tu hai l'iniziativa, Tu comunichi qualcosa di tuo a me...
Il Salmo 119 suppone un'esperienza prolungata e poco gloriosa, come la stessa diaspora. Un'esperienza cui certo non ci si può sottrarre e che ha un valore nello svolgimento della storia della salvezza, che non è così immediato riconoscere.

L'esperienza della diaspora e del Nome santo

Da questo Salmo si passa al Salmo 120. In esso troviamo un fedele che vive in diaspora, nel mondo; non importa stabilire dove, se più o meno lontano. Il suo contesto può avere diverse coordinate culturali, sociali, politiche. È nel mondo dei pagani, questo sì.
Il nostro personaggio non ha nome, anche se noi gli daremo ascolto e apprezzeremo l'umiltà con cui ci parla di sé in prima persona senza essere in grado di dirci una identità anagrafica. In realtà egli stesso ignora quale sia esattamente la sua identità. Avrà un nome e un cognome, ma chi è veramente non lo sa nemmeno lui. Eppure ha il coraggio di parlare di sé, pur non essendo in grado di definirsi.
Lo ascoltiamo: vive nel mondo dei pagani e ci vive male. Certo è il suo mondo: avrà un'attività, una famiglia, una storia, generazioni di antenati - alle spalle - che gli hanno reso possibile collocarsi nell'ambiente dove attualmente dimora, magari con prestigio. Eppure egli si sente soffocare.

SALMO 120

1 Canto delle ascensioni.
Nella mia angoscia ho gridato al Signore
ed egli mi ha risposto.

2 Signore, libera la mia vita
dalle labbra di menzogna,
dalla lingua ingannatrice.

3 Che ti posso dare, come ripagarti,
lingua ingannatrice?

4 Frecce acute di un prode,
con carboni di ginepro.

5 Me infelice: abito straniero in Mosoch,
dimoro fra le tende di Chedar!

6 Troppo io ho dimorato
con chi detesta la pace.

7 lo sono per la pace, ma quando ne parlo,
essi vogliono la guerra.

Il Salmo si apre con un grido, nei vv. 1-2 (prima strofa): ...Nella mia angoscia ho gridato al Signore.. .».
La prima parola è il Nome di Dio,
«Signore!».
È un uomo affannato, incappato in una strettoia dalla quale non sa come svincolarsi. Così grida quello che riesce: il Nome santo e impronunziabile di Dio.
È strano. Non sa più cosa dire ed è il Nome del Signore il contenuto del suo grido. Eppure è un Nome al di là di ogni potenza espressiva della voce umana, è indicibile.
Il Salmo si apre così con il silenzio, il sospiro silenzioso di chi non ha più parola e voce.
Per tutto il Salmo 119 qualcuno è andato dicendo: «Tu parli... Tu parli... Tu parli...». Il Salmo 120 si apre con questo gemito muto: «Mi resta solo il tuo Nome, mentre sto soffocando. Il tuo Nome, proprio quello che non so e non posso dire!».
È vero, d'altra parte, che il nome di Dio, quale viene custodito dall'adorante devozione del popolo di Israele nelle sue quattro lettere, sigilla un rapporto di familiarità. È Nome santo e caro, affettuosamente custodito come sigillo di una intimità indissolubile.
Strana contraddizione, eppure insuperabile: è un nome impronunziabile, non per dare il senso di una estraneità incolmabile, ma per la ragione opposta: perché questo silenzio ha la densità, la pregnanza, l'insostituibile vitalità, la comunicativa primaria del lessico familiare.
Il Nome santo di Dio non può esser detto perché già è carne e sangue della mia storia. Il silenzio adorante è così non atto di disperazione, ma espressione di vita che si consuma nel contatto con il mistero del Dio vivente.
Si noti come la strettoia di cui il nostro personaggio ci parla qui - la sua angoscia - fa tutt'uno con la prossimità del Signore. Egli è alle strette, in difficoltà, vive male il suo rapporto con la società in cui è inserito... eppure questa fatica, questa stretta, è già sacramentale rivelazione - giorno per giorno - della stretta che il Dio vivente opera dentro di lui.
Egli dice: «lo sono afferrato da Lui, posseduto da Lui, abitato da Lui. Non so come e non so perché. Non so descrivere e dare testimonianza di tutto questo, anche se vorrei; amerei molto poter sciogliere questa stretta e studiarla, scrutarla nei suoi significati. È una realtà da accettare: sto male perché sono stretto nella morsa di questo mondo, ma la morsa che mi stringe è Lui che incontra la mia strada, mi schiaccia, mi solleva, mi toglie il fiato...».
Così quest'uomo può già dire: «Egli mi ha risposto».
Quando ancora non sapeva cosa dire, Dio gli ha tolto la parola. Era alla ricerca dell'espressione giusta - chissà come opportuna - e Dio ha parlato, ha già risposto.

Il conflitto di una fede "estranea"

Il v. 2 riprende con "Signore!». La voce si fa più pacata, diventa un'invocazione: "... libera la mia vita dalle labbra di menzogna.. .».
Quest'uomo vive l'esperienza di un inganno. Si sente smentito e c'è chi dice menzogne su di lui.
Di chi parla? Del suo mondo.
Non si tratta tanto - qui - di esprimere giudizi: è un fatto.
La coerenza che quest'uomo desidera per sé, l'obbedienza al dono ricevuto, che è chiamata, missione, strada da percorrere (Sal 119,105: "Lampada ai miei passi è la tua Parola...» urtano contro una serie di ostacoli. È come se dovesse dire che il suo mondo, senza ulteriori specificazioni, lo smentisce. Questo avviene - ecco l'aspetto drammatico della situazione - non già perché è un mondo particolarmente riprovevole, ma perché nell'impatto con esso tutte le fragilità, meschinità e squallori della sua vita vengono in clamorosa, sconcertante e deludente evidenza. Si accorge di essere denunciato e smascherato.
In diaspora si vive male non perché il mondo è cattivo, quanto perché l'impatto col proprio mondo getta allo scoperto e lascia denudati, scorticati, scarnificati.
Il nostro personaggio è coinvolto in un conflitto; e la seconda strofa del Salmo, nei vv. 3-4, mette in risalto l'entità drammatica e dirompente di esso.
Uno scontro è in atto: «Che ti posso dare, come ripagarti.. .l». L'impatto è con ciò che il mio mondo dice e pensa sulle cose e su di me. Esso sentenzia su di me, sul mio vivere, sul mio impegno e sul mio servizio. Percepisco un contrasto tra me e il mio mondo, ma, più profondamente, il contrasto è dentro di me; il conflitto è interiore.
Il fedele si sente provocato in modo da diventare il più audace accusatore di se stesso e, insieme, avverte la minaccia di chi è esposto al rischio estremo, quello di rinunciare alla custodia del dono che viene da Dio e che egli ha ricevuto: la sua tradizione di fede, la Parola rivolta anche a lui, Parola di grazia, di riconciliazione e di amore.
Il nostro personaggio sa di portare con sé una verità; e non vuole rinunciare a questa consapevolezza. Eppure è smentito, e non solo dall'esterno: il mondo lo mette in difficoltà, ma in realtà egli stesso è pronto a denunciarsi, riconoscendo da sé quale contraddizione c'è tra la verità di cui egli è depositario e la realtà delle cose nella loro evidenza.
«Che ti posso dare, come ripagarti...l». Si agita, cerca di rintracciare il filo conduttore di un disegno che momentaneamente è aggrovigliato. Parla di una «lingua ingannatrice» e di «Frecce acute di un prode, con carboni di ginepro».
Si sente punzecchiato, frustato, insidiato, osservato e giudicato; e il peggiore giudice della sua vita è proprio lui stesso. Così è come un uomo che deve camminare sui carboni ardenti: saltella ridicolo; si sente buffo e goffo.
C'è una nota grottesca nell'immagine che ha di sé: ci fa una figura meschina e sciocca, di cui si accorge anche più degli altri. Il timore che gli altri se ne accorgano peggiora l'immagine che ha di sé. Si sente un giullare, suscita del ridicolo. Troverebbe consolazione - forse - facendo ridere davvero qualcuno, ma la sostanza del dramma rimane. Ecco che esplode:
«Me infelice!».
Comincia la terza strofa del Salmo (vv. 5-7). Il salmista dice di essere un forestiero, non altro. «Mosoch»e «Chedar» sono località simboliche della diaspora, l'estremo nord dove vivono nomadi sotto le tende.
È come se dicesse che dovunque si trova è straniero. Si domanda dov'è andato a finire, dove sta andando. Anche se ha una collocazione in una città o in un'altra, è e rimane straniero. Potrebbe far di tutto per superare questa estraneità, per assimilarsi; qualcuno riderebbe di lui e, d'altra parte, approverebbe questa assimilazione. Gli direbbero: .Te l'avevamo sempre detto: ciò che costituisce la tua singolarità di credente è come una nebbia che deve svaporare al sorgere della luce del giorno!...
Eppure il nostro personaggio non vuole imboccare questa strada. Non vuole assimilarsi, ma resta infelice. Lui stesso è pronto a dire che - certo - altri hanno tutte le loro ragioni per deriderlo ed invitarlo a sistemarsi nel mondo dei pagani in modo più coerente e armonioso, ma continua ad aggrapparsi a quel patrimonio di verità che viene da lontano e rispetto al quale si accorge di essere così sprovveduto, così incoerente. Vuol mantenersi fedele e - insieme - affrontare tutti gli urti che nessun privilegio potrà mai evitargli.
La traduzione greca dei LXX usa qui un'espressione significativa: «La mia paroichìa si è allontanata»; la «paroichìa» è la stazione di sosta: non c'è sosta per lui.

La decisione di partire per la città della pace

Ed ecco, allora, la svolta: una decisione. Egli decide di fare il suo pellegrinaggio.
La prima strofa era un grido; la seconda descrive il conflitto e la terza annuncia una decisione.
È una decisione battesimale.
Si orienta verso Gerusalemme. Sa che Dio stesso ha posto questo segnale nella storia degli uomini come sacramento, come epifania di quel disegno che anch'egli intende realizzare. E questo disegno si chiama
pace.
C'è una volontà di Dio per gli uomini e una vocazione del popolo eletto in riferimento a quella volontà: custodire il segno che rinvia alla realizzazione di quel disegno.
Il segno è Gerusalemme, la Città della Pace, dello Shalòm, che Dio stesso ha collocato in mezzo a noi. Così Egli ha confermato la sua volontà di pace.
«Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace...". Per la prima volta è detto il termine che sarà filo conduttore, dal versetto successivo in poi. Il personaggio acquista sicurezza: ,lo sono per la pace!". Era sofferente ed incapace di presentarsi, senza identità. Ora dice «Io», in ebraico: «ani» . «Anì shalòm» - così si chiude il Salmo: «Io sono per la pace", come se dicesse: «lo esisto in rapporto ad essa, esisto in quanto sono proteso verso la pace voluta da Dio".
Di fatto per il nostro personaggio presentarsi ora così significa mettersi in viaggio verso Gerusalemme, riconoscere il segno, cercarlo e trovarlo.
Nell'espressione «Io pace!» si sente come la voce di un bambino: un bimbo ha trovato l'oggetto dei suoi desideri ed ora è proteso oltre ogni difficoltà e impedimento. «Io pace», dice. «Io sono per la pace,,: è un tuffo in avanti, un battesimo. È come se fosse già partito, mentre, pur ancora immobile e preso nel silenzio della sua adorazione, già ripete: ...La Parola di Dio parla a me di pace e io sono pellegrino verso Gerusalemme».