PICCOLI GRANDI LIBRI  PINO STANCARI
I PASSI DI UN PELLEGRINO
I Canti delle ascensioni (Salmi 120 - 134)
EDITRICE ÀNCORA MILANO

INTRODUZIONE
(Franco Brovelli)
I "simboli" per un pellegrino
Il contesto per l'ascolto
CAMMINANDO CON IL "CUSTODE DI ISRAELE" (SALMO 121)
Il capo alzato, il timore, la commozione
Solo, eppure stretto in un abbraccio
Dal monologo al dialogo
Il Signore è il tuo custode
In ogni momento, per tutti
IL SIGNORE VEGLIA
PERCHÉ I GIUSTI BENEDICANO

 (SALMI 125 - 126)
Dentro la città santa: le risonanze del pellegrino
Città stabile per l'abbraccio fedele di Dio
La tentazione di condividere la logica degli empi
L'invocazione della pace
La contemplazione del ritorno di tutti
IL VOLTO NUOVO
DEL FIGLIO DI UN SORRISO

(SALMO 131)

Cuore, volto e mano di fronte a Dio
Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente
IL VIAGGIO DI UN PELLEGRINO
E IL NOSTRO VIAGGIO
Tappe di un viaggio
Per un popolo in diaspora
Gerusalemme: il progetto di Dio si conferma
Verso Gerusalemme, segno della riconciliazione
NESSUN PASSO È STATO INUTILE
E LA GIOIA ORA È GRANDE (SALMO 122)
La visione di Gerusalemme, città della pace
Una gioia che interpreta il passato
La contemplazione del mistero glorioso di Gerusalemme
Il volto del Messia e il nostro volto
Un augurio di pace
IL SIGNORE HA CURA DI CHI RIPOSA IN LUI: L'AMICO "DORMIENTE" (SALMI 127 - 128)
L'ingresso nel tempio in costruzione
Lo spazio di accoglienza per l'opera di Dio
La fiducia in un Dio che tiene nelle mani il futuro
La preparazione all'incontro
Temere il Signore e camminare nelle sue vie ogni giorno
L'UOMO GIURA, DIO MANTIENE
(SALMO 132)

Davide giura di dare casa a Dio
Dio giura e promette il Messia
DALLA DIASPORA A GERUSALEMME
(SALMO 120)
Un preludio significativo: Dio parla
L'esperienza della diaspora e del Nome santo
Il conflitto di una fede "estranea"
La decisione di partire per la città della pace
ANCHE A GERUSALEMME LA DUREZZA DELLA STORIA (SALMI 123 - 124)
La città delude
Devozione a Dio, sospetto e solidarietà
Un grido
Un orizzonte di grazia per ogni cammino
La liberazione dagli inferi genera benedizione
MA NOI VI BENEDICIAMO
(SALMI 129 - 130)
L'attesa di una Parola che cambi la vita
La vita giudicata:  la connivenza con la storia ingiusta
La "benedizione" della storia ingiusta
Dio ascolta il grido del cuore trafitto
INSIEME FRATELLI: LA VITA SENZA PAURA
(SALMI 133 - 134)
La città: una difesa dalla fraternità
Gerusalemme città della fraternità attesa
La fraternità è il vero culto e la vita secondo Dio

 

*   IL SIGNORE VEGLIA PERCHÉ I GIUSTI BENEDICANO SALMI 125 - 126

Dentro la città santa: le risonanze del pellegrino

Dopo la prima notte in prossimità di Gerusalemme, col Salmo 125 si comincia a parlare del primo giorno in città. La meta è raggiunta, la prospettiva si capovolge: lo sguardo non è più rivolto verso Gerusalemme, ma da essa può ormai volgersi intorno. Il pellegrino è entrato, sente il terreno sotto di sé e la sua consistenza. Dopo giorni e giorni di viaggio è un po' sbandato ed appesantito. Cambiano i ritmi, in un modo brusco che stordisce.
Leggendo il Salmo 125 ci rendiamo conto che il pellegrino vive questo impatto con Gerusalemme in modo non certo banale. Già lo vedevamo nei Salmi precedenti: interrogativi importanti vanno ora affrontati.
Si può dividere il Salmo in tre brevi strofe.
La prima sono i vv. 1 e 2: il pellegrino descrive quel che vede verso l'esterno. Così percepiamo come sta, cosa sente.
La seconda strofa coincide con il v. 3. Viene qui precisato quale sia il pericolo di cui egli si sta rendendo conto e di cui ci vuole informare. Descrive quel che avviene e come lo considera.
La terza strofa comprende i vv. 4 e 5 e ci aiuta ad accompagnare il pellegrino nel suo slancio chiarificatore e liberante, oltre le ambiguità che si sono presentate.

SALMO 125

1 Canto delle ascensioni.
Chi confida nel Signore è come il monte Sion:
non vacilla, è stabile per sempre.

2 I monti cingono Gerusalemme:
il Signore è intorno al suo popolo
ora e sempre.

3 Egli non lascerà pesare lo scettro degli empi
sul possesso dei giusti,
perché i giusti non stendano le mani
a compiere il male.

4 La tua bontà, Signore, sia con i buoni
e con i retti di cuore.

5 Quelli che vanno per sentieri tortuosi
il Signore li accomuni alla sorte dei malvagi.
Pace su Israele!

Città stabile per l'abbraccio fedele di Dio

Vediamo la prima strofa. Il respiro è un poco ansimante e il ritmo è serrato. Certo il pellegrino è finalmente in sosta, una sosta ansimante però. Il viaggio è finito, ma è ancora come se egli fosse infervorato e agitato.
Poggia i piedi sul solido fondamento del monte Sion. Su questa montagna è edificata Gerusalemme; ed ora il monte sostiene anche lui. Così è «Chi confida nel Signore»: «stabile» come questo monte glorioso, «per sempre». Questo si può dire di chi abita nella città, ma anche di chi vi giunge.
Si noti che la solidità di Gerusalemme viene rigorosamente collegata con l'attuazione di un disegno divino. Solo apparentemente il fatto più importante è il suo essere edificata sulla montagna. La fonte vera della stabilità è la confidenza nel Signore.
Mentre, da un lato, viene dichiarata la raggiunta stabilità - oltre ogni pericolo e scandalo -, dall'altro, tutto viene rigorosamente rinviato alla fedeltà del Signore, dunque alla gratuità del gesto con cui Egli sostiene coloro che, abbandonati a se stessi, vacillerebbero e inevitabilmente cadrebbero. Solidità e gratuità vanno insieme.
Il pellegrino calca i piedi su un terreno solido, ma è come se insieme avvertisse la precari età di quel medesimo terreno. Tutto dipende dalla fedeltà con cui il Signore tiene in mano la situazione, mantiene in piedi chi cade, conserva stabili gli equilibri e le relazioni. Ora che il pellegrino è giunto alla stabilità si rende conto più che mai di essere affidato a un gesto di purissimo amore.
Si guarda attorno compiaciuto, ma fino a un certo punto: l'orizzonte è chiuso. Da Gerusalemme non si godono panorami perché la collina di Sion è la più bassa tra le colline circostanti. Da tutti i lati ci sono valli e poi colline più alte.
Il profeta dirà in epoca successiva che verrà un tempo in cui Gerusalemme si innalzerà e finalmente sarà visibile da lontano. Intanto la situazione è diversa e chi cerca di scrutare l'orizzonte si sente mancare il fiato: esso è bloccato, oscurato. C'è una nota di delusione in questo sguardo, la stessa del Salmo 123. Delusione perché non si può guardare lontano, la realtà è circoscritta e soffocante.
Eppure il v. 2 prosegue con una sorpresa: «il Signore è intorno al suo popolo...». Il dato di fatto così deludente viene interpretato come segno dell'abbraccio con cui il Signore circonda il suo popolo. Quell'esperienza amara si trasforma dall'interno in compiacimento per la confidenza - che va crescendo - nella delicatezza con cui il Signore tiene nelle sue mani, solleva con le sue palme, stringe nelle sue braccia... il popolo che gli è caro. Quella stessa cerchia di montagne, che suscita una impressione cupa di minaccia, acquista un significato sacramentale di premurosa vicinanza.
Questa stretta rivela il Signore. L'esperienza di soffocamento dice la premura con cui Egli stringe. Ancora una volta posso ricordarmi che sono oggetto del suo impegno affettuoso. Tutto questo ha il valore di un richiamo al vero significato di una presenza a Gerusalemme: si è lì per riconoscere che il Signore è fedele con tutto il popolo e con ciascuna storia personale. La storia delle fatiche e delle delusioni del pellegrino è storia in cui il Signore è coinvolto.

La tentazione di condividere la logica degli empi

Il v. 3 aiuta ad intendere il contenuto della minaccia che, in modo confuso, il pellegrino ha percepito ed ora si precisa.
Il Signore interviene, con decisione. In presenza di Lui appare una pesante calamità che affligge la città: «lo scettro degli empi». È come fosse una occupazione abusiva: il «possesso dei giusti» è inquinato, infettato. C'è chi fa da padrone là dove, solo per misericordia di Dio, si può dimorare.
Gli aspetti più minacciosi non riguardano la pesante prepotenza degli empi nel luogo santo; ma il senso della minaccia in corso riguarda esattamente il modo di reagire del nostro pellegrino. Conta ciò che avviene in lui, il rischio che si abitui a questo stato di cose.
Ora si siede, cerca il suo angolo nel contesto; e l'immobilismo imposto dallo scettro degli empi troverebbe complicità nella sua rinuncia a qualunque preoccupazione sulla risposta da dare fino in fondo all'invito, in forza del quale si è messo in viaggio. È questa un'ipotesi che ha una consistenza molto persuasiva.
Nello stesso tempo è vero che il nostro pellegrino si rende conto di essere minacciato perché la presenza di ingiusti in quel luogo santo gli suggerisce la opportunità di fare il male a sua volta. È tentato di assumere metodi, strumenti, comportamenti di quelle persone. La cosa è affascinante, come se il predominio di quelli potesse essere contrastato assumendo, di quella empietà, la metodologia operativa. Un'ipotesi particolarmente drammatica.
Su tutto veglia il Signore. Egli non permetterà l'esasperazione dei giusti. Egli libera dalla delusione e dai suoi effetti perversi. Non ci interessa l'identità degli empi o come combattere contro di loro: si tratta di vigilare sulla risonanza interiore che la loro presenza provoca e su come essa acquisti connotati di verità, di valore e sapienza. Il pericolo è l'assuefazione e l'imitazione della prepotenza. Questo il Signore non permetterà. La delusione è molto pericolosa, è tentazione subdola, come un parassita che corrode le forze e distrugge.

L'invocazione della pace

Ed ecco l'ultima strofa del nostro Salmo, i vv. 4 e 5. Un uomo messo alla prova da delusione e tentazione esclama una invocazione senza ambiguità. È una benedizione: è giunto a Gerusalemme per questo, non per altro. Non è qui per misurarsi, per superare altri nella violenza. È qui per incontrare il Dio vivente e confermare la sua appartenenza ad un popolo che è destinatario di una missione, strumento di un servizio che Dio solo conosce e solo sa come apprezzare. Allora invoca «Pace su Israele».
In questa universale benedizione vuole consumare la propria esistenza. Il Signore saprà come fare. È Lui che sa mantenere solidi i passi o far scivolare i sicuri. Un abbraccio affettuoso e risoluto viene da Lui, fin dall'inizio del Salmo.
È un momento di svolta. Il Salmo 125 appare contorto, sì, ma la delusione si trasforma evidentemente in benedizione.
Così Gesù guarderà Gerusalemme e piangerà dice Luca - ma poi benedirà: è venuto per questo, pur in mezzo a contraddizioni gravi.

La contemplazione del ritorno di tutti

Guardiamo allora subito al Salmo 126, un momento di riflessione più matura.

SALMO 126

1 Canto delle ascensioni.

Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion,
ci sembrava di sognare.

2 Allora la nostra bocca si aprì al sorriso,
la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. Allora si diceva tra i popoli:
"Il Signore ha fatto grandi cose per loro».

3 Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha colmati di gioia.

4 Riconduci, Signore, i nostri prigionieri,
come i torrenti del Negheb.

5 Chi semina nelle lacrime
mieterà con giubilo.

6 Nell'andare, se ne va e piange,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con giubilo,
portando i suoi covoni.

Questo Salmo ci parla del pellegrino che prosegue la sua permanenza con un respiro più calmo. La sua lettura degli avvenimenti si fa più ampia e penetrante. Siamo a una riflessione ricapitolativa del viaggio, ma svolta in modo da rievocare il viaggio in cui tutto il popolo è coinvolto dal tempo dell'esilio in poi. Un grande flusso di intere generazioni convoglia verso Gerusalemme coloro che ritornano. È la storia di una conversione di generazioni e generazioni di fedeli... Ma ci sono ancora molti fedeli dispersi. Anche per loro è auspicato e sollecitato il viaggio di ritorno: il pellegrinaggio di oggi anticipa e orienta il percorso dei dispersi, rinnovando visibilmente la memoria dei già radunati.
Due le strofe: la prima guarda al passato, la seconda all'avvenire. Si aprono con le medesime espressioni, al passato e al futuro: «Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion..." (v. 1) e ,Riconduci, Signore, i nostri prigionieri..." (v. 4). Tra passato ed avvenire sta il pellegrinaggio attuale.
La prima strofa parla dell'opera del Signore. Fu lui e lui solo a ricondurre.
Oltre che in forma transitiva, questo verbo può essere usato anche in forma intransitiva: indica così un movimento dello stesso soggetto: non solo Egli fece ritornare, ma Lui stesso ritornò e ritornerà.
Il Salmo dice: «i prigionieri di Sion", e non "di Babilonia", è strano! Il fatto è che coloro che furono trascinati là restarono vincolati a Sion. In esilio furono, sì, maltrattati dagli aggressori, ma in realtà legati a Gerusalemme. Il vincolo che li legava a Gerusalemme non è stato infranto.
Si ricordi il Salmo 137,6: guai a me «Se ti dimentico, Gerusalemme.. .". Infatti in esilio sono rimasti prigionieri di Sion, sempre. L'essere prigionieri là ha acquistato un valore sacramentale, quello di un doloroso richiamo perché non ci si dimentichi di appartenere a Gerusalemme e al Signore.
Il ritorno è avvenuto sull'onda di un sogno. Un sogno che non ha niente di illusorio, ma fa riferimento all'esperienza profetica e alla sua lucidità, dolente ma incontestabile: .11 malessere che ci ha afflitto è dono di comunione ed appartenenza al Signore. Dal giorno in cui così abbiamo imparato a sognare siamo ritornati liberi. Poco importa allora un trasferimento geografico, perché il sogno è l'esperienza profetica che rende lucido il nostro discernimento. Mentre stiamo male ci invade una gioia che illumina ogni pena: come è possibile star così male ed essere tanto contenti?". È esperienza del vero credente. Essa è avvenuta e i prigionieri sono tornati, sull'onda di una sapientissima esperienza profetica.
«Allora la nostra bocca si aprì al sorriso.. .». Il Signore è grande e fa cose grandi. Così Elisabetta saluterà la Madre di Dio e questa esulterà dopo il suo viaggio: il sorriso di Dio trova modo di specchiarsi nel sorriso di una creatura piccola e ansimante.
Così sorridono tutti, qui... anche i popoli della terra. Il Signore ha dato una grande gioia.
Ecco allora la seconda strofa. Coloro che torneranno saranno come torrenti impetuosi che attraversano il deserto.
È una immagine strana, ma fa pensare a torrenti di lacrime: saranno coloro che avranno imparato - a forza di lacrime - a irrigare il deserto. Ritorneranno come una alluvione che rende fertile la regione, arida e aspra per definizione.
Le lacrime hanno il valore di una semente: "Nell'andare, se ne va e piange...". Sono semi che trovano modo di germogliare anche nel deserto.
Coloro che tornano giubilanti sono coloro che hanno portato questo seme, con assillante afflizione, nel viaggio della vita. In contrarietà e sconfitte hanno gettato il seme e ora gioiscono. Hanno pianto nella irreparabilità delle cose. Hanno offerto il loro pianto impotente, che non sa trasformare il mondo. Ancora piangeranno e il pianto, che rivelerà la loro inettitudine, non trattenuto, ma offerto, irrorerà il deserto e ne trarrà raccolti giubilanti.

 

*   IL SIGNORE HA CURA DI CHI RIPOSA IN LUI: L'AMICO "DORMIENTE" SALMI 127 - 128

L'ingresso nel tempio in costruzione

Il Salmo 127 mostra il nostro personaggio che si muove ormai con discreta disinvoltura nella città. Dopo aver preso coscienza della situazione, è pronto per entrare nel tempio.
Non è un momento scontato e banale. Il pellegrino si guarda intorno e constata che il tempio è in fase di rifacimento. Questa constatazione offre lo spunto per la meditazione iniziale.
Sono due strofe. La prima va fino al v. 2 e la seconda segue dal v. 3. La prima è caratterizzata dalla ripetizione dell'avverbio
«invano».
La seconda è introdotta, in modo energico, dall' «ecco" che approfondisce lo sguardo con elementi nuovi.
Al v. 5 tutto si chiude con una beatitudine che apre così al Salmo seguente, che comincia con una beatitudine. Dal rischio della vanità alla lode lo sviluppo del Salmo è in crescendo.

SALMO 127

1 Canto delle ascensioni. Di Salomone.

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.

2 Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.

3 Ecco, dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo.

4 Come frecce in mano a un eroe
sono i figli della giovinezza.

5 Beato l'uomo che ne ha piena la faretra:
non resterà confuso quando verrà a trattare
alla porta con i propri nemici.

Il tempio è ancora in costruzione.
Spesso fu riparato, ampliato, rimodernato. È un edificio segnato dalla storia stessa del popolo, con vittorie e sconfitte.
Quando Gesù viene pellegrino a Gerusalemme si è appena concluso un ultimo restauro durato 46 anni, una impresa monumentale.
Niente di strano allora che quando il nostro pellegrino giunge in città sia spettatore di una scena abituale. È aperto un cantiere e la Casa del Signore è in costruzione.
Questo si ricollega ad altri elementi cui il viandante assiste a Gerusalemme: come il tempio, che è in ricostruzione, così anche la città ha spesso avuto bisogno
di restauri, se non di ricostruzioni. Un cantiere permanentemente aperto: anche questo è Gerusalemme.
E in questo cantiere gli uomini esercitano il loro ingegno, compiono imprese mirabili - come le mura e lo stesso tempio - spendono energie e denari, frutto delle offerte annuali dei fedeli. Chi vuole essere considerato davvero parte del popolo versa ogni anno mezzo siclo d'argento alle casse del tempio per i lavori che vi si svolgono.
Si tratta dunque di una partecipazione corale; e il tempio ne è la grande insegna, sigillo di riconoscimento del popolo eletto. Diventa quindi il centro di tutto, per ragioni teologiche, culturali, cultuali, economiche, affettive.
In ogni modo il popolo apprezza il valore inestimabile di questo centro. L'attività per il tempio è simbolo di ogni laboriosità del singolo e della comunità.

Lo spazio di accoglienza per l'opera di Dio

Eppure il pellegrino si guarda intorno e dice: «invano". Parla certo a bassa voce, ma quanto dice tra sé e sé conta molto. È l'espressione di un animo ormai pacificato, che ha superato lo spirito aspro e intraprendente della polemica. Egli sta piuttosto ironizzando, con un sobrio sorriso. Questo non toglie consistenza alla triplice dichiarazione: «invano.. .".
Invano gli uomini intorno si danno tanto da fare. Non perché il nostro amico stia disprezzando l'impegno umano meticoloso e sapiente, quotidiano e paziente... solo dice che è inutile se non è il Signore
che costruisce, custodisce e dà il pane: «il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.. .».
Torna qui l'immagine del "dormiente", quella già presente nel Salmo 126 Di nuovo si parla di chi nel sonno riceve quel che è necessario, perché l'iniziativa è del Signore e rimane sua.
Questo non toglie alcun valore al significato della fatica e del serio impegno degli uomini, dal mattino alla sera; ma quello che conta - ed è affermato come certo, ormai - è che il Signore dà quel che occorre ai suoi amici nel sonno. Qui si tratta di imparare a dormire e a sognare, di imparare a consegnarsi per quella iniziativa di cui Dio solo è il protagonista. Si tratta di conoscere il modo giusto per dargli iniziativa: il sonno.
Si ricordi qui - proprio a proposito della edificazione del tempio - Salomone. Il primo, vero, grande costruttore è lui, gli altri saranno ricostruttori del suo tempio.
Il Salmo 127 è il Salmo centrale della raccolta, e nella sua intestazione compare proprio il nome di Salomone. Questo è il canto che aiuta a ritrovare il grande re come testimone di un rapporto col Signore che è valso per lui - e ora per noi - per una vera adesione al mistero del Dio vivente.
Il pellegrino entra nel tempio - ma più esattamente nell'opera di Dio - al passo e alla scuola di Salomone. Sta trovando il modo per entrare in quel vortice di eventi mossi con gratuità dalla iniziativa di Dio, che costituiscono la sua opera nella storia umana.
Come noi partecipiamo all'opera di Dio? Come Sa
lomone ha costruito il tempio? Come noi entriamo al seguito di Salomone nel tempio? Nel cap. 3 del Primo libro dei Re, Salomone, appena intronizzato, si ritira presso il santuario - ancora una tenda - e passa la notte lì. Nel sonno ha un sogno e in esso chiede la sapienza del cuore.
Nel Secondo libro di Samuele, quando Salomone nasce gli viene dato il nome di Iedidià, l'amico del Signore (2 Sam 12,25). Ed è esattamente il termine che compare qui, nel versetto del Salmo.
È Salomone - l'amico del Signore - che attraverso il sogno ha ottenuto la sapienza del cuore; è proprio vero che quel sogno del Salmo 126 è quello attraverso il quale sono diventati esperti di sapienza profetica i reduci dall'esilio. Salomone, il sapiente costruttore, è colui che vive in obbedienza all'iniziativa di Dio ed è così strumento efficace di cui l'Onnipotente può servirsi per una impresa colossale, come fu la costruzione del tempio.
Non si può parlare di un Salomone disimpegnato e astratto: il sognatore è il costruttore, amico del Signore, pronto ad aderire all'iniziativa del Dio vivente. Da questo gli deriva una valorosa abilità operativa. Il Signore lo trova docile, trasparente e discreto.
Un altro personaggio è esemplare nella sacralità del sonno: Noè. Anche lui è amico del Signore dormiente. In Gn 9 lo si vede. Noè è nel cap. 5 il consolatore e nel cap. 6 colui che ha trovato grazia agli occhi dell'Onnipotente. È colui che ha coltivato la terra dopo il diluvio, che l'aveva rovinata. Lui sa come trarre un frutto prelibato da quella terra, un frutto che allieterà il cuore degli uomini: il vino. Noè si. trova a essere testimone del diluvio e quando l'acqua si ritira si mette all'opera, coltivando la vite.
Così Gesù dirà che suo Padre è un vignaiolo, in attesa di trarre gioia dalla sua vite, da Lui attentamente coltivata.
Al modo di Noè, dormiente nel segreto di Dio, la Sapienza prepara lo spazio accogliente e riposante di una comunione a cui parteciperanno tutte le creature. Non c'è attività più intensa di quella che la Sapienza di Dio esplica e non c'è pienezza nella creazione che non coincida con il riposo nel segreto della vita trinitaria; in esso è preparato un frutto davvero grande. Se lo spazio di accoglienza è pronto, la Sapienza prepara un riposo per tutte le creature. È un riposo pieno e vivo: il riposo degli amici e dei viventi.

La fiducia in un Dio che tiene nelle mani il futuro

Il Salmo prosegue con un rilancio dell'attenzione verso la sollecitudine con cui il Signore interviene a portare a compimento la sua iniziativa nei confronti delle sue creature. Si parla dei «figli». Essi indicano qui le generazioni che verranno. Simboleggiano la storia futura: il Signore tiene nelle mani il futuro e sa manifestarsi perché i figli portino a compimento l'opera iniziata da Lui con disegno provvidenziale.
Il pellegrino respira in modo sempre più pacato. Il soggiorno lo va espropriando di tensioni e angustie. Tutto si semplifica, il bagaglio si alleggerisce, come per incanto.
Tutto è misurato dalla gratuità dei disegni di Dio: beato l'uomo che si affida alla gratuità della provvidenza divina.
I figli simboleggiano tutto questo, la loro abbondanza permette di non aver più di che vergognarsi.
Cambia la vita, non c'è più la vergogna di chi non ha identità o l'ha perduta, come i progenitori nel giardino di Eden, dopo il loro peccato. Il nostro uomo sta tirando un respiro di sollievo e si accorge che entrando nel tempio gli è tolta la maschera che, in modo pesante, ha determinato le scelte della sua vita. Quella maschera si chiama vergogna. Ora è un uomo che non conta su altro rivestimento se non sulla fedeltà del Signore, colui che si prende cura dei piccoli e poveri, che da Adamo in poi fanno di tutto per coprirsi in qualche modo.
Beato l'uomo che ha innanzi a sé un'unica strada da percorrere: la fiducia in Dio. Non c'è più preoccupazione di prestigio o successo, anche nella migliore gestione di sé. Un uomo sempre più nudo si scopre amico del Signore e riposa nel grembo del Padre. Là è la casa di Dio, la sua Sapienza creatrice e custode dell'universo, pienezza della storia umana.
Passiamo al Salmo 128.

SALMO 128

1 Canto delle ascensioni.

Beato l'uomo che teme il Signore
e cammina nelle sue vie.

2 Vivrai del lavoro delle tue mani,
sarai felice e godrai d'ogni bene.

3 La tua sposa come vite feconda
nell'intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d'ulivo
intorno alla tua mensa.

4 Così sarà benedetto l'uomo
che teme il Signore.

5 Ti benedica il Signore da Sion!
Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme
per tutti i giorni della tua vita.

6 Possa tu vedere i figli dei tuoi figli.
Pace su Israele!

La preparazione all'incontro

La beatitudine appena ascoltata nel Salmo precedente prosegue aprendo questo canto.
Si rievoca una situazione paraliturgica, nel tempio. Prima di partecipare al culto i pellegrini vengono fermati sulla soglia e catechizzati, in un locale predisposto dove sono raccolti per gruppi e lingue. Qui si rievoca una di queste
catechesi sulla soglia.
Uno dei grandi libri dell'Antico Testamento è un insieme di queste catechesi: il Deuteronomio.
Così i fedeli partecipano al culto solo se illuminati circa i contenuti fondamentali della fede. Non si possono lasciare poco chiare le intenzionalità profonde.
Due i temi fondamentali: l'unicità di Dio e i precetti, ricapitolati nell'unico comandamento, già decisivo per la legge antica: «amerai il prossimo tuo come te stesso».
Vivendo in contatto con i pagani i pellegrini devo
no essere liberati da influenze idolatriche e poco coerenti, e portati alla limpidezza della loro apertura interiore. La fede di Israele ha una sua purezza, da difendere e gustare.
Il Salmo ha una prima sezione (vv. 1-3) in cui s'ode l'eco di una di queste catechesi. Un addetto propone una sintesi. Nel v. 4 c'è la risposta del pellegrino. Ciascuno deve dire il suo "sì" e chiede di essere benedetto, cosa che accade nei 00. 5 e 6 Uno per uno i pellegrini sono accolti, istruiti e benedetti: non si accede al culto in massa, ciascuno ha una sua situazione e una particolare testimonianza di credente.

Temere il Signore e camminare nelle sue vie ogni giorno

«Beato l'uomo che teme il Signore...». Questa espressione riassume quanto dicevamo leggendo il Salmo 127. Il timore del Signore è il sentimento del mistero cui il cuore umano si apre con la lode.
Colui che è proteso e immerso nel mistero, colui che vive in comunione con esso - che pure è inafferrabile e irraggiungibile - è colui che non ha altra esistenza da realizzare se non quella che si esprime nel sentimento del mistero stesso. Sul mistero di Dio c'è poco da dire, o poco si potrebbe anche se si volesse; eppure l'esistenza può essere spesa in obbedienza a esso.
Qui si parla di un uomo attivo, che
«cammina nelle sue vie...». Il quotidiano cammino è affrontato con pazienza, ma sono vie «sue», le vie di Dio.
L'uomo percorre strade della sua vita, che sono, proprio esse, il luogo della gratuita avanzata di Dio.
L'uomo timorato del Signore è colui che si trova alle prese con il quotidiano come incontro col Signore. Una esistenza piatta e concreta, esigente e pesante, è strada percorsa dal Signore, dono suo, prezioso e impagabile. Il seguito della catechesi insiste su questo punto: l'umile obbedienza e la povera accoglienza sono beate.
Ecco allora il v. 2. L'attenzione viene concentrata su un esempio tipico di questa singolare sintesi tra vita quotidiana e dono di Dio: la mensa. Il catechista chiede: "Come è fatta la tua mensa?». Essa è frutto della fatica delle tue mani, eppure insieme rivela quanto non hai ottenuto con l'opera di esse. Mangi quanto hai realizzato con fatica, ma non c'è mensa senza figli che la circondano, senza un funzionamento della casa tutta, nel suo segreto. La mensa è punto d'arrivo del lavoro, ma sempre si realizza come evento gratuito per la solidarietà che attorno a essa si stringe, per i vincoli di comunione che non saranno mai frutto del lavoro, ma doni impagabili.
Questa mensa chiama ad affacciarsi sul mondo intero. Ciascuno di noi può mangiare anche nel segreto di una cella, eppure da come mangia si determinano delle relazioni antropologiche profondissime. Anche il solitario che mangia è in comunione con un mondo cui appartiene: la mensa è sempre occasione di incontro con il mondo, anche se solitaria. La mensa sta tra la casa e il mondo.
Per questo è il frutto del lavoro e insieme dono: per il fatto che siedi alla tua mensa tu sei cittadino del mondo. Beato l'uomo che, mentre mangia il frutto della sua fatica, scopre che tutto è dono. Egli riconosce la Provvidenza, con gioia.
«
Così sarà benedetto l'uomo che teme il Signore...», ripete il pellegrino e fa suo l'insegnamento, chiedendo la benedizione.
La formula con cui è benedetto lo inserisce entro la storia della salvezza: "Possa tu vedere il Messia atteso, con i tuoi figli e il tuo popolo. Possa tu e il tuo popolo amato avere la pace. Possa il Messia bussare alla tua porta per partecipare alla tua mensa! Benedetto tu che sei pronto a far festa con tutta Gerusalemme». Avanzi verso la morte, giorno per giorno, ma vai incontro al Signore, alla definitività della sua benedizione che sai riconoscere ogni giorno.

*   MA NOI VI BENEDICIAMO SALMI 129 - 130

L'attesa di una Parola che cambi la vita

Il pellegrino partecipa a tutte le solenni celebrazioni che si tengono in occasione della festa per la quale è salito alla città. È normale approfittare dell'occasione per offrire un sacrificio espiatorio.
Oltre alla partecipazione agli avvenimenti corali della festa in corso, ciascuno si iscrive nella lista degli offerenti per un rito espiatorio. Salendo al tempio avvenimento raro nella vita - i fedeli sfruttano l'occasione per chiedere il perdono dei peccati. Ci sono anche riti espiatori comunitari e la grande festa della purificazione, con rito solenne - l'unico momento in cui il grande sacerdote entra nel Santo dei Santi ma nel corso dell'anno i riti espiatori vengono offerti per la devozione di ciascun fedele, per i suoi peccati personali.
È scontato che il nostro pellegrino abbia dei problemi di coscienza. Nel salterio ci sono molti Salmi che esprimono gli stati di disagio di fedeli che cercano rifugio presso il santuario. Una parola di Dio è attesa da loro, come sogno o oracolo o profezia, per indicare loro la via di un cambiamento di vita. Così il
pellegrino si iscrive nell'elenco e attende il suo turno. Giunge il suo giorno e offre il giusto, secondo le regole dettate dagli addetti al culto.
Secondo una prassi liturgica e pastorale che andò acquistando una rilevanza crescente, il rito espiatorio si compie mentre il fedele partecipa all'offerta con un suo travaglio interiore e una sua ricerca spirituale, che lo ha accompagnato durante tutto il viaggio.
La prassi comportava una vera e propria confessione dei peccati. Di questo ci sono molteplici testimonianze nella Scrittura. Si guardi qui al Salmo 130:
«Dal profondo a te grido, o Signore...»
. Questa è la preghiera di confessione con cui il fedele partecipa al rito che avviene al di là della balaustra, secondo le sue regole e per mano dei sacerdoti. Il perdono gli è impartito in forza del sacrificio espiatorio celebrato e della confessione dei peccati, espressa con la preghiera di supplica. Anche a questo riguardo c'è chi lo aiuta, come è familiare alla nostra tradizione cristiana per il sacramento della riconciliazione.

La vita giudicata:

la connivenza con la storia ingiusta

Il Salmo 130 ci parla allora del rito. Esso si svolge in un giorno preciso. Quando esso arriva, il rito viene preparato e il Salmo 129 si svolge in un momento antecedente al rito: è un esame di coscienza. Come il Salmo 124, suppone la presenza di un solista e di un coro: «lo dica Israele...».
È la sera prima del rito e il pellegrino fa un esame della sua vita approfittando della presenza di chi vuole stare ad ascoltarlo. Così ricapitola i dati della sua esistenza passata ed attuale. Parla in prima persona - sono fatti suoi - ma insieme cerca aiuto, chiede consiglio e sostegno agli altri. Stenta a dimenticare tutte le attenuanti che ridimensionano i suoi sbagli evidenti. Non minimizza gli ostacoli incontrati, le afflizioni e le ingiustizie di cui la sua vita ha portato il carico. Tutto questo fa parte della sua vita. Rivive aspetti drammatici con animo tumultuoso.
Il Salmo si divide in due strofe e una coda. La prima va dal v. 1 al v. 4 e contiene in modo sommario la rievocazione dei fatti passati. I particolari importano poco.
La seconda strofa va dal v. 5 al v. 8, escludendo l'ultimo rigo. Questa strofa contiene una vera e propria imprecazione. Mentre il pellegrino ricorda, si manifesta una tensione dirompente e incontrollabile: risentimenti, insofferenze e rancori esplodono qui.
Il salterio non tralascia anche questa tonalità della preghiera, di cui noi ci scandalizziamo abbastanza. Così anche l'imprecazione serve - nella Scrittura a far comprendere che il piano d'amore di Dio redime anche le più profonde tensioni. E la scelta fatta dai moderni liturgisti di espungere queste parti dalla Liturgia delle ore nella nostra lingua è per questo molto discutibile, quasi che la rabbia dell'uomo non possa, non facendo più parte della preghiera, essere evangelizzata.
L'ultimo rigo del v. 8 andrebbe isolato. Bisognerebbe chiudere prima le virgolette e lasciare isolata una frase conclusiva: noi «vi benediciamo nel nome
del Signore».

SALMO 129

1 Canto delle ascensioni.

Dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,
- lo dica Israele -

2 dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,
ma non hanno prevalso.

3 Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno fatto lunghi solchi.

4 Il Signore è giusto:
ha spezzato il giogo degli empi.

5 Siano confusi e volgano le spalle
quanti odiano Sion.

6 Siano come l'erba dei tetti:
prima che sia strappata, dissecca;

7 non se ne riempie la mano il mietitore,
né il grembo chi raccoglie covoni.

8 I passanti non possono dire:
«La benedizione del Signore sia su di voi,
vi benediciamo nel nome del Signore».

La prima strofa inizia con il ritornello. È come se il pellegrino dicesse di essere stato molto provato e offeso, piagato e mortificato, vittima di una congiura. Il nostro amico freme, con orgoglio: «ma non hanno prevalso...».
È la storia di quest'uomo e la storia di tutto un popolo. Basti ricordare la prigionia in Egitto. Si evocano, però, le zolle rimosse di un campo: una storia segnata fin dall'inizio da una promessa di fecondità.
Una storia di sempre esaspera il fedele, una storia sbagliata, con tante violenze. È pronto a ritenersi vitti
ma di una ingiustificata prepotenza. Fino a un certo punto questo modo di interpretare le cose è vero, ma è anche vero che al di là di tutte le pesanti contrarietà affrontate, egli registra ora la sua infedeltà e l'imitazione dei metodi dei malvagi che detesta.
Così anche Israele in Egitto: vittima della violenza faraonica eppure poi nostalgico proprio di quell'Egitto detestato; un popolo pronto a riconoscere la sovranità del faraone, potente e violento.
Sarà poi sempre così: il popolo di Dio è vittima di un'aggressione, ma anche pronto a dichiararsi connivente con i propri aggressori; può lamentarsi finché vuole, ma la responsabilità del fallimento è sua, senza alternative.
Il nostro pellegrino racconta i fatti, allora, cercando una difesa: «Fortuna che Dio è giusto e interviene in mia difesa!». Dio è sempre l'unico di cui fidarsi e l'unico che merita la fiducia. Ma la sua coscienza è in fermento, muove cose in sé, che lo turbano.

La "benedizione" della storia ingiusta

Seconda strofa del Salmo: la tensione esplode in imprecazione. Gli avversari del passato sono rintracciati con la memoria e maledetti: «Siano come l'erba dei tetti. ..", erba senza radici e subito secca, insoddisfazione per il mietitore e per chi raccoglie. È una formula di maledizione contro empi e aguzzini, con le loro catene e i loro tranelli.
Ed ecco il v. 8: impossibile benedire quell'erba secca. Il nostro uomo stenta a pronunciare esplicitamente la formula della maledizione. Essa è implicita;
e si rivela così una delicata sfumatura: dire che non è possibile benedire è un modo per maledire - ma con un certo ritegno - quasi già esercitando moderazione nei confronti dei forti sentimenti provocati da questa confessione.
La piena della furia arretra e l'ultimo rigo opera un ribaltamento: «I passanti non possono» benedirvi, ma noi «vi benediciamo...». È uno scarto sorprendente. È come se dicesse: ...Basta così! Noi vi benediciamo, con tutti i vostri inganni. Benedetti voi, strumenti del Signore per la nostra crescita!".

Dio ascolta il grido del cuore trafitto

Si apre allora il Salmo 130.
Il tumulto è passato: inutile andare a caccia di ombre, la maledizione è stata gridata perché il cuore doveva essere inciso e liberato dal suo veleno. Un uomo con il cuore trafitto confessa ora la sua verità.
Il Salmo si apre con una introduzione, ai vv. 1 e 2. Un grido proviene da una grande profondità, tanto grande che solo il Signore sa ascoltarlo e interpretarlo: l'abisso del vivente che muore, che nel peccato costruisce la propria morte. Una vita, in cui è incisa la morte, grida e si consegna al Signore. Le sue orecchie attente ascoltano e comprendono con pazienza e accoglienza, un'esistenza sbagliata e inquinata. Una vita che si sente morire precipita in Lui.

SALMO 130

1 Canto delle ascensioni.
Dal profondo a te grido,
o
Signore;

2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.

3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?

4 Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.

5 lo spero nel Signore,
l'anima mia spera nella sua parola.

6 L'anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l'aurora.

7 Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.

8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Dal v. 3 all' 8 si ha la seconda sezione del Salmo, con una supplica in tre strofe.
La prima sono i vv. 3 e 4, la possiamo definire la strofa
Tu.
La seconda sono i vv. 5 e 6, la strofa lo.
La terza i vv. 7 e 8, la strofa Israele.
È uno sviluppo su questi tre soggetti.
Il verbo qui tradotto con «considerare» è lo stesso che descrive il Signore come pastore nel Salmo 121. Egli è custode anche qui, colui che osserva attentamente.
Sotto il suo sguardo è questa vita che produce morte. Il Signore si occupa di chi muore. Il pellegrino può sperare:
«Io spero nel Signore!».
Il Salmo è stato molto usato e pregato e il testo ci è giunto un po' rovinato, ma i problemi di traduzione non ci impediscono di gustarlo.
L'anima del peccatore, dunque, spera. Pur nella disperata constatazione della propria impotenza di fronte alla morte - provocata - un'aurora sorge all'orizzonte e illumina.
Una sentinella scruta e gli sguardi si incrociano: il Signore si china su noi che moriamo; e noi tendiamo lo sguardo nel buio, incontrando la sua luce che sorge.
Uno spazio nuovo si apre nell'anima del pellegrino: un'attesa e un respiro profondo. La storia sbagliata del peccatore che muore è storia dove il Signore rivela impreviste possibilità. Una potenza di pietà e d'amore fa tutt'uno con la vergogna del peccatore che non si sottrae allo sguardo di Dio.
Nasce allora una grande pietà per ogni altra creatura: si impara un nuovo respiro.
Ecco allora la terza strofa. Tutto il popolo di Dio viene interpellato. Il pellegrino offre il sacrificio espiatorio per i peccati personali. È momento di solitudine eppure di grande comunione con la vicenda del popolo tutto. Una nuova lucidità, sapiente e bella, comincia a esprimersi.