PICCOLI GRANDI LIBRI  PINO STANCARI
I PASSI DI UN PELLEGRINO
I Canti delle ascensioni (Salmi 120 - 134)
EDITRICE ÀNCORA MILANO

INTRODUZIONE
(Franco Brovelli)
I "simboli" per un pellegrino
Il contesto per l'ascolto
CAMMINANDO CON IL "CUSTODE DI ISRAELE" (SALMO 121)
Il capo alzato, il timore, la commozione
Solo, eppure stretto in un abbraccio
Dal monologo al dialogo
Il Signore è il tuo custode
In ogni momento, per tutti
IL SIGNORE VEGLIA
PERCHÉ I GIUSTI BENEDICANO

 (SALMI 125 - 126)
Dentro la città santa: le risonanze del pellegrino
Città stabile per l'abbraccio fedele di Dio
La tentazione di condividere la logica degli empi
L'invocazione della pace
La contemplazione del ritorno di tutti
IL VOLTO NUOVO
DEL FIGLIO DI UN SORRISO

(SALMO 131)

Cuore, volto e mano di fronte a Dio
Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente
IL VIAGGIO DI UN PELLEGRINO
E IL NOSTRO VIAGGIO
Tappe di un viaggio
Per un popolo in diaspora
Gerusalemme: il progetto di Dio si conferma
Verso Gerusalemme, segno della riconciliazione
NESSUN PASSO È STATO INUTILE
E LA GIOIA ORA È GRANDE (SALMO 122)
La visione di Gerusalemme, città della pace
Una gioia che interpreta il passato
La contemplazione del mistero glorioso di Gerusalemme
Il volto del Messia e il nostro volto
Un augurio di pace
IL SIGNORE HA CURA DI CHI RIPOSA IN LUI: L'AMICO "DORMIENTE" (SALMI 127 - 128)
L'ingresso nel tempio in costruzione
Lo spazio di accoglienza per l'opera di Dio
La fiducia in un Dio che tiene nelle mani il futuro
La preparazione all'incontro
Temere il Signore e camminare nelle sue vie ogni giorno
L'UOMO GIURA, DIO MANTIENE
(SALMO 132)

Davide giura di dare casa a Dio
Dio giura e promette il Messia
DALLA DIASPORA A GERUSALEMME
(SALMO 120)
Un preludio significativo: Dio parla
L'esperienza della diaspora e del Nome santo
Il conflitto di una fede "estranea"
La decisione di partire per la città della pace
ANCHE A GERUSALEMME LA DUREZZA DELLA STORIA (SALMI 123 - 124)
La città delude
Devozione a Dio, sospetto e solidarietà
Un grido
Un orizzonte di grazia per ogni cammino
La liberazione dagli inferi genera benedizione
MA NOI VI BENEDICIAMO
(SALMI 129 - 130)
L'attesa di una Parola che cambi la vita
La vita giudicata:  la connivenza con la storia ingiusta
La "benedizione" della storia ingiusta
Dio ascolta il grido del cuore trafitto
INSIEME FRATELLI: LA VITA SENZA PAURA
(SALMI 133 - 134)
La città: una difesa dalla fraternità
Gerusalemme città della fraternità attesa
La fraternità è il vero culto e la vita secondo Dio

*   IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO SALMO 131

Il brevissimo Salmo 131 è composto di soli tre versetti, il terzo dei quali riprende il v. 7 del Salmo 130, con lo stesso verbo in ebraico. Il Salmo 131 è così legato al precedente, al modo di una strofa aggiuntiva. Là si parla della redenzione dell'intero Israele, entro la quale si svolge la vicenda di confessione e di perdono nella quale è trasformato il nostro pellegrino.
È un evento pasquale: passaggio e risurrezione. Questo evento fa del singolo fedele un segno di redenzione per tutto il popolo.
Il Salmo 131 costituisce un momento di intenso raccoglimento meditativo - come un sussurro - ma in grado di manifestare la novità che l'opera redentiva di Dio realizza per la salvezza del mondo. Un sussurro, tenue e soave, eppure espressione di un momento di pienezza pacificata nell'esperienza del perdono.
Il testo si divide in due strofe - VV. 1 e 2 - e un ritornello conclusivo: v. 3.
La prima è costituita da tre negazioni. È la fine di un tempo e si dice quel che non è più. La seconda riporta un'affermazione: la novità ormai instaurata. La fine di un tempo e l'inaugurazione di un tempo nuovo.

SALMO 131

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.

2 lo sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l'anima mia.

3 Speri Israele nel Signore,
ora e sempre.

Cuore, volto e mano di fronte a Dio

La prima strofa. Per tre volte «non». Si comincia con la invocazione del Nome di Dio e così si finirà al v. 3. Si augura a tutto il popolo l'incontro con il Signore vivente che ha determinato la novità di cui il nostro pellegrino può costituire un segno.
Dice che è finito il tempo in cui il cuore si inorgogliva, lo sguardo era superbo e i passi erano orientati verso la realizzazione di grandi imprese. Si noti la terna citata: il cuore, lo sguardo, i passi. È una di quelle teme che danno una completa descrizione antropologica, nel linguaggio biblico. Siamo dinanzi a una rielaborazione raffinata di una tema di dimensioni umane che possono essere identificate con il cuore, il volto e la mano. La vita umana è queste tre cose, non ha semplicemente questi tre elementi.
Il cuore significa l'interiorità segreta, il mistero profondo, la sede interiore dove si ascolta, si pensa, si progetta e si attuano decisioni circa l'intera esisten
za. Il cuore ha le sue traversie, ha durezze e chiusure sempre possibili; si impietrisce e si ripiega su se stesso. Può non ascoltare o restare indeciso, senza progetti.
L'uomo è un cuore e poi anche un volto: sacramento visibile del mistero imperscrutabile che è custodito nel cuore umano. L'invisibile identità profonda ha una trasparenza visibile nel volto; attraverso il volto, il cuore può ricevere e trasmettere: il volto, con la sua complessità e la sua mutevolezza. In esso spiccano gli occhi e la bocca. Con entrambi si assimila e si trasmette. Il volto può essere tenebroso e mascherato: chi lo purificherà e gli darà quella bellezza che il Creatore ha voluto imprimere in esso per potercisi specchiare?
Infine la mano, lo strumento dell'operatività. Nel nostro Salmo si parla del piede e dei suoi passi: gesti con cui è efficace la propria presenza nel mondo, presenza progettata e voluta nel cuore. Anche a proposito della mano - o del braccio o della gamba - lo stato di peccato e di decadenza fa sì che possa essere strumento di potere violento. Eppure la mano è stata data all'uomo perché sia pronta a benedire, perché sia laboriosa e capace di segni di comunione; è stata creata per essere aperta, paziente. Chi libererà la mano dell'uomo? Chi la costringerà ad aprirsi?
Tutta la storia della salvezza si condensa nell'evento decisivo della Pasqua del Figlio dell'Uomo che muore e risorge: l'evento nuovo è un uomo dal cuore puro, dal volto luminoso e dalla mano aperta.
Quest'uomo dal cuore puro è sapiente e libero e sa come interferire nei progetti del nostro cuore.
Egli è il Figlio di Dio che scandaglia il cuore umano e ne scioglie la durezza.
Egli ha un volto luminoso e lo offre come specchio perché il volto mascherato dell'uomo finalmente perda la propria menzogna e si specchi nella immagine esemplare di Lui: l'icona che è secondo il compiacimento di Dio. È il volto bellissimo per eccellenza... e si manifesta segnato dal dolore, piagato e orrendo, coperto da ogni vergogna umana perché noi possiamo cessare di nascondere la nostra vergogna. In Lui ritroviamo luce e bellezza, quelle che il Creatore si attendeva fin dall'inizio nel dialogo e nel confronto con la sua creatura.
Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio è colui che si consegna nelle nostre mani. È Lui che viene colpito, aggredito e gettato via. Egli ha mani aperte, da povero; mani di colui che si arrende, mani del Crocifisso e Risorto. Sono le nostre mani di uomini, assuefatte alla violenza, che si sono strette su di Lui e poi perdono la presa, ridotte all'impotenza e sconfitte. L'aggredito apre le sue mani e benedice, mentre - vivente e glorioso - sale al Padre. Allora noi siamo costretti alla resa.
C'è un povero in mezzo a noi che libera il cuore umano; c'è uno svergognato in mezzo a noi che illumina il nostro volto e gli restituisce bellezza; c'è un derelitto, vittima della nostra violenza, che ci costringe ad aprire le mani perché siamo sconfitti. La nostra violenza si è scaricata addosso a Lui, che l'ha assorbi ta per intero con le mani alzate in gesto di resa.
Il Salmo parla di queste cose fin dal v. 1.
Il cuore può indurirsi. n verbo usato indica più esattamente l'azione di arcuarsi, di ingobbirsi su se stessi. Ora esso ha perso la sua gobba, si è spaccato, aperto. Non c'è medicina che valga a guarire il cuore umano, né delicato massaggio che possa addolcirlo: il cuore umano deve essere spaccato. Questo cuore non si difende più, fortificandosi in se stesso.
Così lo sguardo non si leva con superbia, gli occhi non si affilano e tendono per ferire, come una lama minacciosa.
Infine quest'uomo non si muove più per realizzare eventi spettacolari, per manovrare e manipolare. Il vortice delle grandi parate ha stancato quest'uomo, egli vuole riposare dal suo male orgoglioso e si arrende.
Sono occhi bruciati dalla vergogna personale e dalla storia umana; occhi che hanno riconosciuto il Signore sofferente e la sua bellezza indicibile, che viene dal Padre. Nella vergogna del Signore anche l'uomo è accolto e i suoi occhi si aprono a pietà e compassione; e queste non passeranno più perché egli è svergognato insieme al suo Dio.
Allora anche l'uomo è bello, nel Figlio Beneamato: e la mano è consegnata e, con lei, tutto il corpo, tutta la libertà, ambiguo strumento della ricerca di se stessi e della propria esaltazione.
Ogni astuzia che cerca di addossare il proprio orgoglio alla comunità o alla causa cui si appartiene è smascherata: è impossibile santificare o nobilitare il proprio male quando si è di fronte al Crocifisso, come il malfattore di cui parla Luca. Questo malfattore riconosce in Gesù il salvatore che lo libera dal suo male orgoglioso, il male che è ormai superiore alle proprie forze voler giustificare.

Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente

Ed ecco la seconda strofa, una affermazione molto bella: placata e zittita è la mia anima, come un bimbo svezzato rivolto a sua madre.
Ecco chi sono io, ora. Placato il respiro e spenta la tensione inconcludente, la vita del nostro amico non è più agitata. Ma attenzione: potremmo essere disorientati da una immagine che coincidesse con la realtà di un neonato a suo agio in braccio alla mamma, quasi un ritorno alle realtà infantili. Non è così. Qui si parla di un bambino svezzato, uscito fuori da un rapporto simbiotico con la madre e dall'intimità con lei propria del lattante. Questo bambino non è più allattato, è stato sottratto al seno della madre: guarda altrove, ormai, e ha altri interessi. Sta in braccio alla madre, ma non la guarda. Guarda il padre, in dialogo con il mondo che lo circonda e con chi lo domina.
Il termine
«bimbo svezzato», in ebraico gamùl, compare in alcuni testi dell'Antico Testamento. Ne citiamo tre.
Il primo è nella Genesi, al cap. 21. Per la prima volta si dice di un personaggio che è svezzato. È Isacco, figlio di Abramo. Il suo nome significa figlio del sorriso: il Signore insegna ad Abramo e a Sara a sorridere, a sperare in Lui. Isacco viene svezzato, nel cap. 21, e nel cap. 22 può seguire il padre verso il sacrificio. Ora è il figlio pronto per dire "amen", per aderire alla volontà del padre. Così il personaggio del nostro Salmo.
Il secondo testo è nel Primo libro di Samuele, al
cap. 2. Qui è Samuele lo svezzato. Viene portato dalla madre al santuario perché vi dimori. Egli resta presso Eli e cresce con lui. Il bimbo svezzato è colui che ormai appartiene alla casa del Signore e in essa diventa profeta. Nel Vangelo di Luca, al cap. 2, Gesù viene trovato dai genitori nel tempio e, sgridato, dice loro che ormai deve occuparsi «delle cose del Padre», delle faccende della sua casa.
Il terzo testo è nel libro di Isaia, al cap. 11. È un oracolo messianico, visione del mondo nuovo: l'agnello e il leone, l'arsa e il capretto insieme. Un bimbo si trastulla sulla tana del serpente: gamùl. È il Messia, svezzato, che addomestica il serpente. Egli è pronto alla battaglia decisiva, a inchiodare il serpente là dove egli stesso è pronto a essere inchiodato. Il serpente è trasformato in gioco e l'universo intero si rinnova.
Quando il nostro personaggio si paragona a un bimbo svezzato non fa appello al nostro buon cuore, dunque. Stando in braccio alla madre il bimbo dell'immagine guarda alla volontà del Padre, lo segue e con lui lotta contro il male in una battaglia decisiva. Tutto questo senza garanzie o ripari: fino al limite estremo dove il Messia ci ha preceduti, contro una vipera sorda e velenosa.
Quando ormai Paolo sta per concludere il suo viaggio, l'ultimo, in Atti 28, sbarca a Malta dopo una tempesta e viene morso da una vipera. Il morso, però, non lo danneggia ed egli scuote la vipera via da sé, nel fuoco.
Nel Vangelo di Luca si parla di vipera nella predicazione di Giovanni il Battista. «Razza
di vipere», chiama i giudei. Dall'inizio del Vangelo alla fine degli Atti tutta l'opera lucana è racchiusa da questa doppia testimonianza: il Battista chiama alla conversione i figli del serpente e Paolo è ormai sottratto alla pericolosità del suo morso, come bimbo svezzato e pronto per portare a compimento il ministero che gli è stato affidato.

*   L'UOMO GIURA, DIO MANTIENE SALMO 132

Il Salmo 132 è il più lungo della serie. Si inserisce nel contesto di una celebrazione liturgica che prevede un rito processionale.
Questi riti rievocavano la prima grande processione guidata da Davide, quando introdusse l'arca a Gerusalemme. Allora Davide danzò, accompagnato dal popolo, fino alla città, con l'arca santa. Ogni processione è - da allora - momento di intensa comunione; è una specie di laboratorio dove si realizza un pellegrinaggio simbolico. Il popolo tutto può così fare il suo pellegrinaggio, anche gli abitanti di Gerusalemme.
Al di là di tutte le distanze e differenze si produce la comunione per la possibilità offerta a tutti di partecipare simultaneamente a un unico viaggio e di ritrovarsi tutti pellegrini. Almeno in virtù del rito tutti sono in viaggio verso Gerusalemme. Questo lo sfondo.
Sono due le sezioni del Salmo, ciascuna in due strofe. Le due sezioni sono elaborate in parallelo, anche se la seconda rinnova profondamente il messaggio rispetto alle premesse.
La prima sezione va fino al v. 10 e la seconda comincia col v. 11, fino alla fine.
In apertura e chiusura di ciascuna sezione risuona il nome di Davide: nei vv. 1.1 Q-ll e 17
La prima sezione si apre col ricordo del giuramento compiuto a suo tempo da Davide, la seconda col giuramento compiuto in quella medesima occasione dal Signore.
Viene rievocata la scena di cui si parla nel Secondo libro di Samuele, al cap. 7: Davide vuole costruire una casa per il Signore; di rimando questi giura a Davide che Lui stesso gli costruirà una casa.
Davide è ormai forte e sicuro, ha superato prove che lo hanno reso mansueto e padrone della situazione, ha mezzi e benessere. L'arca santa, invece, è ancora sotto una tenda! Il profeta prima approva, poi smentisce e rivela il vero desiderio di Dio: Davide avrà una casa, cioè una discendenza gloriosa fino alla pienezza dei tempi. Così non lui costruirà una casa al Signore, ma questi a lui.
Davide si sentiva sicuro e pensava di poter contare sulla forza sua e dei suoi discendenti. Le cose, invece, andranno diversamente e Davide subirà nella sua famiglia un conflitto dopo l'altro. Sarà il Signore a procurare una discendenza davvero gloriosa nella quale compiacersi: sarà Dio a dare il Messia, non il re Davide!

SALMO 132

1 Canto delle ascensioni.
Ricordati, Signore, di Davide,
di tutte le sue prove,

2 quando giurò al Signore,
al Potente di Giacobbe fece voto:

3 «Non entrerò sotto il tetto della mia casa,
non mi stenderò sul mio giaciglio,

4 non concederò sonno ai miei occhi
né riposo alle mie palpebre,

5 finché non trovi una sede per il Signore,
una dimora per il Potente di Giacobbe».

6 Ecco, abbiamo saputo che era in Efrata,
l'abbiamo trovata nei campi di Iàar.

7 Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.

8 Alzati, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l'arca della tua potenza.

9 I tuoi sacerdoti si vestano di giustizia,
i tuoi fedeli cantino di gioia.

 

10 Per amore di Davide tuo servo
non respingere il volto del tuo consacrato.

11 Il Signore ha giurato a Davide
e non ritratterà la sua parola:
«Il frutto delle tue viscere
io metterò sul tuo trono!

12 Se i tuoi figli custodiranno la mia alleanza
e i precetti che insegnerò a essi,
anche i loro figli per sempre
sederanno sul tuo trono».

13 Il Signore ha scelto Sion,
l'ha voluta per sua dimora:

14 «Questo è il mio riposo per sempre;
qui abiterò, perché l'ho desiderato.

15 Benedirò tutti i suoi raccolti,
sazierò di pane i suoi poveri.

16 Rivestirò di salvezza i suoi sacerdoti,
esulteranno di gioia i suoi fedeli.

17 Là farò germogliare la potenza di Davide,
preparerò una lampada al mio consacrato.

18 Coprirò di vergogna i suoi nemici,
ma su di lui splenderà la corona".

Davide giura di dare casa a Dio

Guardiamo quello che succede nella prima sezione. Essa ha due strofe; la prima dal v; 1 al 5. Si dice quello che fece Davide, il suo giuramento.
La seconda strofa aiuta a intendere invece il gesto che i fedeli compiono oggi, la loro processione.
La promessa di Davide fa seguito all'ingresso del l'arca a Gerusalemme.
Il Salmo si rivolge subito al Signore perché si ricordi di Davide. Tutti si identificano con lui, con le sue prove che lo hanno educato alla mansuetudine e alla saggezza. Egli fu educato e plasmato in modo da raggiungere la mitezza, massima virtù.
Reduce da una vicenda impegnativa e tormentata, ora è nella pace, dopo la fuga, il deserto, la tentazione della vendetta, il rifiuto degli altri. Gli avvenimenti della sua vita lo hanno trasformato: ora non ha progetti minacciosi.
Di lui il Signore si ricordi, delle sue imprese, ma soprattutto della sua interiore conversione. Di lui il
Signore ricordi quando gli fece giuramento.
Davide non vuole avere riposo in casa sua finché non abbia costruito una casa per il Signore. È una promessa che condiziona anche il momento della molte: prima che essa sopraggiunga dovrà essere rispettato l'impegno. In realtà Davide non riuscirà a
compiere l'opera... e occorre considerare come mai si è così frainteso, sbagliando discernimento. Intanto per il suo giuramento lo apprezziamo ed esaltiamo e per esso diciamo al Signore di ricordarsi di lui.
Nella seconda strofa si parla del gesto liturgico che si svolge. Si ripetono richiami per orientare la preghiera del popolo in festa.
Il modello è quello di Davide che precede l'arca santa in Gerusalemme con danze. Egli è in ansia finché il Signore non abbia una casa; e tra questa ansia e la danza di cui si racconta c'è una continuità.
Si immagina che l'arca santa sia stata prima collocata in un luogo alle porte di Gerusalemme, dove Davide la trova.
Nel tempio ricostruito dopo l'esilio l'arca santa non esiste più e il Santo dei Santi è una stanza vuota. I riti processionali non accompagnano più la cassa contenente le tavole della Legge, oggetto preziosissimo. Siamo dinanzi all'invisibile ricordo di quel segno di alleanza, si rievoca l'arca, ma nessuna nuova arca può sostituire quella. Così si rinnova, sì, quella danza, ma in presenza dell'invisibile. L'ansia di Davide trova riscontro nel rito immutabile.
Con un «Alzati, Signore...
» e con la descrizione dei partecipanti comincia la liturgia del cammino. Ci sono tutti, fedeli e sacerdoti. Il Signore entra nel luogo per Lui preparato, secondo il giuramento di Davide: gli eredi di quel giuramento indicano al Signore il tempio fatto da loro come casa per Dio e là lo accompagnano; intanto Gli chiedono di tener conto dell'ansia, del desiderio di Davide e del loro desiderio.
L'ultimo versetto chiede che per amore di Davide che giurò e per amore degli eredi di quel giuramento, per la sua e la loro danza, Dio conceda un Messia.
Prima dell'esilio a Gerusalemme esiste davvero un consacrato: il re che siede sul trono di Davide. Ora non c'è più un discendente e lo si attende. Così questi fedeli chiedono in coro: "Per amore di Davide dacci un Messia nel cui volto ti compiacerai e rispecchierai».

Dio giura e promette il Messia

La seconda sezione ha una costruzione parallela, ma gli equilibri teologici e spirituali sono ribaltati. Anche qui due strofe. La prima dal v. Il al 13 e la seconda va fino alla fine.
Prima strofa: non è il giuramento di Davide che si realizza come lui lo ha formulato. Non lui, ma suo figlio costruirà il tempio; e questi è il figlio della promessa fatta da Dio. .
Il Signore ha giurato e mantiene, non Davide:
«Il frutto delle tue viscere.. .». Il v. 13 parla allora della scelta del Signore, più che dell'impegno di Davide. Il Signore ha scelto una casa per sé proprio giurando a Davide di dargli una casa. La casa che il Signore costruisce per il suo consacrato sarà anche la sua. È il Signore che ha scelto Sion, una città e una famiglia, una carne umana in cui abitare: la prospettiva è ribaltata.
Nella processione i fedeli compiono il gesto di accompagnare il Signore al suo riposo e si accorgono, pian piano, di essere loro accolti e condotti da Lui.
Il Signore costruisce una casa per Davide ed è una casa per sé e per il popolo. Egli dà un figlio a Davide ed è il Figlio suo, di cui Egli si compiace.
La processione non ha più come meta la conquista di Gerusalemme, ma l'ingresso nel luogo del riposo che Dio stesso ha scelto per sé.
Questo - a dire il vero - era già il significato di quella conquista che Davide compì allora; egli ebbe la città perché Dio gliela concesse, perché Dio l'aveva scelta per lui e per sé.
Ed ecco l'ultima strofa, la seconda della seconda sezione:
«qui abiterò, perché l'ho desiderato...».
La liturgia procede e Dio vi partecipa.
Il rito è strumento di cui il Signore si serve per mostrarci il suo gesto: Egli riposa, mentre Davide è in ansia. Questa è la sua danza, la danza del Figlio che è il suo riposo: la Pasqua.
Da qui si manifesta una benedizione dilagante. Si riprendono espressioni già usate nella prima sezione del Salmo, ma al superlativo: «Benedirò... sazierò... Rivestirò... esulteranno.. .», La terra produce raccolti abbondanti, i poveri sono saziati, i sacerdoti risplendono nei loro paramenti liturgici, i fedeli saltano di gioia.
Negli ultimi versetti si parla del luogo dove sarà costruito il tempio, dove la casa di Davide avrà una storia nel tempo, là dove il discendente di Davide sarà generato. Là, nella carne umana scelta da Dio per il suo riposo, «f
arò germogliare la potenza di Davide» e «preparerò una lampada al mio consacrato».
Si noti il ribaltamento: Davide porterà frutto in quanto Dio prepara per sé un Messia secondo il suo compiacimento.
Non è più il caso di ribadire l'invocazione di prima se non ribaltandola: non si dice di dare un Messia per
amore di Davide, ma di ricordarsi di Davide per amore del Messia che Dio ha già deciso di procurarsi come specchio della sua gloria. È Davide a essere salvato; la processione di oggi è protesa al futuro evento piuttosto che al ricordo del re passato.
L'ultimo versetto promette la vittoria al Consacrato che verrà. Si parla di «corona», «nèzer», che ha assonanza col termine che vuol dire "germoglio" (e ci ricorda la "Nazaret" di Gesù); "nazir" è il "consacrato" al Signore; e così Gesù è di Nazaret; è il "germoglio" ed è il "consacrato" che ricapitola tutta l'esperienza dei consacrati dell'Antico Testamento fino all'assunzione della "corona", un simbolo - qui - sacerdotale, regale.
La corona fiorisce dalla terra. Questo fiore spunta trascinando dietro di sé la vergogna della terra, la vergogna dei nemici.
Il verbo «Coprirò» è lo stesso di «Rivestirò» del v. 16, verbo già presente al v. 9 («I tuoi sacerdoti si vestano.. .»). I nemici si vestono di vergogna. Là dove il fiore sorge dalla terra i nemici sono rivestiti in modo tale da acquistare titoli di presentazione: la loro vergogna sarà titolo non di esclusione, ma di ammissione.
Il Figlio di Dio fa della vergogna umana una veste da presentare a Dio. Il riposo di Dio assume in sé la storia della umanità svergognata, quando il Figlio discende e risale nella sua danza che salva. Dove il Signore Onnipotente riposa, compiacendosi di suo Figlio crocifisso, noi abitiamo e un ladrone pentito dice a Lui
«Ricordati di me nel tuo Regno...».
La processione liturgica è splendido corteo di salvati guidato dalla lampada accesa del Consacrato.

*   INSIEME FRATELLI: LA VITA SENZA PAURA SALMI 133 - 134

Si celebra un sacrificio di comunione, un banchetto che prevede di consumare insieme una parte della vittima del sacrificio. Su questo sfondo si canta il Salmo 133, breve ma carico di valori affettivi e teologali insieme. Si apre con una esclamazione di gioia, poi ha due immagini che la spiegano: l'olio e la rugiada; e infine si ha una sentenza conclusiva, nella seconda metà del v. 3.

SALMO 133

1 Canto delle ascensioni. Di Davide.
Ecco quanto è buono e quanto è soave
che (fratelli vivano insieme!

2 È come olio profumato sul capo,
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sull'orlo della sua veste.

3 È come rugiada dell'Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione
e la vita per sempre.

La città: una difesa dalla fraternità

Gerusalemme è qui la sede della vita fraterna. Con stupore commosso e grato il nostro pellegrino celebra il banchetto di comunione.
Nella normalità delle cose i fratelli sono in dissidio tra di loro: nella città santa succedono cose strane e
persino i fratelli vivono insieme, un'eventualità bella e dolce.
La storia della salvezza è segnata dal ricorrente fallimento di relazioni fraterne, fin dall'inizio; dal cap. 4 della Genesi i fratelli falliscono nella loro relazione; e falliscono drammaticamente! Da allora c'è tutta una storia di fratelli in difficoltà.
Guardiamo al primo episodio di vita fraterna, Abele e Caino. La pagina ci permette di scoprire che il tema della vita fraterna è legato a quello della città. Su Gerusalemme nel Salmo 122 il pellegrino invocava pace, una pace solida e inespugnabile.
Fraternità e città sono temi inseparabili. Perché?
Dopo che Caino ha ucciso il fratello si ritira ad oriente dell'Eden, vagabondo inquieto e spaventato; teme la vendetta, non tanto quella di coloro che incontrerà nel suo vagabondaggio: teme se stesso. Non sa più come regolarsi, ha verificato in modo tragico che le sue possibilità di azione contengono esiti catastrofici. Caino è spaventato perché teme di essere ancora condotto in quel baratro che ha sperimentato una volta.
È in fuga; genera un figlio - che si chiama Enoch - poi va e costruisce una città. Egli è l'inventore della città. Egli deve trovare un riparo per la sua ango
scia, ha bisogno di una difesa soddisfacente. Nei confronti della città vede la propria possibilità di sopravvivenza e le è affezionata come a suo figlio: difesa e certezza del futuro in un contesto ostile.
Questo contesto è costituito dalla eventualità di incontrare un vendicatore, ma - più radicalmente di incontrare un fratello. Dopo quel che è avvenuto Caino ha paura di se stesso e di ritrovarsi in quella situazione terrificante di cui ha fatto l'esperienza; inventa la città allo scopo di evitare l'incontro con un fratello.
Questo consente a Caino di organizzare una convivenza umana, di strutturare un vero e proprio consorzio civile, avendo eliminato l'eventualità insopportabile - per lui e per ogni uomo come lui - di incontrare un fratello.
La città è pensata per consentire agli uomini di stare insieme con strumenti culturali, economici, giuridici, politici... da cui dipende la conquista del mondo. Ci si organizza nei confronti dell'universo intero avendo garantito l'eliminazione del fratello. La città consente agli uomini di guardare al mondo assicurando ad essi che non avranno mai più a che fare con un fratello. Caino ha trovato la soluzione al suo dramma e con lui tutti gli uomini.
La rivelazione biblica racconterà le contraddizioni della città fin dal suo sorgere. Nel cap. 11 della Genesi queste contraddizioni giungono al culmine, con la torre di Babele. Sono emozionanti conquiste che affascinano le moltitudini: eppure resta sempre la città di Caino, il povero Caino in fuga.
Così per edificare la città umana e i suoi progressi è programmatica l'eliminazione del fratello: è dovuta, legittima, doverosa.
La legge della città è che ciascuno non avrà nulla da temere dal proprio vicino; egli sarà sempre più sconosciuto e, quanto più ci si ignorerà, tanto più progredirà la città. Così l'uomo conquista il mondo e nel cap. 4 della Genesi si narra come proprio nella discendenza di Caino si sviluppano tecniche e arti civili.
Il progresso sorge sulla paura di Caino, che deve essere in qualche modo rassicurata e difesa. Gli uomini possono affacciarsi proprio nella città su un orizzonte largo; diverso è ciò che avviene in un piccolo paese. In città è possibile ignorare il vicino e possedere il mondo. Caino non può fare altrimenti, nella sua angoscia e disgrazia. Così è della storia umana: tanto meglio realizza i propri scopi quanto più saprà cancellare la figura del fratello.
Sappiamo che in realtà la crescita di una città così fondata produce catastrofi inevitabili, una dopo l'altra. Essa scoppia. Concepita per poter dialogare senza essere fratelli e poter costruire ed assorbire tensioni ed energie, essa si trasforma in un mostro che inghiotte, un vero drago divoratore.
Il progetto che doveva garantire equilibri, l'idea di una città piccola, dominabile e da cui si domina il mondo, fallisce.
Chi vive in un paese sa che conosce centinaia di persone e da esse è conosciuto. Nella città non conosci nessuno, ma essa ti consente di affacciarti su un orizzonte amplissimo. Chi conosce tanta gente in città, o si sforza di farlo - il prete, per esempio - è un'eccezione ridicola. Così la città esplode perché
viene inevitabilmente coinvolta in un processo di crescita che non è più controlla bile; e perché quel rapporto con il mondo che doveva mantenersi su un piano di asettica distanza diventa in realtà un rapporto di conquista. La città ingloba e scoppia.
Ci sono momenti di entusiasmo e trasporto, con le istituzioni che funzionano bene, ma prima o poi si scoppia. Tutto parte dalla premessa fondamentale della città: scopo di essa è evitare l'incontro e per questo è amata da Caino.

Gerusalemme città della fraternità attesa

Oltre a questo, il tema della città è proposto dalla Scrittura in un secondo e un terzo grande quadro.
Il secondo coincide con la città di Gerusalemme. Dio stesso interviene nella storia degli uomini per salvare Caino. Egli sa bene che questi non può più vivere senza una città e ha pietà di lui, gli va incontro. Sul piano della storia degli uomini Dio interviene e pone una città perché sia segno di altro, rispetto a quello che gli uomini intendono raggiungere costruendo la propria. Così pone una città che sia segno di comunione fraterna.
Ed ecco Davide e il popolo con lui, e la storia di pellegrinaggi a Gerusalemme che diventano apprendistati nella fraternità. Questo è stupefacente: c'è una città in cui è possibile essere fratelli.
La salvezza di Caino è proprio questa: gli viene restituito un fratello. Questa possibilità esiste. Certo è ancora solo un segno, contraddittorio: Gerusalemme
è anch'essa come le altre città del mondo, Babilonia o Ninive.
Gesù a Gerusalemme sarà un fratello rifiutato e
l'Apocalisse dice di essa che è come Babilonia.
La storia è cruda, ma Gerusalemme rivela comunque sempre l'intenzione di Dio: insegnare agli uomini che è possibile incontrare un fratello.
Questo lo scopo di ogni pellegrinaggio.
Per questo dopo la Pasqua di Gesù - pellegrinaggio della Chiesa dalla morte alla vita - parte una missione fino a Roma e da qui si torna a Gerusalemme per incontrare Colui che torna nella storia.
Tutta la storia umana è coinvolta in questo apprendistato, a partire dalla città dove si incontra un fratello.
Il terzo grande quadro sulla città è costituito dalla Gerusalemme che scende dall'alto, negli ultimi capitoli dell'Apocalisse (capp. 21-22).
Le porte di questa città sono aperte: essa è dotata di misure capaci di accogliere l'universo e in essa le nazioni sono accolte. La sua luce risplende e l'Agnello vi siede sul trono. Tutta la rivelazione biblica si struttura così sul tema della città, da Caino al segno dell'opera di Dio, fino al dono finale.
Il percorso che conduce gli uomini a trasferirsi nella città di Caino li porta ad abitare nella città fatta da Dio.
Gesù, fratello rifiutato, realizza rapporti più stabili di quelli fondati sulla paura. Il Rifiutato qui è re. Ricevuto il rifiuto conferma la sua volontà di comunione e realizza un vincolo nuovo.
Così nell'Apocalisse i martiri sono i costruttori della città umana. Questi sono i testimoni di una fraternità più forte della morte per una città liberata dall'angoscia di Caino.

La fraternità è il vero culto e la vita secondo Dio

Per giungere a questa meta il Signore traccia un percorso graduale di liberazione. In questo percorso Gerusalemme è segno di fraternità e serve da scuola.

Si impara a riconoscere il vicino fino a scoprire che proprio colui che abbiamo abolito ci sta costruendo una città nuova. Quello che rende abitabile la città è l'escluso. Di questo gioisce il pellegrino: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!». Si notino i due aggettivi: «buono» (4ov,) e «bello» («nahim»). È una cosa sorprendente! I due aggettivi sono ripresi in rapporto alle due immagini proposte per illustrare la vita fraterna.
L'olio è detto, nella nostra traduzione, profumato», ma l'aggettivo è sempre «tov». È una dolcezza esemplare. Cosa vuol dire "olio"? Si parla di un sacerdote barbuto, solenne nelle sue vesti e unto, in modo esagerato, si direbbe.
L'olio è connesso con la consacrazione sacerdotale ed è un richiamo alla funzione mediatrice che compete al sacerdozio. Il sacerdote avanza tra il popolo fino a Dio e al popolo ritorna. Così l'olio di cui si parla qui dice che la vita fraterna realizza una funzione sacerdotale, per se stessa. Essa è efficace nell'offrire a Dio e nel benedire il mondo, come la funzione sacerdotale. Tra gli uomini e Dio si realizza così una mediazione gradita a Lui.
Seconda immagine, la rugiada. Dalla presenza della rugiada dipende la fertilità della terra promessa da Dio al suo popolo.
Sembra che l'espressione «terra in cui scorre latte e miele» voglia dire la terra su cui si deposita la rugiada, cosa che non avviene nella steppa. Ora, se non c'è rugiada non c'è raccolto e quindi non c'è la vita. Per questo da essa derivano il latte e il miele e tutti i frutti necessari.
Si noti il riferimento alle alte montagne del Libano... fino alla collina su cui è edificata Gerusalemme, meta del pellegrinaggio. Quelle montagne settentrionali erano ritenute la sede del Pantheon dei Cananei, la casa delle loro divinità. Il fatto che la rugiada venga da lì sta a significare un'abolizione dell'idolatria. Il monte santo di Sion ricorda che la possibilità della vita umana coincide con la liberazione dall'idolatria.
La vita si insedia dove l'idolatria è stata espulsa, altrimenti è impraticabile, come un prezzo da pagare alla morte. La vita fraterna è come rugiada, cioè come vita umana liberata dall'idolatria perché ricondotta alla comunione.
Con la immagine precedente il Salmo diceva che la vita fraterna realizza la funzione mediatrice che compete al sacerdozio; ora dice che essa è la liberazione dall'idolatria e l'affermazione della vita come Dio l'ha pensata.
Ed ecco la conclusione, che riprende le due immagini precedenti e le due benedizioni di partenza:
«Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre».
L'olio e la rugiada, la bellezza e la dolcezza sono donate per sempre da Dio dove c'è comunione.
Quando Gesù lascia i discepoli, affida loro un comal1damento nuovo, come un lascito di quel che è suo. Vuole che si amino come Lui li ha amati, da vero fratello che costruisce una nuova città.

SALMO 134

1 Canto delle ascensioni.
Ecco, benedite il Signore,
voi tutti, servi del Signore;
voi che state nella casa del Signore
durante le notti.

2 Alzate le mani verso il tempio
e benedite il Signore.

3 Da Sion ti benedica il Signore,
che ha fatto cielo e terra.

L'ultimo Salmo narra lo stato d'animo del nostro pellegrino al suo ritorno. Giunge il momento di partire; e se ne va benedicendo. Si rivolge a quelli che rimangono, dimenticando ogni polemica che li ha divisi. Dice loro di benedire sempre il Signore, che li ama tutti.
Ogni ombra è eliminata e si conferma l'intensità del vincolo di comunione realizzato tra lui, che viene e va lontano, e chi rimane nella città amata.
Di rimando coloro che assistono alla sua partenza rispondono al saluto: «Da Sion ti benedica il Signore!». Colui che torna nella sua difficile realtà è seguito
e accompagnato dal Signore di Gerusalemme - città della pace - e del mondo intero, creato da Lui. Il vincolo di comunione stretto a Gerusalemme è riconfermato per sempre, qualunque distanza separi i fratelli.
I Canti delle ascensioni sono finiti, ma i Salmi seguenti - i Salmi 135 e 136 - sono la preghiera che il pellegrino ripete tra sé mentre torna: lode alla misericordia di Dio che accompagna, trasforma e custodisce nella vita rinnovata.