PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978

 

I II III IV V VI VII
Svegliati, alzati!
Dubbio
Povertà
Visione interiore
Peccato
Sofferenza
Rinuncia
Il frutto della rinascita
Amore
Armonia


INTRODUZIONE

Escono per la prima volta in traduzione italiana discorsi, o meglio meditazioni, di Robindronath T agore: discorsi che il Poeta ha fatto, dal novembre 1908 al gennaio 1916, per la maggior parte nel tempio di Santinicheton, in piccola parte a Calcutta ed in occasioni particolari.
Tanti di questi discorsi sono stati detti a voce; poi l'oratore li ha ricomposti per iscritto: qualcuno di essi è nato già scritto.
Il «Santinicheton» fu pubblicato originariamente in
17 parti, in piccoli libretti e in diversi tempi, tra il 1909 e il 1916. Nel 1935-36 questi 17 volumetti con aggiunto qualche altro discorso furono pubblicati in due volumi.. Le traduzioni che presentiamo sono tratte da
La data dei discorsi, dei quali abbiamo potuto trovare il periodo della composizione, è stata scritta alla fine di ognuno.
« Santinicheton» si trova nel villaggio di Bolpur, ai piedi dell'Imalaia, dove il padre di Robindronath, Debendronath T ago re, aveva posto il suo eremo Ashram »). È qui, accanto all'eremo di Debendronath che Robindronath T agore ha voluto altre istituzioni, come il «Santinicheton », il « Bisso Bharoti ».
Non so se alla raccolta di queste meditazioni sia stato dato il titolo di «Santinicheton» solo perché la maggior parte di esse furono fatte a Santinicheton. Non credo che Robindronath intendesse restringere il significato del titolo solo al luogo: perché egli dà sempre ad ogni fatto e ad ogni parola un significato figurativo e spirituale. «Santinicheton» vuol dire casa («nicheton ») della pace («santi»). Robindronath ci vuole indicare che nella meditazione, nell'interiorità, nello spirito noi troviamo una dimora di pace: una «cella vinaria ».
Leggiamo queste meditazioni; vi troveremo certo un rifugio di pace!

P. M. RIGON

SVEGLIATI, ALZATI!

Svegliati, alzati! All'alba la luce stessa di Dio viene a rompere il nostro sonno. Il sonno profondo di tutta la notte si rompe in un momento. Ma chi può spezzare le illusioni della sera? Come potrò togliere dall'animo l'involucro magico che il lavoro e le preoccupazioni del lungo giorno hanno gettato su di esso e condurlo in mezzo alla pace pura e tranquilla? Tutto il giorno, come un ragno, in diverse maniere, ci ha avvolto con reti molto vaste, una rete dopo l'altra. L'Onnipotente, l'Eterno è stato messo da parte. Tagliate tutte queste reti, come potrò risvegliare lo spirito in mezzo all'infinito? Svegliati, alzati!

Il giorno con lavori vari, con preoccupazioni ed attrazioni innumerevoli cerca di legarci stretti da tutte le parti: cerca di alzare un muro tra la mia anima e l'universo. Così, se noi non risvegliamo la nostra attenzione, se non usiamo questa formula magica: Svegliati, alzati... Se non risuona ogni momento questa voce dentro l'anima, in mezzo a tutte le mille vicende della giornata, un nodo dopo l'altro, un laccio dopo l'altro esse ci legheranno e ci renderanno insensibili. Allora non ci sarà alcuna forza di volontà che possa distoglierci dalla nostra inerzia.

Pensiamo che quanto ci lega da tutte le parti sia la verità e non avremo più fede nelle verità pure e passate, non ci passerà neppure per la mente di sospettare della nostra situazione. Perciò in mezzo al frastuono dei vari affari di ogni giorno si alzi dalle profondità del nostro animo, nello strumento che ha una sola corda, il richiamo: Svegliati, alzati!

1 dicembre 1908.

 

DUBBIO

Le pene del dubbio sono buone. Però dobbiamo liberarci dalle spire materiali che circondano il dubbio.

Non c'è ignoranza tanto grande quanto l'ignoranza della nostra ignoranza. Noi non conosciamo Dio e non lo possiamo raggiungere! Se non riusciamo a percepire questo, bisogna che ci rialziamo e che ci svegliamo da questa indifferenza inerte. Vengano pure pene acute a smuovere questa insensibilità. Il nostro essere più intimo si levi in pianto e gridi: - lo non capisco, io non trovo! - In tutte le corde del nostro animo vibri questo canto affinché in mezzo alle tenebre del dubbio non si perda la fede.

Noi pensiamo che l'uomo ateo sia perseguitato dal dubbio e che noi, perché crediamo in Dio, non possiamo avere dubbi. Ebbene, così noi ce ne stiamo senza alcuna preoccupazione chiamiamo atei, empi, scettici quelli che non hanno di Dio le stesse nostre opinioni. E per questo quante divisioni nel mondo, quante separazioni e lotte, quante persecuzioni. Noi dividiamo gli uomini in due gruppi: il gruppo nostro e quello degli altri fuori di noi, considerando Dio una nostra proprietà particolare. Così ce ne stiamo tranquilli sul nostro trono, senza alcun dubbio e senza preoccupazione.

Dopo quanto abbiamo detto, possiamo vedere come noi, credendo in Dio, mandiamo Dio stesso in esilio, fuori da tutta l'umanità. Allora non viviamo in casa e nella società come se in casa e nella società Dio non esistesse. Dalla nascita alla morte noi camminiamo in mezzo all'universo come se il Dio dell'universo non avesse qui alcun posto. Ogni mattina siamo risvegliati in mezzo all'elevarsi di una luce meravigliosa; tuttavia non riusciamo a trovare Dio in mezzo a questa apparizione straordinaria. Di notte noi, in mezzo agli astri del firmamento che vegliano immobili e silenziosi, ci immergiamo nella profondità del sonno, ma in nessuna parte del nostro giaciglio, dentro le tenebre vaste e gloriose, dimora del riposo, noi percepiamo l'immagine tenera, tacita e dignitosa della madre dell'universo. Vediamo invece il mondo ineffabile e meraviglioso, chiuso e ridotto dentro il nostro pezzo di terra e prigioniero nelle stanze della nostra casa. Come se noi non fossimo nati nel mondo di Dio, ma solo nella nostra casa dove, oltre all'« io, io, io», non troviamo altra parola. Pur tuttavia con la bocca diciamo: - Io credo in Dio, in Lui non ho alcun dubbio!

Quante volte abbiamo camminato in modo da far credere che in casa nostra, nella nostra vita Lui è il Dio-casa della nostra dimora! Ma questo grande Auriga è Colui che conduce l'immenso carro dell'universo! - lo sono il padrone della casa, il capo della famiglia! - questi sono i pensieri che vengono in mente appena ci risvegliamo e, alla notte, nel sonno, questi pensieri si quietano solo per un momento. La casa e il mondo sono sigillati dall'« io ». Quante carte e documenti, quante dispute e disposizioni! E Dio dov'è? Solo sulla bocca! E forse neppure un po' in altre parti.

C'è qualche cosa che ci possa rovinare di più che avere Dio solo sulle labbra? «lo» dico così, «io» sono di questa comunità, «io» sono di questa idea!... Abbandoniamo Dio e Lo confiniamo in posti vuoti e poi senza esitare ci sediamo con impertinenza, ben comodi, in tutti gli altri posti. E la cosa più strana è che noi non ci accorgiamo di questa impertinenza. Questa impertinenza rende insensibili tutte le pene del dubbio: non siamo neppure coscienti di questa ignoranza.

Le pene del dubbio ci risvegliano quando Dio tocca un po' la nostra coscienza. Allora, pur in mezzo al mondo, il mondo non può frenare il nostro pianto, perché allungando verso Dio le nostre braccia, nelle tenebre, non riusciamo a trovarlo. Allora inizia una certa comprensione: quello che abbiamo ricevuto non ci può soddisfare, vediamo che non possiamo nulla e che non si va avanti senza accogliere Colui che dobbiamo accettare.

Al momento del parto il seno materno non abbandona completamente il bambino. D'altra parte l'ansia di venire alla luce attira il bambino. Allora, alla libertà, si frappongono gli strappi dei legami. Le pene del parto sono il primo indizio del dono della vita e della libertà. La mancanza di questi dolori preoccupa il medico.

Anche le pene del dubbio sono, per l'animo, segno del dono della libertà nella verità. Da una parte il mondo nasconde la verità dentro di noi; da un'altra parte la verità nascosta chiama. Essa è in mezzo alle tenebre e, pur non conoscendo la luce, sente l'attrazione della luce; pensa che questa angoscia non abbia alcuno scopo, perché non vede il suo fine lieto; come il bambino prima di nascere si sente legato da tutte le parti dentro il seno.

Vengano pure quelle pene insopportabili, tutta la natura pianga! Finirà certamente questo pianto. Il pianto, però, che non è nato da queste pene ed è ancora legato dentro da mille legami alla materia non ha alcuno scopo. È una pena legata al midollo delle ossa, alla carne, al sangue: si deve camminare barcollando sotto il suo peso.

Sino al giorno in cui il pianto del dubbio in noi non diventerà reale, vero, non potremo godere delle idee della comunità, dei ragionamenti della filosofia, della parola della Scrittura. Ma in quel giorno potremo capire in un solo istante che per noi non c'è soluzione fuori dall'amore. In quel giorno questa sarà la nostra preghiera: - O Dio dell'universo, manifestati nella luce dell'amore!

Nelle manifestazioni dell'intelligenza non possiamo allontanare tutte le tenebre del dubbio. Noi, pur sapendo, non sappiamo sino a quando in noi non si manifesterà l'amore. Osserviamo almeno per una volta da quante persone siamo circondati in questo mondo. Non possiamo dire di non sapere questo: però esse sono per me un nulla. lo vado avanti in questo mondo come se queste esistenze innumerevoli .non avessero né gioie, né dolori. Chi sono coloro che hanno gioie e dolori? I miei parenti, i miei amici, i miei cari. Questi hanno abbandonato quelle innumerevoli esistenze ed il mio mondo ora è fatto di queste, «qualche persona », perché le ho viste nella luce dell'amore.

Io ho visto queste persone in una misura più o meno come l'anima mia. La verità della mia anima è venuta fuori tanto chiara nell'amore; e dove l'amore ha potuto estendersi ha potuto chiamare gli uomini suoi fratelli. Per questo non ho alcun dubbio riguardo loro; essi sono nei miei riguardi una realtà, come me.

Che Dio esista e che sia da per tutto è una cosa che non esito ad affermare: però io, di giorno e di notte, mi comporto in modo come se Lui non fosse in alcun luogo. E questo perché? Perché non è nato ancora in me l'amore per Lui: Dio ci sia o non ci sia, per me non ha alcuna importanza. Più di Lui esiste per me il piccolo e disprezzabile nido della mia casa. lo non lo amo e perciò il mio occhio non si fissa tutto in Lui, il mio orecchio non tende tutto verso di Lui, la mia mente non si apre tutta a Lui. E così noi non riceviamo Colui che esiste più di tutti.

Questa grande povertà della nostra vita non può essere colmata in nessun'altra maniera. Dio, pur esistendo, non esiste!; c'è per noi un astro più grande, il «non-essere ».

Noi stiamo perendo sotto il peso di questo «non-essere »: e questo «non-essere» non vuol dire altro che mancanza di amore. Nell'aridità di questo « non-essere» tutte le bellezze dell'universo sono morte, tutto il bene della vita va perduto. Colui che è, non c'è! Come possiamo comprendere questa grave perdita? Per questo tutto va a finire nel nulla e stiamo perendo continuamente. So tutto, conosco tutto; però tutto è vano!

Dio dell'universo, manifestati nella luce dell'amore!

 

POVERTÀ

Se nel nostro interesse terreno avessimo solo un quarto delle perdite che subiamo mettendo da parte Dio nel nostro cammino, saremmo molto e molto preoccupati. Ma non c'è pericolo, perché il sole ci dà sempre la sua luce, la terra ci dà il suo cibo, le mille vite della immensa famiglia umana soddisfano le nostre mille necessità.

Tuttavia, mettendo da parte Dio nella nostra vita, abbiamo tante perdite. Finché non riusciremo a capire quali sono queste perdite, ce ne stiamo tranquilli in questo mondo senza alcuna preoccupazione, e in questa terra, che continua ad andare avanti, pensiamo d'essere favoriti da Dio.

Come possiamo capire quanto grandi sono le nostre perdite? Come esempio vi porto un sogno. lo perdetti la mamma quando ero ancora tanto piccolo, e così crebbi senza avere vicino a me la mamma. La notte scorsa ho sognato: mi sembrava d'essere ancora bambino. La mamma era in una stanza della casa, costruita in mezzo al giardino in riva al fiume.

La mamma è in casa! Però non siamo sempre coscienti di questo. Ebbene anch'io, senza pensarci, passai accanto alla stanza dove era la mamma, senza farci caso. Ritornando fuori, sulla soglia, in un momento non so che cosa mi succedesse dentro, mi venne in mente la mamma. Allora corsi da lei, mi inchinai e presi la polvere dei suoi piedi. Lei mi prese, mi strinse strette le mani e mi disse: Sei qui!

Qui il sogno finì. lo cominciai a pensare: viviamo in casa con la mamma; entriamo ed usciamo dalla sua stanza decine di volte al giorno. Che lei ci sia lo sappiamo, non abbiamo alcun dubbio: così va iì mondo. Che vantaggi ne abbiamo? Lei non ci chiude i tesori del suo cuore, ci prepara da mangiare, ci rifà il letto. Soltanto non c'è quel prenderti stretto le mani e quel dirti: Sei qui! Ci sono acqua e pane, cibo e letto, tutto! Però mancano quelle parole e quella stretta! Quando l'animo si risveglia, è questo che vuole; e quando non lo trova, vaga qua e là per la casa piena di cose: non ha voglia di saziarsi di altre cose.

Ripensiamoci ancora una volta; nella nostra vita accade poche volte che noi andiamo vicino alle cose della terra, vicino a qualcuno! Ogni giorno noi viviamo accanto ai nostri cari, ma è un evento raro se per un momento andiamo loro vicino. Quante volte alla luce dell'aurora e alla luce del tramonto abbiamo camminato insieme, abbiamo parlato in segreto; ma in mezzo a tutti questi incontri ci viene in mente il giorno in cui ci siamo sentiti pieni il cuore e ci siamo sentiti veramente insieme.

Ci sono migliaia di persone che nella loro vita non sono mai state insieme e vicine una sola volta ad alcuna cosa o ad alcuna persona! Sono nati sulla terra, ma non è mai accaduto che essi si siano uniti in un tocco intimo con la terra. E, purtroppo, non sanno neppure che questo non è mai avvenuto. Essi ridono, giocano, parlano con tutti e pensano di vivere, di lavorare con tante persone: - Non vedi che io sono con tutti? - È ben lontano dalla loro mente, non sanno neppure quanto sia poco questo «sono con tutti ».

 

VISIONE INTERIORE

Nella mia infanzia avevo la vista molto debole, ma io non lo sapevo. Pensavo che la vista fosse così e che tutti vedessero come me. Un giorno presi per gioco gli occhiali di un mio compagno e me li misi negli occhi. Che cosa accadde? Tutte le cose mi parvero chiare: mi parve allora d'essere andato, quasi per un miracolo, vicino a tutte le cose. Al vedere tutto chiaro e per la gioia di sentirmi vicino a tutti mi parve di possedere due volte l'universo. Eppure per tanto tempo non avevo saputo di una così grave perdita.

Come per la vista noi andiamo più vicino alle cose, così per lo spirito c'è un andare più vicino alla realtà. Andando vicino a qualcuno con lo spirito è come sentirci dire: Sei venuto! L'acqua e l'aria, il sole e la luna sono nostri grandi compagni e ci aiutano in diversi modi; ma essi non ci prendono per mano e non ci dicono con gioia: Sei venuto! Se potessimo andare loro vicino, se potessimo sentire il loro tocco con quel saluto, allora potremo capire quanto questo sia cosa più grande di tutto il lavoro che essi fanno per noi. lo vivo tutta la vita in mezzo agli uomini, ma gli uomini, prendendomi per mano, non mi hanno detto: Sei venuto! Cammino per il mondo avvolto in un velo. È un essere nati in questo mondo come gli uccellini, dentro l'uomo: pur nascendo, non sono nati!

La nascita spirituale è come il nascere che avviene dentro l'oscura coscienza dell'uovo. Noi dobbiamo nascere due volte. La nascita che viene fuori dall'uovo è una nascita reale nel mondo: è la nascita alla coscienza della vita e dell'universo. Allora l'uccellino può godere di tutto il tocco delle ali materne, e l'uomo, tutto l'uomo, avrà tutto. Arrivare a questa rinascita è una conquista meravigliosa, una gioia ineffabile: e noi nella vita non ne percepiamo neppure il minimo cenno!

Lo spirito non fa altro che questo: mette fine alla nostra indifferenza, alla nostra insensibilità. Per mezzo della coscienza diventiamo coscienti e per mezzo dello spirito diventiamo spirituali: diventando coscienti e spirituali non tardiamo a capire che in ciò c'è gioia piena.

Dobbiamo accorgerci che, dal filo d'erba sino all'uomo, il nostro spirito è indifferente, la nostra spiritualità paralizzata. Quando invece la nostra coscienza, la nostra anima si estende in tutto, non con i sensi, non con l'intelligenza, non con le scoperte degli scienziati, ma con il nostro essere, sentiremo l'esistenza di tutto. Questo sentire è un fatto miracoloso. Se potessi percepire l'albero davanti a me nella sua esistenza, nella sua profondità, tutto il mio essere sarebbe riempito di gioia. Ma non lo vedo così: appena lo guardo i miei occhi non ne sentono la necessità per me: gli passo davanti indifferente. La realtà di questo albero non risveglia in me la mia realtà; perciò non mi dà il diritto alla gioia.

Con gli occhi dello spirito noi non vediamo neppure gli uomini: li vediamo con i sensi, con la religione, con l'interesse, con il mondo, con i pregiudizi; vediamo l'uomo della famiglia, l'uomo dell'aiuto, l'uomo straniero: perciò la sua conoscenza viene ristretta dentro quei confini, dove le porte sono chiuse e noi non possiamo entrare ed il mio spirito non può percepire l'uomo concreto dello spirito. Se questo avvenisse, ci stringeremmo l'un l'altro le mani dicendo: Sei venuto!

Negli Uponissod è scritto chiaro che il fine ultimo è una visione spirituale: «La persona perfetta percepisce da ogni direzione ciò che è in tutte le cose ed in un solo spirito penetra tutte le cose ». Questo potere di penetrare tutto è il potere supremo, e penetrare vuol dire essere un solo spirito. Quando la nostra anima, liberatasi dal peccato, da tutte le abitudini, dalle reti dei pregiudizi, si unisce allo spirito, allora penetra e pervade tutto. Non arrivando allo spirito, l'anima si ferma sulla porta, alla soglia delle cose. Colui che è stato creato per entrare in tutto nella immortalità, non arriva allo spirito immortale; colui che è stato creato per vedere tutto, non arriva alla felicità.

Il fine delle nostre contemplazioni è di entrare dentro lo spirito delle cose dell'universo. Dobbiamo conoscere la strada che percorriamo tutti i giorni: non possiamo camminare nell'oscurità della materia, ma dobbiamo prendere coscienza di tutto, capire che ogni giorno si apre davanti a noi la via della penetrazione e che si allarga la nostra sovranità. Unendoci sempre più agli altri, a poco a poco scompariranno tutti gli ostacoli. Attraverso l'unione degli uomini, nel lavoro quotidiano, si apre sempre più la via della pienezza. L'« io », che ha posto un velo impenetrabile, separandomi così tanto dagli altri, a poco a poco scomparirà, a poco a poco diventerà trasparente e, dentro, la luce dell'universo si farà sempre più chiara. lo con il mio «io»non oscurerò, non coprirò più nessuno: le barriere tra me e gli altri, tra gli altri e me, scompariranno.

 

PECCATO

Quando lo spirito desidera solo lo spirito e nulla lo può distogliere da questo desiderio, allora noi possiamo capire che cosa è il peccato. Quando la nostra coscienza vuole la libertà, vuole uscir fuori come una fonte che si scioglie dal ghiaccio, allora potrà comprendere completamente tutta la malizia del peccato e non potrà dimenticare neppure per un momento che deve distruggerlo, deve liberarsene. La nostra coscienza, pur debole, assalterà il peccato da tutte le parti: nel cammino dello spirito sentirà i suoi colpi, la sua influenza come pietra d'inciampo e più nulla le passerà inosservato.

Prima, pensavamo il peccato e la virtù come vantaggi o svantaggi, beni o mali sociali. Pensavamo di formarci un carattere adatto alla società, secondo gli ideali della gentilezza. Adempiuto questo, noi ce ne stavamo senza alcuna altra preoccupazione. Pensavamo che, arrivati alla perfezione del galateo, saremmo diventati uomini perfetti.

Quando poi lo spirito si è risvegliato e ha cercato nel mondo lo spirito, si è accorto che non è necessario salvare soltanto l'etichetta e le convenienze sociali, ma che il necessario è ancora più grande, che le difficoltà sono ben più profonde. Abbiamo con fatica pulito la superficie della strada e nel mondo non troviamo difficoltà: nessuno le vede! Le catene che ci legano sono tutte dentro: qui, metro per metro, devono essere fatte le arature spirituali. Ci sono poi tante catene, tanto piccole e tanto sottili, che ci legano e ci avvolgono. Dentro possiamo vedere e capire che cosa sono le difficoltà del peccato. Prima non cadevano sotto i nostri occhi: non vedevamo! Allora, senza badare alla gente, senza guardare alle convenienze sociali chiameremo peccato il peccato, e con tutte le nostre forze cercheremo di sbatterlo fuori, perché ci sarà impossibile sopportarlo. Non ci si permetterà più di dividerci e di restare inerti sulla via del vero amore e della vera unione, di ingannare noi stessi e gli altri. Non godremo più di apparire buoni di fronte agli uomini: con tutto il cuore si griderà al Purissimo: Allontana ogni peccato! Allontana tutte le depravazioni dell'universo, che non resti assolutamente nulla del peccato, perché lo spirito Ti vuole!

Diventerò un'anima semplice in tutti i sensi: riceverò il diritto di penetrare ogni cosa. Non posso immaginare quanto sia meravigliosa questa fortuna. Fammi questa grazia: almeno, se non posso avere il diritto di penetrare tutte le cose, fa' entrare un raggio della tua luce per le fessure della mia porta chiusa. Alla notte, con porte e finestre chiuse, ho dormito incosciente di tutto; al mattino, quando un raggio di luce è penetrato dentro le fessure, dal mio giaciglio ozioso ed inerte, la scoperta che fuori c'era la pura aurora ha colpito il mio spirito immerso nel torpore. Allora il caldo del letto mi è diventato insopportabile; l'aria chiusa e malsana del mio stesso respiro ha cominciato a soffocarmi e non ho potuto più stare quieto. La morbidezza, la purezza, la santità del cielo aperto, tutta la bellezza, la fragranza, le voci dei canti mi chiamano fuori.
Così Tu attraverso le fessure dei miei veli manda l'angelo della tua luce, manda l'ambasciatore della libertà, che non mi lasci la pace nel caldo della mia prigione, nella sporcizia e nel buio: il piacere del riposo mi diventi insopportabile.

 

SOFFERENZA

Nelle nostre preghiere troviamo questa formula: «Benvenuta la gioia! » «Benvenuto il bene! ». Però noi diamo sempre il benvenuto alla gioia, ma non sempre diamo il benvenuto al bene. Il bene non è sempre gioia, è anche pena. Noi accettiamo la gioia come un dono, ma pensiamo alla sofferenza come un frutto di qualche cattivo destina. Perciò abbiamo paura della sofferenza e, angosciati dalle pene, cerchiamo di nasconderci, di avvolgerci in mille illusioni per liberarci dal dolore. Che cosa ne viene? Veniamo lasciati fuori dal contatto con la verità.

Il ricco gaudente, pensando di salvarsi dalla fatica, si immerge nell'ozio. Che cosa gli succede? Diventa paralitico: non può più comandare alle sue mani e ai suoi piedi, non può utilizzare tutte le forze che ha ricevuto venendo in questo mondo, per mancanza di lavora: si disanima e si corrompe. Vive in un mondo artefatto, che si è creato da se 'stesso, avvolgendosi in un guscio. Questo mondo artefatto non ci può somministrare tutto quel cibo che la natura ci può dare. In queste condizioni la natura diventa un pupazzo dipinto in casa, non arriva al piena sviluppo.

Di paura in paura, se cerchiamo di tenere lontano l'animo dai colpi della sofferenza, noi vivremo salo in parte, non pO'trema mantenere neppure la nostra salute, non trasformeremo le nostre forze. L'uomo che viene in questo mondo e non accetta il dolore, non riceve da Dio tutto quella che deve ricevere: riceve solo un po' del sua viatico.

Amici e parenti tutti cercano di risparmiare coloro che hanno una natura molto sensibile. Pensano che non vale la pena fare grandi le piccole cose e così, davanti a questa gente sensibile, non agiscono secondo natura, con la conseguenza che queste persone o non sentono nulla, o non sentono la parola giusta. Non ricevono tutto quello che loro spetta, o non lo ricevano come se lo meritano. Una persona così non può avere pace. L'uomo che viene soltanto accondisceso e non riceve alcun dispiacere dall'amica è un povero sfortunato, che viene tagliato fuori dalla gioia piena dell'amicizia e gli amici non possano essergli veri amici.

In questo mondo noi abbiamo la nostra parte di sofferenze e non possiamo avere tutto a perfezione. A volte bisogna accettare quello che noi chiamiamo ingiustizia, quello che noi chiamiamo disordine. Se vogliamo aprire i nostri registri e con tutta attenzione fare i conti precisi, non potremo trovare uomini perfetti neppure noi stessi e, anche se lo potessimo diventare, creda che non avremo pace. Invece dobbiamo avere la forza di accettare il disordine e l'ingiustizia come si conviene.

Nella vita, abbiamo noi ricevuto tanta gioia quanta ci spettava secondo i conti, oppure tante volte abbiamo ricevuto molto di più di quanta abbiamo pagato? Eppure noi non ci pensiamo indegni della gioia che riceviamo in più: ci impossessiamo di essa senza esitazione. Salo al tempo del dolore ci mettiamo a fare i conti del giusta e dell'ingiusto. Noi non riceviamo mai alcuna cosa con il rigore dei conti.

C'è una ragione per questo: il lavoro della nostra vita cammina in mezzo alla rinuncia e all'accettazione. Due forze, una centripeta e l'altra centrifuga, che hanno per noi lo stesso valore. La vera religione della perfezione del nostro animo, della nostra intelligenza, del godimento della bellezza, del desiderio della nostra felicità, non sta solo nel prendere, ma anche nel rinunciare.

Nel nostro cibo non riceviamo gli ingredienti necessari solo seconda i nostri bisogni, perché nel cibo c'è l'assimilabile e l'inassimilabile: l'inassimilabile viene scartato dal corpo. Se noi dovessimo mangiare pensando solo al puro necessario non potremmo sopravvivere, il corpo si ammalerebbe. In noi non c'è soltanto la forza di mangiare e di digerire, ma c'è anche la forza di espellere. Anche dentro l'animo bisogna far lavorare queste due forze, se vogliamo arrivare alla perfezione.

Non è legge della vita che noi dobbiamo avere solo giustizia e che nessuno ci possa fare alcun male. Per il nostro carattere è bene che il giusto e l'ingiusto siano mescolati insieme. È come l'azione dell'inspirare e dell'espirare: il nostro carattere deve acquistare facilmente il potere di accogliere con disinvoltura tutto quello che ci spetta e di lasciare senza rimpianto quello che dobbiamo abbandonare.

Noi, cercando con ogni sforzo di liberarci dalle sofferenze e dalle offese, sia giuste che ingiuste, indeboliamo e roviniamo la nostra personalità. In ogni viltà non solo nascono le debolezze e le raffinatezze della cupidigia, ma si rovina anche la purezza di coloro che, per paura di offendere la gente sensibile, nascondono se stessi. Dentro il loro guscio si accumula zavorra, e molta! Quanto più per paura della gente non vogliono manifestare quello che hanno dentro, tanto più si macchiano e rovinano anche la loro salute.

Coloro che nella vita, senza esitare, senza opporsi, sanno accettare la maldicenza, !'ingiustizia, le offese, le sofferenze, non solo si fanno forti, ma anche si purificano: il mondo colpirà con offese la loro vita semplice, ma tutte le loro macchie scompariranno.

Dunque sta pronto, anima e corpo: inchinati davanti a Colui che è gioia, inchinati davanti a Colui che è bene: acquisterai salute e forza.

11 dicembre 1908.

 

RINUNCIA

Se c'è qualche verità nella preghiera che noi facciamo ogni mattina, una è certo quella che ci aiuta a tenerci pronti alla rinuncia. Noi vogliamo veramente tenerci pronti perché c'è nel mondo una religione di distacco: è una sua legge fruttuosa. Questa legge non vuole lasciarci fermi in nessun posto: continuamente ci dice di rinunciare e di andare avanti. Non possiamo mai trovare un luogo dove, arrivati, possiamo dire: Qui tutto è finito, tutto è compiuto: da qui non mi muovo più.

La religione del mondo non è solo di tenerci stretti, ma anche di metterci da parte o di farci proseguire. Se noi non mettiamo in armonia la nostra volontà con le leggi del mondo, veniamo a cozzare l'un contro l'altro. Se noi diciamo: Rimaniamo, restiamo!, il mondo dice: Devi partire, devi andare avanti!, si creano contrasti tremendi. La nostra volontà sarà sconfitta, perché quello che noi non vogliamo abbandonare, si sarà strappato via. Quindi conviene intonare la nostra volontà alla voce della religione dell'universo.

Se noi potessimo accordare le nostra volontà alla religione dell'universo potremmo diventare veramente liberi. Se volontariamente non ci uniamo all'universo, lo stesso universo ci costringerà a sottometterei a lui. Ma allora non avrò né gloria, né gioia: come uno schiavo sarò disprezzato dal mondo stesso.

Non dica il mondo: Te lo strappo via! Ma io dico: lo vi rinuncio! Se noi non ci prepariamo ogni giorno e non esercitiamo le nostra volontà alla rinuncia, quando la morte e la rovina si fermeranno davanti a noi a chiederei grandi cose, allora, anche se cercheremo di ingannare, non potrà avvenire alcun inganno, ma verrà il grande momento della sofferenza.

Non pensiamo che nella rinuncia noi diventiamo poveri e restiamo a mani vuote. La nostra rinuncia è solo un guadagno di pienezza. Infatti noi non possiamo avere una cosa se non usciamo fuori da essa. Il bambino avvolto nel seno della madre non ha sua mamma. Quando egli, spezzati i legami, viene alla luce e diventa libero, allora può dire con tutta verità di avere una madre.

Noi, allo stesso modo, dobbiamo liberarci dai legami del mondo: allora noi acquisteremo in realtà il mondo, perché così lo riceveremo nella libertà. Noi, come un feto, chiusi in mezzo al mondo, non possiamo vedere la terra; quelli che si sono liberati dai legami conoscono e possiedono la terra.

Per questo dico che la gente legata al mondo non è veramente la gente del mondo. Coloro che sono usciti dal mondo, questi sono la gente del mondo; perché 'solo quando non stanno dentro al mondo il mondo diventa loro; allora possono veramente dire: Il mondo è mio!

Il cavallo corre legato al carro e alle redini, ma non può dire: Il carro è mio! In verità non c'è molta diversità tra lui e le ruote. Il cavaliere, libero da ogni legame, sopra il carro, è colui che possiede e dirige carro e cavallo.

Se vogliamo diventare padroni, bisogna diventare liberi. Per questo la Ghita dice che la perfezione è un lavoro di libertà: perché il lavoro nella libertà genera un diritto pieno sul lavoro. Altrimenti noi siamo schiavi del lavoro e non lavoratori.

Quindi, se noi vogliamo guadagnare il mondo, dobbiamo uscirne fuori, e se vogliamo lavorare, dobbiamo rinunciare ad ogni attaccamento. Il che vuol dire che nella vita, tra il prendere ed il dare, tra queste due opposte religioni bisogna mettere armonia. Se una di queste due diventa più grande dell'altra, non possiamo vivere in pace. Se il prendere diventa più grande, noi diventiamo prigionieri; e se il dare si ingrandisce di più, noi saremo rifiutati. Se il lavoro non ha la libertà, allora noi diventiamo schiavi; e se la libertà non ha il lavoro, allora noi scompariremo nel nulla.

In realtà la rinuncia non è un vuoto, ma una pienezza di diritti. Il bambino, che non ha ancora il diritto al possesso della proprietà, non può vendere nulla: ha solo il piccolo diritto di usufruire, ma non ha il grande diritto di rinunciare. Così,se noi teniamo solo la possibilità di raccogliere, restiamo completamente bambini: non siamo liberi davanti ai tesori raccolti.

Per questo Cristo ha detto che il ricco difficilmente si salva: perché, non potendo liberarsi dalle ricchezze, è prigioniero delle ricchezze. Tanto più si lega e tanto più è in pericolo.

Le nostre preghiere quotidiane devono sciogliere questi legami, ci devono rendere sempre più facile la rinuncia. La nostra natura con attrazioni profonde di piaceri diversi ci preme forte e pesante come una pietra. Nel tempo della preghiera uno zampillo di immortalità continua a fluire, entra invisibile nel cuore e spezza giorno per giorno questa pietra. La preghiera sciolga e faccia sparire questa pietra in modo che ci appaia l'infinita pienezza del cielo. Guarda un po' dentro al cuore: giorno per giorno sotto i colpi della preghiera svanisce ogni titubanza, tutto diventa benevolo; il lavoro diventa leggero, le relazioni con gli uomini diventano vere e facili e nella vita appare la gloria di Dio.

12 dicembre 1908.

 

IL FRUTTO DELLA RINASCITA

Non è ancora stata data una risposta giusta a questa domanda: perché dobbiamo rinunciare? La Scrittura risponde che dobbiamo rinunciare per diventare liberi. Ciò che noi non lasciamo ci lega e ci ferma: nella rinuncia ci liberiamo.

Noi non abbiamo una grande libertà di diventare liberi: non vogliamo realmente la libertà. Dentro di noi c'è una forte inclinazione alla sottomissione: ci piace camminare sottomessi al mando. Noi siamo sottomessi al piatta, al bicchiere, ai nastri servi, sottomessi alle parale, sottomessi ai costumi, sottomessi a mille inclinazioni. Alla schiava di una vita così dipendente diventa menzogna dire: Nella libertà c'è un grande guadagno!

È menzogna mostrare amore alla libertà per l'uomo che volutamente e per natura si fa prigioniero. Se nella libertà spariscono la sua casa e la sua abitazione, il cibo e il ristoro, i soldi e i gioielli, tutto quella che lui pensa unica rifugia, allora la libertà diventa per lui una minaccia di distruzione. È vero, se la rinuncia avviene nel vuoto, è soltanto e totalmente perdita. In tale situazione è insopportabile rinunciare anche ad un solo centesimo.

Ma la rinuncia non è vuoto! Tutto quello che fai offrila a Dio: la tua vita, i tuai cari, tutto quello che hai dalla a Lui. Questa è una rinuncia nella pienezza. È già stato detto prima: quello che rinunciamo nella pienezza la riguadagniamo nella pienezza. Nessuna cosa può avere il suo fine nel guadagno. Rimane allora quest'altra domanda: Che imparta il guadagno?

Se nel ricevere dei soldi qualcuno ci domandasse: Che ne fai dei soldi?, possiamo rispondere: Vada al mercato! Domanderà: Che farai al mercato?, diremo: Compro un giocattolo! E comprato il giocattolo, che ne farò? Giocherò! E che ne sarà del gioco? Allora ci sarà la risposta definitiva: Mi divertirò! Diventata felice, nessuno mai dentro di sé si è fatto delle domande. Nella perfezione la felicità, e nella felicità tutti i perché, tutte le domande si quietano.

Come possiamo acquistare ciò che ci dà la forza della rinuncia? Nella preghiera ogni mattina accumuliamo qualche cosa di questo. Al mattino, per vedere avvolta strettamente la nostra intelligenza con la reale Intelligenza, in quel momento io devo lasciare per sempre tutti gli avvolgimenti e, spoglio come un neonato, devo arrendermi a Lui. Ogni giorno, un po' per volta mi preparo a questo. Piana piano, a poco a poco si unirà gioia a gioia, amore ad amore.

Come rinuncerò? Bisogna cominciare un sacrificio di gioia sin dalla vita presente. Se tieni aperta almeno una piccola porta del tuo tabernacolo, potrai constatare che oggi, per mancanza di abitudine, nell'aprire la porta si fa sentire una stridio: per la ruggine la sua chiave non gira bene. Infine l'aprire diventerà facile, tanto semplice. Comincia a rinunciare e poi tutta si allargherà immensamente.

Ogni giorno dà almeno un pugno di elemosina al mendicante, non avido, che con la bisaccia dell'elemosina in mano, sorridente, ogni giorno va e viene dalla tua porta. Se noi ci abituiamo a dargli qualche cosa, questo qualche cosa diventerà più grande di noi. E quello che dobbiamo dare a Lui dobbiamo darlo di nascosto. Se desideriamo la fama degli uomini, tutto finirà in nulla, perché dare per far vedere agli uomini è una specie di rapina. Ciò che diamo a questo grande Mendicante, anche se è poco, deve essere tutto. Non possiamo tenere conti, né chiedere ricevute. Durante il giorno almeno una volta diamoGli una cosa così, completamente, perché così presso alla Realtà perfetta ci sia una rinuncia perfetta. In mezzo al mondo almeno una volta al giorno possa accadere che ci sia in tutta semplicità un incontro segreto con Lui.

13 dicembre 1908.

 

AMORE

Nelle formule vediche troviamo: «Anche la morte è Sua ombra, anche l'immortalità è Sua ombra ». Tutte e due queste cose in Lui sono una sola cosa. Colui in cui finiscono tutte le sfide è Verità Suprema. Lui è perfettissima luce e purissima oscurità.

Se tutte le contrarietà della vita non venissero combinate dentro una Verità, non si potrebbe riconoscere questa Verità come Verità Suprema. Altrimenti bisognerebbe riconoscere nelle contrarietà un'altra verità, cioè due verità, una contraria all'altra: Dio per l'immortalità e satana per la morte.

Ma noi non conosciamo divisioni o parti in Dio. Noi sappiamo che Dio è verità e tutte le opposizioni, parti di verità, trovano in Lui armonia. Noi sappiamo che Dio è uno e tutte le divisioni delle varie realtà sono in Lui unità.

Ma questa è solo una dottrina: che Dio è verità lo sappiamo solo con l'intelligenza. Assieme a questo che parte ha il nostro cuore? Dentro alla verità non ai sono alcun succo o linfa?

Dio non può essere solo intelligenza; e come tutte le verità si uniscono in Lui, così tutti gli amori sono in Lui uniti. Perciò gli Uponissod hanno definito Dio non solo verità, ma anche amore. Nel riconoscere Dio come amore la verità prende il suo significato. Ne consegue che Dio è verità suprema e amore supremo. Se questo non fosse vero, resterebbero solo opposizioni, e la morte sarebbe padrona di tutto. In Dio tutto si acquieta, in Lui c'è unità di verità e unità di amore. Le divisioni, le opposizioni mai più possono essere l'ultima realtà.

La perfezione ultima della volontà sta nell'amore. Nell'amore non esistono perché. L'amore è risposta a se stesso, è fine a se stesso.

Se dici che la rinuncia ti libera dalla cosa lasciata, il nostro cuore non si sente soddisfatto. Se dici che con la rinuncia acquisti la cosa lasciata nella sua pienezza, il cuore non risponde. Se dici che nella rinuncia trovi l'amore, allora il cuore si calma e non dice più nulla. Se consideriamo attentamente queste parole dobbiamo esclamare: Allora siamo salvi!

C'è un'intima relazione tra la rinuncia e l'amore: una relazione tale che non si capisce chi viene prima e chi viene dopo. Senza amore non c'è rinuncia e senza rinuncia non c'è amore. Non è vera rinuncia quello che viene tolto sotto la pressione della necessità e dagli strappi della violenza. Diamo veramente tutto quando diamo con amore, quando non teniamo nulla per noi e nel dare pensiamo che il dono sia fruttuoso. L'amore è il compimento ultimo della rinuncia. L'uomo che dirige tutto e solo verso se stesso, occupato a far risaltare il suo «io », è un interessato: nel cuore di quest'uomo arrogante non fiorirà mai l'amore. Il sole dell'amore è nascosto completamente dalla nebbia dell'interesse.

Bisogna sciogliere i legami dell'interesse, bisogna far scomparire le insidie dell'orgoglio, ogni giorno bisogna rinunciare a ciò che riceviamo e che ci ha rovinato la vita, affinché la rinuncia diventi sempre più facile e le nostre debolezze scompaiano. Facendo così diventeremo liberi? Sì, avremo la libertà. E acquistata la libertà, che avremo? Il traguardo ultimo della libertà: l'amore.

Chi è Amore? Colui che non ha alcuna necessità, eppure per noi ha rinunciato a tutto. Lui è Amore! Lui per noi ha dato tutte le sue forze nell'universo: tutta la creazione è una sua azione di offerta. La creazione esplode dalla gioia: dall'imposizione non viene nulla: la radice di tutta la creazione è quell'Amore indipendente che zampilla da sé.

Tutti i nostri desideri avranno compimento nell'unione totale con l'Amore. Per avere questa unione bisogna diventare come Lui. Con l'amore possiamo unirci all'Amore.

L'Amore però è libero e sciolto. Tra la schiavitù e 1'amore c'è solo questa differenza: la schiavitù lega, l'amore scioglie. L'amore è basato sulle sue stesse leggi: la sua natura non ha bisogno di alcuna spiegazione, né in sé, né fuori di sé, né presso alcuno.

Se vogliamo unirci all' Amore dobbiamo farei completamente liberi. Con chi è libero non c'è altra relazione se non nella libertà. Lui ei ha dato un messaggio, ci ha lasciato detto: Vieni a me che sono libero- Per chi è schiavo è aperta solo una piccola cella, non può entrare nella mia dimora meravigliosa.

A volte nell'ardore del cuore corriamo sino alla soglia della dimora meravigliosa, ma il guardiano ci manda continuamente indietro; dice: Dov'è la tua lettera d'invito? Cercando trovo con me tanti inviti: invito alla ricchezza, invito alla fama; nessun invito alla immortalità. Ho dovuto ritornare indietro più volte.

Non c'è alcuna via per ingannare il bigliettaio. Dobbiamo scendere alla stazione per la quale Dobbiamo comprato il biglietto. Con tante preghiere, con tante fatiche abbiamo comperato tanti biglietti per posti in questo mondo: non possiamo andare in altra parte!

Da oggi in poi cerchiamo di racimolare soldi per un'altra linea: ora tutto quello che raccogliamo e tutto quello che rinunciamo sia solo per l'Amore.

 

ARMONIA

Non sappiamo se abbiamo appreso altre verità supreme, ma è certo che abbiamo scoperto dentro di noi una verità suprema: tutte le divergenze possono stare insieme nell'amore. Le divergenze nell'intelligenza si combattono, nel lavoro si contraddicono: non vogliono mettersi d'accordo. Nell'amore tutto si mette in armonia. Nel campo delle discussioni e nel campo del lavoro i figli dei dèmoni e i figli degli uomini sono tutti e sempre pronti gli uni contro gli altri: ma nell'amore diventano fratelli.

Nel campo della realtà il dualismo e l'unicità sono tanto opposti. Sono insieme come il «sì» va d'accordo con il «no» e come il «no» va d'accordo con il «sì »: ma nell'amore anche il dualismo e l'unicità siedono insieme. Nell'amore vogliono essere due e vogliono essere uno allo stesso tempo. È palesemente visibile la grande opposizione tra questi due termini: d'altra parte non possono andare avanti se stanno opposti l'uno all'altro. Che quello che è contrario stia insieme è un fatto strano, ma che succede solo con l'amore. Per questo, immerso dentro il mio mistero interiore, non riesco a capire: sono spinto a donarmi agli altri, mentre è facile capire la voce dell'interesse.

Dio è amore, perciò ha fatto di uno due e di due uno. Vedo chiaramente che come è vero l'uno, così è vero anche il due. La ragione non trova una soluzione a questo fatto strano: chiaro, è un fatto d'amore! Per questo negli Uponissod troviamo tante parole contrarie riguardo a Dio. Egli non ha casta, in mezzo a tante specie è senza razza: eppure ha costituito tutte le leggi necessarie per tutte le razze. Se Egli è uno, come mai crea così tante leggi? Perché è Amore! Non Gli piace farsi vedere solo uno: si nasconde in mezzo a tante leggi. Nell'eternità Egli se ne sta zitto, da per tutto presente. Egli è moto ed Egli è immobile.

Nella nostra natura noi possiamo vedere armonia tra il moto e l'immobilità solo in un caso: nell'amore. In mezzo a questo mondo instabile troviamo equilibrio solo nell'amore. E solo l'amore tiene calmo e tranquillo il cuore dove arriviamo e deve partiamo, dove riceviamo e dove rinunciamo. Eppure qui l'amore lavora di più, qui la nostra mente è più attiva che mai. Dove c'è calma l'amore crea il moto: nell'amore calma e moto hanno lo stesso nome. Nel campo della realtà le perdite e i guadagni sono classe diversa, sono in posizione contraria. Nell'amore, perdite e guadagni sono la stessa cosa. Dio stesso ha teso questo gioco d'amore dentro la creazione, questa festa di gioia: qui Egli donandosi ha trovato se stesso. Questo dare e ricevere messi insieme si chiamano amore.

In filosofia troviamo una grande controversia su Dio: Che attributi ha Dio, ha virtù o no, Dio è personale o impersonale? Questi «sì» e «no» sono uno nell'amore. L'amore ha milioni di virtù e di non-virtù. Dio da una parte dice: lo sono! Da un'altra parte dice: lo non sono! Proprio così, dove non c'è l'« io» non c'è amore e se non si lascia l'« io» pure non c'è amore. Ora Dio sia virtuoso o non lo sia è solo una questione che rimane nel campo delle discussioni. Tutte queste controversie non Lo possono toccare.

L'occidente dice che noi possiamo progredire infinitamente: noi andiamo verso di Lui, ma non arriviamo a Lui. Gli Uponissod dicono che non possiamo andare a Lui; e poi dicono che possiamo andare: Lo possederai! Non Lo possederai! Sono parole contrarie e strane, dette però chiaramente. Solo le parole non tornano nei conti: però il cuore che non Lo trova, ritorna. Questo è chiaro. Chi ha gustato Dio e la sua gloria, non ha più paura di nulla. Meno male che Colui che non possiamo conoscere completamente possiamo conoscerlo almeno così da non avere paura alcuna. Che conoscenza è mai questa? È conoscenza di gioia, conoscenza d'amore. Vuol dire conoscere, oltrepassando tutto lo sconosciuto. Nell'amore, conoscere e non-conoscere non sono più tanto contrari.

La sposa, anche se non può conoscere tutta l'intelligenza dello sposo e tutte le sue cose, con intelligenza d'amore e intelligenza di gioia lo può conoscere in modo tale che nessun saggio può conoscerlo così. È un mistero meraviglioso dentro l'amore stesso. Ciò che una parte non può conoscere, un'altra parte può conoscere tutto. Nell'amore, l'infinito si fa prendere dal finito. Nella ragione non c'è soluzione per questo.

Nella teologia vediamo che libertà e necessità sono così contrapposti che l'una non perdona all'altra. Per avere libertà bisogna scuotere via tutte le necessità. È un discorso che si fa come se la libertà fosse una cosa suprema. È un pregiudizio che ha inculcato nella nostra mente la Scrittura occidentale. C'è però un campo dove la libertà e la sottomissione godono della stessa gloria e non lo dobbiamo dimenticare: è l'amore. Qui la sottomissione non tocca un capello alla libertà: l'amore è tutto libero e tutto sottomesso.

Dio non è solo libero, altrimenti sarebbe completamente inattivo: Egli ha legato se stesso. Se non si fosse legato, non ci sarebbe creazione e nella creazione non ci sarebbe alcuna legge e significato. Le forme di gioia, attraverso le quali Egli si manifesta, sono le forme dei suoi legami. Egli diventa nostro attraverso questi legami: diventa per noi bellezza!

Attraverso questi legami Egli fa' l'amore con noi: attraverso la libertà e i legami diventa compagno e padre. Se Egli non si facesse prendere attraverso questi legami, noi non potremo dire: Amico, Padre, Provvidenza! Mai sarebbero uscite dalla bocca dell'uomo parole così grandi e meravigliose.

Qual é cosa più grande, dire: Dio Santo, Saggio, Libero!, oppure dire: Dio nostro prigioniero nella paternità, nell'amicizia, nella Provvidenza? Sono tutte e due grandi cose. Noi invece abbiamo tanti pregiudizi da vedere la sottomissione cosa tanto spregevole. E assieme a questo abbiamo tanti altri pregiudizi, come quando noi pensiamo spregevole il piccolo e onorabile il grande. Come se, con la matematica, potessimo fare grande qualcuno: ci lamentiamo dei nostri limiti, come se sapessimo cosa vuol dire limite.

Anche il limite è un grande mistero: è stato l'infinito che ha creato il finito. Quale cosa ineffabile, quale creazione meravigliosa, quale virtù straordinaria, quale rivelazione luminosa! Da una forma viene un'altra forma, da una virtù un'altra virtù, da una forza un'altra forza. Dove è la distruzione, dove è il finito? Il finito è una varietà sopra ogni immaginazione: diversità innumerevoli, cambiamenti infiniti! Chi ha il coraggio di disprezzare tutto questo? In verità noi possiamo biasimare la nostra lingua, ma non possiamo biasimare quello che noi chiamiamo finito. Non è meno incomprensibile il finito dell'infinito; non è tanto onorabile il visibile dell'invisibile.

Noi giochiamo con la libertà e la sottomissione: esse sono sedute e regnano insieme nello stesso trono: non dimentichiamolo! Desideriamo non solo la libertà ma anche la sottomissione. La preghiera di queste due cose fa' armonia dentro di noi e diventa amore. Accettare il limite e la volontà di oltrepassarlo è lavoro dell'amore. L'amore è così libero che non c'è altra libertà sopra di lui, e l'amore è così sottomesso che non c'è altra sottomissione più grande di lui.

Quanto la sottomissione sia grande e nobile ce l'ha dimostrato il buddismo. Ha detto, con strano coraggio e senza paura, che Dio ha legato se stesso alle creature. L'esistenza delle creature si basa su questa grande gloria. È il nostro più grande orgoglio: Dio non può stare senza di noi! Ha accettato questo legame, altrimenti, noi, come potremo essere?

Come la mamma cura il bambino, come l'innamorato guarda l'innamorata, così Dio, legato all'universo, ci guarda e ci serve. Egli facendosi servo ha dato una grandezza infinita al servizio. In questo mondo grande Dio avrebbe potuto fare gran baccano: invece, come mai cerca tanto di sedurre il nostro cuore? Come mai tende tante reti, tante attenzioni, per stabilire tante relazioni di gioia? C'è uno scopo a questa raccolta di gioia non necessaria? In modi diversi Egli dice: Io ti do la mia gioia, tu dammi la tua! Si è legato da tutte le parti e con i vari ritmi del finito. Altrimenti non ci sarebbero più né poesia, né canti d'amore!

Ci sono delle stonature in tutto il mondo, là dove il nostro amore non si è perfettamente unito all'amore di chi è Amore. Là, pur nello scorrere delle lacrime, c'è fine ad ogni dolore.

O Amore, tu non vuoi strappare per forza l'amore, lo prendi ingannando il cuore finché un giorno, facendo sospirare l'animo, ti ripagherai di tutti i debiti dell'amore. Ora si fa tardi, è arrivata la sera, e io non sono ancora preparato al tuo incontro!

14 dicembre 1908.