PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978

 

I II III IV V VI VII
Che cosa desidero?
La preghiera
Paura della deviazione
Vedere
Sentire
Conti
Festa a Santinicheton
Consacrazione
Uomo
Fine del mercato

CHE COSA DESIDERO?

Che frutto abbiamo desiderato in tanti giorni di preghiera del mattino? Abbiamo desiderato la pace. Abbiamo pensato che la meditazione del mattino, come una immensa pianta, ci dia la sua ombra. Ci salverà dai calori quotidiani del mondo.

Ma non si può avere la pace solo desiderandola: se non facciamo più di questo, anche le preghiere per la pace saranno infruttuose. L'ammalato indebolito dalla malattia desidera dì essere liberato dal calore della febbre. Potrebbe gettarsi dentro l'acqua, ma ne avrebbe un sollievo momentaneo e poi l'ardore della febbre aumenterebbe. Se l'ammalato vuole la pace, ma non vuole la salute, non avrà né pace, né salute.

Per la nostra pace è necessario l'amore, ma noi ci accontentiamo solo di un po' di pace che ci avvolge per un po' di tempo di un tenero calore, che ci inganna. Dentro di noi diciamo sicuri: La preghiera ha avuto il suo frutto! Ma non vediamo in noi i frutti della pace; perché vediamo che la malattia non se ne va.

Avviene come le relazioni dell'ammalato con l'ambiente esterno: dove fuori c'è un po' di fresco per il corpo malato diventa freddo insopportabile; fuori dove il contatto è tanto dolce, per il corpo ammalato è sofferenza. È la nostra condizione: nella nostra condotta non teniamo le giuste misure con l'esterno: una piccola parola diventa tanto grande ed un fatto insignificante si fa tanto pesante.

Quando il peso cresce? Quando c'è attrazione verso il centro di gravità. Le cose leggere che sulla terra noi possiamo sollevare con tanta facilità, sul pianeta Giove le stesse ci possono spezzare le ossa, perché là l'attrazione di gravità è più grande che sulla nostra terra. È quello che succede in noi quando l'attrazione verso noi stessi diventa tanto grande. Dentro di noi c'è l'interesse che ci attira; attira anche l'orgoglio e così le cose diventano pesanti. Quello che è disprezzabile, solo per la mia attrazione interiore, mi opprime: tante piccole cose mi piegano; tante piccole parole mi fanno curvare a terra. Che guadagno abbiamo per una pace illusoria e momentanea?

Questa oppressione diventa leggera nell'amore. La sua attrazione ci libera e ne abbiamo avuto la prova tante volte nella vita. Il giorno in cui il nostro amore è spuntato in modo particolare, quel giorno non solo la luce del sole è diventata più brillante e il verde della foresta più verde, ma anche l'attrazione verso il mondo è diventata più leggera. Gli altri giorni davamo al mendicante cinquanta lire, quel giorno ne daremo cento. Vuol dire che le cento lire di oggi hanno lo stesso peso delle cinquanta lire di ieri. Ciò che un giorno ci annoiava, oggi non ci è più di alcun disturbo: d'improvviso il lavoro stesso è diventato leggero. Le lire sono le stesse lire ed il lavoro è lo stesso lavoro: solo è diminuito il peso, perché non c'è l'attrazione verso il centro dell'« io ». L'amore mi ha liberato e in un momento tutto il peso del mondo è diminuito. Se con le nostre preghiere non riusciamo a far leggero il peso del mondo, vuol dire che non abbiamo pregato.

Se sento ancora grave il peso del denaro e le cose ancora mi opprimono, tanto che non ho ancora la forza di liberarmi da esse; e se sento il lavoro pesante più di quello che è, devo concludere che l'amore non è ancora arrivato. La grazia richiesta non è ancora giunta.

Allora che cosa facciamo solo con un po' di pace? Ci tiene soddisfatti per poco tempo, nascondendoci le cose essenziali. Nell'amore non c'è solo pace, ma anche dolore. È come l'acqua del mare, con le sue basse e alte maree: con la sua alta marea non ei lascia inerti, ma ei riempie; con la sua bassa marea ci porta fuori. Finché l'amore non ci attira non c'è altro vantaggio nella pace e bisogna sentirei insoddisfatti. A sera andando a riposo porteremo dentro di noi una sofferenza e ci alzeremo al mattino con la stessa pena. Versa pur lacrime, ma non stare tranquillo.

Ogni mattina, quando si aprono le porte delle tenebre, possa vedere l'amico in piedi: sia un giorno di gioia, una gioia di dolore: sia un giorno di coraggio. Mi sono incontrato con Te: non ho alcuna preoccupazione: oggi posso sopportare tutto. Se manca l'amore non mi assillo troppo per la pace. Per mancanza di forza non riesco a sopportare le offese; ma se nasce la forza attraverso queste pene e dolori troverò l'amore e potrò prendermi sul capo ogni sofferenza.

O Amico, nella preghiera non Ti chiederò più la pace, Ti domanderò solo amore. L'amore verrà nella sofferenza e nella pace; verrà, fattosi pace e ansietà. In qualsiasi veste venga, io possa vedergli il volto e dire: Ti ho conosciuto, o Amico, Ti ho conosciuto!

15 dicembre 1908.

 

LA PREGHIERA

Gli Uponissod sono per l'India come una immensa pianta di banian della conoscenza di Dio. Non sono soltanto ombra fresca e densa, ma anche ardua e vasta, in cui si trova non soltanto abbondanza di fioritura della perfezione, ma anche alta e profonda contemplazione di vita. Dentro il suo cielo inflessibile, immobile e penetrante è sbocciato un fiore delicato che ci ha inebriati: la preghiera di Moitrei.

Quando Giaggobolco stava per lasciare la casa per la contemplazione e si preparava a dare tutta la sua proprietà alla sposa Moitrei, Moitrei gli domandò: «Bene, dimmi se con tutte queste cose io posso diventare immortale ». Giaggobolco rispose: «No, la tua vita sarà una vita terrena. Come la gente del mondo, con la vostra casa e proprietà potrete passare giorni felici ». Moitrei senza esitare disse: « Che ne faccio delle cose che non mi rendono immortale»?

Queste sono affermazioni sapienti e non difficili da capire. Moitrei ha detto questo non ragionando o meditando su quello che è eterno o temporale, ma essa aveva in cuore qualche cosa di magico il cui contatto con le cose del mondo la faceva esclamare: «Questo non è quello che voglio »!

Negli Uponissod, in mezzo a tante parole profonde e intelligenti di asceti è rimasto solo questo tenero grido di donna, una voce che non è scomparsa. In mezzo alle espressioni pacifiche delle loro voci è rimasta viva la voce delicata ed incomparabile di una donna. Ci siamo incontrati tante volte negli Uponissod ed in tanti modi con uomini: una sola volta in un piccolo angolo di terra anche una donna ha sparso la sua bellezza in mezzo agli uomini.

Dentro la nostra intima natura c'è una donna: noi portiamo a lei tutti i nostri raccolti. Le portiamo i nostri tesori e diciamo: Prendi! Le portiamo la nostra reputazione e diciamo: Metti da parte! Tutto il nostro essere, per tutta la vita, anima e corpo, si affatica in ogni parte e non sappiamo neppure quanto abbiamo raccolto. Le diciamo: Con questo manda avanti la casa, prepara i vestiti e sii donna di casa, vivendo contenta. La nostra adoratrice interiore sino ad oggi non ci ha detto chiaramente: Di tutto questo non verrà fuori alcun frutto! Forse pensa che questo le spetta. Riceviamo tutto, però il cuore non può dire di avere ricevuto tutto. Forse pensa: Bisogna aumentare la quantità dell'avere! Voglio ancora denaro: è necessaria altra reputazione: ci vuole ancora potere, altrimenti non si può andare avanti. E quell'« ancora» non avrà fine.

In verità essa vuole l'immortalità e bisogna pure un giorno farle capire che tutte queste cose non sono immortali. Un giorno, in un momento, si dovranno mettere da parte, come spazzatura, tutte le cose raccolte durante la vita e dire: Non voglio quello che non può farmi immortale!

Moitrei disse: «Che me ne faccio delle cose che non mi rendono immortale»? Che cosa vuol dire diventare immortale? Portare questo corpo di materia verso l'immortalità? Oppure che dopo la morte rimarrà in qualche maniera o in un altro stato, in un'altra vita? È certo che Moitrei non ha voluto l'immortalità del corpo e non aveva idee sbagliate circa l'incorruttibilità dell'anima. Allora che immortalità ha desiderato?

Essa voleva dire che nel mondo noi camminiamo da una cosa all'altra: non possiamo stare fermi un momento. Le cose del mio cuore se ne vanno e se ne va anche il cuore con tutto ciò che lo sosteneva. Quando lasciamo ciò che sosteneva il cuore, questo muore nei miei riguardi: così io me ne vado da un morte all'altra e le vie della morte non hanno fine.

Il cuore però desidera qualche cosa dalla quale non possa muoversi, e che, acquistandola possa dire: Non desidero altro più di questo! Possedendola non ci sia più questione di abbandono. Allora possiamo sfuggire alla morte. Esiste un uomo che di qualche cosa possa dire: Ecco il viatico di tutta la mia vita, non ho bisogno d'altro?

Per questo Moitrei, rinunciando a tutta la proprietà del marito, grida: «Che ne faccio di tutto questo? lo voglio l'immortalità »! La materia però non è immortale: allora che cosa è l'immortalità? Noi in certo qual modo sappiamo che cosa è l'immortalità: ne gustiamo il sapore proprio per questo nel mondo. Se non fosse così, non aspireremmo alla immortalità. Noi in tutte le cose del mondo cerchiamo solo questo, e la ragione è che, momento per momento, l'immortalità ci tocca.

E dove noi, in mezzo alla morte, sentiamo il suo tocco di immortalità? Dove c'è l'amore! Nell'amore noi troviamo il sapore dell'eternità. L'amore getta l'ombra dell'infinito in mezzo al finito: fa nuovo il vecchio e non si arrende alla morte. In mezzo alle svariate cose del mondo, dove possiamo vedere il segno dell'amore, noi possiamo vedere la grande futilità passata della morte, possiamo capire che la natura dell'immortalità è una natura d'amore.

Quando l'animo interiore arriva al vero desiderio di possedere in pieno l'amore, allora noi facilmente possiamo disfarci di tutte le cose e dire: Che ne faccio delle cose che non mi danno la vita eterna? E queste parole quanto sono chiare, vere e dolci nella bocca di una donna! Messe da parte tutte le preoccupazioni, tutte le ragioni, risuona tanto facile: lo non voglio casa, non dimora: voglio l'amore! Questo è un vero pianto.

Nel mondo dove si è mai sentita una preghiera così completa e meravigliosa come questa preghiera semplice e questo pianto intimo di Moitrei? Tutte le preghiere del cuore di tutti gli uomini hanno trovato espressione piena e per sempre nella voce timida di una donna. È l'unica preghiera che noi dovremmo fare, preghiera che di secolo in secolo scende attraverso la storia di tutti gli uomini.

Che me ne faccio di ciò che non mi fa immortale? Questa bramina, sotto l'ispirazione di tali parole, giunte le mani, in lacrime, guardando verso il cielo, disse:

« O Verità, liberami dalle falsità;
o Luce, liberami dalle tenebre;
o Eternità, liberami dalla morte;
o Rivelazione, fatti vedere;
o Potente mostra
il tuo volto sorridente:
vedendoti sia salva»!

Negli Uponissod abbiamo sentito tante parole profonde dalla bocca degli uomini, ma solo sulla bocca di una donna abbiamo trovato una preghiera così profonda. Il cuore appassionato di una donna, piena d'amore, così semplice, ci ha manifestato quello che noi tanto cerchiamo e non abbiamo.

O Verità, da tutte le falsità portami dentro di Te, altrimenti il nostro amore rimane digiuno! O Luce, da tutte le tenebre portami dentro di Te, altrimenti il nostro cuore rimane prigioniero! O Immortale, dalle continue morti portami dentro di Te, altrimenti il nostro amore, come viandante, nell'approssimarsi della notte, vaga senza rifugio! O Rivelazione, rivelati davanti a me, così tutti i miei amori avranno i loro frutti.

O Eterna Rivelazione, almeno una volta diventa mia e, diventando mia, svelati piena in me. O Patente, nelle tenebre del peccata la tua purezza è ira insopportabile; mostrami il tua volto bella e il tua volto d'amore, affinché io possa salvarmi e vivere per tutta l'eternità. Questa tua benevolenza sarà la mia salvezza eterna.

O mistica Maitrei, vieni: posa i tuoi piedi puri sul cuore del monda malato di troppa materia. Con la tua voce dolce ed eterna fa' sentire al mio cuore la tua preghiera immortale. Non abbia in cuore alcun dubbio nel prendere rifugio nell'eternità. 

18 dicembre 1908.

 

PAURA DELLA DEVIAZIONE

Nell'ascetica dell'amore c'è paura di deviazione. L'amore ha anche una direzione, che è importante: il godimento. Se siamo presi dentro le sue reti e crediamo che il gustare la gioia sia l'ultimo fine della vita ascetica, rimaniamo narcotizzati e, sotto l'influenza del narcotico, perdiamo la virilità nel lavoro, la purezza nell'intelligenza: dimentichiamo il lavoro e offuschiamo l'intelligenza.

A volte, noi tagliamo l'albero per avere i fiori. Se, affascinati dalla bellezza del fiore, disprezziamo la pianta perché dura e ruvida, prendendo il fiore roviniamo la pianta. Prenderemo sì il fiore, ma distruggeremo per sempre la radice che continuamente ne dava di nuovi. Se guardiamo sola al fiore, disonoriamo e roviniamo anche il fiore stesso.

Se consideriamo lo spirito dell'ispirazione della poesia, possiamo comprendere. Su che cosa si basa lo spirito, la pienezza dell'ispirazione? Ha tre sostegni. Uno è come il corpo della poesia: il verso e la parola. È il corpo con cui si riveste l'idea e la sua espressione diventa bella, la disposizione perfetta. Il lavoro di composizione del corpo della poesia non si fa così come viene, ha le regale da rispettare: solo un piccolo inciampa fa' stonare il verso, non suona bene all'orecchio e l'idea non viene espressa a perfezione. Il poeta deve osservare certe regole nel verso e nella composizione, che non sono secondo la sua volontà.

C'è poi anche un altro grande sostegno nella poesia: l'intelligenza. In tutti i capolavori artistici c'è sempre qualche cosa che soddisfa la mente per risvegliare la nostra coscienza. Se il poeta compone senza alcuna attenzione, tanto da non dare alcun cibo alla mente, l'espressione dell'arte viene paralizzata e la poesia non ci dà una gioia stabile e profonda.

C'è un terzo ed ultimo sostegno: l'emozione, al cui contatto il cuore gioisce.

La vera arte, prima soddisfa l'orecchio e il senso del ritmo; poi soddisfa la mente, e infine soddisfa il cuore. Nella soddisfazione di tutta la natura lo spirito dell'arte prende posto nello stesso tempo nell'anima in modo permanente e profondo. Altrimenti la ristrettezza e la caducità dell'arte rovina l'arte stessa.

Se la zucchero e il miele si decompongono, fermentano e rompono il vaso che li contiene. La decomposizione dell'arte umana porta alla pazzia, non accetta alcuna legge ed esplode impaziente nella controversia. Quando l'anima è mossa dalla follia dell'arte, pensa d'essere arrivata alla perfezione; ma mai si può dire che la droga sia perfezione; come non si può chiamare amore l'infedeltà. Gli spasimi del delirio della febbre non si possono certo chiamare una dimostrazione di forza della salute. La prepotenza selvaggia della follia non è certo perfezione, né un vantaggio: non solo indebolisce e distrugge le parti che strappa, ma non è di utilità neppure per le parti che irrita. Le varie parti della natura quando lavorano, lavorano insieme e per il bene di tutte le parti. Se una parte ruba all'altra, rovina chi è derubato e anche chi ruba.

Così se l'amore, folle, ruba alla verità e all'intelligenza, perde ogni controllo e i suoi pensieri vivano nel disordine: distrugge con le proprie mani quello che con le proprie mani ha costruito; può considerarsi diseredato.

La contemplazione dell'amore è una contemplazione di sposa fedele. Ci sona tre segni della sposa fedele: modestia, prudenza, dolcezza. Tale amore si manifesta nell'andirivieni del mondo, nelle parale e nei fatti, nel lavora e nella fatica, nel dare e nel ricevere, nel grande e nel piccolo, nella gioia e nel dolore in modo semplice, pudico e dolce, in un campo molta esteso. Se l'amore è modesto, porta con sé un velo di pudore, si estende facilmente in uno spazio vasto, altrimenti si dirige verso una sola direzione, esplode e distrugge il lavoro, offusca l'intelligenza, colpisce il mondo, si esaurisce in un solo respiro. Col pudore la sposa protegge il sua amore e lo asperge in tutte le direzioni: così il sua amore non brucia alcuno, illumina tutti. Nell'atmosfera c'è una specie di protezione: l'aria. È questa protezione che permette alla luce del sole di spargersi in modo uguale da per tutto. Se non ci fosse questa protezione, dove cade la luce del sole si brucerebbe tutto, e dove cade l'ombra ci sarebbero morte gelida e dense tenebre. L'infedele che non ha né modestia, né pudore, da una parte è fuoco che brucia e dall'altra freddezza, buia, indifferenza.

Nell'amore fedele, negli spazi della nostra mente, ci deve essere anche la prudenza, purezza di intelligenza. L'amore non è sciocco, né si prende dentro le reti degli istinti: l'amare non è l'istinto cieco dell'animale. I suoi occhi sono aperti, l'anima vigile, non inganna se stesso con i pensieri della fantasia e a chi ama domanda una conoscenza aperta e non può sopportare che la sua visione interiore sia offuscata. Dentro di sé ha paura che il desiderio di ricevere, per qualche sbaglio, lo lasci tranquillo. Il nostro amore, nel desiderio di donarsi, non deve lasciare la preoccupazione di guardare a chi si dona: altrimenti diventa come l'uccello che, per l'istinto di covare, si mette a covare un sasso. Nell'oscurità della sera l'amore accende la sua lampada, con attenzione, per riconoscere il suo sposo.

Infine l'amore della sposa fedele vuole una dolcezza, la gioia del bello. Ma se manca il pudore e viene meno la prudenza sparisce anche la dolcezza. Nella preghiera che Moitrei, la sposa fedele, ha fatto non manca alcuna parte dell'amore. L'immortalità che essa ha chiesto è la pienezza dell'amore. Non era un amore insensato e pigro: essa ha detto: Portami dalla falsità alla verità. Ha detto: Io voglio la verità! Se non mi legassi a Lui in tutte le direzioni, nella legge e nella verità, i miei legami maritali si spezzerebbero.

Bisogna diventare veri nel pensiero, nella parola e nell'azione: allora con Colui che è la verità dell'universo, la verità nella società dell'universo, la nostra unione sarà vera: altrimenti noi inciampiamo ad ogni passo. E questa non è contemplazione facile: è una contemplazione lunga e laboriosa.

Moitrei ha detto ancora: Portami dalle tenebre alla luce! L'amore è intelligente. Come in mezzo al mondo Egli è verità immobile, così la verità che noi conosciamo è manifestazione di quella intelligenza. La Scrittura afferma che noi possiamo trovare in terra, in aria e in cielo la Sua verità tangibile: così nella nostra intelligenza noi sentiamo la Sua intelligenza. Se è Lui che ha dato l'intelligenza, bisogna conoscerlo con intelligenza. Nell'universo bisogna unirci a Lui nell'intelligenza e nella verità: l'unione viene nella meditazione e nella contemplazione.

La preghiera continua ancora: O Immortale, portami via dalla morte! Noi abbiamo diviso e offeso l'amore con la morte del nostro amore. Tu fa' ricevere in noi l'amore con il tuo amore eterno e indivisibile. I diversi zampilli della fonte del nostro cuore, o vera Fonte, si gettino dentro l'oceano del tuo spirito. L'animo si riempia di verità nel pudore, di intelligenza nella luce, di felicità nella vita: possa possedere Te. Così Colui che è Amore ci salverà per tutta l'eternità.

18 dicembre 1908.

 

VEDERE

Ecco che un giorno dopo l'altro arriva a noi luce su luce. È già da tanto tempo che la luce arriva sempre ogni giorno. L'angelo della luce, con la schiera dei fiori, al mattino, porta con sé una speranza. Ai bocci che sono appena apparsi dice: « Voi non sapete, ma oggi anche voi, tutto il vostro gruppo, strettamente unito, fiorirete nel profumo e nella bellezza ». L'angelo della luce sparge la sua benedizione sopra le messi dei campi e ogni giorno dice: «Voi pensavate che oggi, mossi dal vento, rinfrescati gli occhi con la tenerezza del verde, tutto finisse qui. Ma non è così: un giorno, in mezzo alla vostra vita, spunterà una spiga e piano piano si riempirà di grano ». Ogni giorno la luce viene con la speranza del fiore che non è ancora sbocciato. Il messaggio del fiore è pieno della speranza certa della messe che non ha ancora fruttificato. Questa speranza si vede ogni giorno chiara nei giardini dei fiori, nei campi delle messi.

La luce di ogni giorno però non viene soltanto nei giardini dei fiori e nei campi delle messi: essa ogni mattina toglie i veli del nostro sonno. Non avrà per noi nessun messaggio? La luce non porta a noi ogni giorno alcuna speranza? Quale immagine di speranza è nascosta dentro di noi in tanta oscurità come un piccolo boccio, come una spiga che non ha ancora alzata la testa dal suolo della nostra vita verso lo spazio del cielo?

La luce di ogni giorno ci dice una sola parola: «Guarda! Guarda per una volta e non voglio altro »! Apriamo gli occhi e guardiamo! Ma quel guardare è solo vedere il boccio, è ancora cecità. Quel guardare è vedere la messe senza il frutto, non è ancora uscita verso il cielo la spiga, non si vede il completo sviluppo, la pienezza.

Eppure tutti i giorni all'aurora la luce viene da ogni parte e dice: «Guarda»! Ogni giorno ripete all' orecchio la stessa formula magica, in cui è nascosta una speranza: dentro al nostro osservare c'è da vedere un germoglio, di cui non abbiamo ancora percepito il pieno compimento.

Non pensate che queste mie parole siano figure retoriche o pure metafore. Non parlo dell'intelligenza, della contemplazione, ma parlo semplicemente del vedere degli occhi. La visione che la luce ci presenta non è una piccola cosa: non ci fa vedere solo il nostro piccolo giaciglio o la nostra piccola casa. Le cose che ci presenta nell'immenso vassoio del firmamento, brillante d'azzurro, che si estende in cielo e in terra, da un orizzonte all'altro, sono una cosa straordinaria, una meraviglia senza limiti. Quanto di più si offre di quello di cui abbiamo bisogno ogni giorno!

Questo grande fatto che osserviamo ogni giorno è un avvenimento tanto disprezzabile? Questo è forse solo per essere distrutto senza ragione, con generosità e prodigalità di ricchi? In mezzo a questa grande visione, noi accumuliamo qualche soldo, un po' di fama, ci gonfiamo con un po' di potere e chiudiamo gli occhi. Davanti a questo miracolo straordinario, invece di aprire gli occhi, li chiudiamo perdendo una occasione meravigliosa. Noi abbiamo aperto gli occhi tutti i giorni a questo mondo e la luce ha consacrato la nostra vista. Forse questo si misura in moneta o si pesa con la fama e l'avidità?

No, non si può trovare qui! Come la luce porta al boccio cieco l'annuncio di una rivelazione ineffabile, così porta al nostro vedere una speranza: «C'è una visione ultima, suprema: questa è in Te. Perché questa visione fiorisca io ogni giorno vado e vengo da Te ».

Tu che pensi? Che io parli della visione che abbiamo chiudendo gli occhi nella contemplazione? lo parlo della visione dei nostri occhi di carne. Perché disprezzare gli occhi?, perché sono di carne? Ripeto, con questi occhi di carne guarderemo una visione sublime; e se ciò non fosse vero, la luce ci avrebbe risvegliati invano e invano le parti del giorno e della notte, formate dal sole, dalla luna e dalle stelle, rivelerebbero in vari modi il grande universo pieno di vita e di bellezza.

Lo sguardo che noi gettiamo verso il mondo ha forse il suo compimento ultimo nella scienza? La terra gira attorno al sole, ogni stella è un sistema solare: le palpebre dei nostri due occhi si sono aperte davanti al grande universo solo per sapere queste cose? Che vantaggio ne avremo?

Sapere questo può essere un grande vantaggio, ma il vantaggio del sapere resta vantaggio del sapere: si fa più grande il capitale dell'intelligenza. Sia pure, ma io parlo del vedere degli occhi: dico che noi non vediamo quello che possiamo vedere. Non vediamo quello che in ogni parte è davanti a noi: neppure un fìlo d'erba. La nostra mente vela i nostri occhi con pensieri senza fine: pensieri per il vestito annebbiano gli occhi, pregiudizi e tanti volti sono depositati in cuore; quante voci represse e innumerevoli desideri nascosti. Che cosa si chiama corpo e che cosa si chiama spirito? Che cosa è da rigettare e che cosa da tener caro? Che cosa è finito e che cosa è infinito? Non lo sappiamo! Le pressioni dei pregiudizi non ci lasciano vedere chiaramente e pienamente unirci al mondo.

Tutte le mattine la luce, lavato il nostro occhio dal torpore del sonno, dice: «Guarda bene, guarda purificato, come il loto guarda al sole tutto aperto ». Chi vede? Colui che tu vedi nella contemplazione? No, non Lui, ma colui che si può vedere con gli occhi: il tempio della Bellezza, dal quale dall'eternità zampilla, oltre l'immaginazione, la Bellezza; tutto in un gioco, da una forma all'altra, senza fine. La fonte della Bellezza si immerge dentro questo oceano infinito di Bellezza. L'aprirsi dei nostri occhi alla luce del mondo avverrà il giorno in cui potremmo vedere dentro questo gioco la Bellezza infinita. Non posso immaginare come e in quale piena intelligenza io vedrò, un giorno, ciò che ora vedo, da tutte le parti, qualcuno, qualche cosa; però io devo sapere che la voce di speranza, che la luce ci porta illuminando tutto il mondo, davanti ai miei occhi, ora non è completa. Le forme della pianta sono immagini di gioia, della sua gioia, e sino ad oggi non abbiamo contemplato questa visione; e c'è una visione ancora più lontana: non abbiamo osservato l'immagine della sua immortalità nel volto dell'uomo. Il giorno in cui i miei due occhi diranno: «Gioia Eterna », quel giorno avranno la loro pienezza; quel giorno, fisso verso il cielo, potrò vedere il suo volto buono e bello. E i nostri capi si abbasseranno in riverenza, e sotto il vasto fogliame del « banian » scomparirà la nostra superbia.

19 dicembre 1908.

 

SENTIRE

Da ieri sera continuamente risuona dentro la mia mente questo canto:

« Suona, suona il liuto della Bellezza! »

Non posso dimenticare un momento:

« Suona, suona il liuto della Bellezza!
In mezzo al loto immacolato,
dentro le tenebre della notte,
in mezzo al profumo dei fiori,
sento il suono del liuto:
risuona di amore in amore ».

Ieri notte, salito in terrazza, guardando verso il firmamento pieno di stelle, il mio animo ha dovuto riconoscere: «Suona, suona il liuto della Bellezza»! Non è poesia, questa, né figura retorica: è un canto che realmente riempie il tempo e lo spazio.

Sotto i colpi del vento, quando le onde giocano con le onde, non appare ai nostri occhi quella unione meravigliosa. Quel gioco si manifesta e diventa canto dentro le nostre orecchie. Così quando i raggi di luce in cielo danzano in ritmi vari, quel gioco non porta alcun messaggio all'orecchio, ma prende forma dentro l'occhio. Se potessimo far entrare per le porte delle nostre orecchie quel gioco del cielo infinito, riconosceremmo i colpi, al liuto dell'universo, come una canto.

Quando la piena del canto dell'universo infinito, sotto la pressione del cielo della primavera, corre verso il nostro spirito, non possiamo riceverla solo per una via, bisogna aprirle diverse porte: la porta degli occhi, la porta delle orecchie, la porta del tatto: la riceviamo in diverse maniere, da diverse direzioni. Noi sentiamo, vediamo, tocchiamo, gustiamo, odoriamo questa grande canto di una sola voce.

Anche se noi non vediamo con gli occhi, non sentiamo con le orecchie tanta parte di questo universo, tuttavia, da tanto tempo, molti poeti hanno cantato l'universo. I pensatori greci hanno descritto come un canto della schiera delle stelle l'andare e venire dell'assemblea degli astri in cielo. C'è farse una ragione perché essi hanno dato pochi quadri artistici sulla bellezza dell'universo: perché c'è in mezzo all'universo una continua inquietudine di moto; e forse anche per una ragione più profonda.

Chi dipinge un quadro ha bisogno della tela, del pennello: bisogno di tante cose dal di fuori. Poi quando comincia a dipingere non può fare vedere in una linea sola tutta la gioia del quadro. Dopo aver messe insieme tante linee e tanti colori, comincia a prendere corpo il lavoro. Infine, compiuta la pittura, quando il pittore se ne va', il quadro rimane immobile, fuori da una diretta relazione con il pittore.

Invece chi canta prende tutti gli elementi dentro di sé: la gioia, il tono, le parole: nulla viene da fuori. Il cuore può esprimersi tutto liberamente, senza interventi di cose esterne. Il canto, anche se non viene eseguito perfettamente, tuttavia attraverso il tono esprime il cuore. Nelle manifestazioni del cuore non solo non c'è presenza di cose esteriori, ma anche non c'è bisogno di capire il significato della parola, anche se la parola è un elemento di cui si può capire il significato. Anche senza capire il significato della parola, il tono esprime quello che il cuore vuol dire e in moda ineffabile. E poi il cantore non è separato dal canto, neppure per un momento: il canto va dove va il cantore. Il canto si esprime completamente in unione perpetua con lo spirito, con la forza, con la gioia del cantare.

Il canta dell'universo non è mai separata un momento dal sua Cantore: non è formato da elementi fuori di Lui: è tutta impregnato del suo spirito, del suo respiro, della sua gioia. È un canta perfetto e pieno di Lui: si rivela fuori un po' per volta: ogni tono è un'apparizione di quel canto pieno, viene fuori unito alla gioia da una melodia all'altra. Se a volte non troviamo alcun significata nel canto dell'universo, non deve essere una difficoltà per il nostro spirito, perché è una manifestazione libera da spirito a spirito. Nella magia del canto dell'universo sentiamo il grande Dio del sole dell'universo, il suo fervore, la sua potenza: tutto ci infervora e per la sua potenza tutta si diffonde dentro di noi in forme d'intelligenza: tutto ci eleva, un tono dopo l'altro.

Ieri sera, nel buio della notte dell'undicesimo giorno della luna calante, riempiendo la densa oscurità della notte solitaria, il Suonatore suonava il liuto della sua Bellezza; ed io, solo, in piedi, in un angolo solitario della terra, ascoltavo. Ai suoi colpi tutta il regno delle stelle dell'immenso firmamento risuonava di un canto silenzioso e meraviglioso. Quando andai a riposare mi sono addormentato con il pensiero in mente; durante il mio sonno inconscio, il liuto della notte profonda di quel Suonatore veglia e non cesserà di suonare. Anche allora la danza della vita, dentro le stanze degli strumenti del mio corpo avvolto nel sonno, starà unito al tempo e al ritmo dell'assemblea delle stelle, che continuano a danzare. Il battito del mio cuore non cesserà di palpitare, tutta il mio sangue danzerà e tutti i milioni di cellule del mio corpo verranno portate dal ritmo e dal canto dell'assemblea degli astri.

« Suona, suona il liuto della Bellezza! ». Il nostro Maestro ha messo nelle nostre mani un piccolo liuto affinché noi impariamo a suonare con Lui, accordando i nostri strumenti. Il suo amore vuole che noi ci sediamo accanto a Lui per fare coro con Lui. Il liuto della nostra vita è tanta piccolo, eppure vi sono legate tante corde. È forse un lavoro da poco accordare tutte le nostre corde? Una si accorda e l'altra no; se si convince il cuore, non è pronto il corpo; se un giorno uno si accorda, un altro va fuori tono. Non bisogna però per questo scoraggiarsi. Un giorno sentiremo dalla sua bacca queste parale: «Bene, bravo »! Un giorno il liuto della vita potrà suonare ogni canto. Ora però bisogna darci da fare e legare e stringere le corde. Come le corde si legano e si stringano strette, così anche si rallentano: se tiene sopra troppo la mano non suonano; e se vagliamo un suono puro e perfetto, le corde non si devono riempire di polvere, né arrugginire. Ogni giorno, seduti ai piedi del Suonatore, bisogna pregare: «O mio Maestro, portami dai canti stonati ai canti intonati »!

20 dicembre 1908.

 

CONTI

Noi siamo inclinati a guardare tutti i giorni solo quello che abbiamo guadagnato. Non siamo capaci di allontanare i conti dalla nostra mente. Se volessimo, potremmo interessarci soltanto di discorsi succosi, ma il succo da prendere ci sembra una cosa tanta inaccessibile. Però sotto il succo c'è la verità e se mettiamo da parte la verità, non possiamo andare alla felicità.

La verità è disciplina; e se vogliamo la verità, bisogna accettare anche tutti i suoi legami. Tutto quello che è, che è vero, che esiste non può stare senza legami, perché è stretto da una legge. La verità che non ha alcuna legge, alcun legame è una fantasia, una stravaganza.

Come la pianta ha bisogno del ceppo e si lega alla terra con le radici, così anche noi abbiamo bisogno di un ceppo, di poggiarci sopra le strette fini innumerevoli radici della verità. In una danza frenetica e pazza nulla potrebbe esistere.

Noi constatiamo che il volto della verità è la legge, una legge effettiva senza la minima defezione in alcuna parte. Tutto l'universo è sotto i legami della verità. Per questo c'è una unione tra la nostra intelligenza e la verità, e noi dipendiamo completamente da essa.

Vogliamo o non vogliamo, dobbiamo fare questo esercizio ascetico. Il bambino dice: «Io voglio mettere i piedi a terra e camminare ». Ma non ha alcuna possibilità di camminare finché, con molto esercizio e osservando le regole del camminare, non ha travato il suo peso di gravità. Non basta dire: Voglia camminare!

Quando il bambino accetta le leggi del camminare, quelle leggi non gli danno fastidio; non solo non gli danno fastidio, ma gli danno gioia. Veramente appena accetta i legami della legge, il bambino guadagna in forza e gode. Così via via, imparando a sottomettersi alle verità dell'acqua, della terra, del fuoco, non solo allontana le difficoltà che ne possono derivare, ma, usandone adeguatamente, gli daranno anche gioia.

Il bambino non solo deve fare lunghi esercizi per adattarsi alla natura, ma deve esercitarsi anche per unirsi, con relazioni vere, alla società. Deve accettare innumerevoli leggi, sopprimere tanti desideri, reprimere tanta rabbia, per legare se stesso in tante maniere, a tante persone. E quando gli diventa facile accettare questi legami, gli diventa gioiosa anche la vita di società. Il suo essere socievole, con l'aiuto di vari legami e leggi, supera le difficoltà e acquista la felicità.

Gli uomini sono contenti quando, accettati dalla natura e dagli uomini, si sentono sicuri e insindacabili.

C'è però della valuta che corre nel paese, ma non va in città; può andare in città in qualche botteguccia, ma non in banca. L'ufficiale di banca solo al toccarla s'accorge che è falsa e l'annulla.

È la nostra condizione: noi siamo entrati nella famiglia, nel villaggio, in società; ma se ci presentiamo alla grande banca, allora l'Ufficiale scopre senza fatica il nostro tono falso.

Se vogliamo essere accettati là, bisogna diventare veritieri, ancora più veri. Bisogna sapersi legare ad altri vincoli e accettare altre responsabilità. Anche solo un po' di falsità ferma il commercio dell'eternità. Se non diventiamo pura verità, non c'è speranza d'avere l'immortalità.

Ho già detto che col solo dire parole di eternità non si può andare avanti, bisogna vedere i conti. Quando noi ci sediamo a fare i conti e troviamo qualche disguido o disparità di qualche lira, diciamo che non c'è da pensarci e preoccuparci. Così, giorno dopo giorno, si sono sommati insieme tanti sbagli. Se sentiamo qualche parola su questi sbagli, quante ingiustizie abbiamo fatto ogni giorno alla natura, agli uomini, esclamiamo: «Avviene sempre così. Quanta gente fa così! Facendo così non vengo espulso dalla società nobile».

Siamo stati negligenti sin da principio nel libro dei conti. Ma coloro che sono padroni, anche in mezzo a milioni di soldi, se non riescono a conciliare i conti non dormono la notte. Coloro che mirano ai grandi guadagni, hanno paura anche delle piccole perdite; se i conti non sono tutti perfetti, non sono contenti.

Se vogliamo diventare padroni nel regno dell'amore, non possiamo trascurare i conti, anche se aridi. Colui che è Tesoriere dell'immortalità non accetta conti falsi. Lui è un grande Amministratore.

In tutto l'universo non c'è confusione di conti. Come possiamo noi, senza vergogna, presentarci a Dio e dire: «Io non so nulla, io non credo a nulla: dammi solo amore e l'amore mi farà folle »? Il giorno in cui lo spirito si commuove davanti all'eternità, prima di tutto dice: «Lega la mia vita alla verità; libera la mia vita e la mia mente dalla falsità »! Poi si parlerà di eternità!

Ogni giorno noi dobbiamo pregare così: «Non dividere e gettare la mia mente in mille pezzi, dentro le falsità incontrollabili e senza disciplina. Allora senza vergogna Ti cingerò della mia collana ».

21 dicembre 1908.

 

FESTA A SANTINICHETON

Noi non possiamo creare la festa: se arriva l'occasione, possiamo scoprire la festa.

La festa è dove la verità si palesa nella bellezza. Ma quando termina la sua manifestazione? Gli uccelli si risvegliano ogni mattina presto e con il loro cinguettio non mancano all'invito quotidiano della festa del canto. Tutta la notte nell'oscurità, di nascosto, Uno ha raccolto tante cose per preparare la festa di gioia dell'aurora.

C'è forse limite alla preparazione nascosta di tante cose che Costui, nell'oscurità, raccoglie tutta la notte, per formare la gioia della festa dell'aurora? Se almeno una volta, prima di andare a dormire, dessimo un' occhiata, potremo vedere che Egli ha affisso su tutto il firmamento l'annuncio della festa eterna dell'universo.

In mezzo a tutto questo, quando sarà la « nostra» festa? Il giorno in cui possiamo prenderei del tempo; appena possiamo renderei coscienti che c'è un invito e che oggi quell'invito è stato raccolto. Quel giorno, puliti ed ornati, abbandonata la nostra casa, usciremo fuori. Il mattino di quella festa, volti verso il cielo diremo: «Come è bella oggi la luce »! O stolto, quando mai la luce non è stata pura e bella? Solo perché tu in un giorno particolare ti sei vestito in modo particolare, la luce del cielo è diventata più brillante?

È tutto qui: oggi abbiamo accettato e gli altri giorni non abbiamo accettato l'invito: la differenza è tutta qui. Tutti i giorni, tutto era pronto; ogni giorno tutto è pronto. Oggi vogliamo vedere la gioia dell'universo, perciò, lasciato il lavoro, siamo venuti all'invito. E non solo per questo; io stesso ho dato sfogo alla mia gioia. Ho detto: Via tutti gli intrighi del dare e dell'avere, tacciano le visioni dell'egoismo, muoiano tutte le avarizie e siano messi fuori tutti i tesori. Voglio portare e vedere in casa mia la gioia che è presente in tutto l'universo, in cielo, in terra e in mare. La mia festa sia la festa di tutto l'universo.

L'universo non ha una sola caratteristica: nelle sue caratteristiche ha provveduto a tante feste diverse. Le molte e diverse ispirazioni di feste in tanti campi, in mezzo alla gente e nella solitudine, sono differenti immagini della felicità.

Noi, radunati in questo eremo, nascosto sotto le ombre tenere, sotto il cielo azzurro, in mezzo al vasto deserto, in questa festa quotidiana ei siamo uniti alla festa delle piante, del sole e delle stelle? Abbiamo noi mai visto tutta la verità e la bellezza di questo eremo? Non l'abbiamo vista! In questo eremo, tuttavia, noi tutte le mattine ci siamo risvegliati in mezzo al mondo e tutte le sere ei siamo addormentati in seno al mondo.

Dopo 364 giorni noi, abitanti di questo eremo, siamo venuti a vedere questo eremo. Quando ad oriente il sole ha dato la sua luce, non abbiamo visto; quando, riempiendo il cielo, si è accesa la corona delle stelle, non abbiamo visto: oggi invece abbiamo accese le nostre lampade per vedere l'Uno. Va bene! Non c'è alcuna colpa in questo. Per unirci alla grande festa del Grande Dio bisogna mettere fuori quel po' di luce che abbiamo. Se Lo potessimo vedere, tutto solo nella sua luce, sarebbe tutto risolto. Egli ha stipulato con noi: dobbiamo accendere la nostra piccola luce, altrimenti non Lo possiamo vedere, non possiamo unirei a Lui. Ci ha lasciato per questo un po' di orgoglio.

Dando fuoco al nostro orgoglio noi prepariamo la fiaccola della grande festa. Per vedere la Felicità sempre vigile, bisogna che risvegli la mia piccola felicità; per conoscere l'Intelligenza che eternamente si rivela, bisogna che io alzi il piccolo stoppino della mia intelligenza; non possiamo sperimentare l'inestinguibile Amore che fluisce da sé, ma che è tenuto nascosto, se non facciamo fiorire un po' del nostro amore, come fioriscono i fiori del gelsomino.

Se non portiamo con noi la nostra piccola parte, non passiamo partecipare in modo degno alla grande festa che pervade il mondo del Dio dell'universo. Per questo il nostro piccolo orgoglio con la propria piccola luce oggi brucia senza vergogna davanti agli occhi di tutta la schiera degli astri che riempiono il cielo.

Questa è nostra presunzione: vogliamo vedere Dio con la nostra luce. E per questa nostra presunzione il Grande Dio è contento: Egli sorride. Il Signore di miriadi di soli e di stelle gode al vedere la nostra lampada! Ecco il momento felice di contemplare il suo volto sorridente; e in questa occasione bisogna risvegliare tutta la nostra coscienza. La coscienza si deve risvegliare in tutto il nostro essere, deve apparire di raggio in raggio la luce del giorno e deve pervadere tutta l'oscurità della notte. Che questa coscienza non venga gettata in un angolo della casa, nelle preoccupazioni terrene, che non sia gettata fuori dall'universo: che oggi in nessun luogo si faccia piccala a venga messa da parte.

Tutta la preparazione dell'assemblea infinita, tutte le visioni, tutte le unioni aspettano il via di questa coscienza. Per questo la luce splende, il flauto suona, i messaggeri arrivano da tutte le parti: tutta è pronto. O coscienza, tu dove sei? Risvegliati e alzati!

22 dicembre 1908.

 

CONSACRAZIONE

N.B.: Debendronatb Tagore (1817-1905) è il padre di Robindronath. Egli, abbandonando tutto quello che aveva, si è consacrato alla vita religiosa.

Il 22 dicembre è il giorno di Debendronath. L'idea di questa giorno è nata improvvisamente dalla contemplazione serena di Debendronath. Questo giorno è un dono che lui ci ha fatto: lo ha dato come si dona un gioiello. Ha messa questa festa dentro lo scrigno di questa eremo. Apriamo la scrigno e, alzatolo verso il cielo di queste pianure, osserveremo questo gioiello, qui in mezzo al cielo senza pulviscolo, puro, solitario. Pensando alla vita di questo mistico, che iniziò questo giorno, faremo festa.

Il giorno 22 dicembre quest'uomo fedele ha fatta la sua consacrazione. Comprendiamo quanto sia significativa questa consacrazione? Come siamo venuti e come possiamo andar via da qui senza comprendere questo?

Quel giorno, 22 dicembre, in cui nella sua vita è sorto il sole, la luce non ha brillato, non si è radunata gente. Quel giorno immacolato d'inverno fu un giorno calma, silenzioso. Egli stesso non ha potuto comprendere quello che succedeva. Lo sapeva solo la Provvidenza e il suo Testimonio Interiore. La consacrazione di quel giorno non è stata un fatto ordinario; non è stata solo una consacrazione di pace, ma anche un fuoco. Quel giorno il Signore gli disse: «La cosa che tu oggi hai ricevuto dalle mie mani, la responsabilità della verità, non ti darà più riposo: dovrai vigilare giorno e natte. Per difendere questa verità devi perdere tutto: e vada pur perduto. Sta attento che la verità nelle tue mani non venga profanata ».

Dopo aver ricevuto il dono della verità dal suo Signore, egli non ha più potuto aver riposo. Perdette i suoi parenti, perdette la casa, perdette gli amici e fu ricoperto di maldicenza. Ricevette una tale consacrazione che si staccò da tutto, dalla sua calma immensa, da amici onorati, da parenti ricchi e da tanti compagni. Se ne andò, per la verità, di paese in paese, per le foreste e per i monti, per la parte contraria a tutte le cose favorevoli del mondo. È la verità di Dio. Prendendo la responsabilità di difendere questo fuoco non ha avuto più né riposo, né sonno tranquillo.

La consacrazione di fuoco del Dio Potente è al centro della festa di oggi. Sarà Egli soddisfatto? Non entrerà nel cuore della festa in mezzo al frastuono degli strumenti e dei canti? La sua immagine di verità, come perla brillante, non si farà vedere prima di andarsene? Lo splendore del gioiello, che ha ricevuto dal suo Maestro, oggi è nel cuore della festa.

Ma non è solo gioiello, non è solo privazione: bisogna vedere questa consacrazione come certezza di salvezza. Tutti conoscono i giorni di prova che sono arrivati nella vita di questo figlio di ricchi. Lo splendore impareggiabile, come una casa di re, in cui egli abitava, cascò dalle sue mani e lo lo gettò a terra sulla polvere. In questa caduta mortale solo la verità della consacrazione lo ha avvolto e salvato. In quei giorni non ha avuto alcun aiuto in terra. In quei giorni questa consacrazione, non solo la sostenne nei colpi gravi di tempi tristi, ma lo salvò anche dagli assalti di gravi tentazioni.

Oggi in mezzo a questa festa ci sono queste due cose: la luce abbagliante e la certezza della salvezza, nella consacrazione alla verità. Se noi possiamo vedere questo e senza esitazione accettarlo, saremo benedetti. Se insieme alla devozione possiamo ricordare che cosa vuol dire consacrarsi alla verità, saremo benedetti. In questo non ci deve essere gioco, non imbroglio, non esitazione, non astuzia di stare da due parti, non falsità di ingannare se stessi, non cecità degli occhi interiori per far contenta la società, non furto di tesori divini da vendere nelle mani degli uomini. Accettare questa verità in mezzo alla prova e al dolore e poi, senza paura, abbattere la casa di fango e prendersi i diritti della casa del Padre. Questo è il significato della consacrazione alla verità: rifugiarsi in Lui, l'unico amico del cammino, casa d'immortalità, fine della vita eterna.

Quel santo mistico ci ha lasciato questo giorno, il più grande di tutta la sua vita: il giorno della sua consacrazione, avvenuta in questo cielo libero delle pianure solitarie e in mezzo alla luce immacolata. In virtù di questo grande giorno da tutte le parti si sono elevati il tempio, l'eremo, la scuola. Le nostre vite, i nostri cuori, le nostre intelligenze gli fanno corona.

Per il messaggio di questo giorno abbiamo scoperto il bene che si è fatto vedere. Il giorno della sua consacrazione alla verità, ogni anno, invita alla gioia della festa i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi, i sapienti e gli ignoranti. Non mettiamo questo giorno sulla soglia della nostra vita distratta: con grande riverenza e con attenzione chiamiamolo dentro, affinché possa riempire della sua ricchezza la povertà della nostra disprezzabile vita di ogni giorno.

O Maestro, o Consacratore, se ora non sono pronto, Tu fammi pronto: risveglia la mia coscienza, non mandarmi indietro! Perché debole, non mettermi dietro tutti. In questa vita bisogna accettare la verità, senza paura, senza esitazione. Non getterò la mia vita inutile nelle immondizie della falsità. lo devo essere consacrato e Tu dammi forza!

22 dicembre 1908.

 

UOMO

Le bottegucce e i venditori della festa di ieri non sono ancora partiti. Hanno passato la notte in mezzo al cortile accendendo fuochi, chiacchierando, cantando e suonando.

È una notte di luna nuova. Quando mi sono messo al posto dove faccio la mia preghiera quotidiana, mancava ancora molto tempo all'aurora: tutto attorno era buio profondo. Le stelle del cielo trasparente, senza pulviscolo, senza nebbia, brillavano come la veglia, senza preoccupazioni, degli occhi instancabili di Dio. In mezzo al cortile qualche fuoco mandava la sua luce. La gente della festa ormai passata alimentava il fuoco con foglie secche.

Gli altri giorni, in questi momenti prima dell'aurora, c'erano tanta pace e tanto silenzio. Quando tutti gli uccelli del bosco si risvegliano, il loro canto non disturba questa quiete, né il fruscio delle foglie dalla foresta mosse dal vento turbano questa pace.

Invece, perché il mormorio di alcuni uomini rompe la serenità dell'aurora? Il contemplativo, per meditare, non cerca un posto senza uccelli e senza animali, ma cerca un posto senza uomini. Perché?

Questa è la ragione: non c'è unione perfetta tra l'uomo e la natura dell'universo. L'uomo non cammina a tempo, in ritmo con il flusso dell'universo. Perciò l'uomo turba in ogni parte le acque del cosmo. Egli non può stare in silenzio, senza dire parole, come le stelle; non può star fermo, senza muoversi, come la quercia. Il suo essere avanza sconvolgendo.

Dio ha voluto con l'uomo rompere un po' l'armonia dell'universo. Gli è piaciuto così! In mezzo ai nostri cinque elementi primordiali ha infuso un po' d'intelligenza, ha messo un po' d'orgoglio: così noi fummo separati dall'universo; per questo le nostre linee si sono spezzate. Non possiamo più camminare in accordo con gli astri. Dove noi siamo, siamo noi: non possiamo dimenticarlo.

Perché Dio, spezzata l'armonia, ci ha messi in una sola casa con la natura e dobbiamo, dalla mattina alla sera, camminare nella confusione del nostro lavoro?

Perché è stata spezzata l'armonia, non c'è pace nell'universo, nella nostra stessa natura. Dentro di noi si alzano voci: «Voglio, voglio, voglio»! Il corpo dice: «Voglio»! La mente dice: «Voglio»! Il cuore dice: «Voglio»! Non c'è un momento di riposo per queste voci. Se ci fosse una unione indissolubile con il tutto, non ci sarebbero in noi mille voci di desideri. Questa mattina nell'oscurità dell'aurora ho sentito in ogni parte questo bisbiglio di voleri svariati, tante grida di necessità: «Oh, dov'è la mucca? Dammi un po' di fuoco! - Dammi del tabacco! - Chiama il carro! - La pentola è rovesciata »!

Gli uccelli al mattino cantano in un solo modo e nello stesso tono. Ma le voci degli uomini non si accordano con quelle degli altri, né nel tono, né nelle parole: perché Dio ci ha fatti nascere separati dal nostro mondo, avvolti nel nostro « io », ognuno a sé.

I nostri appetiti e desideri, gli sforzi, tutto si risolve in diversi centri e ciascuno prende forme diverse e strane. In pratica veniamo a cozzare l'un contro l'altro. Non c'è fine alle discordie e alle risse, senza termine sono le rinascite delle collere e dei disaccordi. Il nostro disordine, disgustato dalle strinature, bruciato dall'ira, domanda armonia e ordine. Perciò noi non viviamo solo dopo aver mangiato: noi abbiamo bisogno di canto, di unione; e questo bisogno non è da meno del nostro cibo e del nostro vestito. Desideriamo ardentemente l'armonia.

In questo non ci sono discussioni: noi ci diamo alla poesia. Quanto abbiamo scritto, quanto abbiamo dipinto, quanto abbiamo costruito! Abbiamo costruito case, fondato società, stabilito eredi. Quante funzioni, quante istituzioni, quante leggi! Sotto la pressione del desiderio dell'armonia, l'uomo ha creato regni di forme diverse, in diversi paesi. Quanti costumi, quanti governi, quante diverse educazioni! Tutti gli uomini di tutto il mondo in questa contemplazione: come sarà possibile da diversi uomini, da diversi « io », formare una unità varia e bella?

Sotto il fervore dello sforzo l'uomo ha preparato una creazione. Esiliato in mezzo all'orgoglio della creazione dell'universo, gli è stata necessaria per lui una creazione. La storia dell'uomo è la storia di questa creazione, la storia di questa combinazione. Tutta la sua religione, il suo lavoro, le sue aspirazioni, i suoi progetti sono per mettere insieme le cose in disordine: «Voglio creare, voglio unirmi! »; fuori di questa preghiera non ha altre parole.

Quando in mezzo al cortile tanta gente, secondo il proprio bisogno, chiamava e gridava, in mezzo alla confusione ho sentito cantare: «O Dio, fammi passare di là, senza pagare »! Mi sembrò che quella fosse la voce di tutto il tumulto. In mezzo a tanti desideri, noi desideriamo passare oltre. Chi è separato dice: «Ahimè, fammi passare oltre la separazione »! Passata la separazione, si trova l'amore perfetto. Senza l'amore perfetto, nulla ci soddisfa. Altrimenti passiamo da una morte all'altra, giriamo solo attorno ad essa. Se noi possiamo unirci, finisce ogni grave pericolo. Unione vuol dire passare attraverso la separazione per avere l'immortalità.

Dio, per mezzo dell'« io », ci ha preparato questo gioco d'amore. Se non ci fosse l'« io » non ci sarebbe separazione, e se non ci fosse separazione non ci sarebbe unione: senza unione non ci sarebbe amore. Così l'uomo, seduto sulle sponde dell'oceano della separazione, desiderando l'amore, in tante maniere si è costruito tante barche: tutte barche per passare. Chiama pure tutto questo politica, società o religione, tutto quello che vuoi.

Se è così, dove possiamo passare? Abolito l'« io », andati nel paese della perfetta indissolubilità, è guadagnare l'eternità? Anche in questo paese ci saranno polvere, terra e pietre. Dove tutti insieme camminiamo uniti in un solo ritmo non si conosce la separazione. Deve l'uomo piangere per questo annichilimento di se stesso?

Non sia mai! Se fosse così, si consolerebbe e godrebbe di tutte le morti. Non c'è bisogno di dar prova della paura intima che l'uomo ha dell'estinzione. Il ricordo che qualche cosa se ne è andata non è certo un ricordo di gioia. Insieme alla paura e ai ricordi è legata una tristezza profonda della vita. L'uomo vuole trattenere, eppure non riesce a trattenere nulla. Se c'è una cosa che l'uomo non desidera con tutto il cuore è il suo annichilimento.

Se è così, forse egli vuole l'indipendenza basata sulla separazione, sul disordine? No, non è possibile, egli si sente sempre morire per questa separazione e disordine. Il peccato, le passioni sono il rifugio di questi mali. Perciò l'uomo ha elevato il canto: «O Dio, fammi passare senza pagare »! Ma se viene eliminato il passare di là, non cadiamo in pericolo. Allora la vita presente sarebbe dolore e la vita futura un imbroglio. Noi non vogliamo né dolore, né imbroglio. Allora che cosa vogliamo e come possiamo averlo?

Noi domandiamo l'amore! E quando riceviamo questo amore? Quando c'è armonia nella separazione e nell'unione; quando la separazione inghiottisce l'unione e l'unione inghiottisce la separazione; quando tutte e due stanno insieme, senza eliminarsi l'una e l'altra e diventano compagne.

Tutti i nostri desideri sono diretti verso la separazione e l'unione. Tutti i nostri sforzi, le nostre creazioni sono per vedere la separazione non opposta all'unione, ma immagine dell'unione. Il Dio dell'amore, quando ci passerà all'altra sponda, nasconderà nella gioia eterna la separazione del nostro dolore eterno. Allora Egli riempirà il calice della nostra separazione e ci farà bere l'ambrosia dell'unione; allora ci farà capire quale preziosa perla sia la separazione.

23 dicembre 1908.

 

FINE DEL MERCATO

Come il cuore dell'uomo dice: «Voglio, voglio lì!, così dietro a questa c'è un'altra parola: «Non voglio, non voglia »! Appena detta: «Se non ha questa cosa, non posso andare avanti », subito soggiunge: «Non ne ho più bisogno alcuno ».

Ieri notte, appena finita la festa, la gente diceva: «Se posso raccogliere un po' di legna e foglie, non desidero altro». Come se senza quelle cose non si potesse vivere. Rifugiatasi in mezzo al cortile aperto, al freddo, la gente pensa che null'altro, fuorché un po' di fuoco, sia necessario in questo mondo. Ma fatto un po' di fuoco, bruciate un po' di foglie secche, cucinato qualche cosa, tutta la fatica e la preoccupazione erano di mangiare. Di fronte a quel desiderio e a quella fatica tutto il resto del mondo era diventato piccolo.

Sul finire della notte, dopo aver raccolto legna e foglie secche, sento «Ohè, dov'è il carro? Attacca i buoi! Bisogna andare, ritornare al villaggio »! Ora tutti sono pieni della necessità di partire. Tutto quello che ieri era tanto necessario, oggi è nelle immondizie; quel10 che ieri era tanto necessario, oggi deve essere abbandonato. Tutti sono preoccupati di partire.

Anche l'uomo si prepara a passare da un secolo all'altro. Quando una nuova aurora si fa vicina, la notte si fa aurora, alza la tua voce e chiama: «Ohè, andiamo; dove sono i buoi, dov'è il carro »? Allora le cose necessarie della notte precedente, alla luce del nuovo giorno, diventeranno tanto disprezzabili e piene di vergogna. Dalle foglie secche si eleva fumo; esse diventano cenere; il cortile è pieno di vasi rotti e di foglie sparse. I rifugi, abbandonati dagli ospiti, diventano tanto spregevoli e squallidi.

Tutto è passato: il cielo dell'oriente è diventato rosa e ora bisogna mettersi in viaggio. Ancora una volta bisogna costruire un nuovo secolo. Prima si pensava che le cose che avevamo fossero necessità supreme ed ora in una mattina di buon tempo dobbiamo legare i buoi al carro, Così bisogna impegnarsi a raccogliere altra legna, altri rami. Ancora più avanti, dall'orizzonte lontano delle nostre tanto piccole necessità, si eleva una chiamata invitante: «Non è necessario, non è necessario »!

Se non esistesse questa voce, se dentro le nostre grandi necessità non dimorasse una grande non-necessità, come potremmo noi vivere? Se le nostre necessità fossero davvero necessarie, come potremmo portare il loro peso? Noi possiamo camminare dentro il peso della forza di gravità perché il giorno e la notte delle nostre grandi necessità sono impegnati a distruggere queste nostre esigenze. Possiamo così, appena vista la luce dell'aurora, lasciare i pesi che si sono accumulati qua e là, salire sul carro e partire.

Tiriamo un lungo respiro dicendo: «Nulla resta »! Così diciamo: «Nulla si muove »! Ma ciò nonostante non ci scoraggiamo: resta sì, ma anche va! Abbiamo preso posto dentro le fessure di questi due tempi. Ritroviamo ancora la nostra casa; la luce e l'aria non sono ancora morte.

23 dicembre 1908