PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978

 

I II III IV V VI VII
Fine della festa
Sete di raccogliere
Passami all'altra riva
Questa riva - quella riva
Giorno
Notte
Al mattino
Individuo
Diritti dell'amore
Volontà


FINE DELLA FESTA

Molto spesso alla fine della festa restiamo senza soldi. I giorni che vengono passano ripagando i debiti. La persona che ha poche possibilità, se vuole soddisfare la voglia di diventare re per un giorno, deve stare a digiuno per dieci giorni, non ha altra via di scampo.

Per questo forse il giorno dopo la festa è così triste. Quel giorno la luce del sole è meno brillante ed il cuore è stanco.

Non c'è rimedio: l'uomo, almeno una volta all'anno, vuole gettar lontano l'avarizia e desidera stabilire una relazione di intimità con Colui che è Generoso. Con le sue ricchezze vuole percepire Dio.

Ci sono due modi di percezione: uno è quello del povero che percepisce il ricco ricevendo l'elemosina. In questa percezione si avverte molto la differenza dell'uno dall'altro. Un'altra è la percezione di uguaglianza: qui non c'è bisogno che mi sieda fuori dalla porta; anzi ci si può sedere sullo stesso tappeto.

Quando ce ne stiamo in grande miseria, il nostro cuore senza gioia chiede elemosina presso la Felicità. Il giorno della festa però il cuore esplode: «Oggi non domando nulla, io voglio godere con Te. Oggi non c'è povertà in me, e nessuna avarizia. Oggi, come in Te, la gioia e la rinuncia sono senza limiti»!

Se possiamo percepire cosa siano la ricchezza, l'abbondanza della generosità, possiamo comprendere e provare che Dio non è soltanto il Dio della misericordia, ma anche il Dio dell'amicizia. Ma per capire e annunciare questo, spesso bisogna passare attraverso la sofferenza. Osservando gli avanzi rimasti dal giorno prima: la lampada spenta, la collana di fiori appassita, il cuore si sente gelare. Allora non sopravvive più quella magnanimità regale, vengono in mente i conti e lo spirito si affligge.

Però colui che ogni giorno risparmia qualche cosa non deve rammaricarsi: perché ogni giorno prepara la festa e la festa non è separata dagli altri giorni: c'è nel battito del loro polso una unione.

Se non avviene così, bisogna far festa contraendo debiti. Godiamo certo, ma la maggior parte della nostra gioia non viene dal nostro tesoro: novanta per cento è debito, è prestito. Prendiamo in prestito dalla gente radunata, dalle ghirlande dei fiori, dalla luce, dagli ornamenti splendidi, dal canto, dall'orchestra, dai discorsi. Sotto i brividi della festa di quel giorno non ci accorgiamo che stiamo indebitandoci. Il giorno dopo, quando i fiori appassiranno, la luce si spegnerà, la gente se ne andrà, appare agli occhi il grande debito che mette in pena il cuore.

Sotto le esigenze della nostra povertà, assieme alla festa, non dimentichiamo anche il Dio della festa.

Noi cerchiamo tutti i giorni di porre il Padrone della festa nel suo trono. Noi siamo fortunati, perché tutti i giorni in questo tempio ci uniamo per preparare qualche cosa, non dovremmo essere arrivati alla festa senza preparazione: non dovremmo aver fatto spese inutili. Mi pare che possiamo dire al Signore della festa: «Ti conosco un po'! Ho ricevuto il tuo invito »!

E poi non vogliamo che la festa sia finita in un giorno, deve essere festa unita ad ogni giorno. Ogni mattina noi ci raduniamo qui, in mezzo alle nostre distrazioni e a tutte le miserie di ogni momento: almeno una volta, all'inizio del giorno, vogliamo percepire la ricchezza della festa quotidiana della terra.

Quando l'aurora con la lampada in mano si alza e si ferma ad oriente, noi, in silenzio, vogliamo sentire che ogni giorno è glorioso, magnifico. La miseria della nostra vita non lo ha affumicato: ogni giorno è nuovo, brillante, tutto miracolo. Neppure una goccia di ambrosia si versi dal suo vassoio e vada perduta.

24 dicembre 1908.

 

SETE DI RACCOGLIERE

Il libro antico di Sonhita loda l'uomo che non raccoglie più di quanto gli è necessario ogni giorno. Perché, se noi cominciamo a raccogliere, un po' alla volta diventiamo macchine raccoglitrici, che vanno oltre a ciò che è necessario, anzi potrebbero perdere o lasciar da parte ciò che è necessario.

Non si può dire che queste parole non siano adatte anche per la raccolta spirituale. Se raccogliamo dei meriti col pensiero che siano di giovamento per il futuro, questo pensiero ci paralizza: diventiamo come gli avari, prendiamo la loro stessa natura: pensiamo all'interesse di ogni cosa e cantiamo i nostri guadagni.

In questa situazione i meriti ci privano della nostra gioia e possiamo pensare persino che questa privazione aumenti i nostri meriti. In questo modo tanti avari, nel campo dello spirito, raccogliendo cibo, rovinano l'anima.

Negli affari spirituali non dobbiamo pensare oggi per il domani. Se lo facessimo metteremmo da parte l'oggi. Non pensiamo ai nostri meriti accumulati: guardiamo alle nostre spese! La nostra adorazione di ogni giorno abbia sempre qualche cosa di particolare. Non pensiamo che da essa avremo pace o ci faremo dei meriti, che in futuro in qualche tempo ci porterà la salvezza o qualche altra cosa. Tutto quello che raccogliamo, mettiamolo ai piedi di Dio; e quello che diamo a Lui, per noi scompare.

Se pensiamo che adorando Dio avremo dei meriti, non gli abbiamo dato tutta la nostra adorazione, perché mettiamo da parte qualche cosa per i nostri meriti. E se cominciamo a pensare che il lavoro che noi facciamo per Dio è di beneficio alla gente, a poco a poco il pensiero di beneficare fa piccola la grazia di Dio.

Per le fessure di questo peccato nel campo spirituale passa una mondanità più sottile della stessa mentalità mondana. In nome della religione tali camminatori della notte vengono fuori dalle caverne delle loro ire, invidie, persecuzioni, maldicenze e, nelle lotte di una opinione contro l'altra, la terra si riempie di sangue. Così, lasciando Dio, noi ce ne andiamo avanti. «Noi faremo il bene, noi faremo la pace, noi predicheremo Dio»: tutte queste parole diventano così ossessionanti che ci dimentichiamo che è Dio che fa. I servi di Dio chiudono la strada a Dio: dove potranno esserci pace, bene, dove i meriti?

A volte mi prende la paura che io alla mattina, un po' alla volta, mettendo da parte Dio, abbia aperto il commercio di raccogliere le parole di Dio. Non mi prenda il pensiero di farmi capire, di far piacere, in che modo parlando possa farvi felici. Se così fosse, il frutto di queste preghiere non sarebbe altro che la preoccupazione di mettere da parte qualche cosa. Se qualcuno dicesse: «Non ho capito bene quello che hai detto », oppure: «Non hai parlato bene », io resto disgustato.

Non soltanto questo, ma anche se il pensiero che altri avranno vantaggio dalle mie parale diventasse troppo importante, ci si creerà un modo di fare che sarà più di persecuzione per gli altri. Se non ne esce alcun frutto come io penso, mi viene voglia di mettere tutto sottosopra; e così si formerà in noi una natura che non solo maledirà le nostre forze e i nostri diritti, ma anche l'intelligenza e il carattere degli altri. La nostra devozione e il nostro cuore non diranno a Dio di benedire gli uomini che sono diversi, con le loro virtù disparate, con i loro costumi vari. Il nostro entusiasmo continuerà a dire: la mia forza, le mie parole, le mie idee, la mia strada faranno buona la gente della terra.

Mi fa anche paura scrivere queste parole che dico ogni giorno al tempo della preghiera. Queste mie parole non siano un peso, non siano un legame, non siano un ostacolo nella via; siano un servizio totale, offerto dal mio calice, senza che nessuno ne tenga conto.

O Tacito, se c'è qualche frutto nelle mie parole, falle Tu fruttificare, spezza il nerbo dei miei sentimenti e mettili a terra. Accogli e fa' fruttificare le parole che ho detto questa mattina; strappale via, prendile dallo stelo del mio orgoglio pieno di spine.

25 dicembre 1908.

 

PASSAMI ALL'ALTRA RIVA

Il giorno dopo la festa, all'alba, in mezzo a numerose risa e giochi, parole e discussioni, sentii un canto: «O Dio, passami all' altra riva »! Non riesco a dimenticare questo canto: mi tocca il cuore ancor oggi.

È anche questa una parola che l'uomo da tempo ripete: «Passami all'altra riva »! È una parola misteriosa: non riesco io stesso a capire se comprendo tutto il significato di questo desiderio.

L'asceta, che ha lasciato tutte le preoccupazioni del mondo, arrivato alla riva dell'oceano delle sue contemplazioni, dice: «O Datore di perfezione, portami alle sponde della perfezione »! Egli ha capito il significato di questa preghiera. Ma chi non ha alcun ideale, nessuna contemplazione, dove trova il suo barcaiolo?; Dove l'oceano?; Come può passare all'altra riva?

All'affollarsi delle nostre occupazioni e preoccupazioni noi diciamo: «O Dio, passami di là »! Il cocchiere dal suo carro dice: «Passami di là »! Il bottegaio quando pesa il riso e la merce dice: «Passami di là »! Non pensate che essi dicano: «Passami di là, via da questo lavoro»! Essi vogliono passare con il loro lavoro e perciò al tempo del canto non viene meno il loro fervore.

O Oceano di felicità, questa sponda è tua, e quella pure è tua. Però quando io chiamo una riva mia) l'altra riva viene tagliata fuori e non si può più sentire la nostra totalità. L'animo piange per la nostalgia dell'altra riva. Il mio « io» sta sulla mia riva e Tu stai sulla tua, separato dalla distanza. Ecco il perché di tanto chiamare per passare di là.

L'uomo-io, il quale pensa questa riva casa sua, giorno e notte s'affanna sino alla morte, finché non dirà: «Questa è casa tua»! Quanti fuochi, quanti legami e quante perdite arrivano senza fine; lavorando e faticando l'animo si cruccia cantando: «O Dio, passami all'altra riva »! Passerò da questa all'altra riva quando potrò fare della mia casa la tua casa. Quando l'uomo-io, pensando al proprio lavoro, vagando ansioso giorno e notte riceverà tante ferite e tanti dispiaceri, allora canterà: «Passami all'altra riva »! Ma quando potrà dire: «Questo è tuo lavoro»!, allora l'uomo è già passato di là.

Se faccio tua la mia casa, se faccio tuo il mio lavoro, allora c'è unione in te e in me. Lasciata la mia casa, vengo alla tua casa; 'lasciato il mio lavoro, vengo al tuo lavoro; queste non sono parole dell'animo, perché queste sono parole di separazione. Nell'« io» dove Tu non ci sei e nel « Tu » dove io non ci sono, sono per me la stessa cosa: separazione.

Per questo in mezzo alla nostra casa, nel mercato, nel nostro lavoro s'eleva la preghiera: «Passami di là »! Ma l'oceano è qui, e qui è la riva.

25 dicembre 1908.

 

QUESTA RIVA - QUELLA RIVA

Tra me e uno che non conosco, anche se stiamo seduti accanto, c'è in mezzo l'oceano dell'ignoranza e dell'indifferenza. Se un giorno questi diventa amico intimo, vuoI dire che io ho attraversato quell'oceano. Allora la distanza dello spirito sparisce, né resta la distanza del corpo, e anche la separazione della morte non crea una distanza. L'orgoglio, che alza muri tra gli uni e gli altri di noi pur vicini, ci allontana; se si mette da parte per dar posto a qualcuno, questi diventa intimo.

Per questo ieri ho detto che per attraversare l'oceano non c'è bisogno di andare molto lontano, ma di fare 'vicine' le cose che ci stanno vicine.

Infatti le cose, come ci sono vicine, così sono anche ad una distanza terribile. È la ragione per la quale, se noi allontaniamo un amico, questi diventa più altro degli altri. Non percepire colui che ci è tanto vicino, è una freddezza più glaciale della morte.

È la ragione per la qua'le, se noi ci allontaniamo da Colui che è nell'animo, Egli starà lontano più di tutte le altre cose. Colui che è l'animo del nostro animo se ne sta separato da un grosso muro: non può esserci nel mondo distanza più grande. Noi non sentiamo la pena di questa distanza. Eppure l'esistenza di ogni momento, le nostre case, il nostro lavoro, tutte le relazioni sociali sono schiacciate da questa distanza.

Quanto è vicina la riva per la quale versiamo lacrime nell' attraversare l'oceano? È più vicina di questa nostra stessa riva. Lo dice semplicemente chi ha capito chiaramente. Ad ascoltare ci meravigliamo: credevamo tanto lontane le cose così vicine. Dicevamo: Impraticabili, impossibili!

Che cosa dicono coloro che hanno passato l'oceano? Colui che è davanti, vicino, accanto, è il nostro ultimo destino. E nulla può essere lontano da Colui che è il suo ultimo destino. È così vicino che non c'è neppure bisogno di chiamarlo. È Lui, eccolo! Più di così non ci si può aspettare. Egli qui è tutto: Egli è di qui e di là.

Egli è l'ultimo destino! Chi ci fa camminare? Colui che è davanti, vicino. Noi pensiamo: i nostri soldi, la fama, gli uomini. Chi attraversò l'oceano dice: «Egli è il Destino »! In mezzo alle attrazioni dei soldi, della fama, degli uomini Egli è la suprema attrazione. Tutte le attrazioni passano, ma la sua non passa, perché in noi c'è una necessità di andare a Lui. Il denaro non dice: «Resta»! E così la fama e gli uomini. Tutti però dicono: «Va'»! Egli è il nostro Destino, è Lui che muove: chi si può fermare in mezzo alla strada?

Forse noi possiamo pensare che sia il mondo che ci attira: attrazione dell'universo. Ma chi fa camminare la terra? Chi attira il sole? Sotto la forza della sua attrazione, che pervade l'universo, Egli fa girare le stelle e i pianeti e non li ferma mai. Il centro di tutto questo non è certo l'universo. C'è un destino supremo, che è il suo destino, il destino della terra e del sole.

Gli Uponissod ricordano questo destino supremo e hanno detto: «Se non ci fosse una gioia che riempie il cielo, nulla si sarebbe minimamente mosso ». È la gioia che ha dato all'universo questo moto perpetuo. Perché questa gioia riempie il cielo, io posso aprire i miei occhi e vedere.

Il destino ultimo non è lontano: Egli, in mezzo a tutti i miei piccoli destini disprezzabili, è il Destino Supremo; come nella mela che casca a terra c'è la forza d'attrazione di tutto l'universo. In tutto il cammino del mio corpo, in tutti gli sforzi della mia mente c'è Colui che è il Destino Supremo: «Eccolo, è Lui »! Il centro di questo destino non è lontano: è qui.

Colui che è tutta la nostra proprietà, il nostro ultimo rifugio, la nostra gioia suprema, è la proprietà di ogni nostro momento, il rifugio di ogni nostro momento, è in mezzo a tutte le nostre gioie di ogni istante. Colui che è per noi tesoro e compagnia, nostro rifugio, in mezzo a tutte le nostre soddisfazioni: «Eccolo, è Lui, è qui »!

Riconoscere che in mezzo ai miei destini Lui è il Destino, in mezzo alle mie proprietà Lui è Proprietà, in mezzo ai miei rifugi Lui è Rifugio, in mezzo a tutte le mie gioie Lui è Gioia, vuol dire passare all'altra riva.

27 dicembre 1908.


 

GIORNO

Ogni giorno della nostra vita passa attraverso la luce e le tenebre, il sonno e la veglia, tra il ritirarsi e l'espandersi: una volta la bassa e una volta 'l'alta marea. Di notte, al tempo del sonno, tutte le forze del cuore e dei sensi si ritraggono dentro di noi. Al mattino poi si dirigono verso tutto il mondo.

Quando le forze, tutte insieme, si ritirano dentro di noi, allora possiamo dire che noi ci conosciamo di più, ci troviamo di più E quando al mattino le nostre forze si irradiano per varie vie verso gli altri, allora forse perdiamo noi stessi?

È tutto il rovescio! Quando noi ci raccogliamo tutti soli dentro di noi stessi, diventiamo inerti, incoscienti; quando andiamo agli altri, noi prendiamo coscienza di noi stessi, ci conosciamo. Quando noi siamo soli siamo nessuno.

Il nostro vero valore è in noi stessi, ma è sparso in tutte le cose del mondo. Continuamente noi camminiamo per unirci a tutte le creature: altrimenti non troviamo noi stessi. Per questo noi con tutta la mente e il cuore, con il lavoro, sempre, cerchiamo tutte le cose. Vogliamo sentire tutto lo spirito. Questo è il desiderio dell'anima.

Lo scienziato fu completamente soddisfatto della sua ricerca solo quando vide la forza di gravità della mela in tutte le cose. Perché la verità manifesterà il suo vero volto solo quando si vede nel tutto; e quel volto porta gioia.

Così noi dobbiamo vederci in tutte le cose; solo così troveremo veramente noi stessi. Quanto più noi facciamo nostra questa verità, tanto più ne riceveremo gioia. Se qualcuno di noi può mettere fuori se stesso, dal suo intimo, realmente manifesterà davanti a se stesso e riconoscerà la propria identità: questa è gioia.

Per questo sin dal principio della creazione lo spirito umano in tutto quello che ha creato, siano pure la casa, i regni, la società, il senso primordiale del suo spirito è l'uomo che, lasciando lo sua individualità e espandendosi nella molteplicità, nella varietà in diverse forme e in diverse relazioni, realizza se stesso. Questa è per lui una gioia non piccola. Per questo fu scritto: «Nel tutto la gioia, nel poco non c'è felicità, perché nel poco non c'è spirito ».

La società civile, che unisca assieme allo spirito le diversità e le varie relazioni in forme differenti, diventerà una grande civiltà, altrimenti sarebbe solo accumulo di cose e il suo fine non sarebbe certo il bene.

In una società dove il lavoro, l'intelligenza e l'amore operano, con disciplina e continuamente, in un campo ampio e vasto, l'uomo non può restare piccolo. Anche se le capacità personali sono poche, esse trovano facilmente la via del successo. Per questo con l'aiuto di tutti gli abitanti di. una società civile l'uomo si sviluppa pienamente.

In una società non civile, anche gli uomini di carattere forte diventano deboli, perché gli uomini di tale società non trovano se stessi nella giusta misura. In questa società tutte le istituzioni sono utili alla casa e al villaggio. Tutte le istituzioni ristrette, che non sono legate al tutto, non hanno certo ricevuto l'alta marea dell'oceano dello spirito. Qui, anche se l'uomo sente la sua grandezza e la sua verità, non può salire ad alta virtù, si sentirà del tutto umiliato e abbattuto. Non c'è limite alla sua povertà.

Noi dobbiamo perseguire e venerare la civiltà, non per avere strade ferrate o il telefono, perché le ferrovie ed il telefono non sono il posto di arrivo dell'uomo e neppure una stazione particolare dove scendere.

La radice vera della civiltà è una intelligenza spirituale. Nel campa individuale, se la propria apertura è poca, una minima intelligenza spirituale è sufficiente. Quando noi lavoriamo negli ambienti ristretti della nostra casa, una intelligenza ristretta non porta molti danni. Ma dove sono radunati molti uomini e si devono creare molte relazioni, bisogna avere una grande abbondanza di intelligenza spirituale; non si può fare senza un'alta ed elevata pazienza, eroismo, costanza, disinteresse, servizio fervente, benevolenza. Le cose non possano assolutamente ingrandirsi se non sono legate insieme ad una spirito magnanimo e pratico. Se la spirito diventa debole, anche la più grande società si spezza da tutte le parti e non c'è nulla che la possa unire.

Quando io posso vedere una società civile lungimirante, occupata in tanti campi, di tante virtù, ho la prova che alla base di tutto questa c'è un'intelligenza spirituale vitale. Altrimenti tra questa gente non ci potrebbe essere fiducia reciproca e non starebbero uniti insieme.

Nella società del nastro paese, se noi, allontanate tutte le piccolezze e le divisioni, con il lavoro, con l'amore, con l'intelligenza non creiamo l'uomo universale, l'anima umana non diventerà mai grande e forte, mai avrà felicità. Finché nei nostri pensieri vari e azioni molteplici non guarderemo a quanto ci unisce, la povertà, la debolezza e i dispiaceri si moltiplicheranno. Nel nostro paese, se non riusciamo ad interessare le varie occasioni di unione, non potremo certo vedere e contemplare la nostra grandezza.

Cerchiamo quindi di moltiplicare in vari campi queste occasioni. Ma, sia grande o piccolo quello che vagliamo unire e legare insieme, se ne viene fuori solo divisione e separazione, allora bisogna dire che certamente la base, l'intelligenza spirituale, è debole: certamente c'è mancanza di verità, avarizia nella rinuncia, materialismo nella volontà; certo non c'è forza nella fede e il nostro egoismo vuole rubare per sé gran parte della materia prima, di questo servizio; certamente non c'è invidia l'uno verso l'altro; non c'è perdono e, non potendo classificare il nostro bene con il Bene sommo, ai primi e più piccoli ostacoli la nostra costanza viene meno.

Perciò noi dobbiamo essere vigilanti. Dove troviamo ostacoli al successo, non stiamocene tranquilli, senza preoccupazioni, dando colpa alle cose. Nel peccato non c'è successo, non c'è spirito e perciò non vediamo; ci giriamo avanti e indietro senza frutto, dividendoci ancora, impicciolendoci ancora. La nostra forza unita alla forza, la vita con la vita, gli sforzi con gli sforzi non riescono a creare un regno degno dello spirito dell'uomo; le nostre anime non riescono assolutamente a farsi degne di unirsi al grande Creatore dentro l'universo e ad essere trasfigurate in vera grandezza.

28 dicembre 1908.

 

NOTTE

Ieri non è stata detta una parola sulla notte e sul giorno, sul sonno e sul risveglio. È una parola importante. C'è un gioco di forze quando noi stiamo svegli: un gioco di forze con le nostre forze. Si compie una unione del nostro lavoro con il lavoro dell'universo del Creatore. Noi godiamo nel dirigere i nostri sforzi alle fonti diverse delle sue forze varie e nello scoprire tutte le vie delle sue forze miracolose. Ad un certo momento, quando pensavamo che le nostre forze fossero finite, avanzando abbiamo scoperto che qui la strada ha preso una nuova svolta. E così, in mezzo alle forze molteplici degli avvenimenti del mondo, il nostro spirito si entusiasmò nel moltiplicare le forze per camminare con Lui, verso lo stesso destino.

Così la nostra coscienza sveglia, gettate via le illusioni delle forze dei sensi e della fantasia, attraverso i diversi contatti, i diversi impegni e i diversi guadagni vuole rinnovarsi.

Però i pescatori non stanno sempre in acqua a gettare le reti. Le reti si aggrovigliano, si strappano, si sporcano. Ad un certo momento bisogna tirare le reti a riva per ripararle e pulirle. Alla notte, durante il sonno, noi chiudiamo la pesca del nostro spirito e della nostra mente. È il tempo di riparare e di cambiare qualche cosa. Bisogna dare in mano a Lui le nostre reti aggrovigliate e sporche; a quell'Essere che, quando tutti sono addormentati, veglia e prepara le cose necessarie.

Perciò ancora una volta bisogna control1are tutte le nostre forze e dare completamente la nostra vita nelle mani dello spirito dell'universo. In questo tempo noi solo vegetiamo, ci uniamo alla natura, il nostro orgoglio scompare e ci carichiamo di quella tranquillità profonda che sta dentro l'universo. Al risveglio ci accorgiamo che dal nostro riposo non abbiamo ricevuto del vuoto, ma una cosa piena: in mezzo alla nostra inerzia ed incoscienza, un conforto, quel conforto che è alla radice della natura dell'universo. Possiamo vedere la sua immagine nel verde denso, nei vasti rami immobili della silenziosa quercia.

Come ogni notte gettiamo in braccio alla natura la nostra vita e all'aurora siamo pronti ad affrontare nuove fatiche, così durante il giorno, almeno una volta, è necessario che noi gettiamo in braccio allo Spirito Purissimo il nostro spirito, altrimenti noi accumuliamo immondizie e le spazzature non vengono allontanate: i calori aumentano e le inclinazioni all'ira, della gola e della sensualità vanno oltre il necessario e preparano dentro e fuori una ribellione.

È per questo che al mattino, al tempo della preghiera, è necessario stabilire una completa armonia, per alcuni momenti, tra noi e l'Essere Supremo, dimenticando tutte le nostre fatiche e calmando le nostre passioni. In quei momenti bisogna lasciar libere tutte le vie del nostro cuore all'Essere Supremo: allora, in quella totale arresa, in quei momenti di pace intima, noi possiamo portare salute al nostro cuore malato. Tutte le contrazioni si distenderanno e i nodi che chiudono l'animo si scioglieranno.

Alla fine della preghiera quando la nostra intima natura entrerà nel mondo così vario, in mezzo a tante differenze, in mezzo a tante divisioni, in tante maniere e forme sarà portata a godere, in ogni lavoro potrà godere in modo profondo e puro. Non si sentiranno i colpi che arrivano da ogni parte; ed in mezzo a tutte le fatiche troverà pace. In mezzo a tutto l'universo immenso, a tutti gli avvenimenti c'è un'armonia miracolosa in cui l'immagine delle fatiche è serena, l'immagine della forza è bella; non è il gabinetto di prova di uno scienziato, né una grande officina fredda ed oscura. In mezzo alle nostre fatiche resterà l'armonia, in mezzo al nostro lavoro resterà la bellezza. Nasconderemo il nostro orgoglio presso Dio e impareremo da Lui la sua bella tattica. Andremo ai suoi piedi e diremo: «O Dio, toccami con la tua mano esperta questa mattina e così scompariranno tutte le piaghe e il colpi che il mondo ieri mi ha dato ».

Se tutte le mattine la nostra fronte sarà toccata dalle Sue mani e ci ricorderemo di questo, allora la nostra fronte non sarà abbassata ancora a terra. Se l'eco di questa preghiera risuonerà continuamente all'orecchio per accordare a quel tono le nostre parole e il nostro lavoro, possiamo star sicuri che il nostro giorno sarà un canto perfetto e il campo del lavoro della terra sarà trasformato in un campo di gioia.

29 dicembre 1908.

 

AL MATTINO

Al tempo puro e sereno del mattino guarda, almeno per una volta, la tua anima avvolta nello Spirito Purissimo: tutte le disparità scompariranno. Stiamo attenti! Immergiamoci in Lui: sentendo che Egli ha abbracciata stretta la nostra anima noi ci sentiremo tutti pieni.

Altrimenti noi non possiamo conoscere la nostra verità. Se non ci vediamo uniti all'Onnipotente, credendoci piccoli ci sbagliamo, pensandoci deboli ci inganniamo. I geni dell'umanità hanno provato che io non sono piccolo, senza forza: il loro genio è il genio di ciascuno di noi, la virtù della nostra anima è arrivata dentro loro. Quando la parte superiore delle candele si accende, la luce è di tutta la candela. Anche la parte più bassa della candela ha la possibilità d'essere accesa. E quando arriverà il tempo si accenderà. Ma finché non arriverà il suo tempo sosterrà la parte superiore accesa.

Ogni mattina, durante le nostra preghiera, noi possiamo vedere dentro la nostra anima umana la grande Anima legata da nessun ostacolo. Allontaniamo il pensiero e l'inganno di crederci poveri e miserabili. Siamo legati al pregiudizio che noi siamo nati in un angolo della casa. Messi da parte questi pregiudizi, dobbiamo sentire che il nostro corpo si è formato in cielo: per questo i nostri astri, da milioni di chilometri lontani, mandano l'ambasciatore della luce per prendere la nostra realtà. E la nostra anima non ha la sua finale dimora dentro il nostro piccolo « io », ma la sua base è nelle regioni dello spirito, nelle regioni di Dio. Noi siamo venuti alla festa del mondo non per essere schiavi, ma per essere padroni. Lo stesso Onnisciente ha messo sulla nostra fronte il diadema regale. Perciò non muoviamoci nel mondo impacciati, a testa bassa, pensandoci degradati. Secondo la gloria della nostra infinita nobiltà prendiamo il nostro posto in alto.

Come il buio nel cielo è una cosa tanto irreale che a poco a poco se ne va, così nella nostra intima natura tutti i pregiudizi scompariranno. La nostra anima è come il sole che si alza in cielo, nel cielo dello spirito: la sua luce si rivela libera da ogni ostacolo. Il campo del mondo sia tutto e pienamente illuminato dalla sua chiara visione e dalla sua luce pura.

30 dicembre 1908.

 

INDIVIDUO

Io sono unito in modo comune con la gente comune del mondo. Sono unito con la polvere, con le pietre, sono unito alle erbe e alle piante, sono unito agli animali e agli uccelli. Però in un posto non c'è assolutamente unione: dove io sono individuo. Quello che io chiamo «io» non ha altri come lui. In mezzo alla creazione infinita di Dio, questa è una concezione strana: solo e soltanto io, io solo! lo incomparabile e io imparagonabile! Ed il mondo del mio io è mondo soltanto mio. In mezzo a miriadi di vite, fuori del Testimonio interiore, nessuno può entrare.

O mio Signore, in questo solo io, in questo particolare io, Tu hai una gioia particolare, una manifestazione particolare. Signore, voglio che questa mia peculiarità sia un successo. C'è un particolare gioco con questo che si chiama io, separato da tutto il resto della tua creazione. Io mi unirò a questo gioco particolare. Qui unendomi all'Uno diventerò uno.

Nel campo di questo mondo la mia vita umana possa portare questo gioco particolare con bellezza, con musica, con purezza, con grandezza in piena coscienza. Non dimentichi che Tu in me hai una particolare dimora. In questo universo infinito questo io, durante la sua vita umana, sia un successo.

Tu sin dall'eternità hai portato questo io fuori da tutto, alla indipendenza. Presolo per mano lo hai portato in mezzo al sole, alla luna, ai pianeti e alle stelle; ma non lo hai legato ad alcuno. Chi sa da quali sprazzi di una nebulosa in fiamme, guidando gli atomi, attraverso quanto nutrimento, quanti cambiamenti, quante evoluzioni, oggi in questo corpo hai fatto fiorire l'io. La compagnia del tuo tempo eterno è radunata dentro il mio corpo. Dall'eternità sino ad oggi, in mezzo alla creazione infinita è scesa una linea particolare: è la linea del mio io: attraverso quella linea io sono venuto giù assieme a Te. Tu sei la guida della mia vita senza principio, incomparabile amico della mia vita senza fine. Nella mia vita io Ti voglio percepire in quella particolare ed unica amicizia. E nulla diventi come Te o sopra di Te. E quella vita comune che io vivo attraverso le diverse fami e seti, paure e fatiche, partecipe dalla vita animale e vegetale delle piante, degli animali e degli uccelli, non mi faccia prepotente e non copra in me quel tuo particolare tocco, quel tuo particolare lavoro, quella tua particolare gioia, i quali sin dall'eternità sono stati auriga e compagno. Dove io sono uguale al mondo, Ti possa riconoscere Dio del mondo; osservi tutte le tue leggi e, se non le osservo, possa accettare il tuo castigo. Ma dove io sono, io voglio sapere che Tu sei soltanto mio. Qui Tu mi hai fatto libero, perché senza libertà non c'è amore, la volontà non si unisce a volontà, non si può unire gioco a gioco. Per questo nel campo della libertà dell'io, fra tutte le mie pene c'è un dolore supremo: essere separato da T e! Sono i dispiaceri dell'« io ». E tra tutte le mie gioie, la gioia suprema è stare con Te! Sono le gioie dell'amore.

Per cercare come viene distrutta la sofferenza dell'orgoglio Buddha si è dato alla contemplazione. Sapendo come distruggere le sofferenze dell'orgoglio Cristo ha dato la vita.

o più caro d'un figlio, più caro d'un tesoro, o Intimissimo, Carissimo, i tuoi grandi giochi sono dentro il tempio dell'io. Per questo qui ci sono tante pene pungenti e conclusioni senza limiti delle pene; perciò qui è morte e, spezzato l'ostacolo della morte, sorge l'immortalità. Queste pene e gioie, queste separazioni e unioni, morte ed immortalità sono le tue braccia, destra e sinistra. Tutto avvolto e stretto in esse, che io possa dire: « Sono tutto soddisfatto, non voglio altri»!

31 dicembre 1908.

 

DIRITTI DELL' AMORE

Ieri notte è risuonato nella mente questo canto:

« O Signore, sulla via dell'amore
frantuma tutti gli ostacoli!
Non lasciare nulla in mezzo,
resta Tu solo.
Solo o in compagnia, dentro o fuori,
fisserò lo sguardo soltanto in Te.
Frantuma tutti gli ostacoli »!

Che genere di preghiera è questa? Con chi questo amore? Come sono venute in mente queste parole all'uomo e come ha potuto pronunciare con la bocca che egli farà l'amore con il Dio dell'universo?

Non cesseranno di uscire parole dalla bocca se pensiamo che cosa vuol dire universo e, in suo paragone, quanto è piccolo l'uomo. In mezzo a tutti gli uomini io sono tanto piccolo e tanto insignificanti sono le mie pene e le mie gioie. In mezzo a tutto il sistema solare l'uomo non è più grande di un pugno di sabbia e, in mezzo a tutto l'universo delle stelle e il sistema solare stesso, è così piccolo che forse non si può neppure misurare.

E in questo momento, nel regno immenso del Dio dell'universo, una via impensabile guida gli abitanti di tutto questo spazio immensurabile e sconosciuto. E ora la luce di questi astri immersi nelle profondità dello spazio infinito, che dall'inizio dei secoli corre instancabile, non è ancora arrivata ai nostri telescopi. Tutte queste regioni invisibili e sconosciute, ogni momento dipendono dalla potenza suprema di quella Persona Suprema. E noi non sappiamo nulla!

Ancor più, questo granello di granello, atomo di atomo pretende fare l'amore con il Dio di questo cosmo impensabile, si siederà accanto a Lui sullo stesso suo trono! C'è un olocausto che brucia da tutti i secoli, di stella in stella, nel cielo infinito, ed io, seduto in un angolo della schiera infinita di questo olocausto, con quale diritto posso pretendere di dire: «Voglio sedermi sullo stesso trono di Dio »?

Il desiderio dell'uomo di diventare grande è senza limiti, tutti lo sanno. Ho sentito che Alessandro avrebbe detto che anche vincendo tutto il mondo non sarebbe stato contento e che se ci fosse stato un altro mondo avrebbe conquistato anche quello. Colui che non ha da mangiare due volte al giorno vede in sogno i tesori del re. Ci sono tante prove le quali ci dicono che i desideri dell'uomo non credono impossibile alcuna fantasia.

Ora che l'uomo voglia fare l'amore con Dio, il Dio dell'universo, è forse una pazzia estrema dei suoi desideri? È una manifestazione del suo orgoglio infrenabile? Ma in questo non c'è alcun segno d'orgoglio. L'uomo che impazzisce per l'amore di Dio si fa povero, si mette dietro a tutti e, anche se soltanto riceve la polvere dei piedi di coloro che sono nell'amore di Dio, è salvo. Non manca certo di forza o di ricchezza: è pronto ad abbandonare tutto.

Per questo la cosa che più mi fa meraviglia in mezzo all'universo e alla creazione è che l'uomo vuole l'amore di Dio e lo vuole perché sa che è la più grande verità, il più grande guadagno. Perché lo vuole? Perché ha ricevuto questo diritto. È un amore da fare con Lui, che ha dato il diritto all'amore e per questo non c'è d'avere alcuna paura o vergogna.

Qui ho un diritto più grande di tutti i diritti, più grande del sole, della luna e delle stelle, il diritto che mi ha dato Dio separandomi da tutto il resto del mondo e facendomi un io particolare, Il peso di gravità agisce su tutte le cose della terra e dell'universo, solo non influisce su questa indipendenza. Se non fosse così, l'uomo si sarebbe mischiato assieme alla polvere della terra.

Tutto l'universo infinito non ha alcuna pressione sul piccolo io; per questo l'io, per difendere il suo onore, avanza a testa alta. Il Purana dice che Benares è fuori da tutto il mondo. Veramente è l'io questo Benares. Io, in mezzo al mondo, sono fuori da tutto il mondo.

Perciò non posso paragonarmi al mondo, pensando piccolo l'io: non c'è con il mondo alcun punto di paragone.

Sono un io particolare. In me non c'è alcuna tirannia, in me Dio ha una gioia particolare. lo sono su questa gioia, non sopra le leggi; e quindi il fatto dell'io è una cosa fuori dalla creazione. Parlando della grande meraviglia dell'io gli Uponissod hanno detto: «Dio e io, due uccelli sullo stesso ramo, due compagni seduti l'uno accanto all'altro ».

Nel regno del mondo devo pagare le tasse: tasse dell'acqua e della terra, del cielo e dell'aria; e devo dare tutto nei minimi particolari. Se rimane qualche debito, l'animo si cruccia. È soltanto questo mio io che è libero dagli affitti. Egli è nel tempio dell'amico e con me c'è questo patto: «Dammi quello che vuoi, io lo riceverò; e se non doni nulla, non per questo cesserò di donarmi a te ».

Se fosse diversamente, Egli potrebbe godere in mezzo al regno di questo mondo? Se non trovasse in alcun luogo qualcuno uguale a Sé sarebbe tremendamente solo, infinitamente solo. Per sua volontà e per forza dell'amore Egli ha rinunciato al posto dove regna solo. Egli stesso si è donato facendosi amico, scendendo in modo particolare nel groviglio della foresta del mio piccolo io. Ha detto: «Tu non fare i conti del tuo valore confrontandoli con il mio sole e la luna; mi sono particolarmente innamorato di te, e per questo tu sei tu ».

E c'è tanta forza in questo che io Lo posso sconfessare completamente: posso dire: «lo non Ti voglio »! Se dicessi così alle creature della terra, non mi potrebbero sopportare, verrebbero a castigarmi. Ma quando io dico: «Io non Ti voglio! Io voglio soldi, voglio onore»!, Egli risponde: «Va bene »! E se ne sta in silenzio, in disparte, ad aspettare.

Però quando ritornerò ai miei sensi, siccome non è nelle mie mani la chiave che apre il tempio segreto del cuore e i soldi, i tesori non possono assolutamente arrivare qui, il cuore rimane vuoto. E nessuno in alcuna maniera può riempire quella casa solitaria, all'infuori del Grande Solo. Il giorno in cui dirò: «Non si fa nulla con i soldi e nulla con l'onore, nulla assolutamente: vieni Tu », allora potrò dire: «In questa mia casa senza sole e senza stelle Tu sei mio ed io sono tuo». In quel giorno nella stanza nuziale verrà a prendere posto lo Sposo, quel giorno il mio io sarà un successo.

In quel giorno succederà un fatto straordinario: quanto più mi riconoscerò spregevole, tanto più capirò la grandezza del suo amore. Nel percepire la ricchezza del suo amore, vedrò l'amore infinito ed io mi eleverò alla mia grandezza. Se guadagniamo in intelligenza credendoci intelligenti ci inorgogliamo; ma ricevendo amore riconoscendoci spregevoli, gioiremo. Quanto più il vaso si vuota e tanto più si può riempire d'ambrosia. Per questo, quando noi riceviamo amore, non abbiamo nessuna voglia di farci grandi, anzi la nostra piccolezza ci fa tanto piacere. Se capisco che c'è un grande interesse di opposizione nel suo intimo gioco, riconoscendo quella opposizione, posso dire con gioia che in questa terra quanto più io sono piccolo, misero, debole, tanto più l'io-tempio si riempirà e fruttificherà del suo amore. Riconoscendomi misero e debole, sono benedetto del suo amore infinito.

1 gennaio 1909.

 

VOLONTÀ

Sin dal mattino ho cominciato a pensare agli affari del mondo, perché questo è il mio mondo. La mia volontà, per quanto piccola, è il centro di questo mondo. Il mio mondo è dentro ed è fatto di queste volontà: che cosa voglio e che cosa non voglio, che cosa terrò con me e che cosa lascerò andare.

Non c'è bisogno che io mi preoccupi dell'universo intero. Non per la mia volontà si alza il sole, spira il vento e gli atomi - unendosi e separandosi - tengono in equilibrio il mondo. Ma sopra tutti i pensieri, il mio pensiero più grande è di creare qualche cosa secondo la mia volontà.

In mezzo all'universo così grande, proprio al suo centro, non penso sia piccolo il mio tanto piccolo mondo. AI mattino le piccole forze che io raccolgo non hanno da vergognarsi per nulla di fronte alla magnificenza del sole che sorge: anzi, facilmente, vanno avanti dimenticandolo.

Ecco, io posso vedere due volontà che lavorano contemporaneamente: una è la volontà dentro il modello dell'universo e l'altra è la volontà del mio piccolo mondo. Il re regna: pur tuttavia in mezzo al suo grande regno mette altri piccoli re a governare e così può tener cura di tutte le ricchezze del regno, così la sua volontà e il 'Suo comando possono essere presenti in tutto.

Dio ci ha fatti re del nostro io-mondo. Persino lo spazzino della strada è onorato, come tutti gli altri, di questo diritto: di regnare sull'io. Colui che è Volontà ha donato a ciascuno di noi una parte di volontà; e nel documento di donazione ha scritto: «Per sempre »! Cioè, noi possiamo goderci questo dono per sempre.

E noi perdiamo la testa nell'orgoglio dentro il diritto della nostra perpetua volontà. Diciamo che fuori della nostra volontà non vogliamo ascoltare alcuno. Vogliamo gustare la libertà della nostra volontà con una sfrontatezza che oltrepassa ogni limite.

Ma nella verità c'è una verità: la vera gioia non è nella libertà! Il corpo vuole il corpo, la mente cerca la mente e le cose attirano le cose: così la volontà non può stare senza la volontà. Se non si unisce ad un'altra volontà non può arrivare al suo compimento. Dove c'è una necessità, si può fare violenza: così si può prendere con forza il cibo e soddisfare la fame; ma nel campo della volontà, la volontà sta in forma perfetta dove non c'è alcuna necessità, dove non ci sono ragioni; qui non si può fare forza, perché la volontà vuole la volontà. Qui la sete non viene spenta dalle cose, da ingredienti, dal vento della libertà e da nessun potere: qui ci vuole un'altra volontà. Non ci sono doni che si possano accettare se non sono segni della volontà del donatore: il dono prende valore dal valore della volontà. Le cure della madre sono così preziose per il figlio non perché sono cure, ma perché vengono dalla volontà della madre: qui sta la loro gloria. La servitù dello schiavo non soddisfa le nostre aspirazioni: queste mirano al libero dono dell'amico.

Ancora: dove la volontà vuole un'altra volontà, la volontà non può più essere libera. Qui bisogna fare piccola la volontà: noi diciamo, offerta della propria volontà. E non c'è altra sottomissione più grande di questa. Noi possiamo fare lo schiavo, schiavo del lavoro, ma non possiamo costringerlo a sottomettere la sua volontà.

Nella vita il mio più grande padrone è la volontà e il suo più grande lavoro è di unire la sua volontà alla volontà degli altri. Quanto più io posso fare questo e tanto più il regno della mia volontà si espande, il mio mondo si ingrandisce. La vera padrona di casa è colei che sa controllare la sua volontà ed unirla alla volontà dei genitori, dei fratelli e delle sorelle, del marito, della servitù e del prossimo: così crea un'armonia che riempie tutta la vita. Se non si fa serva, non può diventare padrona di nessuno.

Dissi che la caratteristica più pura della libertà nella volontà è la sottomissione: la sottomissione è la più bella immagine della volontà. Se la volontà vuole la libertà nell'orgoglio, non arriva a nulla: la volontà nell'amore si arrende alla sottomissione e arriva a grandi traguardi. La volontà che si esalta e predica se stessa, è vuota. Nel dono di se stessa c'è una forza assoluta, c'è nascosto il nostro fine.

Nella ricerca della volontà, di un'altra volontà, fatta solo per forza, non c'è gioia. È quello che vediamo chiaramente in Dio. Egli vuole le nostre volontà e per questo ci ha creati con la volontà, non ci ha legati completamente alle leggi dell'universo. Ha messo tante belle cose nel regno dell'universo, solo non ha messo una cosa: la mia volontà. E dopo avercela donata non ce la strappa via; viene a chiedercela, cercando di convincere il cuore. E questa è una cosa che io posso dare veramente. Se Gli do fiori, i fiori sono suoi; se Gli do acqua, l'acqua è sua. Solo se do la mia volontà, posso dire che questa è cosa mia.

Il Dio dell'universo infinito per avere la mia volontà più e più volte, tutti i giorni, viene e va dalla mia porta. Qui ha fatto piccolo il suo splendore, perché qui sta il segreto d'amore. Egli venendo qui manifesta il suo tesoro di amore: proprio qui, nel regno della volontà, perché dove si può manifestare completamente la volontà se non nella volontà? Egli dice: «Non datemi regni, ma datemi amore »!

Bisogna darti amore, ecco perché metti sottosopra tante cose nel mondo. In me hai teso le reti del gioco meraviglioso dell'io: mi hai dato il tesoro della volontà e poi tendi la mano davanti a me per richiederla.

3 gennaio 1909.