PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978

 

I II III IV V VI VII
Bellezza
La verità della preghiera
Legge
Tre
Indipendenza
Natura
Avere
Intero
Lavoro
Potere

BELLEZZA

Dio è verità! Siamo costretti a confessare questa verità. Se non confessiamo la verità, noi non possiamo salvarci. E noi possiamo vedere la verità da per tutto, nel mare, nella terra e in cielo.

Ma Dio non è solo verità, è anche immortalità, gioia. Dove lo possiamo vedere gioia?

Ho già fatto cenno a questa cosa: la natura della gioia è libera. Su di essa non c'è costrizione, non c'è conto. Questa è la ragione per cui nei giorni di festa si rilassano i legami di tutti gli altri giorni: sleghiamo il nostro interesse, dimentichiamo le nostre necessità, lasciamo la divisione dell'egoismo, disprezziamo le paure nere del mondo e così si crea uno spazio dentro la nostra casa, dove è possibile la manifestazione della gioia. La verità ubbidisce ai legami, ma la gioia non vuole legami.

Possiamo vedere l'immagine della verità nella natura dell'universo, nelle leggi: l'immagine della gioia nella bellezza. Conoscere la verità è necessario, ma non è altrettanto necessario conoscere la gioia. È saputo che al mattino alla levata del sole viene la luce e la luce è necessaria al nostro lavoro; ma non ne viene alcuna perdita al nostro lavoro se non vediamo e non conosciamo la bellezza e la tranquillità dell'aurora.

L'acqua, la terra e l'aria ci legano in diversi modi; ma l'acqua, la terra e l'aria, che con i loro colori, profumi e canti ci presentano una grande varietà di bellezze, non ci obbligano in alcun modo. Se se ce andiamo avanti senza guardare verso di loro, vedendo la nostra indifferenza non ci maledicono.

Allora, osserviamo che noi siamo legati nei luoghi della verità del mondo, ma siamo liberi nei luoghi della bellezza. Per mezzo della ragione possiamo dare prova infallibile della verità, all'infuori della nostra gioia non possiamo dare alcuna altra prova della bellezza. La dea della fortuna in silenzio andrà da colui che esultante dirà: «lo voglio la tua bellezza »! Non c'è alcuna legge che possa far arrendere alle necessità della bellezza.

Dio non ci chiede alcuna tassa o pedaggio per tutta la smagliante bellezza che c'è nell'universo: Dio vuole la nostra libertà. Dice: «Ci sia gioia in me e in te! Tu stesso accoglimi »!

Dissi che c'è un cammino di felicità nel tempio straordinario del nostro intimo «io », che comprende la visione di tutto il mondo. Ci sono le orme dei suoi piedi nell'azzurro del cielo, nel verde della foresta, nel profumo dei fiori. Se qui fosse venuto in vesti da re, io certo mi sarei inginocchiato davanti a Lui e mi sarei facilmente sottomesso. Ma Egli viene vestito d'amico in punta di piedi, viene tutto solo: assieme a Lui non vengono soldati con le lance in mano, né viene alcuno suonando la tromba della vittoria. Se la porta è chiusa, non vuole essere Lui a rompere il sonno del peccato.

Così però non può andare: se non c'è la paura del castigo e se il disgraziato non vuole riconoscere i diritti dell'amore, dovrà restare per tutta la vita schiavo e schiavo morirà. Possibile che non abbia ricevuto la notizia che la vita dell'uomo è una vita di gioia? Dove gli occhi del sole e delle stelle non possono arrivare, nella dimora nascosta del cuore, dove nessun amico per quanto intimo può entrare, è pronto un trono, solo e tutto per Lui. «Apri la porta e accendi la tua lampada »! Come all' aurora vediamo tutto chiaro, così la sua luce mi avvolga tutto perché io possa capire in modo tangibile che la sua gioia, la sua volontà, il suo amore abbracciano intimamente e tutta stretta la mia vita. Ha fatto il proposito di non farci vedere per forza la sua immagine di gioia, anche se deve ritornarsene tutti i giorni, anche se tutta la preparazione di bellezza di tutto l'universo di ogni giorno sarà vana. Egli non ci fa violenza. Il momento in cui il mio amore si risveglierà, il suo amore non starà nascosto per un momento. In quel giorno il mistero della separazione, per il quale io, essendo io, ho vagato dentro la morte, nel dolore, di porta in porta, verrà rivelato.

4 gennaio 1909.

 

LA VERITÀ DELLA PREGHIERA

Qualcuno dice che nella contemplazione non c'è alcun posto per la preghiera: la contemplazione è solo visione, percezione dell'intelletto, della natura di Dio.

Accetterei questa affermazione se non vedessi nel mondo alcuna manifestazione di volontà. Noi non preghiamo il ferro, né preghiamo la pietra: noi facciamo la nostra preghiera a chi ha volontà.

Se Dio fosse solo verità e si manifestasse solo attraverso le sue leggi infallibili, non ci verrebbe neppure in mente di pregarlo. Ma Egli è volontà è gioia, è amore; perciò noi non lo conosciamo soltanto attraverso la scienza, ma Lo conosciamo anche attraverso la volontà come volontà, come gioia.

Ho già detto che nel mondo noi abbiamo ricevuto un segno della volontà: la bellezza. La bellezza tiene sveglia la nostra volontà e si basa sulla volontà: per questo noi nel campo dell'amore usiamo la bellezza come sua materia, ma non nel campo della necessità. Il nostro ornarsi, il canto, la bellezza sono dove la volontà si accorda alla volontà, la gioia si unisce al1a gioia. Il Dio dell'universo ha raccolto senza necessità tanta ricchezza nel suo mondo che il cuore sente il mondo come campo dell'unione, altrimenti tanti ornamenti e preparativi sarebbero inutili.

C'è una cosa che il cuore deve capire nel mondo e di cui non può fare a meno. Da una parte c'è la luce per l'occhio, c'è la verità per l'intelligenza, c'è l'intelletto per il quale abbiamo la ragione. Così d'altra parte che cosa c'è in noi che si adatti il cuore? Gli Uponissod hanno dato una risposta a questa domanda: «Dio è amore, è gioia »!

Prima ho accennato che noi possiamo procurarci le cose necessarie con la forza, con la ragione, con la scienza; ma nel campo della gioia, la forza e la ragione possono soltanto arrivare sino alla soglia, qui si fermano: devono stare fuori. Con la gioia, la vera relazione, dentro la stanza nuziale, è nella libertà. La forza non si confà aUa gioia: qui c'è solo felicità.

In me l'abitazione della -libertà è il cuore. Questo mio cuore capriccioso è basato sul vuoto, si nutre sulla bugia, cammina sulla inutilità e vanità? Allora questo strano portento da dove è venuto? In mezzo al mondo c'è forse soltanto inganno? E questo inganno è il mio cuore?

Mai più! Il nostro cuore capriccioso è legato al battito della volontà vitale di tutto l'universo. Prendendo da qui la linfa della gioia, resta la vita; altrimenti la vita se ne va. Non vuole il cibo o il vestito e neppure la scienza: vuole l'immortalità e l'amore. Quello che vuole 11 mondo è poco, ma quello che Egli vuole è sublime, altrimenti il nostro cuore sarebbe stato creato solo per sbattere contro una porta chiusa e per morire.

Infatti il nostro cuore conosce certamente se stesso e nell'infinito ha una soddisfazione piena. La volontà non guarda solo verso se stessa, ma anche verso gli altri: non potrebbe stare un momento senza gli altri; se non lo facesse non le resterebbero neppure tanta aria e tanto respiro quanto per trattenere l'anima in vita. Gli Uponissod hanno dichiarato assai decisamente: «Se per l'aria non ci fosse questa gioia, chi accetterebbe le fatiche del corpo, e chi avrebbe il coraggio di vivere ancora»? Egli ci dà gioia.

La preghiera fa da ambasciatrice tra una volontà e l'altra. L'angelo della preghiera se ne sta sollecito in mezzo alla separazione di due volontà. Per questo con tanto coraggio Vaisnava ha detto: «Le diverse melodie del flauto di Dio, che risuonano nelle varie bellezze del mondo, non sono altro che preghiera fatta da Dio per noi ». Con queste ineffabili melodie Egli chiama il nostro cuore ed è perciò che queste melodie della bellezza risvegliano le pene della separazione.

Dove con dolci suoni Dio domanda la nostra volontà, Egli lascia da parte la sua potenza. Con questa infinita potenza ha legato, e con grande successo, tutto il sistema solare, ma qui non c'è neppure l'indizio, neppure un cenno di questa potenza. Il flauto continua a suonare con voce tenera e dolce, in diversi suoni. È un richiamo senza fine.

A tale richiamo non si dovrà risvegliare anche la mia preghiera? Stesi sulla polvere, la separazione non ci farà piangere? Dall'esilio triste della morte e dalle false tenebre del tempo del nostro viaggio verso l'appuntamento, la fiammella tremante della nostra preghiera ci farà vedere la via del cammino.

Finché avremo un cuore, finché il Dio dell'amore orna il mondo - dimora della gioia e della bellezza - come potranno terminare le nostre pene se noi non ci uniamo a Lui? Come può essere rigettata la preghiera che l'uomo fa sommerso da tanti dubbi e sofferenze?

La nostra preghiera è come il loto timido che, aprendosi attraverso le acque, porta la sua faccia verso la luce. Il loto esce dal giaciglio limaccioso dei fondali e la preghiera dal giaciglio limaccioso dell'animo dell'uomo nell'universo. La preghiera, svelando la sua bellezza profumata e lavata dalle lacrime, dice: «Fammi andare dalle falsità alla verità, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita ». Chi può dire che l'offerta di questa preghiera totale del cuore umano è una preghiera infruttuosa?

5 gennaio 1909.

 

LEGGE

Parlando di volontà, di amore e di gioia, un'altra domanda viene a picchiare alla mente. Allora perché tanta disciplina, tanti legami? Perché non ricevo quello che domando e casca sulle mie spalle quello che non domando?

La risposta viene non dalla ragione ma dalla fede dell'uomo. Colui che mi ha creato diventerà certo amico e, se in me non trovasse gioia, io non potrei sussistere. Il Creatore è incomparabile: è Padre, è Amico, è Provvidenza. Perciò per qualsiasi legge non c'è d'aver paura.

Il valore della legge non è capriccio, non è disordine: agire oggi in un modo e domani in un altro, con me in una maniera e con l'altro in un'altra maniera non sarebbe legge, perché la legge è universale.

L'universo è stato intrecciato, dalla polvere della terra alle stelle del cielo, da un solo filo ininterrotto: la legge. Se per mia convenienza o per mio capriccio dico: «Strappa il filo della tua legge da questo punto, in suo posto dammi una legge diversa da tutti gli altri », sarebbe come dire: perché nel passare nel fango il mio vestito s'è macchiato, si deve strappare il filo che unisce la corona di gioielli dell'universo e gettare nel fango tutti, il sole e le stelle.

La legge non è di nessuno in particolare e neppure di alcuna parte particolare del tempo. Ciascuno di noi è legato al tutto, unito alle leggi dell'universo e non possiamo essere separati da nessuno in alcun modo. Gli Uponissod dicono: «Iddio ha stabilito le sue leggi dall'eternità, tutto in maniera stabile ». Alla radice della legge c'è l'eternità: la legge è da principio per tutta l'eternità e non può essere divisa o separata. La scienza moderna non ha detto altro di più chiaro e sicuro circa le leggi dell'universo.

Se Dio si sedesse soltanto sopra il trono ferreo delle leggi infallibili, allora noi diventeremmo come legno o pietra, come polvere o sabbia: saremmo prigionieri legati alle catene. Ma Dio non è soltanto Legislatore, è anche Amico.

Vedo Dio Legislatore in tutto l'universo, dove lo posso vedere Amico? La rivelazione dell' amico non viene nel campo delle leggi, ma avviene dentro di me nel campo dell'amore. E fuori di qui, dove si può manifestare Amico?

Il campo di lavoro di Dio è in mezzo alla natura dell'universo: il tempio della felicità dell'Amico è dentro l'anima; da una parte domanda tasse e da un'altra parte prepara doni per l'amico; da una parte, con l'aiuto della verità, deve arrivare al bene, e dall'altra, attraverso il bene, deve elevarsi alla bellezza.

Dove la volontà di Dio si manifesta come legge, si chiama natura e dove la volontà di Dio si manifesta come gioia, si chiama spirito. La religione della natura si chiama legame, la religione dello spirito si chiama libertà. Questa verità e questa gioia, legame e libertà, sono la sua mano destra e la sua mano sinistra. Dio con queste due braccia ha abbracciato stretto a sé l'uomo.

Le leggi universali di Dio, dove io sono uguale alle pietre, alle piante e ai mattoni, non mi lasciano staccare un momento e in nessuna maniera dalle cose comuni, ma dove io sono individuo particolare, nel campo della mia indipendenza, la gioia particolare di Dio non mi permette di unirmi agli altri. Il Legislatore mi ha fatto di tutti, l'Amico mi ha fatto per sé. Il materiale per tutti è la mia natura ed il materiale suo proprio è la mia anima.

6 gennaio 1909.

 

TRE

Nella direzione della natura la legge, nella direzione dello spirito la gioia; ci uniamo alla legge attraverso la legge, alla gioia attraverso la gioia.

Se dalla parte, dove io sono di tutti, della natura dell'universo, non mi sottometto alle leggi, io mi frusto continuamente e creo grande confusione. Anche dimenticando un piccolo granello di sabbia non posso ricavare nulla da lui, se io mi adatto alla legge, lui si adatta alla mia.

Perciò il primo nostro dovere deve essere quello di imparare le leggi della natura e di sottomettermi ad esse. In questa educazione noi veniamo a conoscere la verità.

Colui che è il fine di questa educazione, Dio, è la nostra pace. Dove c'è rottura della legge, dove una legge non si confà ad un'altra legge, esistono solo dispiaceri. Dove troviamo perfetta unione, troviamo la percezione completa di Colui che è la pace.

Quale essenza di Dio possiamo noi vedere nella natura? La sua essenza di pace. Chi vede piccolo, vede solo disordine; chi vede grande, vede pace. Se la legge venisse meno, se la legge non fosse eterna e ben stabilita, in un momento tutto l'ordine dell'universo andrebbe in rovina, comincerebbe una danza pazza di distruzione senza significato e senza scopo. Nell'universo la contraddizione vittoriosa spezzerebbe con le sue zanne e con i suoi denti tutte le cose. Ma, guardiamo: in mezzo a tanto eccitamento del sole e delle stelle, nel trono delle leggi stabili regna una grande pace. L'essenza della verità è la pace!

Verità e pace sono felicità. Perché Dio è pace, abbraccia tutti, salva tutti, tutti trovano in Lui un rifugio sicuro. Anche noi, se non siamo disciplinati, dove non riconosciamo la verità e dove non camminiamo difendendo la verità, troveremo, fuori e dentro di noi, solo dispiaceri. Una legge che non si confà alle altre leggi porta disordine.

Colui che è bene si manifesta sempre uguale; e dove c'è bene ci sono gioia e amore: qui Dio è unito a tutti. L'unione con Lui viene solo nel bene; nel male viene solo contrarietà, divisione e spiriti cattivi.

Nel nostro paese c'erano un tempo tre eremi: il celibato, la famiglia, la contemplazione. Sono fondati ad immagine di Dio, che è pace, bene e unione.

Per mezzo del celibato noi possiamo acquistare nella vita la pace e così essere pronti, attraverso la vita della famiglia, a gustare il bene; altrimenti la vita familiare diventerebbe una miniera di mali. Se nel mondo noi potessimo far regnare il bene, sarebbero rimossi tutti gli interessi e capiremmo come la vera religione dell'unione sia basata sul semplice dono di se stessi. Solo dopo tutto questo, può essere possibile l'unione dell'amore, senza alcun ostacolo, con il puro spirito, che è Uno e senza divisione. All'inizio c'è la conoscenza della verità, nel mezzo c'è la conoscenza del bene ed infine la conoscenza della felicità. Prima l'intelligenza, poi il lavoro, infine l'amore.

Così è la formula della nostra preghiera: «Portami dalle falsità alla verità, dal peccato alla virtù, dall'indifferenza all'amore. Allora, o Rivelazione, Tu sarai la mia rivelazione; allora, Tu Potente, guarderai con occhio benigno alla mia vita ».

Ma neppure la verità, neppure il bene sono l'ultima cosa: l'ultima cosa è l'unione. Il fine non è nella natura dell'universo, né nella natura della società: il fine è nel puro Spirito. È il messaggio dell'India! Questo messaggio faccia fruttificare la nostra vita! Questa sia la nostra preghiera.

6 gennaio 1909.

 

INDIPENDENZA

Si può dire che Dio ha dato indipendenza solo all'uomo ed è invece una sola cosa unito alla natura? No, Egli ha una indipendenza dalla natura; altrimenti non potrebbe compiere alcun lavoro con essa.

Questa è la differenza, che l'uomo conosce la sua indipendenza, e non soltanto questo, ma sa anche che questa sua indipendenza non è di disonore, ma di gloria. Quando il figlio cresce in età e il padre dà parte dei suoi beni al figlio, rende il figlio indipendente. Questa spartizione di beni non è un rimprovero per il figlio, anzi in questa separazione il figlio vede un affetto particolare del padre. L'uomo non può dimenticare la grande gloria della indipendenza.

L'uomo stesso esercita il diritto della sua indipendenza gloriosa. La natura non ha questa possibilità non sa che cosa ha ricevuto.

Come Dio ha reso indipendente la natura? Dandole la legge.

Se Dio non avesse resa indipendente la natura con la legge, non ci sarebbe stata alcuna unione con la sua volontà. Da soli non si può avere nessuna via verso alcun destino.

La persona che sin dall'inizio del suo gioco vuole usare la volontà, prima di tutto si oppone alla sua volontà. Come? Creando delle leggi. Infila ogni perla dentro la legge. La legge non è veramente dentro la perla, ma dentro la volontà di chi vuol giocare. La volontà stessa si dà le proprie leggi e le applica a se stessa: così il gioco diventa possibile.

Dio ha sparso nell'universo intero tante leggi: la legge dell'acqua, la legge della terra, la legge dell'aria, la legge della luce, la legge della mente. Noi chiamiamo limite tutte queste leggi. Il limite e la natura non ci sono stati messi così da un qualsiasi posto sopra la testa. La volontà di Dio stesso ha stabilito il limite e la natura dentro se stessi; altrimenti la volontà resterebbe oziosa, senza lavoro. Invece Colui che è infinito è diventato la miniera del finito, e soltanto per suo volere, per la gioia. È la ragione per cui gli Uponissod dicono: «Le forme della sua rivelazione sono di gioia, un volere in forme visibili. La volontà è legata al finito, si è legata in modo visibile ».

Se soltanto attraverso la legge e il finito, Dio avesse organizzato il mondo, certamente il mondo non avrebbe affatto preso la forma. Ci sarebbero stati solo innumerevoli disordini e separazioni: fuori di numeri non ci sarebbe stato altro da sapere e da conoscere.

E qui c'è un'altra cosa che per sempre ha sorpassato l'antica separazione. Cos'è? È la forza. La forza di Dio, lavorando in tutte le cose materiali, ha legato a ciascuna di esse una intenzione. Dentro i pezzi degli scacchi, tutti indipendenti e pur legati ad una legge, la forza del giocatore consacra un gioco di un disegno particolare.

Per questo i mistici hanno chiamato Dio: Poeta. Come il poeta riduce alla sua volontà e fa obbedire alla sua forza la lingua indipendente, creando ritmi piacevoli, arricchendola con significati meravigliosi, così Egli, usando la forza e unendola a tante cose, ha fatto fiorire in mille colori un significato che era nascosto. Altrimenti tutto sarebbe rimasto incomprensibile.

Attraverso «la forza che unisce », la forza deve unire. Dio, attraverso questa unione, attraverso il finito, si è unito alla natura fatta di tante separazioni. La sua forza, rimanendo in mezzo alle diversità finite della legge, ha creato una poesia universale meravigliosa, assieme alla terra oltre la terra, assieme alla bellezza oltre la bellezza, assieme al tempo oltre al tempo.

Così Colui che è infinito ha espresso se stesso nel finito. Colui che è fuori dal tempo ha rivelato se stesso attraverso il tempo. Questo grande mistero meraviglioso è chiamato dagli scienziati evoluzione. Colui che è in se stesso sufficiente, attraverso l'ordine ha dato una immagine varia della sua volontà, ha composto il mondo, Egli ha creato la storia umana.

Nella natura il limite della legge si chiama separazione, e nell'anima il limite dell'io si chiama separazione. Se Dio non avesse stabilito questo limite, non sarebbe stato possibile in alcuna maniera il gioco dell'amore. Egli fa il suo amore dentro l'indipendenza della vita. Il campo della sua potenza è la natura dentro la legge, e il campo del suo amore è l'anima dentro l'io. Non si può rimproverare l'io d'essere il limite dell'anima. Il puro Spirito ha piantato il limite dentro la sua stessa gioia con l'io dell'anima: altrimenti la sua gioia non avrebbe alcun frutto.

Se nell'io la cosa più importante fosse la separazione, non ci sarebbe di anima in anima base per combatterla e tra le anime non ci sarebbe alcun punto di contatto. Ma l'amore lavora per far sorelle tutte le anime; unendo l'uno all'altro ha risvegliato l'indipendenza nascosta di ciascuno. Altrimenti l'indipendenza dell'anima sarebbe senza significato.

Rimane ancora un mistero meraviglioso. La gioia perfetta ha fatto fiorire il gioco della propria gioia attraverso l'imperfetto. Questa manifestazione d'amore viene avanti tra luci ed ombre, attraverso gioie e dolorì, unioni e separazioni. Sotto i colpi e le ferite dell'interesse e dell'ignoranza, per vie tortuose, ingrandendosi, abbattendo piccoli e grandi attaccamenti e indifferenze, il fiume dell'amore dell'anima fluisce e si unisce all'oceano dell'amore. Il loto dell'amore sullo stelo del loto dell'io compie il gioco della fioritura strappando uno dopo l'altro i petali dell'anima della casa: dalla casa alla società, dalla società alla patria, dalla patria all'uomo, dall'uomo allo spirito, dallo spirito al puro Spirito.

8 gennaio 1909.

 

NATURA

La natura è il campo della potenza di Dio e l'anima è il campo del suo amore: così abbiamo detto. Nella natura attraverso la potenza Egli ha proclamato se stesso nell'anima attraverso l'amore Egli ha dato se stesso.

La maggior parte degli uomini non può camminare tenendo lo stesso peso nelle due parti. Qualcuno si dedica più alla contemplazione della natura e qualcuno si dedica più alla contemplazione dell'anima. Tutto ciò ha manifestazioni diverse nei diversi popoli della terra.

Coloro che contemplano nel campo della natura guadagnano potenza, ingrandiscono le loro ricchezze, ingrandiscono il loro regno e le loro cose. Ricevono la grazia della fortuna e fanno buoni profitti.

Essi scontrandosi l'un contro l'altro per diventare grandi in tutte le cose hanno un gran vantaggio: il miglior guadagno dei migliori di loro è una certa etica, una regola religiosa.

Perché, per diventare grandi e potenti, bisogna unirsi a tanta gente. Il successo della potenza si basa sul fatto di questa unione. Ma se si vuole unirsi in modo grande, in maniera permanente, in maniera perfetta, bisogna confessare una legge: la legge del bene, che è la legge dell'universo, una regola religiosa. Se confessiamo questa legge, tutto l'universo sarà favorevole; e dove si confessa questa legge, tutto il mondo ci colpirà. A volte a forza di un colpo dopo l'altro, tra le spaccature che non si vedono, arriva la rovina e dopo tanti giorni di successo ci si trova a terra.

Coloro che lavorano nel campo della potenza, scoprono facilmente le leggi. Sanno che la legge è la base della potenza, sia in relazione con Dio che con gli uomini. Dove io non osservo la legge, io abbandono la forza. Chi nel suo lavoro non ha legge, è un padrone imbelle. Nel regno, dove non si osservano le leggi, c'è un governo debole. L'intelligenza che non vede leggi nei fenomeni umani, in tutte le cose della vita è labile, infruttuosa, sconfitta.

I veri adoratori dell'energia, nella loro intelligenza, confessano la legge, la vedono nell'universo e l'ammettono nel lavoro. Per questo essi possono creare l'unità, possono costruire, possono guadagnare. Così tanto più essi diventano veritieri e tanto più creano ricchezza.

Ma qui c'è il pericolo: molte volte essi pensano che queste regole di religione siano l'ultimo traguardo dell'uomo. Essi sanno che la cosa più cara è quella con il cui aiuto si può lavorare, si può guadagnare forza e progresso. Possono credere che la verità scientifica sia la suprema verità e possono credere che la regola religiosa che si rifugia nel lavoro sia la suprema realtà.

Ma coloro che credono di restringere tutto il loro avere nel campo dell'energia, ricevono sì la ricchezza, ma non ricevono Dio. Perché Dio si è nascosto dove ha rivelato le sue ricchezze.

Chi può, attraverso l'oceano infinito delle ricchezze, arrivare a Dio? Le ricchezze non sono uno scopo e l'energia non ha fine. Così in questa via bisogna camminare continuamente da un «uno» senza fine verso un'altra direzione. Camminando su questa strada l'uomo continua a dire: «Dio non esiste, c'è solo quello che vedo: c'è e ci sarà ancora »!

Se noi non diventiamo come Dio, come possiamo percepirlo? Per quante ferrovie facciamo e per quanti pali di telefoni piantiamo, nel campo della potenza stiamo infinitamente lontani da Dio. Se poi siamo altezzosi e cerchiamo di sfidarlo, sorpassando i nostri diritti e possibilità, saremo maledetti come Bescai (un dotto orgoglioso) o distrutti come il regno che si era creato Bissomitro (un imperatore che pretese di combattere contro i bramini).

Per questo tutti i mistici della terra hanno detto che per i ricercatori delle ricchezze è molto difficile vedere Dio. Di inganno in inganno vanno avanti, faticando senza fine, camminando su una via senza termine.

Perciò fuori di Dio, nel campo della potenza, non c'è un posto dove noi possiamo fare alcun guadagno. Non c'è nessun ingegnere o scienziato che possa penetrare anche un piccolo granello di sabbia ed arrivare dove Dio è nascosto. Colui che nel campo della forza vuole competere con Dio è come Orgium (eroe del Mohabharot, libro indiano di epica sacra) che in incognito vuol colpire con le sue frecce Mohadeb (divinità del Mohabharot): quelle frecce non lo possono neppure toccare.

Nel campo della forza noi possiamo vedere due immagini di Dio: l'immagine di Onnopurna (divinità delle messi), attraverso i tesori di questa immagine noi nutriamo le nostre forze. L'altra immagine del fuoco di Kali (la dea Kali ); questa immagine rapisce le nostre forze limitate: non permette in alcuna maniera che le nostre forze arrivino all'estremo limite, né nei soldi, né nella fama, né in alcun altro campo dei nostri desideri. I grandi imperi vengono distrutti, i resti di grandi ricchezze andranno sparsi a terra come le bucce della noce di cocco. Qui il volto del vivere è bello, sorridente, glorioso, ma il volto della partenza è pieno di tristezza e di terrore: è più vuoto del vuoto, è la fine della pienezza.

Qui il ricevere e il lasciare non sono definitivi: il ricevere e l'abbandonare sono solo un vortice. Il campo della partenza non è un campo permanente per l'uomo. Qui non c'è un posto dove l'uomo arrivando possa dire d'essere arrivato.

9 gennaio 1909.

 

AVERE

Coloro che lavorano nel campo della potenza parlano di un progresso infinito. Essi danno importanza al moto perpetuo, non alla esistenza perpetua; parlano di azione eterna, non di interesse eterno.

Questa filosofia morale è il loro tesoro supremo: una morale da portare con sé, un viatico nel cammino. Coloro che accettano la via accettano anche la suprema validità della morale: non pensano al viatico della casa, perché, accettare o non accettare la casa alla quale l'uomo mai potrà arrivare, è la stessa cosa, e non c'è alcuna perdita non chiamare progresso il progresso infinito.

Dicendo questo i devoti della potenza godono, perché questo è un culto di potenza. Nel guadagno il lavoro della potenza finisce e ci getta nelle tenebre dell'inerzia. In realtà la gloria delle ricchezze materiali sta nel non tenerci fermi in alcun guadagno, ci trascinano sempre avanti.

Finché ci rimane la potenza, le ricchezze non ci lasciano in pace. Prima che arrivi la rovina possiamo sentire che l'uomo dice: «lo ho ricevuto quello che ho desiderato »! Allora sacrifica la religione della strada e accoglie la religione del radunare; allora non guarda più avanti, comincia a preoccuparsi come difendere e come spendere quello che ha ricevuto.

Ma le cose del mondo soltanto vanno, soltanto ci fanno andare. E tu qui o te ne vai o muori. Qui chi dice: « lo ne ho abbastanza: io costruirò la mia casa su questo », è già naufragato.

Possiamo vedere anche nella storia delle grandi nazioni che a un certo punto hanno detto: «Ora siamo arrivati alla pienezza, ora immagazzineremo, proteggeremo, faremo i conti e godremo ». Esse non credettero più a nuove realtà, hanno offeso e messo in ridicolo le eredità morali della loro avanzata credendoli deboli. Pensarono: «Non ne abbiamo più bisogno: ora siamo forti, siamo vittoriosi, siamo stabiliti ».

A nessuno è nascosta la condizione di chi vuol mettere le fondamenta sopra una corrente d'acqua: affonderà! E quante nazioni sono affondate!

Sempre progresso, sempre movimento senza fine: questa è la ragione per la quale è nato un fatto bello. Perché l'uomo ha visto che fermarsi nel mondo vuol dire morire. Coloro che hanno percepito questa legge hanno sconfessato l'immobilità e il guadagno.

Quale più grande disgrazia ci può essere per gli uomini di quella d'avere un cammino senza fermata, un lavoro senza guadagno? Accecati dalla follia dell'orgoglio di gloria si può dire questa parola; ma il nostro intimo spirito mai potrà dare pieno consenso a questa affermazione.

La ragione è che in un posto c'è per noi un mezzo di avere. È dove Dio, Egli stesso, permette d'essere preso. Lì noi possiamo trovare Lui, perché lì Egli stesso si vuole dare.

Dove lo troveremo? Non fuori, non nella natura, non nella scienza e non nella potenza: lo troviamo nell'anima. Perché qui Egli trova gioia, trova amore. Egli vuole donarsi qui. Se c'è qualche difficoltà per questo, non è dalla sua parte, ma dalla nostra parte.

Nell'avere, in questo amore non c'è oscurità, né inerzia; questo è veramente il più alto guadagno: noi non periremo come gli elementi materiali della morte. Il perché lo abbiamo detto qualche giorno fa. In materia di ricevere il potere, il potere stesso diventa inerte; ma nel ricevere l'amore, l'amore non resta inattivo, anzi la sua attività attenta si fa più profonda.

Dio si fa prendere nel campo dell'amore da noi e in questo farsi prendere non diventa piccolo davanti a noi. La gioia di riceverlo fluisce dentro e questo ricevere ci rinnova continuamente.

Anche tra gli uomini, quando il vero amore diventa vigile nell'acquistare l'oggetto dell'amore, è un guadagno senza fine. E che possiamo dire di Dio? Gli Uponissod hanno detto: «Colui che conosce la gioia di Dio, l'amore di Dio, non ha più alcuna paura». Quindi l'uomo può ricevere una tale cosa che gli può servire per tutta l'eternità.

L'India si è preoccupata molto di ricevere questa cosa. Per questo l'India ha detto per bocca di Moitrei: «Che me ne faccio delle cose che non mi servono per l'eternità »? Così l'India, più che la morte, ha desiderato l'eternità.

Se guardiamo dal di fuori coloro che hanno desiderato queste cose, non sembrano certo dei grandi. Dove sono i loro tesori, dove le loro bellezze?

Quelli che hanno avuto successo nel campo del potere, lo hanno avuto facendosi grandi; e coloro che hanno avuto successo nel campo dello spirito, lo hanno avuto rinnegando se stessi. Perciò chi è piccolo è felice: non ha tenuto nulla di cui si possa inorgoglire. Colui che si umilia davanti a Dio, potrà ricevere Dio in modo completo.

Per questo preghiamo tutti i giorni, affinché Ti possa riverire, possa umiliarmi e non tenga dentro di me alcun risentimento:

« Nel mondo Tu sei Re di gloria infinita:
nel cuore sei Padrone: rubacuori!
Prostrato ai tuoi piedi
l'azzurro del cielo formato di luce,
le regioni infinite, tremanti
camminano sulla via delle leggi.
Nascosto dentro il cuore,
Tu sei volto benigno,
pieno d'amore, splendore candido.
Nel cuore del fedele veramente
fluisce la linfa della tua grazia:
senza esitare, dà i tuoi doni
all'uomo povero ».

10 gennaio 1909.

 


INTERO

Colui che ci ha risvegliati questa mattina ci ha risvegliati da tutte le direzioni. La luce, venuta a rifiorire, illumina anche il nostro campo di lavoro e anche il campo dell'intelligenza: illumina anche il campo della bellezza. Per le diverse vie Egli ha mandato diversi ambasciatori: la sua ambasciatrice è scesa davanti a noi, ambasciatrice di tutte le vie.

Il nostro processo di comprensione è tale che non possiamo capire e vedere in modo completo, in un momento, la verità. Prima la vediamo nelle parti e poi nell'insieme. In questa maniera, vedendo la verità nelle parti, ci sbagliamo facilmente al vederla nell' insieme. Nella prospettiva della pittura le cose lontane vengono dipinte piccole e le cose vicine grandi. Se non fosse così, noi penseremmo che la pittura non è reale. Ma il tutto nella realtà non ha né vicino, né lontano, tutto è ugualmente vicino. Perciò noi che vediamo piccolo il lontano e grande il vicino, dobbiamo aggiustare le cose nell'insieme della verità.

L'uomo, anche se cerca di vedere tutte le cose insieme, vede il tutto, in una nebbia, prima in parti e poi cerca di metterle insieme nel tutto. Per questo, vedere soltanto la parte e rinnegare il tutto è una tremenda passività; e ancora se guardiamo solo al tutto e mettiamo in un angolo una parte, si crea solo vuoto.

Da qualche giorno noi abbiamo parlato sull'indipendenza nel campo della natura e nel campo dello spirito. Se non facessimo così, noi non potremmo vedere la loro immagine chiara. Quando abbiamo conosciuta chiara ogni cosa, arriva il tempo di correggere un grosso sbaglio. Se non vediamo questi due campi insieme, ci sarebbe un pericolo.

Non dobbiamo lasciar cadere i nostri ideali dove essi hanno trovato una piena armonia della natura e dello spirito. Non dobbiamo creare divisioni con la falsità, dove nella verità tutte e due hanno una parentela. Non dimentichiamo che costruire un muro con le sole parole, con le discussioni, con le illusioni, è solo una realtà materiale.

Come l'Est e l'Ovest sono posti in un globo indivisibile, così la natura e lo spirito sono indivisibili. Se tra essi ne dimentichiamo uno, noi pecchiamo contro il tutto e pagheremo con il castigo questo peccato.

L'India si è così inclinata verso lo spirito che ha perduto il valore della natura, per cui ancor oggi deve pagarne il tasso sino all'ultimo centesimo. Quasi quasi ha dovuto vendere tutta se stessa. Questa è la ragione per cui l'India ha perduto tutto il suo splendore, come il cervo da un solo occhio non sapeva che da dove egli non vedeva, da quella parte era arrivata la freccia fatale del cacciatore che l'ha colpito. L'India aveva l'occhio cieco dalla parte della natura: la natura le ha lanciato la freccia mortale.

Se tutto questo è vero, i popoli dell' Occidente, che sono veramente impazziti per aver avuto la completa vittoria nel campo della natura, un giorno dalla parte dell'ani. ma saranno colpiti in un punto vitale dall'infallibile arma della sconfitta.

Coloro che hanno l'unità nella radice, ma poi vengono divelti da quella radice che unisce, non soltanto si separano, ma diventano nemici gli uni degli altri. Quelli che vivono intimamente sotto le facili attrazioni dell'unione, nella separazione, sono attirati dai colpi della distruzione.

Orgiun e Borno erano fratelli uterini. Se non si fossero dimenticati di essere tutti e due figli di Cunti, non sarebbe avvenuto tra di loro un sacrificio tremendo. Perché avevano dimenticato quel legame alla radice, essi si sono detti: «O muoio io o muori tu »!

Così, se nei nostri ideali ci basiamo troppo sulla natura, oppure sullo spirito, dentro di noi la natura e lo spirito si combatteranno ferocemente. La natura dirà: «Muoia l'animo ed io viva »! Lo spirito dirà: «Muoia tutta la natura, comanderò io solo»! Allora le persone del gruppo della natura cercheranno di ingrandire le loro opere e le cose, senza devozione e senza riposo, senza termine. D'altra parte le persone del gruppo dello spirito chiuderanno tutte le provvidenze della natura, toglieranno lo studio del lavoro e cercheranno in varie maniere, con violenza astuta, di sradicare completamente la natura. Non sanno che il bene dell'anima è legato alle stesse radici.

Sono tutti e due di stretta parentela, grandi compagni, e l'uomo separandoli li fa due nemici mortali. Non ci può essere inimicizia più grande, perché tutti e due di suprema potenza.

Perciò, come abbiamo visto queste due, natura e anima, separata dall'uomo, così cerchiamo al più presto di unirle insieme: si devono unire necessariamente. E noi a questi due eterni nemici non facciamo ingiustizia alla loro amicizia aizzandoli l'uno contro l'altro.

11 gennaio 1909.

 


LAVORO

Nel nostro paese il gruppo dei dotti dice che il lavoro è legame. Affermano che togliersi questi legami e diventare inattivi è libertà. Vogliono così, nel campo del lavoro, distruggere la natura e starsene senza pensieri.

Essi credono che Dio sia inattivo e sconfessano completamente la fatica umana chiamandola illusione.

Ma gli Uponissod dicono: «Cerca di conoscere Colui dal quale viene tutto, dal quale tutto prende vita e dal quale viene anche la morte, Dio ». I veggenti degli Uponissod dicono che Dio è il motore di tutte le attività.

E se è così, allora Egli è forse prigioniero di tutte queste attività?

« Da una parte il lavoro va avanti da sé e dall'altra Dio se ne sta a sé, separato, non c'è relazione tra di loro »! Noi non possiamo accettare questa affermazione. Il lavoro di Dio è come la tela del ragno, è come la casa della chiocciola: non si può dire che Lo legano.

Perciò subito dopo i veggenti hanno detto: «Dio è gioia e tutto è sorto da questa gioia: vivo, attivo, trasfigurato ».

Il lavoro viene in due maniere: o dalla povertà o dalla sovrabbondanza; cioè dalla necessità o dalla gioia. Il lavoro che viene dalla povertà, dalla necessità, ci lega; il lavoro che viene dalla sovrabbondanza, dalla gioia, non ci lega, anzi ci libera.

Per questo possiamo dire che la natura della gioia è il lavoro. La gioia rivelandosi in mille maniere dà libertà; allora, dove c'è una gioia infinita, c'è una rivelazione infinita. Tutti i giorni noi possiamo constatare che Dio manifesta la sua gioia ininterrottamente attraverso l'opera della rivelazione. In mezzo al lavoro Egli è gioia e così in mezzo al suo lavoro Egli è libero.

Noi stessi abbiamo visto che in mezzo al lavoro siamo liberi, in mezzo al lavoro della nostra gioia. Il lavoro che noi facciamo per gli amici cari non ci chiude nella schiavitù. Non soltanto non ci lega, ma ci fa liberi; perché la gioia oziosa ci lega, ma la gioia del lavoro ci libera.

Quando il lavoro è legame? Quando viene separato dal suo gaudio originale. Se l'amicizia dell'amico ci rimane nascosta, se ci cade sotto gli occhi solo il suo lavoro, allora il lavoro, senza ricompensa, diventerà una persecuzione tremenda: così apparirebbe ai nostri occhi.

Ma in realtà quando il lavoro è persecuzione per l'amico? Quando facciamo smettere il suo lavoro; perché la libertà del lavoro è nella gioia, e la libertà della. gioia è nel lavoro. Tutto il fine del lavoro è verso la gioia e il fine della gioia è verso il lavoro.

Perciò gli Uponissod non ci hanno proibito di lavorare. Hanno detto: «Non può essere che l'uomo si ritiri dal lavoro ».

Ancora hanno detto che chi si dedica solo al lavoro del mondo casca nelle tenebre; e coloro che si dedicano solo allo spirito cadono nelle tenebre ancora più dense.

Hanno risolto questo problema dicendo che sono necessari sia il lavoro che la scienza spirituale. Attraverso il lavoro noi oltrepassiamo la morte e attraverso lo spirito noi acquistiamo l'eternità.

Il lavoro senza lo spirito è tenebre, e lo spirito senza il lavoro è vuoto. Se rinunciamo a tutto ciò che viene dal Dio della gioia, dobbiamo rinunciare a Dio stesso.

Se la religione del lavoro è gioia, attraverso il lavoro noi possiamo unirci a Dio che è per natura gioia. Il libro Ghita chiama ciò formare se stessi attraverso il lavoro.

Nel campo della rinuncia noi abbiamo visto un esempio familiare nel mondo: la sposa dedita al marito nella famiglia. La radice di tutti i lavori di casa della sposa fedele èl'amore per il marito, la gioia verso il marito. La sposa, sapendo che tutto il suo lavoro in questo mondo è per il marito, si sente felice. Nessuna serva può fare come fa lei. Se tutto il suo lavoro dovesse essere fatto solo per se stessa, le sarebbe diventato un lavoro insopportabile. Ma il lavoro nella famiglia è per lei un lavoro di distacco da se stessa. Per mezzo del lavoro essa si unisce in modo straordinario al marito.

Nel campo del nostro lavoro, se la nostra fatica diventa solo un lavoro di distacco, allora il nostro lavoro non ci lega. Come la sposa fedele nel compiere il suo lavoro, oltrepassando il lavoro arriva all'amore, così noi nel lavoro, oltrepassando il lavoro del mondo arriviamo all'eternità.

All'uomo terreno è stato dato il consiglio di non offrire se stesso al 'lavoro, altrimenti il lavoro avvinghia come una serpe. e continuerà a sibilare con soffi di invidia, di ira e di gola. Invece offri tutto a Dio. Allora la sposa fedele rinuncia a godere della sua parte che le spetta in terra e con tanta intelligenza manda avanti la sua casa, senza stancarsi, perché non conosce interesse, conosce la fatica come gioia. Così noi, staccandoci dalle attrazioni del lavoro, rinunciamo ai desideri di successo: riusciremo fare del lavoro una pura gioia. Se in cielo non ci fosse questa gioia, chi verrebbe in vita, chi si affaticherebbe? Unite tutte le fatiche nostre alla miniera della gioia piena di tutto il lavoro del mondo, non avremo mai più paura di nessuno.

12 gennaio 1909.

 


POTERE

Dove si trovano insieme intelligenza, amore e potere, c'è un pellegrinaggio di gioia. Quanto più ci uniamo all'intelligenza, all'amore e al lavoro e tanto più grande sarà la nostra gioia. Se queste tre cose si dividono, cominciano i guai.

Per questo, dove noi in una qualsiasi piccola occasione, facciamo qualche frode, defraudiamo noi stessi. Se pensiamo che, sorpassando il portinaio o la guardia, possiamo vedere il re, alla stessa porta avremo tali difficoltà che ci sarà impossibile vedere il re. Se pensiamo che, trasgredendo la legge, possiamo salire in alto, nelle stesse mani della legge non troveremo fine ai nostri dispiaceri.

Sottomettendoci completamente alla legge, dentro la legge stessa nascerà un nostro diritto. Chi vuole diventare padrone della casa, deve sapere soprattutto accettare le leggi della casa in sottomissione; in questa sottomissione riceverà il diritto al comando.

È la ragione per la quale ho detto che noi nel mondo possiamo elevarci sopra il mondo, nel lavoro possiamo diventare più grandi del lavoro stesso. L'abbandono o la fuga non ci possono essere utili in alcuna maniera.

La nostra salvezza non ci viene dall'indigenza, ma dalla nostra natura. Se viene dalla perfezione sarà effettiva, se viene dal vuoto sarà un frutto vuoto.

Perciò chi è libero guarda a Dio. Egli non è libero negativamente, ma positivamente. Dio non è « no », ma è « si »; perciò i veggenti non Lo hanno mai chiamato inattivo: hanno affermato chiaramente che Egli è attivo. Hanno detto: «Abbiamo sentito che la sua natura è potere supremo, potere innumerevole: natura di attività intelligente e di attività potente ».

Per Dio l'attività è naturale, ciò vuol dire che la radice della sua attività è la sua natura, non fuori di Lui. Egli fa e nessuno glielo può impedire. Cosi Egli è libero nel suo lavoro, perché per Lui il lavoro è naturale. Anche in noi c'è una naturalezza nel lavoro. La nostra forza si libera attraverso il lavoro, e non soltanto per una necessità esteriore, ma anche per una necessità di gioia interiore.

Per questo nel lavoro c'è per noi una salvezza naturale. Attraverso il lavoro noi usciamo, ci riveliamo. Ma dove c'è la salvezza può avvenire anche un legame. La corda che tira la barca può anche legare la barca stessa. Quando la corda tira fuori e avanti la barca, allora la barca si muove e cammina; ma quando la lega, allora si ferma.

Quando il lavoro tira verso il nostro interesse, allora il lavoro ci lega tanto paurosamente; allora il nostro potere va contro il potere degli altri, contrario a diversi poteri. Non va verso l'assoluto, verso tutte le direzioni, ma si chiude dentro la piccolezza. Questo potere non ci salva, non ci dà gioia, ci porta dalla parte contraria di queste cose. La persona che non lavora, è oziosa, è in prigione. La persona che è un lavoratore da poco, nel mondo è prigioniero della sua fatica: nella prigione del suo interesse tutto il giorno spinge la mola girando attorno ad una piccola circonferenza e non ha certo la possibilità di raccogliere i frutti delle sue fatiche per l'eternità. Deve lasciare le cose che sono frutto solo del suo lavoro.

La salvezza non sta nel lasciare il lavoro, la salvezza sta nel portar via il lavoro dall'interesse verso i valori supremi. Qualsiasi lavoro facciamo, sia piccolo che grande, dobbiamo vederlo unito al lavoro naturale dell'universo del puro Spirito. Questo lavoro non ci potrà mai legare, diventerà un lavoro di verità, di bene e di gioia.

13 gennaio 1909.