PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978 
 

I II III IV V VI VII
Vita
Salvezza nel mondo
Salvezza nella società
Opinione
Uguale
Due
Onnipresente
La rivelazione della morte
Festa del nuovo secolo
Sentimento e santità

VITA

Il gioco dei veri veggenti è nel puro Spirito; la loro gioia è nel puro Spirito ed essi stessi sono attivi. Essi non solo hanno gioia, ma anche lavorano.

Possiamo capire questo comprendendo il versetto: «Chi conosce Colui che si manifesta in mezzo a tutti come Vita, non dice alcuna parola fuori di Lui ».

Nella vita, gioia e lavoro sono uniti insieme. La gioia della vita sta nella attività della vita e la sua attività nella gioia della vita.

Se Dio è la vita di tutta la creazione, se Egli in mezzo alla creazione trasmette gioia attraverso il moto e trasmette il moto attraverso la gioia, i veggenti di Dio non solo godranno con Dio, ma anche lavoreranno con Dio.

Il veggente non solo conosce Dio, ma parla a Dio. Se non parlasse a Dio, la sua gioia non accetterebbe legami. Egli ha in cuore il Dio della vita dell'universo, non può parlare che di Lui; non può dire nulla fuori di Dio e vuol parlare solo di Lui.

L'uomo come parla di Dio? Come la corda del liuto parla del canto: con tutto il suo movimento, con tutti i suoi battiti, con tutta la sua azione; arriva alla sua pienezza col manifestare in tutte le maniere il canto.

E Dio come parla di se stesso? Egli parla attraverso il lavoro, facendo risuonare e riempiendo di forma e di luce tutto il cielo. Egli con il lavoro parla della sua gioia, parla del suo canto immortale. Unendo insieme il suo lavoro e la sua gioia, li diffonde per il cielo e per la terra.

E i veggenti di Dio, quando parlano di Dio, come parlano? Gli parlano con il lavoro: diventano attivi.

E questo lavoro che lavoro è? È il lavoro in cui si rivela Dio, il suo gioco nel puro Spirito, il suo lavoro nel puro Spirito. Il lavoro che rivela non il proprio interesse, ma la sua gioia: non ingrandisce la propria fama. Fuori del puro Spirito essi nel loro lavoro non vogliono rivelare alcun altro.

In ogni lavoro della loro vita, in varie espressioni, in varie forme, hanno innalzato un canto a Lui. Il lavoro della loro vita in un solo ritmo, in un solo tono ha cantato insieme all'opera dell'universo.

Il gioco interiore dell'anima e il gioco esteriore assieme al puro Spirito sono il lavoro della vita. La gioia interiore esplode nel lavoro esteriore, e ancora quel lavoro esteriore ritorna nella gioia interiore. Così avviene un girotondo bello e meraviglioso del lavoro e della gioia interiore ed esteriore, e nella frenesia del girotondo avviene una nuova creazione di bene e di pace nel mondo. Nella frenesia del girotondo la luce brilla e l'amore fiorisce.

Così semplicemente Colui che si è rivelato vita dell'universo, cioè nello stesso tempo gioia e lavoro, viene rivelato come vita del veggente attraverso la vita del veggente stesso.

Così questa sia la mia preghiera: «O Vita, le corde del mio liuto non arrugginiscano, non si posi su di loro la polvere, al tocco delle tue dita di Vita dell'universo risuonino notte e giorno, risuoni il canto del lavoro, vibri al tuo nome. Se ad un forte tocco a volte si spezza una corda non sarà male, ma non si intiepidisca mai, non si macchi mai, non suoni mai invano. Adagio adagio la sua voce si faccia sempre più vibrante, profonda; lasciando le oscurità si faccia luce: si faccia luce alla natura e all'anima umana. Nello scoprire Te sia benedetto».

14 gennaio 1909.

 


SALVEZZA NEL MONDO

Ci fu un tempo in India in cui il monoteismo ha voluto diventare molto perfetto, confinando il lavoro in casa dell' ignoranza e dell'incoscienza. Ha detto che, essendo Dio inattivo, se vogliamo arrivare a Lui, bisogna tagliare alle sue radici il lavoro.

Ma quando sulla corrente del monoteismo adagio adagio sono sorti vari rivi, trasformati poi in fiumi, allora sono sorte molte incertezze riguardo a Dio e al mondo materiale.

Il dualismo ha riconosciuto due verità alla radice del mondo e del mondo indiano: la natura e l'anima.

Cioè, hanno riconosciuto da una parte Dio, inattivo e senza qualità, dall'altra la potenza, esistente indipendentemente, alla radice delle attività del mondo. Così dissero che Dio non è legato al lavoro, anche se non hanno detto che il lavoro non è un nulla. Ponendo il Potente lontano dalla potenza e dal lavoro e dando a Dio un posto di privilegio, hanno tagliato via ogni relazione con Lui.

E non solo questo: mettendo fuori gioco Dio, hanno cominciato a predicare la sua piccolezza in vari modi e manifestazioni.

C'è una ragione alla base di quanto è successo: nella salvezza si vedono nello stesso tempo da una parte non-qualità e dall'altra parte qualità. Queste due cose esistono insieme: noi possiamo capire questo in noi stessi. Cerchiamo di parlarne insieme.

Un tempo noi non avevamo scoperto nel mondo una legge indivisibile. Pensavamo che nel mondo ci fosse una elargizione di una qualche forza, oppure di tante forze, ma non una provvidenza. In qualsiasi momento potrebbe capitare qualsiasi cosa: quello che avviene ha un senso unico, come se da me per andare al mondo la via fosse chiusa; tutte le strade sono dal mondo. a me: da me al mondo resterebbe aperta una solo via: l'elemosina.

In questa condizione l'uomo dovrebbe vagare solo per prendere le mani e i piedi di tutti. Bisogna dire al fuoco: «Per piacere, ardi »! All'aria: «Per piacere, spira »! Al sole: «Fa' grazia, se tu non ti alzi, la notte non finisce»!

Non ci sarebbe mai fine alla paura. L'animo non può essere sicuro neppure della grazia, quando non possiamo vedere una legge. Perché qui, io stesso, non ho diritto alla grazia: è una cosa che ha una sola direzione, un senso unico.

Eppure se l'uomo non trova una via aperta alla comunicazione di se stesso con chi deve stare insieme per tanto tempo, non può vivere. E se con lui non c'è alcuna regola, non c'è neppure alcuna regola di comunicazione.

In questa situazione l'uomo si aggrappa a ciò che chiama incantesimo, ed è impossibile fargli capire la falsità di questo incanto, perché si può farglielo capire solo attraverso la disciplina. In realtà l'uomo legato alle magie dei suoi amuleti e giochi vani e senza senso, vaga e cammina irrequieto.

Rimane così nel mondo come se fosse in casa d'altri. È così che altrui diventa una incarnazione capricciosa. Forse la tavola è preparata, ma non viene dato da mangiare; forse è arrivato l'invito, ma subito bisogna abbandonare la casa.

Nel mondo un uomo che mangia alle spalle di un altro e vive in casa di altri, è una persona avvilita e disprezzata. Sa di essere schiavo e misero, e perciò vive in angoscia.

Quando saremo liberati da questa condizione? Non certo fuggendo, perché dove possiamo fuggire? Sarebbe aperta la porta della morte.

Quando l'intelligenza scopre la legge indivisibile dèll'universo, quando vede che non c'è separazione tra ragione e lavoro, riceve la libertà. Perché allora l'intelligenza vede l'intelligenza: riceve qualche cosa che è in relazione con lei, che è sua propria. La sua luce è la luce di tutto. E di più, se quella luce non fosse inseparabile, dove potrebbe stare?

Dopo tanto tempo l'intelligenza ha ricevuto la libertà, e non trova più alcun ostacolo. Dice: «Sono salva: ecco la nostra casa, ecco la casa di mio padre. Non c'è d'aver più paura e nessuna esitazione; non sono più in disparte, disonorata. Sino ad oggi ho 'Sognato: mi pareva d'essere in una casa di pazzi. Oggi il sogno s'è spezzato, al mio capezzale siede il Padre: tutto è mio »!

Ecco la salvezza dell'intelligenza: non dal di fuori, ma dal di dentro. In questa salvezza però l'intelligenza non sta in silenzio: frantuma le catene della magia degli amuleti e mette la sua forza nel campo della salvezza.

Quando noi veniamo a conoscenza di un nostro parente non possiamo stare zitti: ci diamo da fare a scambiarci le conoscenze l'un l'altro.

Quando l'intelligenza viene a conoscenza di una intelligenza nel mondo, subito è inclinata a mettersi insieme a lavorare con lei. Allora il lavoro si ingrandisce più di prima, perché nella libertà i diritti della forza stessa si allargano: con l'aiuto dell'intelligenza la forza si risveglia e si estende.

Si vede che l'intelligenza sente se stessa nell'intelligenza dell'universo e non può più stare zitta: unita alla forza, attraverso il lavoro, realizza se stessa.

Prima di tutto nella libertà l'intelligenza toglie se stessa dall'ignoranza; poi il suo lavoro è di donarsi. Dona se stessa attraverso il lavoro, creando. Cioè, quella forza che era chiusa come un prigioniero in casa d'altri, viene liberata e, respirando all'aria libera, rivive.

Possiamo vedere come nella libertà il lavoro non ha altro che da crescere. Anche se il lavoro è una sottomissione, bisogna riconoscerlo ed accettarlo; il lavoro deve sottomettersi alla verità, altrimenti non può essere lavoro.

E che altro si può fare? Di' quello che vuoi, le nostre forze interiori vogliono sottomettersi alla libertà.

Il giorno in cui l'intelligenza diventa sacerdote e unisce in matrimonio la verità con la forza, la nostra forza diventa sposa fedele e finisce la sua prigionia. Diventando sottomessa alla verità, può usare il suo comando in casa della verità.

Infine, il successo non arriva solo dalla libertà, c'è una altra parola dopo la parola di libertà: sottomissione. È un guadagno come quello del dono: il dono della libertà attraverso la sottomissione diventa successo. È per questo che il dualismo proclama un Dio con qualità in un Dio senza qualità. Se acquistiamo completamente intelligenza, amore e forza solo allora possiamo avere una vera libertà. Non c'è salvezza in un Dio senza qualità.

15 gennaio 1909.

 

SALVEZZA NELLA SOCIETÀ

Per l'uomo non c'è soltanto il rifugio della natura, c'è per lui anche un altro rifugio: la società. Sono da vedere quali sono le relazioni vere dell'uomo con la società, perché attraverso la verità di queste relazioni l'uomo troverà la libertà; sino a quando tiene in trono la falsità, resterà sempre schiavo.

Noi tante volte abbiamo pensato che l'uomo è legato alla società per le sue necessità: legandoci insieme ad un gruppo, noi riceviamo tanti vantaggi. Il re ci giudica, la polizia ci difende, il Comune spazza le strade, il sarto ci fa il vestito: per l'educazione ed altro riceviamo tante facilitazioni. La società umana può essere un'occasione a ciascun essere sociale, per soddisfare i propri interessi.

Per soddisfare a tutte le sue necessità l'uomo è legato alla società! Se questo fosse vero anche interiormente, allora dovremmo dire che la società sarebbe per il cuore umano una prigione. Dovremmo dire che la società sarebbe una immensa officina di macchine. Prepara il carbone della macchina la quale fa passare ciò che è necessario attraverso i canali della fame.

Non c'è dubbio: per l'infelice,che è così bisognoso da dover faticare per sempre, morire sarebbe un privilegio. Al vedere questa immagine di prigione nel mondo, l'uomo religioso si è ribellato. Egli dice: « Sotto la pressione della necessità morirò sbattendo la testa contro le pietre della prigione? Non sarà mai! lo sono molto più grande della necessità. Il sarto mi procura il vestito? È proprio necessario? Senza vestito io me ne posso andare nella foresta. La nave trasporta il cibo da un paese all'altro? Non è necessario, io nella foresta mi nutrirò di frutta ».

Ma quando nella foresta le necessità mi perseguitano in varie maniere, mi accorgerò che la mia arroganza non prende certo splendore nel mio volto.

Dove noi possiamo trovare la salvezza in mezzo al mondo? Nell' amore! Quando scopriamo che il necessario non ha le sue soluzioni nella società umana, ma il suo rifugio supremo e misterioso è l'amore, allora noi in un momento veniamo liberati da ogni legame. Allora grideremo: «Amore, sono salvo! Non posso dire altro, l'amore è la casa mia, che non mi preme dal di fuori per sottomettermi. Se l'amore è la dottrina della società umana è anche la mia dottrina. Perciò attraverso l'amore mi sono liberato in un attimo dalle cose necessarie del mondo e sono passato sopra i piaceri della terra ». Come se in un batter d'occhio il sogno fosse finito...

Ecco, è arrivata la libertà! E poi? E poi la sottomissione. Appena l'amore riceve la libertà, si preoccupa di far fruttificare la sua forza nel campo della libertà. Così il lavoro si moltiplica più di prima. Diventa un piccolo servitore della terra, come un umile schiavo e perplesso. È il destino della libertà.

Chi è libero non ha alcuna scusa: egli non può dire: « lo ho il mio padrone, ho il mio ufficio, da fuori vengono pressioni »! In pratica, quando arriva un richiamo, non ha possibilità di dire di no. La libertà è una grande responsabilità. Dove si trova una responsabilità più grande della gioia?

Se diciamo che l'uomo vuole la libertà, diciamo una bugia. L'uomo vuole qualche cosa più della libertà: l'uomo vuole essere dipendente. L'uomo piange per sottomettersi in una sottomissione che non ha fine. Dice: «O Amore Supremo, Tu che sei sottomesso a me, quand'è ch'io possa sottomettermi a Te? Quando ci sarà piena unione della sottomissione con la sottomissione? Dove io sono vanitoso, altezzoso, indipendente, io mi sento vano, malato. O Signore, quando mi salverai abbassandomi, facendomi dipendente? Per tutto il tempo che ho riconosciuto che l'io è io, che oltre a questo non c'è altro, io ho solo vagato invano. Quando il mio sogno finisce, posso capire che Tu sei il Supremo-Io: per questo il mio io è io. Allora in un momento sarò libero »! Ma questo non è solo un guadagno di libertà; dopo questo, la suprema sottomissione. Bisogna porre ai piedi del Supremo-Io tutto l'orgoglio dell'io. In questa sottomissione totale e completa troveremo la suprema felicità.

15 gennaio 1909.

 


OPINIONE

Lo spirito deve lasciare il corpo che lo ospita, perché è più grande del corpo. Se un qualsiasi corpo speciale potesse per sempre trattenere l'anima, allora non potremmo sapere che l'anima, pur dentro il corpo, sorpassa il corpo. È la ragione per la quale attraverso la morte veniamo a sapere la grandezza dell'anima.

L'anima manifesta se stessa in un corpo, che si sviluppa, è caduco e muore. Questa manifestazione avviene in mezzo alle difficoltà e mai è una manifestazione perfetta. Chi dice che l'anima è materia, non conosce la verità.

La conoscenza dell'uomo cerca di manifestarsi in una opinione o in un'altra. Questa opinione è il corpo della verità e quindi da una parte molto più piccola ed imperfetta della verità stessa.

Per questo la verità deve cambiare continuamente corpo nell'opinione. La grandezza della verità distrugge tutte le forze del corpo dell'opinione, lo spoglia, la fa invecchiare. Infine quando non si può accomodare in alcuna parte, arriva in forma di ostacoli: è il tempo della sua morte: allora cambia, svanisce, infine muore.

È necessario per noi percepire che l'anima non è un qualsiasi corpo particolare e che oltrepassa tutti i corpi particolari. Come nasce questa percezione, al pensiero della instabilità dell'anima e della morte, noi ci preoccupiamo ed abbiamo paura. D'altra parte l'uomo cerca di manifestare le grandi verità di tutti i paesi, di tutti i tempi in forme diverse. È quanto mai necessario che noi riconosciamo la verità dell'anima liberata completamente dal corpo della opinione. Solo allora possiamo conoscere la faccia immortale della verità e godere.

Altrimenti noi ci frustreremo a discutere su parole ed opinioni ed impesteremo il mondo del nostro orgoglio ardente dicendo: «Farò valere la mia opinione e confuteròle opinioni degli altri ». E così le opinioni si riscalderanno e le divisioni diventeranno sempre più grandi e micidiali.

Come è crudele l'oppressione della opinione, così è terribile la pazzia della opinione: non c'è nulla di più terribile. Per questo la verità ci dà pazienza, ma l'opinione ci strappa via la pazienza.

Così, per esempio, posso dire che quando noi ci dividiamo per la questione del monoteismo e del dualismo, non ci dividiamo per la verità, ma per le nostre opinioni. Perciò, smemorati, nascondiamo la verità: da una parte ci roviniamo e dall'altra peniamo nell'opposizione.

Coloro che in mezzo a noi predicano il dualismo, pensano che il monoteismo sia una minaccia; così, arrabbiandosi per le loro opinioni, vogliono scomunicare persino la verità.

Ci sono coloro che hanno acquistato la verità nel monoteismo. Tu entra dentro a questo loro acquisto: se nelle loro parole c'è qualche cosa che ti offende, non c'è bisogno di preoccuparsi molto.

L'illusionismo? Perché devi perdere la pazienza sentendo parlare di questo? Non esiste la falsità? Non hai mai potuto sperimentare in te la falsità? Forse che dentro di noi la verità è allo stato puro? Noi conosciamo solo l'Uno? Come il fuoco brilla bruciando il legno, così la nostra conoscenza della verità brilla bruciando le nostre ignoranze, le nostre illusioni e le nostre menzogne. Forse in noi, per avere la luce dell'intelligenza, è necessaria la legna da ardere della illusione, ma in Dio non ci può essere alcuna illusione.

Il passato, il presente e il futuro, tutto completamente si conclude nell'interiore; eppure questi tre tempi camminano dentro di me separatamente in un cambiamento progressivo, in nessun luogo hanno la loro completezza. Hanno termine in Dio. Se non avesse termine in Dio, allora noi non potremmo dare alcun nome o trovare alcun senso all'azione particolare del tempo, che noi vediamo incompleto.

Questa incompletezza spezzettata del tempo, da una parte rivela l'infinito e da un'altra parte lo nasconde. Dalla parte che lo nasconde, come lo chiameremo? Lo chiameremo illusione? Lo chiameremo menzogna? Allora dove sta di casa la menzogna?

lo con grande devozione riverisco Colui che neppure per un momento è toccato dagli assalti di tutte le serie, di tutte le particelle del tempo frammentato, in mezzo all'abisso inalterato, incolore del compimento eterno. Egli stesso, immerso completamente in una esistenza calma, silenziosa, immobile, profonda, abita in un oceano di vita indivisibile, in una felicità densa ed immutabile. lo non voglio fare con Lui alcuna separazione.

Perché io capisco che la mia vita è stanca sotto il peso della menzogna. Vedo che, fissatomi sull'io-materia, trascino tutta la mia vita sotto il peso dei suoi beni immobili e mobili, delle sue masserizie, che chiamo verità materiali: per quante pene riceva, non posso liberarmi di Lui. Nell'intimo c'è un messaggio dello spirito: «Questo è tutto menzogna, tu devi lasciare tutto questo. Se tu chiami verità questa bisaccia di menzogne, non potrai vivere ».

Se cammino riconoscendo come suprema verità il mio orgoglio, il mio corpo, il denaro, la fama e la reputazione, sempre preoccupato, dove potrò portare la limitatezza di queste falsità? Lo sbaglio che io riconosco alla radice dell'intelligenza, è lo stesso sbaglio che ci inganna anche nelle relazioni con tutto il mondo. Non è forse questo sbaglio che ha messo l'io al centro del mio mondo e compone una fata morgana? Rompiamo questa tela di ragno e puliamo tutto, lavando via tutte le sozzure dell'orgoglio, liberiamoci dalla zavorra, dai pensieri, dai pesi ed immergiamoci dentro quel solo lo, Supremo lo del puro Spirito, per avere la salvezza!

Questo è un desiderio dell'intimo, è un'ascetica che piange come un bambino il quale abbia perduto la strada nel labirinto di tutte le cose. Come posso maledire l'incertezza? C'è nella mia mente moribonda un abitante che non sa nulla, solo dice:

« C'è solo l'Uno e nessun altro »!

16 gennaio 1909.

 

 

UGUALE

È antico quel detto: « Il mondo è la casa della sfida della luce e delle tenebre, del bene e del male, della vita e della morte ». Attraverso questa sfida le attrazioni e repulsioni diverse, le forze centripete e centrifughe, le opposizioni tengono vigile la creazione.

Se l'opposizione fosse la sola verità, noi vedremmo nel mondo solo guerra e nessuna pace. Purtuttavia, sopra tutte le sfide e le lotte, si vede chiaramente dominare una pace incontrastata. Il perché è che sulla terra c'è contrasto e in Dio non c'è alcuna opposizione.

Con la forza del ragionamento possiamo tirare linee diritte e su di esse camminare per tutta l'eternità. Perché la oscurità ha la caratteristica di non aver termine in alcun luogo, noi pensiamo che sia possibile fissare l'oscurità e che l'oscurità rimanga per tutta l'eternità.

In certe condizioni ci può essere una linea diritta nel ragionamento, ma non nella verità: nella verità la linea è curva. Andando avanti l'oscurità piano piano si fa curva, a poco a poco ripiegandosi si fa curva nella luce. Volendo tirare una linea diritta nella gioia si fa curva nel dolore. Tirando avanti negli sbagli in un certo posto arriva la correzione.

C'è una sola ragione di tutto questo: in mezzo all'infinito non predomina l'opposizione. In mezzo alla indivisibile sfera del cielo ad oriente non c'è una orientalità e a settentrione non c'è una settentrionalità: tra l'oriente e l'occidente non c'è alcuna contrarietà e neppure separazione. Le linee particolari dell'oriente e dell'occidente prendono rifugio nelle linee particolari dell'io che divide.

Ecco cose che non assomigliano all'Essere Supremo, eppure assomigliano: come chiameremo questo fatto? I Veda lo chiamano illusione, cioé verità di Dio che è vera: è illusione. Quando andiamo a cercare l'unione con Dio, vediamo che non c'è unione. Se andiamo a vedere dalla parte di Dio, vediamo che tutto è chiuso dentro l'infinito come un cerchio completo. Se vado a vedere dalla mia parte, vedo che tutto è contrario, divisione, molteplicità, strana particolarità divisa.

Per questo quelli che credono nel monoteismo indivisibile, conoscono Dio in un modo puro e libero da ogni particolarità. Per loro l'ultimo fine dell'intelligenza è di scoprire l'uguaglianza. L'uomo grande e piccolo, in misure diverse, è occupato in questa grande contemplazione dell'unione. Questa è libertà per l'uomo. C'era un tempo in cui l'uomo pensava che la caduta della mela fosse un fatto particolare indipendente. Dopo averla unita ad un fatto universale, gli si è aperta l'intelligenza. Così facendo, l'uomo ha ricevuto i frutti dell'intelligenza.

L'uomo, quando conosce particolarmente solo l'egoismo legato al proprio io, può compiere qualsiasi cattiveria. Il senso religioso istruisce l'uomo: « Il tuo io è un nulla. Metti in libertà il tuo io in mezzo all'io della società. Cioè porta la tua piccola particolarità verso "l'immensa particolarità ».

Se non porti la tua particolarità verso l'immensa particolarità, il mondo prenderà una faccia particolarmente orribile, il fardello di tutte le cose materiali ti premerà sulle spalle. Il denaro prenderà tanta importanza così da opporsi al non-denaro e non potrai più posare giù il fardello dalle tue spalle.

C'è una grande preoccupazione nell'uomo, quella di liberarsi dai legami e dai pesi: il desiderio di pace, il desiderio di bene domandano questo. Le particolarità del piccolo particolare cadono dentro il grande, l'uomo della gioia della grande vita rinuncia ai piccoli legami, ai legami del denaro, ai legami della fama.

Così si vede che tutte le grandi aspirazioni, tutti gli sforzi del progresso umano hanno lavorato per l'uguaglianza.

Il monoteismo, l'illusionismo, l'ascetismo hanno visto chiaramente questi sentimenti fulgidi, queste verità umane. Il monoteismo ha donato all'uomo un gran tesoro. Ha fatto conoscere in pieno la verità, togliendo tutti i veli che facevano conoscere la verità solo per metà.

In un posto, chi sa dove, c'è una cosa che si chiama caratteristica. Ha una grande forza, sia che si chiami menzogna e sia che si chiami illusione. Questa forza da dove viene?

Oltre Dio c'è dal di fuori una forza - chiamala satana o con qualsiasi altro nome - che con violenza si è messa dentro il mondo visibile? lo non posso pensare questo in alcun modo.

La risposta degli Uponissod a questa domanda è: «Tutto quello che qui avviene, viene dalla gioia di Dio. Questa è la sua volontà, questa la sua gioia. L'esteriore non ha importanza »!

Attraverso la via della varietà, attraverso la gioia arriveremo alla uguaglianza e poi ancora, la sua linea, girando, ritornerà nella varietà. Tutta questa varietà deve essere vista in mezzo alla gioia e non ci può tenere prigionieri. Il lavoro diventando lavoro di gioia. rinunciando ai desideri, rivive e la vita diventa gioiosa. Allora il lavoro non diventa la cosa suprema, anche la vita non diventa la cosa suprema, ma la cosa suprema è la gioia.

Così la libertà ci porta alla contemplazione e l'ascetica ci porta all'amore.

17 gennaio 1909.

 

DUE

C'è una formula degli Uponissod che ho lasciato in disparte per tanti giorni. Per varie ragioni mi sembrava una formula senza validità e anche strana.

Sin dall'infanzia noi abbiamo sentito dichiarare il significato di questa formula così: «Dio pervade tutto, puro, semplice, immacolato, perfetto, immateriale. Egli vede tutto, padrone della mente, sopra tutti, rivelatore di se stesso. Egli guida sempre i sudditi con leggi proprie e piene di significato ».

A forza di sentire in ogni angolo il nome di Dio e la lista della realtà, ci siamo fatti un'abitudine. È diventato facile ripetere a memoria questo che neppure facciamo fatica a pensarci. Così il nostro cuore non si risveglia.

Attraverso la meditazione io non ho accolto questa formula, surricordata, della mia infanzia; anzi, dentro la mia mente c'era una specie di avversione. Prima di tutto sentivo in essa una lassità pesante nella grammatica e nella composizione. Dio « che pervade tutto» è stato espresso attraverso un verbo; poi altre qualità attraverso aggettivi, prima di genere neutro e poi di genere maschile. Per tanto tempo e per queste ragioni tale formula delle nostre preghiere mi disturbava.

Quando il nostro cuore non è pronto a ricevere un'idea, le parole non rivelano tutto il loro significato ad un ascoltatore senza devozione. Se accolgo una formula religiosa con le orecchie di un letterato, non posso certo farmene un giudizio retto.

Di questo io non sono pentito, anzi sono contento. Noi pensiamo di guadagnare cose preziose quando possiamo comprendere in certa misura il loro valore; se le riceviamo in tanta povertà si è costretti a restare fuori dalla gioia e dai frutti del dono.

Prima io non avevo potuto vedere nelle due linee di questa formula il posto principale a cui hanno diritto questi due verbi; «è presente», «ha fatto»; cioè: «Dio è presente in tutto e da per tutto »; l'altra: «Dio ha fatto tutto»! Nella prima parte di questa formula noi vediamo che Dio è; nella seconda parte che Dio ha fatto.

Nell'espressione «Egli è» l'aggettivo è neutro; nella espressione «Egli fa » l'aggettivo è maschile. Perciò, senza spendere parole inutili, noi possiamo trovare nella stessa grammatica un significato profondo.

«Egli è da per tutto »: perché Egli è libero, non ha ostacoli in nessun luogo: non ostacolo di corpo, non ostacolo di peccato. Se vogliamo contemplare totalmente che Egli è, bisogna vedere chiaro nella mente il suo essere libero e perfetto. Egli, che non è legato da alcuna cosa, è segno che è in ogni luogo.

Chi ha corpo non può essere da per tutto. Non solo non può essere da per tutto, ma in nessun luogo può stare inalterato. Colui che ha corpo procura le sue cose necessarie attraverso i muscoli. Per Lui tale aiuto non è assolutamente necessario. Egli non ha limiti di corpo, perciò è senza cambiamenti e non ha da lavorare con mezzi particolari e separatamente. Nessuna inclinazione di peccato Lo può legare o far piegare in alcuna maniera. Egli è da per tutto completamente uguale.

« Dio ha fatto tutto ». Come nell'infinito Egli è da per tutto, così Egli nell'eternità ha fatto tutto. Sin da principio ha fatto le leggi e ha fatto le leggi per tutta l'eternità. Queste leggi non sono confusione. Ha fatto leggi precise in ogni luogo secondo il significato delle cose. Non c'è una minima possibilità di deviazione.

Qual è la natura di Colui che fa le leggi? Egli è Poeta! E in questo contesto la parola Poeta non deve essere presa nel significato di veggente, che tutto vede: perché Egli non solo ha visto, ma ha anche fatto. Il poeta non solo vede, sa, ma anche rivela. Egli è Poeta: vuol dire che la sua gioia rivela se stessa in un ritmo ben cadenzato in mezzo ad una grazia ordinata. Si può percepire questo osservando la grande epopea dell' universo. Nella natura del mondo Egli è Poeta, nella natura del cuore Egli è Re dei re. Egli non è come il cuore dell'uomo terreno, capriccioso, che crea pasticci. Egli in modo misterioso conduce l'uomo all'obbedienza, lo porta dal poco all'abbondanza, dall'interesse ai vari tesori. Egli è il Signore di tutto, sia nella natura dell'universo, sia nella natura del cuore dell'uomo. Ma questa sua poesia, il suo governo non viene per nulla dal di fuori: Egli è Assoluto, rivela se stesso da se stesso. È per questo che fuori, sia nello spazio che nel tempo, non c'è nulla che possa ostacolare il suo lavoro, le sue leggi: per questo la sua provvidenza è eterna nel tempo ed è precisa.

Anche nella nostra natura ci sono due predicabili: il predicabile dell'essere e il predicabile del lavoro. Anche noi siamo e facciamo. E quanto più il nostro essere diventa libero da ostacoli e si perfeziona, tanto più il nostro lavoro si eleverà bello e impeccabile. In che cosa può essere perfetta la nostra esistenza? Nella purezza senza peccato. Attraverso l' ascetica, liberati dai legami degli attaccamenti, sii puro, sii senza passioni. Quanto più tu diventerai perfetto nella pratica di questa ascetica, tanto più con l'animo senza peccato e senza impedimenti penetrerai tutto, tanto più riceverai il diritto di penetrare in tutte le cose, tanto più farai del mondo una poesia, del tuo cuore un regno: regnerai dentro e fuori. In questa indipendenza l'anima diventerà chiara, trasparente: capirai che in te c'è una dimora di libertà.

In questa piccola formula gli Uponissod hanno detto che l'essere e il lavoro si sono uniti in un'unica ruota infinita, dall'essere ad una gioia assoluta, che il lavoro si è fatto molteplice nella bellezza e nella ricchezza, l'uguaglianza pure si è fatta presente dentro le diversità più svariate; Colui che è senza corpo ha preso corpo nella poesia, Colui che è senza peccato è diventato Signore del cuore che ha peccato: e qui non si trova alcuna incrinatura.

18 gennaio 1909.

 


ONNIPRESENTE

Noi dobbiamo continuamente adorare il Dio che è nel fuoco, nell'acqua, in tutto l'universo, nelle erbe e nelle piante.

Dio è da per tutto! Questa è diventata per noi una cosa troppo abituale: perciò questa formula viene a farsi sentire quasi inutilmente in noi. Questa formula non ispira alcun pensiero in noi.

Eppure è una verità che, per quanto noi ci preoccupiamo della onnipresenza di Dio, non è della nostra esperienza: non esperimentiamo l'adorazione continua di Dio. Noi realmente non adoriamo Dio. Che Dio è da per tutto sono per noi solo parole ascoltate con le orecchie. e parole solo sentite diventano vecchie, e le cose vecchie muoiono. Queste parole sono morte per noi!

Hanno potuto dire questa formula coloro che l'hanno proclamata, non come sentita, ma perché hanno visto questa formula: essi non hanno ascoltato da distratti il messaggio di una percezione evidente. Cerchiamo di vedere e di ricevere in piena coscienza quanto sia vero questo messaggio.

Il valore delle cose che noi usiamo continuamente, le stesse nostre cose necessarie si fanno tanto piccole. E l'importante non è che siano in sé spregevoli, le fa spregevoli chi vi mette sopra le mani. E che di più? Noi inganniamo l'uomo stesso in ciò che ci è di più necessario e, disprezzando la sua umanità, lo consideriamo uno strumento. L'ufficiale nel suo ufficio è per il padrone principalmente uno strumento; per il re i soldati sono strumenti, ed il contadino che prepara per noi il cibo è un aratro vivente. I capi di un paese veramente non riconoscono che dalla loro gente hanno avuto tanti e svariati vantaggi: se vedono, vedono questi vantaggi avvolti in un velo di pura materialità, non possono vedere l'animo che era e che è sotto alle cose necessarie.

Noi abbiamo fatto del mondo un oggetto d'uso: per questo disprezziamo l'acqua, la terra e l'aria: li diciamo vani servitori e la terra diventa per noi uno strumento.

Con questo disprezzo noi inganniamo noi stessi. Facciamo piccolo quello che noi abbiamo ricevuto grande, e quello che doveva saziare il nostro animo riempie solo il nostro ventre.

Coloro che attraverso l'uso di ogni giorno non hanno visto piccole e decrepite l'acqua, la terra e l'aria, attraverso la loro percezione di una visione sempre nuova e di un risveglio di luce hanno accolto dentro loro l'universo come un ospite d'onore e in mezzo all'universo si sono elevati e a mani giunte hanno detto:

« Adoriamo il Dio che è nel fuoco, nell'acqua,
in tutto l'universo, nelle erbe e nelle piante »!

Accogliendo dentro la vita questa formula viva, che essi hanno pronunciato, spargi da per tutto quanto hai capito: Dio è onnipresente. Fa vibrare da per tutto la tua devozione verso Colui che è da per tutto.

Non tenere più nell'ozio la forza dell'intelligenza, versa tutto il tuo animo dentro la visione. A sinistra e a destra, sotto e sopra, davanti e di dietro, attraverso la coscienza sii toccato dalla Coscienza. Con il favore della forza dell'intelligenza, che notte e giorno viene versata in te, contempla l'intelligenza onnipresente nel mondo e nelle cose: non disprezzare con la tua meschinità il fuoco e l'acqua. Tutto è pienezza, tutto è miracolo! Adoriamo, adoriamo! Tutte le teste si abbassino, il cuore si faccia umile e si estenda la fratellanza. Riguadagna a prezzo di una contemplazione cosciente quello che hai ricevuto senza dare alcun prezzo: accogliendo nel cuore gli innumerevoli tesori che sono fuori, diventerai beato.

Nella prima parte della formula è scritto: «Adoriamo Dio che è nel fuoco, nell'acqua, in tutto l'universo ». Poi è scritto: « Adoriamo Colui che è nelle erbe e nelle piante ».

Si potrebbe pensare che la prima parte della formula sia già completa: Egli è nell'universo! Allora perché alla fine è stata detta una parola così piccola: «nelle erbe e nelle piante»?

Veramente per l'uomo questa è una parola ultima. Non è difficile dire che Dio è nell'universo, noi Lo vediamo facilmente. Per dire questo non è necessario forzare tanto la nostra coscienza. Ma coloro che hanno detto che Egli è nelle erbe e nelle piante sono degli asceti veggenti. Non hanno ricevuto questa formula attraverso la riflessione, ma attraverso la visione. Essi nella foresta, in mezzo alle erbe e alle foglie, hanno ricevuto una intelligenza piena. Facevano il bagno nell'acqua del fiume ed era un bagno puro, un bagno vero; essi mangiavano i frutti e nel loro sapore gustavano il sapore dell'immortalità. Il sorgere del sole, all'aurora, davanti ai loro occhi era un elevarsi di un meraviglioso sole di vita e di spirito, che faceva trasalire il cuore.

Non si può dire facilmente che Dio è nel mondo universo e poi mettere da parte tutto. Quando potremo dire che Egli è nelle erbe, che Egli è nelle piante?..

19 gennaio 1909.

 

 

LA RIVELAZIONE DELLA MORTE

Oggi è l'anniversario della morte del padre (Debendronath Tagore, padre di Robindronath).

Egli aveva fatto la sua consacrazione il giorno 22 dicembre. Nell'eremo di Santinicheton noi abbiamo appena terminata la festa annuale della sua consacrazione. Egli ha completato i voti della sua grande vita col portare a termine la consacrazione del 22 dicembre nel giorno della morte, 19 gennaio .

Bisogna accendere una fiamma prendendo da un'altra fiamma. Noi abbiamo accesa la nostra fiamma della sua vita piena. Perciò, se il 22 dicembre è stato il giorno della sua consacrazione, il 19 gennaio deve essere il giorno della nostra consacrazione. La fine della sua vita ha consacrato la nostra vita: una consacrazione della vita.

Il voto della vita è un voto tanto difficile, il suo campo è immenso, la sua formula inapprezzabile, il suo lavoro meraviglioso, la sua rinuncia quasi impossibile. Egli durante la sua lunga vita cosparsa di tante pene e di dolori, di ricchezze e di pericoli, di onori e disonori, non ha mai dimenticato in alcun giorno una formula, non ha mai deviato per alcun momento dal suo unico fine, nella sua vita questa preghiera è diventata realtà: «Dio non mi ha abbandonato! Che io non mi dimentichi di Lui, che non Lo abbandoni»! Oggi noi dobbiamo accogliere questa formula che un fine supremo farà della nostra vita sparsa, una vita piena di frutti.

Come il frutto maturo si stacca dalla pianta e si dà tutto completamente, così egli attraverso la morte ci ha dato tutta la sua vita. La vita difende se stessa avvolgendosi di vari limiti e questi limiti creano ostacoli.

Quel grande uomo ha offerto se stesso completamente attraverso la morte; ha allontanato tutti gli ostacoli; non c'è cosa disprezzabile nelle necessità della nostra vita terrena, non c'è piccolezza nelle nostre relazioni nello spazio e nel tempo. Con essa c'è solo una perfetta relazione: è la relazione dell'eternità. La morte ci rivela questa eternità.

La morte ha portato a ciascuno di noi la sua vita, l'ha portata dentro a ciascuno di noi. Se ora noi siamo pronti, se Lo accogliamo assieme alla sua vita, la nostra vita non avrà da soffrire per alcuna combinazione chimica. Oggi l'offerta della sua vita terrena è tutta completamente in Dio, perciò egli è oggi tutto, di tutti noi. In modo speciale oggi, alla fine della preghiera, i fiori della foresta sono diventati fiori di grazia, a disposizione di tutti. Oggi, in questi fiori, la benedizione di Dio si è fatta immagine viva. Facciamo festa per la sua morte, perché vogliamo portare a casa sul nostro capo quel sacro tributo floreale. La morte, che purifica l'universo, ha messo davanti a noi la vita. Questo giorno non sia inutile per noi!

Un giorno, un 22 dicembre, egli da solo ha consacrato la sua vita all'immortalità; pochi hanno saputo di quel giorno. Il giorno 19 gennaio, quando la morte ha calato il sipario, nulla è rimasto nascosto. Oggi abbiamo avuto noi il diritto di accogliere quella consacrazione che un giorno ha fatto da solo. Con questo diritto noi avremo successo.

21 gennaio 1909.

 

 

FESTA DEL NUOVO SECOLO

Per scoprire la verità perfetta attraverso la propria imperfezione ci vuole del tempo. Non è facile capire chiaramente chi veramente noi siamo, che cosa facciamo; non è facile capire i nostri intenti e i nostri fini.

Il bambino si sente padrone della propria casa. Pensa alla sua casa come la suprema relazione. Non sa che lui è più grande della sua casa; non sa che nella vita dell'uomo le più grandi relazioni sono fuori della sua casa.

Egli è un uomo e perciò è di tutti gli uomini. Se lui è un frutto, suo padre e sua mamma sono soltanto un ramo, uno stelo: egli è unito sino alle midolla con la pianta di tutta la razza umana, dalle radici ai rami.

Per tanto tempo il bambino non conosce affatto che egli non è della casa, lui è un uomo. Però un giorno bisogna fargli sapere che la casa lo ha accolto e nutrito, non per rinchiuderlo tutto dentro di sé: egli è diventato grande per la società umana.

Da più di cinquant'anni noi facciamo festa oggi, 25 gennaio. Che cosa facciamo noi? Perché questa festa? Per capire questo, c'è voluto del tempo e non possiamo aspettare altro tempo per capire.

Noi pensavamo che questa fosse una festa di una comunità religiosa. Le persone della comunità religiosa immergeranno nella gioia della festa le loro fatiche e la stanchezza di tutto l'anno, ripareranno le perdite della loro vita ferita, purificheranno le loro colpe accumulate ogni giorno, berranno l'acqua daJla fontana immortale dell'eterna giovinezza che sgorga dai campi della grande festa e, immergendosi in queste acque, emergeranno contenti in una nuova vita, come bambino appena nato.

Una comunità religiosa sarà beata se potrà raccogliere dalla festa questi frutti, questa gioia. Ma noi non possiamo riconoscere in questo l'essenza della festa. Questa festa è molto più grande di una comunità religiosa; anzi faremmo piccola la festa anche se dicessimo che è una festa dell'India.

Io dico che questa festa è la festa di tutta la società umana. Se oggi non potessimo dire questo con tutta certezza, non potremmo allontanare dal nostro animo tutti i dubbi; non ci sarebbero aperti tutti i tesori della festa; non sapremmo precisamente a qual sacrificio siamo stati chiamati.

Chiameremmo questa festa, festa di Dio, ma non la chiameremmo festa di una comunità religiosa. lo sono venuto qui con questo proposito: io voglio vedere la luce e la festa di Colui che è verità sparsa per tutto il mondo; questo nostro cortile deve essere il grande cortile dell'universo, senza alcuna esclusione.

Un giorno l'India dentro le foreste della contemplazione ha detto:

« O figli dell'eternità,
che abitate le dimore eterne,
io ho conosciuto lui,
il grande uomo»!

La lampada non può nascondere la luce solo dentro di sé. Coloro che hanno accolto il grande uomo, la grande verità, non possono chiudere la porta e starsene a casa. Decisamente essi si eleveranno in mezzo agli uomini dell'universo; innalzeranno le loro voci proclamando il grande messaggio. Essi vedono le dimore eterne espandersi in tutte le direzioni; essi riconoscono figlio dell'eternità qualsiasi uomo verso il quale volgono lo sguardo, sia ignorante che dotto, sia principe che povero.

Quel giorno è arrivata dalle foreste della contemplazione dell'India una notizia d'eternità; quel giorno l'India riconosceva se stessa come dimora d'eternità; quel giorno essa, nell'assemblea dei figli dell'eternità, ha pronunciato la formula dell'eternità; ha detto:

« Colui che vede tutto l'universo nel puro Spirito
e il puro Spirito in tutto l'universo,
non ha odio per alcuno»!

L'India ha detto:

« I contemplativi sapienti trovano da per tutto
l'Onnipotente e con Lui
penetrano tutte le cose ».

Quel giorno l'India si era elevata in mezzo a tutti i popoli della terra: aveva visto l'acqua, la terra, il cielo pieni e tutte le tenebre si erano disperse. Essa aveva detto: «lo ho conosciuto, io ho ricevuto »!

Quei giorni erano giorni di festa per l'India: perché in quei giorni l'India aveva invitato all'offerta dell'immortalità tutti gli uomini, riconoscendoli figli dell'immortalità; non aveva né orgoglio, né odio. Nella contemplazione del puro Spirito era penetrata in tutto. In quei giorni la voce del suo invito non aveva avuto alcuna esitazione in nessun luogo; la sua formula divina assieme al canto dell'universo, unita in un solo ritmo, aveva echeggiato nell'eternità: quelli erano giorni di festa!

Poi, Dio sa dove, è entrata la colpa. Le porte dell'universo si sono chiuse da tutte le parti e l'India, come una lampada spenta, si è richiusa in se stessa. Quando un grande fiume sta per morire, si vedono qua e là banchi di sabbia che impediscono alla corrente d'andare verso il mare e si divide in piccoli stagni d'acqua; i rivi pieni di vita, che scendevano da remote regioni portando da un paese all'altro grandi ricchezze dalle vette delle montagne sino al grande oceano, suonando con un instancabile ritmo, come un liuto, il canto dell'universo, portavano i loro doni, distribuendoli da un piccolo villaggio ad un altro. Questi rivi, dimenticando la ,loro unica: sorgente, si staccarono dalla danza dell'universo e così non hanno più posto nell'assemblea dell'universo. Similmente in India il rivo sacro delle relazioni con tutti gli uomini della terra si è diviso e si è spartito in banchi di sabbia settari e così e diventato senza alcuno scopo.

E poi, ahimè, dove è andato a finire il messaggio universale? Dove quell'universale ondata di vita? Come l'acqua stagnante ha paura d'essere corrotta da una pur piccola impurità, si circonda di siepi per impedire di berla e di lavarsi, così oggi l'India, chiusa solo per paura di corrompersi, per tenere lontano in ogni modo le grandi relazioni esterne, innalzando un muro di proibizioni, ha considerato abominevoli persino il cielo e l'aria, ha creato solo divisioni, solo ostacoli. Dov'è la formula della consacrazione che gli uomini hanno ricevuto ai piedi del loro maestro, dov'è il tempio aperto di questa consacrazione? Dove sono le parole di quella chiamata che un giorno è risuonata da tutte le parti:

« Come l'acqua scende in basso,
come i mesi tendono verso l'anno,
così da tutte le parti
gli asceti vengono a me »?

Oggi il corso di questi rivi è chiuso. La religione, l'intelligenza, la società, chiuso il portone d'entrata, se ne stanno seduti: per entrare agli appartamenti interni si usa solo una porta secondaria.

Se non fosse venuto meno il tesoro della verità, mai sarebbe avvenuta una simile disgrazia. Chi ha potuto dire: « lo ho conosciuto »!, deve uscire fuori e proclamare: «Ascoltate voi tutti, figli dell'eternità »!

Così quando, chiuse tutte le porte e le finestre, immersi nelle tenebre profonde della povertà, noi dormivamo, è arrivata la voce del canto quotidiano dell'universo, come un canto d'uccello dell'aurora: si è sentita la voce che si unisce al canto di un popolo all'altro, di un secolo all'altro; la voce che risuona nella gioia di fratellanza del sole e delle stelle con la polvere della terra.

Disse ancora: «lo ho conosciuto »! lo ho conosciuto Lui! Chi ho conosciuto? Colui che è luce, che nessuno può nascondere. Luce? Dove? lo non lo vedo in mezzo alle mie cose: no, tu non l'hai trattenuto dentro la tua casa, nascosto nella tua oscurità. lo l'ho visto « sulla riva delle tenebre», oltre tutte le nostre tenebre chiuse. Quello che hai preso stretto dentro la tua comunità, chiudendo la porta del tempio per paura che qualcuno entri, quello è solo tenebre. L'uomo dell'universo qui si ferma e da qui torna indietro: il sole e la luna non mandano qui i loro sguardi. Qui al posto della sapienza si trovano parole della scrittura, al posto della devozione regole liturgiche, al posto del lavoro usanze abitudinarie. Qui alla porta sta seduto un personaggio pauroso: «No ». Dice solo: «No, no, non qui, va' via, lontano »! Dice: «Chiudi le orecchie, affinché non arrivi a sentire la formula magica: siediti lontano per non venire in contatto: non aprire la porta per non vedere»! Quello che tu hai nascosto con tanti «No », io non l'ho chiamato tenebre. Quello che io ho conosciuto è dell'universo. Se lo conosci non puoi più trattenere alcuno; non puoi più odiare alcuno: ho conosciuto colui che durante l'anno chiama naturalmente i mesi a sé, così, conoscendo lui, nasce naturalmente un diritto a chiamare tutti senza alcuna ostruzione.

La gente della casa, dal di dentro grida, urla arrabbiata: « Gettalo fuori, gettalo fuori, allontanalo! Non è una cosa di casa mia. Egli non si sottometterà alle mie leggi »!

No, non è della tua casa, non obbedirà alle tue leggi. Ma non riuscirai! Non puoi, neppure con tutte le tue forze, allontanare la luce del cielo. Per il fatto stesso che tu la combatti, la devi riconoscere. È arrivata l'aurora!

« È arrivata l'aurora », lo dice la nostra festa! E questa nostra festa non è una festa della casa, non è la festa di una società religiosa: è la festa di un'aurora veramente grande che si è levata sullo spirito, sul cielo dello spirito umano.

Molti secoli fa, nelle foreste della contemplazione dell'India si è levata questa formula profonda e sacra di questa festa mattutina: «C'è solo Lui e non c'è nessun altro fuori di Lui! Uno sempre uguale ». Sull'orizzonte dell'oriente della terra un grande uomo, vigile, dall'altra riva della notte tenebrosa porta una formula magica: ha rotto il silenzio del cielo! «C'è solo Lui e nessun altro fuori di Lui! Uno senza pari ».

Ecco, la formula dell'aurora, ferma sulle cime dell'ascesa, annuncia che un sole sta per alzarsi: ora spegnete le miriadi delle piccole luci! Questa non è formula di una casa piccola: questa aurora non è l'aurora di un paese particolare. O Occidente, anche tu ascolta, sta desto! O abitanti tutti dell'universo, ascoltate! Sul cielo dell'Oriente si è levato un messaggio: lo ho potuto sapere! Dalle rive delle tenebre io ho potuto vedere. Posso sapere come il cielo della notte che sta per finire sa del prossimo apparire del sole che sta per alzarsi:

« Ho conosciuto il grande Uomo,
Luce sulle rive delle tenebre».

Nel Bengala la notizia di questo nuovo secolo nello spirito dell'uomo della terra, di questa nuova aurora è arrivata per la prima volta ottanta anni fa. Allora nel mondo c'era opposizione tra nazione e nazione, lotta tra religione e religione; allora sul trono di ferro della parola della scrittura e delle pratiche inutili sedeva regina la divisione. In mezzo alle tenebre, chiuse da mura di una mentalità di divisione, Ram Mohon Rae (un precursore dell'India moderna e fondatore del « Brammosomag ») ha innalzato la luce dell'Uno senza pari, ha potuto vedere che in India le religioni indù, cristiana e musulmana si erano unite insieme in virtù di una preparazione di tanti secoli, per radunare in una sola assemblea tutti questi svariati ospiti. Quando la civiltà umana cominciò ad estendersi di paese in paese, in ogni parte della sua nuova manifestazione, l'India ha ripetuto la sua formula mistica: «Uno, Uno, Uno »! Se l'uomo conosce questo Uno, allora sarà nella verità; e se non conosce l'Uno, la sua grandezza sarà distrutta. Solo per la mancata percezione di questo Uno nella terra c'è stata un'esplosione di falsità. L'abbandono di questo Uno ha portato meschinità, insuccesso, debolezza. I grandi uomini sono venuti a proclamare ql1esto Uno. Tutti i grandi rivoluzionari sono venuti a liberare questo Uno.

Nel giorni tristi di una agitazione ostinata, terribile, divisa nel Bengala, oltre ogni speranza, impensabile, con voce chiara e senza esitazione è risuonata la mistica formula dell'Uno, Lui e solo Lui! Bisogna certamente riconoscere che nello spirito dell'uomo - chi sa dove? - è sprizzato uno zampi110 di un risveglio misterioso. La sua prima notizia è risuonata in Bengala.

Oggi nel nostro paese è arrivato un grande uomo. Non abbiamo regno, non commercio; sulla terra siamo coloro che devono stare a testa bassa più degli altri; nella nostra casa povera, disonorata, in mezzo al vuoto è sorto un grande uomo. Egli è venuto per prenderci per mano. Nel nostro paese si è potuto raccogliere una tale offerta preziosa che possiamo mettere nel calice dell' eternità presso tutti gli uomini: altrimenti non riceveremo la grande fortuna. Questa nostra offerta non si può fare sotto l'ombra della quercia, non nelle stanze della casa, non nei recessi del villaggio: questa offerta si farà nell'aia dell'universo. Qui l'uomo universale prenderà quello che gli spetta: per questo è arrivato il suo ambasciatore.

Egli ci ha dato la formula magica: «Lui solo e nessun altro »! Ha detto: «Tieni in mente, in mezzo a tutte le diversità tieni in mente l'Uno senza pari. In mezzo a tutte le contraddizioni tieni in mente l'Uno senza pari ».

Dopo aver conosciuto questa formula magica non possiamo avere più sonno. L'Uno ci ha toccati e non possiamo più stare quieti. Oggi, noi, abbandonata la casa, il gruppo, il villaggio, esultanti siamo usciti al pensiero di diventare pellegrini sulle vie dell'universo. Non sapevamo che c'era un viatico per questo pellegrinaggio: ora abbiamo visto che non c'è alcuna povertà. Coloro che, fuori e in casa, sono stati dispersi della disunione, hanno ricevuto l'ordine di predicare in mezzo a tutti gli uomini l'Uno. C'è un viatico per questo ed è arrivato un ordine.

Incominciato il cammino arrivarono degli ambasciatori uno dopo l'altro. Nel nostro paese si è preparato un messaggio che chiamò l'Oriente e l'Occidente ad una dimora eterna, che nella luce dell'Uno farà conoscere in eterno i figli dell'eternità. Dopo l'avvento di Ram Mohon Rae, anche se non abbiamo la completa conoscenza del pensiero, delle parole e delle opere del nostro paese, sappiamo però che c'è un cammino verso l'eternità. Noi acquisteremo l'eterno e lo proclameremo; nel nostro intimo c'è una pressione, come l'impeto dell'alta marea, di un flusso profondo. Noi lo sentiamo: vogliamo scoprire il mistero di come la società con la società, la scienza con la scienza, la religione can la religione, possano fare un bagno sacro in uno stesso oceano, in uno stessa luogo sacro. Questo lavoro è già cominciato interiormente. Ci pare stia per aprirsi ancora una volta la parta del Maestro, che esisteva in antico nella nostra patria. Qualche tempo fa era completamente in silenzio e ora qui si sente la sua voce. E ancora di tanto in tanto vediamo affacciarsi qualcuno al sua balcone e osservandolo in volto si può notare che essi sono gli uomini del mondo libera: sono i fratelli dell'universo. Sulla terra, di secolo in secolo, tutti i grandi uomini venuti da diversi paesi: Giaggobolco, Bissomitro, Budda, Cristo, hanno visto tutti in Dio. Essi non sono rimasti dentro le mura di parole morte, di opere morte: le loro parole non sono una eco, le loro opere non sono una copia, la loro marcia è una imitazione. Essi hanno fatto risuonare nella strada maestra dell'universo il canto del grande spirito, dello spirito dell'uomo. I nostri maestri hanno preso il ritmo di quel grande canto: «Una e nessun altro fuori di Lui »! Bisogna ripetere continuamente in tutti i toni questo verso: «Uno e nessun altro fuori di Lui»!

Non c'è possibilità di tenerci nascosti. Ora è tempo per noi di metterci fuori e di rivelarci davanti a tutti alla luce di Dio. Bisogna presentarsi davanti a tutti gli uomini con la carta d'identità della Provvidenza dell'universo. Lui ci ha mandato questa carta d'identità attraverso i suoi messaggeri. Quale è la nostra identità? La nostra identità è questa: noi siamo coloro che dicono: Dio non abita in un particolare posto, in paradiso; noi siamo coloro che dicano: Dio non si può conoscere con qualche rito esterno, oppure: la scienza di Dio è chiusa dentro a qualche scrittura particolare per un popolo particolare. Noi diciamo: si può conoscere Dio con una intelligenza che abita nel cuore senza alcun dubbio. Noi siamo coloro che dicono: Dio non è un particolare guadagna di un popolo particolare. Noi diciamo: Egli fa le leggi necessarie per ogni colore, Egli non disprezza alcun colore. Noi siamo coloro che hanno preso la responsabilità di proclamare il messaggio: «Uno, Uno, incomparabile Uno»! Perciò noi non vogliamo più stare chiusi dentro i costumi temporali di un popolo o di una religione locale. Noi vagliamo manifestarci unendoci a tutti, nella luce dell'Uno. La nostra festa è la festa di questa rivelazione, la festa della manifestazione dell'uomo dell'universo. Questa è una cosa da ricordare. I primi raggi dell'aurora di questa festa si sano già alzati: l'aurora che darà inizio a un grande giorno.

Quel grande giorno è venuto; eppure ha ancora da arrivare: possiamo vedere la sua immagine dentro il futuro che sta arrivando. La verità che esce da Lui non è una verità che noi possiamo carpire per sempre e chiuderla a chiave dentro la cassaforte con i documenti della nostra comunità, a cui possiamo dire: «Questa è la società del bramì, questa è della nostra comunità religiosa »! Non abbiamo ancora potuto capire per bene perché noi di anno in anno celebriamo questa festa. Ci siamo detti: «In questo giorno, tempo fa, si è fondata la società dei brammo, così noi brammo facciamo festa ». Non è un affare tanta piccalo come crediamo. Il grande Spirito, l'Operatore dell'universo, che è sempre dentro il cuore del popolo, al tempo presente dalle porte del Bengala sconosciuto ha mandato al mondo la chiamata per l'unione della religione, per l'unione dei popoli. Per questo noi possiamo chiamarci beati.

In questa festa di gennaio noi rinfocoliamo la gioia di una storia straordinaria; dobbiamo risvegliarci a questa verità e prendere la responsabilità profonda di questa grande grazia di Dio. Allarga la tua intelligenza, apri il tuo cuore, non crederti povero, né debole. Dedicati alla contemplazione, accetta la sofferenza e non fare del lavora uno strumento o dell'intelligenza una morte col gustare il riposo di una società ristretta. Soprattutto riconosci la verità e riempi la tua vita, senza paura, della gioia di Dio.

O Guida dell'universo, Tu sei dentro il trono del cuore dell'uomo: Tu stai compiendo per mezzo nostro una grande opera. O grande Spirito, noi non abbiamo ancora capito completamente questo. Dove la tua forza divina ha toccata la nostra intelligenza, sta avvenendo un gioca della tua creazione! Questa non è per noi ancora ben chiaro, perché non abbiamo potuto comprendere in quale punto dello spazio della vita terrena la nostra fortuna gloriosa ci stava ad aspettare. I nostri sforzi si sono dispersi ad ogni momento, la povertà della nostra intelligenza non è terminata, la verità non si è levata splendente, il nostra dolore e la nostra rinuncia non hanno acquistato alcuna grandezza. Tutto è diventato piccolo e non abbiamo potuto vedere nulla di meglio davanti ai nostri occhi che l'interesse, la pigrizia, l'abitudine e la paura degli uomini. Non trovo la forza di dire questa parola, che se anche tutto il mondo mi è contrario, tuttavia Tu sei con me; per me si compie il tuo piano, Tu in me avrai vittoria.

O puro Spirita, rendici coscienti, liberaci dalla tremenda padronanza dell'ateismo nel cammino della vita, liberaci dalle tenebre della miscredenza e della disperazione. Facci comprendere la grandezza del tuo piano che portiamo con noi, affinché noi non ci sediamo distratti in mezzo alla strada di una stoltezza settaria, ma che miriamo versa la via sulla quale, al tua comando, in questo mondo abbiamo cominciato la marcia verso i cancelli del nuovo secolo. In mezzo alle varie tue gioie nel mondo adoriamo il Meraviglioso che è senza forme, affinché noi passiamo piegare le nostre teste davanti all'unica eterna legge che attraversa tante leggi è in tanti posti, in tanti tempi. Siano allontanate la paura, l'orgoglio, l'irriverenza. Con Te non ci sia alcuna separazione, credendo senza alcun dubbia che tutto è posto nella tua unica forza e tutto è guidato dall'attrazione universale dell'unico piano di bene. Portando da per tutto la devozione, con capo chino e mani giunte, cercheremo di vedere questo tuo piano misterioso. Questo tua piano non chiuso in alcun paese, né diviso da alcun tempo: i sapienti, seduti in casa loro, non possono comprometterlo; i re non lo possono legare con le loro leggi convenzionali. Sicuri di questo, uniti tutti i nostri piani a questo grande piano, noi usciamo sulla strada maestra del tuo regno. Il nostro cielo si inondi della luce della speranza e il cuore ripeta: «O Gioia suprema»! La nostra patria ancora una volta si ponga sopra il suo altare, sopra tutte le divisioni della società umana e proclami questo messaggio:

«Ascoltate, abitanti dell'universo,
figli dell'eternità,
abitanti delle dimore eterne.
Io ho conosciuto Lui,
il Grande Uomo,
luce sulla riva delle tenebre.
C'è Lui e nessun altro
fuori di Lui»!

25 gennaio 1909.

 

 

SENTIMENTO E SANTITÀ

Nel nostro cuore c'è un grande desiderio di felicità. Noi cerchiamo tante occasioni e vari mezzi di godere, sia con la poesia, sia con l'arte, sia con canti, racconti e teatri.

Molte volte noi vogliamo partecipare a una funzione religiosa per soddisfare questo sentimento. Se possiamo godere solo per un po' pensiamo di aver guadagnato qualche cosa. A poco a poco l'abitudine della soddisfazione diventa in noi come una droga. Come per altre soddisfazioni l'uomo raccoglie tanti mezzi, raduna tanta gente, moltiplica tante cose, così cerca anche la droga della soddisfazione religiosa. Coloro che amano il parlare e le prediche, radunano oratori, stabiliscono centri, tutto per avere questa soddisfazione divina.

Lo sbaglio di credere di avere qualche cosa perché si ricevono queste soddisfazioni è segno della debolezza dell'uomo. Di questo possiamo trovare varie prove nel mondo. Si trovano degli uomini che garriscono assai facilmente; facendo le fusa chiamano fratelli gli uomini; manifestano con facilità la loro generosità; versano facilmente lacrime e credono così di avere espresso i loro sentimenti e pensieri, di aver avuto successo. In realtà si fermano qui e non vanno molto lontano.

Io non dico che tutti questi sentimenti non valgano nulla. Ma se faccio lo sbaglio di pensare a questi come uno scopo, ciò non soltanto non giova, ma anche porta alla rovina e a veri dispiaceri. L'uomo sbaglia facendo di questi sentimenti un fine, perché in essi c'è una droga.

Nell'esercizio dell'adorazione e della contemplazione ci sono due vie per ricevere.

La pianta si provvede il cibo in due modi: uno attraverso le foglie, raccogliendo il nutrimento dell'aria e della luce; un altro attraverso le radici, assorbendo la linfa.

A volte piove, a volte fa sole, a volte spira l'aria fredda, a volte tira il vento di primavera. Le foglie si fanno irrequiete e da tutto questo prendono quello che possono prendere. Poi appassiscono, cadono; poi rispuntano le foglie nuove.

Ma nelle radici non c'è questa irrequietezza. Esse stanno sempre ferme, quiete e si estendono dentro, in profondità; faticosamente raccolgono il proprio cibo.

Anche per noi ci sono queste due fonti: quella delle foglie e quella delle radici. Dobbiamo prendere il nostro cibo spirituale da due parti.

Il fatto più importante è di prendere il cibo dalle radici. Questo è dalla parte del nostro essere, non del nostro sentimento. Quello che noi riceviamo nella preghiera, attraverso il nostro essere, è il cibo principale. Qui non c'è esitazione, qui non c'è ricerca di varietà; qui noi siamo calmi, silenziosi; siamo immersi in Dio. Il lavoro qui è tanto nascosto, tanto profondo: raccoglie vita e forza dentro, ma non si rivela attraverso il sentimento; riceve, si nutre e sta nascosto.

Ciò che attraverso la forza aumenta la vita, si chiama devozione. Questa non è nella piena dei sentimenti soffusi di lacrime, essa è devozione. Non le piace essere sbattuta: sta dove è, dal profondo va ancora più al profondo. È come una ancella purificata e linda, sta sotto a tutto, a mani giunte, ai piedi di Dio.

Per il cuore quanti mutamenti! Oggi, nelle parole la sua soddisfazione; domani, nelle stesse parole la sua insoddisfazione. In esso gioca l'alta e la bassa marea; a volte è giubilante e a volte nell'angoscia. Come le foglie delle piante, che oggi sono una rivelazione, domani cadono appassite. Ecco il cuore instabile: come fogliame mosso dall'ansietà, al tocco di sempre nuovi sentimenti.

Se non ci fosse una unione stabile ed inseparabile con le radici, con l'essere, con la natura, tutti questi sentimenti, i loro tocchi sarebbero ragione di rovina e distruzione. La luce del sole fa seccare la pianta, le cui radici sono state tagliate; l'acqua delle piogge la fa marcire.

Se dentro il nostro essere la devozione cessa di assimilare cibo in quantità sufficiente, la gioia dei sentimenti non si nutre, va in rovina. Per l'animo debole e gracile il cibo del sentimento diventa un cibo poco buono.

Se ogni giorno noi, dalle radici dell'essere, assorbiamo santità, anche la contemplazione ci sarà favorevole. Non c'è bisogno di cercare e di forzare la soddisfazione: nel mondo sulle diverse correnti del sentimento essa stessa verrà da diverse parti. La santità è un elemento della contemplazione. Essa non piove giù dal di fuori, viene presa e attirata da dentro di noi stessi. La santità è una cosa delle nostre radici, il sentimento è delle foglie.

Ogni giorno nella preghiera noi vogliamo aprire la nostra intelligenza verso l'accoglienza della santità, in silenzio e profondità. Non vogliamo far nulla di più che stare, ogni giorno, dell'alba, davanti a chi è Santo per ricevere la sua benedizione. Inchinàti umilmente, diciamogli: «Prendendo la polvere dei tuoi piedi la mia fronte si è purificata. Ho potuto così prendere il viatico per il cammino di tutto il giorno, All'alba mi sono fermato davanti a Te; mi sono inchinato a Te, mettendomi sul capo la polvere dei tuoi piedi. Nel lavoro del giorno in un puro ardore riconoscerò la forza di questa polvere ».

14 febbraio 1909.