PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978

 

I II III IV V VI VII
Dentro e fuori
Santuario
Divisione
Colui che vede
Dimora eterna
Sposalizio
Tre piani
Desiderio, volontà, bene
Potere
La perla magica

DENTRO E FUORI

Noi siamo uomini, nati in mezzo agli uomini. In noi ci sono tante inclinazioni che ci aiutano ad unirci con gli uomini, a scambiarci con essi le gioie e tante cose diverse necessarie.

Siccome abitiamo in mezzo agli uomini, tutte le inclinazioni agiscono attivamente in diverse direzioni e in diverse maniere nelle relazioni con gli uomini. Quante visite, quante risa, quanti inviti, quanti giochi e scherzi ci impegnano senza fine.

La necessità dell'amore dell'uomo verso l'uomo non manifesta naturalmente questa agitazione e questo entusiasmo. La persona sociale e la persona che ama non sono la stessa cosa: a volte la vediamo una contro l'altra; tante volte possiamo osservare che nel cuore della persona sociale non c'è posto per l'amore e per la pietà.

La società tiene occupati: in società, le diverse conversazioni sociali, il lavoro sociale, creando divertimenti pubblici, attirano l'entusiasmo della nostra mente. Non c'è da pensare come possiamo impegnare questo entusiasmo in qualche lavoro per calmare la mente e il cuore: vengono portati da se stessi attraverso i vari canali artificiali delle formalità umane.

La persona prodiga non è che faccia se stessa povera per allontanare le sofferenze degli uomini: non è capace di controllare la sua inclinazione a spendere. Spendendo in mille modi è contenta di un gioco senza entusiasmo.

Nella società la nostra socialità spende così tanta parte delle sue forze, attratta non da un amore speciale verso la gente della società, ma da una inclinazione di spendere se stessa.

Al vedere la vita dei passatempi, in Europa, possiamo capire come possa ingrandirsi senza controllo questa inclinazione. Non c'è riposo dalla mattina alla sera: è una preoccupazione dietro l'altra; chi è impazzito per la caccia, chi per la danza, chi per il gioco, chi per il mangiare, chi per la corsa dei cavalli. La vita non ha altra mira stabile, né una via certa: i giorni passano uno dopo l'altro, una notte dopo l'altra: una follia che gira nella ruota dello zodiaco.

Nella nostra vita non abbiamo tante energie da andare così lontano; e noi pure tutto il giorno stiamo ad aspettare quietamente sulla via chiusa della società soltanto per spendere la vitalità della nostra mente. Non conosciamo altro mezzo per liberare la mente che quello di spendere le forze della mente.

Tra il dono e la spesa c'è molta diversità. Quello che noi doniamo agli uomini è una uscita che dall'altra parte trova la sua pienezza nel bene; ma quello che noi spendiamo per gli uomini questo è solo uscita. In ciò vediamo un impoverimento profondo del nostro spirito: la sua forza viene portata via, arriva la stanchezza, arriva la fine. Per dimenticarne la povertà, la futilità dobbiamo continuamente rinnovare questo gioco artificiale: dove ci fermiamo, ci scappa fuori l'anima.

Per questo i mistici, per guadagnare un tesoro supremo, per dedicarsi completamente alla virtù, si sono rifugiati nelle montagne, nelle foreste, nel deserto, lontano dagli uomini. Essi vogliono salvare la prodigalità interna, infinita della virtù.

Non è religione dell'uomo abbandonare completamente l'uomo; ma dove, fuori, possiamo trovare questo silenzio, questa caverna nella montagna? Non è sempre possibile.

Ma questo silenzio, questa caverna, queste rive dell'oceano sono sempre con noi; sono dentro di noi. E se non fosse così, non troveremo il silenzio né lontani dagli uomini, né nelle caverne, né sulle rive dell'oceano.

Noi dobbiamo venire a conoscenza di questo eremo, nascosto in noi: conosciamo troppo bene l'esterno, raramente facciamo un cammino dentro di noi. Per questo il valore della vita è venuto meno. Cioè consumiamo le nostre forze tutte fuori e ci roviniamo. I mille abbandoni dell'esterno non sono un rimedio, perché dire all'uomo di abbandonare l'uomo è come dare più importanza alla medicina che alla malattia. Un vero rimedio è quello di guadagnare il tuo interno e creare un'armonia tra il dentro e fuori. Così la vita potrà essere salvata dalle pazzie della prodigalità.

Diversamente possiamo vedere dei religiosi avidi come un avaro scrupoloso che, con la bilancia in mano, fanno piccole le loro parole, la loro bontà il loro entusiasmo. Cercando di diminuire il più possibile le spese, credono che l'ultimo fine della perfezione sia quello di rendere l'umanità arida, pallida e senza gioia.

Non può essere così: per l'uomo tutto deve essere facile. Non va bene essere prodighi sconsiderati, né va bene essere avari meticolosi. L'importante è trovare una strada di mezzo, di edificare se stessi vivendo in mezzo agli uomini e nell'abitazione dentro di noi. Non è nostro soltanto l'esterno: bisogna sempre sentire, in mezzo a tutte le chiacchiere, a tutti i divertimenti, a tutti i lavori, che le radici della nostra abitazione sono interiori. Bisogna fare semplice la nostra vita interiore, nascosta, facile da penetrare rapidamente anche nel travaglio di un lavoro pressante.

Dentro la stanza del nostro cuore, in mezzo a tutto il frastuono della gente, del nostro lavoro, troviamo sempre posto di refrigerio, un refrigerio che non è vuoto: è pieno di amore, di affetto, di bene. Questo refrigerio è Colui che gli Uponissod hanno chiamato Onnipresente, che avvolge tutte le cose del mondo. Abbraccia tutto il lavoro, abbraccia tutti gli uomini: questo refrigerio è in tutte le cose. Egli stabilisce le nostre relazioni ed Egli lenisce le ferite dei nostri scontri. Abituati a sentirlo interiormente come un refrigerio lontano dai rumori, dentro il segreto del cuore, in un refrigerio pieno di amore, di bontà e di pace, entriamo sempre dentro il cuore. Quando ridiamo, quando giochiamo, quando lavoriamo, non ci sia alcun ostacolo per rifugiarci qui.

Non versarti tutto fuori rovesciandoti completamente. Se impari a sentire dentro di te quel refrigerio immortale, profondo, il mondo non ti sarà più una spina e le cose non s'accumuleranno in te come veleno; l'aria non sarà contaminata, la luce non sarà pallida, la mente non sarà scottata dal calore.

« Pensa a Colui che regna dentro di te,
non dimenticare mai questo.
Non c'è salvezza nel mondo
senza contemplare Lui ».

15 febbraio 1909.

 

 

SANTUARIO

Oggi ripetiamo: «Pensa a Colui che regna dentro »! È necessario ripetere ogni giorno queste parole. Quando non sarà più necessario pensare a Colui che è eterna dimora dentro il nostro cuore? Le parole vecchie impallidiscono, il loro intimo significato a poco a poco diventa disprezzabile: così si allontanano da noi come insignificanti.

Ma forse che si allontana la loro necessità?

Nel mondo ciò che è fuori ci è conosciuto, per questo il di fuori è l'unico rifugio della nostra mente. Per noi non esiste affatto il mondo infinito che cammina con noi dentro l'animo. Se ci fosse chiara la sua conoscenza, la supremazia del fuori non si leverebbe sopra di noi così arrogante; e appena avessimo a subire delle perdite fuori, non le considereremmo così tanto gravi perdite; non considereremmo le regole esteriori leggi supreme, tanto da credere di doveri e seguire sottomessi come l'unico nostro destino.

Oggi la nostra misura, il peso, il valore stanno tutti fuori: che cosa dice la gente, che cosa fa la gente; regoliamo il bene ed il male tutto su questo. Per questo quel che dice la gente ci tocca il cuore; i fatti della gente ci fanno perdere la testa; la paura della gente è la più grande paura; la vergogna di fronte alla gente è la cosa più temibile. Così, quando la gente ci abbandona, ci sembra di non aver nessun altro in questo mondo. Allora noi ci consoliamo dicendo:

« Tu ami, e sei di colui
che è abbandonato da tutti,
che non è di nessuno:
Colui che è senza tetto,
che ha per rifugio la strada,
abita nella tua casa»!

Colui che è abbandonato da tutti, nella sua anima non è abbandonato neppure per un momento. A colui che ha per rifugio la strada, nessuna grande forza, neppure un persecutore, può strappargli per un momento la sua dimora interiore. Nessun uomo della terra può in alcun modo castigare colui che davanti al Testimone Interiore è innocente, pur mettendolo in prigione, pur impiccandolo.

Noi siamo nel mondo come sudditi di un regime senza re: nessuno ci difende; siamo caduti fuori, ci vengono strappate da ogni parte tutte le forze e non sappiamo valutare di quanto siamo stati derubati in passato e lo siamo al presente. Colui che ha le armi bene affilate ci trafigge l'animo: chi è più forte di noi ci mette sotto i piedi. Per aumentare la nostra felicità, per la propria protezione, vaghiamo di porta in porta sottomessi alla gente. Non siamo per niente informati che il nostro re è seduto nel trono stabile dello spirito interiore.

Perché non sappiamo questo, abbiamo dato la responsabilità del giudizio alla gente di fuori, e anch'io ho giudicato la gente dal di fuori. Non sappiamo perdonare nella verità e non possiamo amare di un amore duraturo. Il desiderio di bene è solo gretto e troncato.

Finché non riceviamo in semplicità la verità, il bene, l'amore, ogni giorno dobbiamo ripetere: «Pensa a Colui che regna dentro »! Se non possiamo veramente percepire dentro la nostra anima questa verità, non possiamo neppure vedere negli altri questa verità, e non possiamo costituire con loro una relazione vera e reale. Quando io saprò che sono nello Spirito puro, che il puro Spirito è dentro di me, allora, guardando verso gli altri, potrò vedere certamente che essi sono nello Spirito puro e il puro Spirito è in loro.

Allora la pazienza, l'amore, il perdono verso gli altri saranne facili; allora la propria disciplina non sarà soltanto esteriore, nell'osservanza delle pure regole. Finché ciò non avverrà, finché il fuori sarà tutto per noi, finché il fuori starà davanti a nascondere completamente tutto, impedendo ogni tranquillità, bisognerà ripetere:

« Pensa a Colui che regna dentro,
non parlare d'altro!
Non c'è altra salvezza
fuori del suo servizio»!

Conoscendo solo il mondo, il mondo diventa pericoloso: se riesce a prendere il destituito, l'indisciplinato, non lo lascerà senza rovinarlo.

Ogni giorno vieni, vieni dentro! Qui si cambino tutte le inquietudini, non arrivi alcun colpo, non si posi alcuna polvere. Qui non dare ansa all'ira, non accettare ansietà, non soffiare nel fuoco dei desideri, perché questo è il tuo Santuario, il tempio della Divinità. Se qui non c'è un po' di quiete, non troverai quiete neppure nel mondo; se qui tieni qualche macchia, tutte le porte dei Santuari del mondo ti saranno chiuse. Vieni dentro l'interno puro e senza ansietà; vieni alle rive di questo oceano, sulle vette di questa altissima montagna. Fermati qui, a mani giunte, e umilmente china il capo. Dalle immense acque di questo oceano, dalle fonti zampillanti di questa montagna, ogni giorno, al termine della adorazione porta fuori e spargi nel mondo queste acque benedette: tutti i peccati se ne andranno e tutte le ustioni scompariranno.

16 febbraio 1909.

 


DIVISIONE

Per una non ben distinta divisione di ciò che è fuori e di ciò che è dentro succede di condurre una vita non ben disciplinata, non bene ordinata e perfetta.

Se non c'è una buona divisione, non ci può essere una buona armonia. Se la maturazione resta solo nella massa, se il corpo non si sviluppa nella varietà, nel corpo non comparirà l'immagine dell'armonia.

In noi c'è un posto dove c'è una divisione tanto grande: la divisione del dentro e del fuori. Finché questa divisione non sarà ben definita, anche l'armonia del dentro e del fuori non brillerà in un ordine perfetto.

Noi andiamo avanti come se avessimo un solo patrimonio. Non sappiamo radunare in un sol luogo l'interesse e i grandi tesori, l'eterno e il temporale. Perciò uno colpisce l'altro l'ostacola, e così le perdite nell'uno sono le perdite dell'altro.

Le cose di fuori devono essere lasciate fuori: se le portiamo dentro succede una tempesta. Non è solo inutile mettere una cosa dove non è il suo posto, ma è anche nocivo. Perciò una delle nostre maggiori preoccupazioni deve essere di cercare che le cose di fuori stiano fuori e che non vadano dentro a creare confusione.

Nel mondo noi troviamo perdite ad ogni passo: quello che oggi è, domani non è più. Perché noi non lasciamo fuori nel mondo queste perdite? Perché ce le portiamo dentro?

Le foglie delle piante oggi appaiono nel boccio, domani invecchiano e cadono a terra appassite. Però cadono e appassiscono fuori. La pianta non accoglie dentro la sua linfa l'inevitabile perdita del fuori, del suo fuori. La perdita di fuori resta fuori; la crescita di dentro va avanti ininterrottamente dentro.

Noi non manteniamo questa separazione. Noi, decisi, scriviamo nel libro « dentro» tutte le compre e vendite del « fuori »; cosicché roviniamo un libro costoso, rilegato con gioielli preziosi. Con l'instabilità del «fuori» segniamo « dentro» fantasie peccaminose e continuiamo con i colpi del « fuori» ad accumulare « dentro» pene.

Nel rifugio del nostro «dentro» c'è una religione di stabilità: qui è il posto per raccogliere. È un posto nel quale non si può depositare tutto quello che si vuole. Anche le cose instabili, se si possono mettere qui dentro, diventano stabili. Nessuno però può mettere un corpo morto dentro lo scrigno della stanza nuziale: bisogna offrirlo alla terra, al fuoco, all'acqua.

Nell'uomo ci sono questi due stati: stabilità e instabilità, l'anima e il mondo.

Anche negli animali, in maniera oscura, ci sono questi due stati, ma non così profondi; perciò gli animali sono salvi da un pericolo. Essi non cercano di fare stabile ciò che è instabile, perché non è nelle loro mani la possibilità di farlo.

L'uomo può dare all'instabile il dono di una stabilità duratura, certo, ma deve portarlo dentro ed investirlo degli elementi della stabilità senza accondiscendere in questo a nessuna negligenza. L'intima natura dell'uomo è una natura di stabilità, perciò gli è data questa possibilità.

Questi sono gli effetti: la natura degli animali è soggetta alla necessità; compiono naturalmente il loro lavoro e se ne stanno tutti soddisfatti. L'uomo d'altra parte immerge il suo lavoro nella linfa della fantasia, lo raccoglie dentro se stesso. Non lo lascia perire nei meandri della necessità. Perciò quello che ha un suo proprio posto fuori, venuto dentro, diventa un peccato permanente. Se raccogli e porti dentro sforzi e cibo, mezzi per mantenere la vita, quello che è di fuori diventa una chimera continua di avidità insaziabile e rovina anche la salute.

Vedo ciò perché in noi c'è un tempio d'eternità, il tempio della santità, ma in noi c'è posto anche per il peccato. Usare per un posto tutto particolare quello che è caduco, che è solo necessario per un bisogno temporale, è trattenerlo legato dentro il nostro tempio di pace, è morire, provvedendo per esso un cibo inutile: questo si chiama peccato.

Il Purana ha detto: «L'ambrosia è bevanda per gli dei, ma non è cibo per i demoni»! Il demone che ruba e beve 1'ambrosia avrà la testa di drago e la coda avrà forme mostruose e, vivendo inutilmente, porterà a tutto il mondo tremendi dolori e dispiaceri.

Se noi diamo al demonio il diritto di entrare nel segreto della nostra cella interiore, dove un tabernacolo protegge il calice dell'ambrosia, bevanda degli dei, rubando e bevendo 1'ambrosia diventerà immortale. E dopo di questo distruggerà i nostri tesori, il nostro viatico, la pace, la salute, procurandoci in ricompensa grandi dispiaceri. Queste disgrazie ci capitano perché abbiamo nei nostri scrigni la ambrosia.

Il demonio non ha alcun diritto di stare nel tempio eterno dell'ambrosia, ma fuori; nel campo del lavoro la sua necessità può essere grande: può portare fardelli gravi per vie impervie, può aprirsi una via per le più aspre montagne. Se gli dai il salario di servo, ti può compiere a meraviglia il lavoro di padrone. L'ambrosia però non è il salario dello schiavo, ma è oggetto di godimento nell'adorazione di Dio. Donarla all'ingegno è peccato. Se ti prendi dentro per far vivere colui che al più presto deve essere ucciso fuori, e crei il peccato con le tue mani.

Per questo ho detto che lasciar fuori quello che deve star fuori è un importante lavoro del cammino della vita.

17 febbraio 1909.

 


COLUI CHE VEDE

Salva il dentro dagli assalti del fuori. Non vedere i due uniti insieme: non riconoscere il tutto chiuso nel mondo; se farai così, non potrai trovare alcuna via che ti salvi dal mondo.

Momento per momento sotto i terribili colpi del lavoro percepisci il tuo dentro: bisogna sentire sempre questo, istante per istante. In mezzo ai grandi rumori bisogna vedere, allarmati, se qualcuno di quei rumori arriva dentro. Qui è tutto calmo, quieto, candido! No, non lascerò entrare qui, in nessuna maniera, alcuna agitazione del fuori. O grande folla, in riso e in gioco, nell'andare e nel venire delle formalità, per una volta come un lampo vieni dentro, vieni a vedere. Ferma, senza tremiti, brilla la lampada; l'oceano senza onde è immobile, fisso nelle sue profondità; non arrivano qui i pianti dei dolori e le esplosioni di rabbia qui sono calme.

In questo universo non c'è nulla, neppure un granello di sabbia, che non sia pervaso dal puro Spirito. Egli è « Colui che vede », sottomesso a nessuno. Il mondo è tutto suo, è veramente nel suo tutto; eppure Egli è sopra di esso.

Così tu devi riconoscere la nostra Anima Interiore: il mondo è suo, il corpo è mo, l'intelligenza è sua, il cuore suo. Egli è «Colui che vede ». Ecco che l'io è nato in questo mondo, ha preso un nome particolare ed usufruisce di tante gioie e dolori. Egli vede questa parte fuori come una testimonianza di se stesso. Quando noi ci purifichiamo, percepiamo in modo pieno l'Anima Interiore, possiamo conoscere la nostra essenza eterna e in mezzo a tutti i dolori e le gioie passiamo oltre le stesse gioie e dolori, conosciamo la nostra vita e il mondo come « Coloro che vedono ».

Quando noi conosceremo in modo puro l'anima separata da tutti i lavori, dal mondo, dalle irritazioni, potremo vedere che non è vuota. Dentro di noi, nel cielo puro, immacolato e quieto, vedremo l'anima che pervade il cielo. In noi potremo conoscere quella santissima cella di luce miracolosa, splendente di una luce chiarissima.

Per questo gli Uponissod più volte hanno detto: «Conosci l'Anima Interiore, così conoscerai l'immortalità conoscerai l'Assoluto. Perciò da tutte le cose entrerai dentro tutto, senza perdere nulla avrai la libertà ».

18 febbraio 1909.

 

 

DIMORA ETERNA

Gli Uponissod hanno detto:

« Colui che ha conosciuto la gioia di Dio
non avrà più alcuna paura ».

Dove vediamo la gioia di Dio? Dove la conosciamo? Dentro l'Anima Interiore.

Guarda per una volta l'anima dentro il tempio, nel suo tempio eterno. Lì l'anima è sopra le follie e le pene del fuori, sopra tutte le sensazioni del mondo. Entra a vedere dentro a quella cella nascosta nel più intimo, potrai vedere che dentro l'animo, notte e giorno, appare la gioia del puro Spirito e non ha un momento di riposo. Il puro Spirito gode della vita. Entra dentro l'intima unione di quell'amore e osserva. Potrai percepire dentro di te che cosa vuol dire gioia di Dio e allora non avrai più paura di nessuno.

Dove è la tua paura? Nell'agonia fisica e mentale, nella vecchiaia e nella morte, nell'unione e nella separazione, nell'andare e nel venire: qui ci sono gioie e pene. È un grosso sbaglio vedere l'animo solo nel mondo fuori, passare da un travaglio all'altro, da un affare all'altro, tutto immischiato con le mutazioni e le agitazioni: lo vedrai misero, tanto brutto. È un grosso sbaglio vederlo solo avvolto dalla morte, solo stare in pena; credere vero ciò che non è vero, stabile ciò che non è stabile.

Alla fine, quando tutte quelle cose si spezzeranno sotto le leggi del mondo, sembrerà che anche l'animo si spezzi, vada distrutto. E brucerai così nelle pene e nella disperazione.

Se tu volutamente dai grande importanza al mondo, questo, con la forza che tu gli darai, abbatterà e sconfiggerà l'animo ad ogni passo. Vedi l'anima in Dio, nell'eternità, dentro la dimora interiore. Allora tutta la forza delle pene e degli spasimi se ne andrà. Allora, che paura ci sarà delle perdite, delle maldicenze, della malattia e della morte? L'anima sarà vittoriosa, andrà di vittoria in vittoria! L'anima non può essere schiava del mondo neppure per un momento, perché è fissata nell'eternità e nell'infinito. La gioia di Dio si trova nell'anima. Perciò coloro che vedono veramente l'anima, esprimeranno anche la gioia di Dio.

Coloro che hanno visto se stessi nella libertà del Dio Assoluto sono beati, beati, beati!

Coloro che si vedono legati al mondo sono disgraziati, disgraziati, disgraziati!

19 febbraio 1909.

 

 

SPOSALIZIO

Noi vediamo che in tutte le parti del mondo c'è una creazione continua. Ciò che è sparso viene radunato e ciò che è radunato viene sparso.

Il mondo cammina da una ferita all'altra, da una forma all'altra: in nessun posto c'è un momento di riposo. Tutte le cose camminano sulla via del mutamento, eppure non c'è fine per alcuna cosa. Il nostro corpo, l'intelligenza, anche la nostra mente, la natura girano dentro a questa ruota: passo passo va avanti la trasformazione, tra unioni e separazioni, tra crescite e diminuzioni.

Il carro della natura corre veloce sulle miriadi di ruote del sole e delle stelle: non vedo in alcun luogo l'ultimo traguardo di tutto questo, non un punto fermo in alcuna parte. Anche noi, saliti su questo carro, camminiamo su questa via infinita, senza direzione, come se si andasse in un posto ed invece non riusciamo ad arrivare mai in alcun luogo. Forse che la nostra esistenza è così un camminare senza riposo, così un cercare eterno?

E in ciò, in nessun luogo, in nessuna maniera, nessuna cosa che si possa tenere, nessun posto dove si possa rimanere? Se ciò fosse vero, se non ci fosse per noi alcun arrivo fuori del tempo e dello spazio, allora Colui che è sopra il tempo e lo spazio, Colui che non si vede, Perfetto in se stesso, non esisterebbe assolutamente per noi. Se quella religione di perfezione ed eternità non fosse veramente in noi, tutto quello che noi diciamo di Dio infinito sarebbe solo parola, per noi non avrebbe significato.

Se fosse così, bisognerebbe abbandonare l'idea di Dio. Che bisogno c'è di affaticarsi e cercare eternamente Colui che non troveremo mai? Bisognerebbe dire: Si può avere il mondo, il mondo è proprio mio, Dio è nulla per me!

Ma noi non possiamo avere il mondo. Il mondo è illusione! Ci fa correre solo dietro a sé senza farsi prendere. Solo ci attrae facendoci faticare, senza darci vacanza: se ci dà vacanza, ci elimina completamente; non stabilisce relazioni assolute. Solo relazioni di guidatore del carro: cioè, vuole solo guidarci; ci dà da mangiare per guidarci ancora con frusta e redini. Se non andiamo avanti non ci dà da mangiare, non ci mette nella stalla, ma nel letamaio.

Eppure il cavallo non riceve il frutto del suo lavoro e neppure sa che non lo riceve: sa solo che deve andare avanti. Come uno stupido, solo ci domanda: «Non ricevo nulla; non arrivo ad alcun posto; eppure cammino giorno e notte»!

Nello stomaco è arrivato il pungiglione della fame: quante centinaia di punture lancinanti sono entrate nella mente e nel cuore! Non ci lasciano in pace un momento. Che cosa vuol dire?

Vuol dire solo che non possiamo avere il mondo, né possiamo fermarci in alcun suo luogo. Dio è forse come il mondo? Forse che non ]0 possiamo trovare in alcun luogo? Noi cercheremo solo di consolare la nostra mente in qualche maniera, sapendo che Egli ci farà andare avanti per sempre, e questo andare avanti senza ricevere sarà il nostro destino eterno?

E no! Non possiamo avere il mondo, ma possiamo avere Dio, perché nel mondo non c'è una realtà da possedere: la realtà del mondo è di andare via. Perciò cercare di avere il mondo è solo avere dolori. Però non si può dire neppure che solo lo sforzo di avere Dio sia completamente fruttuoso. La realtà si trova solo e soltanto in Dio, perché Egli è verità.

Avere nel nostro animo il puro Spirito è il compimento di tutto. Non è possibile però avere Lui così come lo percepiamo con l'intelligenza e con il cuore; cioè non è giusto pensare che noi stessi abbiamo formato con la nostra piccola intelligenza e cuore quella relazione che prima non esisteva. Se questa relazione venisse formata da noi, non potremmo stare sicuri in Lui e Lui non potrebbe darei rifugio. In noi c'è un rifugio eterno, dove né il tempo, né lo spazio possono regnare: qui non c'è un susseguirsi di creazione. In questo rifugio eterno dell'anima interiore è tutta completa la manifestazione del puro Spirito.

Per questo gli Uponissod hanno detto: «Colui che vede nel presente profondo, l'Essere Supremo, infinito vero, intelligente, nella più preziosa atmosfera, l'atmosfera assoluta, nel cielo dell'anima interiore, trova qui soddisfatti tutti i suoi desideri».

Dire che Dio riempie nell'infinito qualche cosa di indefinito non ha nessun significato. Egli è nel cielo del nostro intimo, nell'anima interiore in forme di verità e intelligenza, permanente, stabilito. Se conosciamo questo con precisione, i nostri desideri non ci daranno più fastidi; nel sentirci nella pienezza noi possiamo vivere traquilli.

Non il mondo, ma Dio è in noi. E così per quanti sforzi facciamo non avremo mai il mondo, noi abbiamo già con noi Dio. Il puro Spirito si è presa l'anima. È uno sposalizio già compiuto e non c'è altro da fare, perché Egli stesso si è presa l'anima. Quanto tempo fa è stata pronunciata la formula di questo sposalizio! Il matrimonio è avvenuto e non c'è più altro da dire: ora c'è solo un gioco eterno di amore.

Colui che abbiamo ricevuto Lo riceviamo in tante maniere: nelle gioie, nei dolori, nei pericoli, nelle cose, nella gente e oltre la gente. La sposa che sa questo non ha altro pensiero: il suo mondo è il mondo dello sposo, il mondo del suo amore. Sa che è e Lo ha accolto per sempre dentro l'anima interiore: il mondo è per lei un gioco d'amore. Qui il perituro e l'imperituro vanno insieme: è unione di gioia e di eternità.

Qui noi riceviamo il nostro sposo, il solo da ricevere, per sempre da ricevere, in tante diverse separazioni e unioni, attraverso tante disparità di successioni del ricevere e non ricevere, in diverse maniere.

Chi ha capito la propria ingenua follia, che ha gustato questa linfa non potrà separarsi dalla gioia di Dio. Chi non Lo ha conosciuto, a veli tolti, non ha visto lo Sposo, ha visto solo il mondo dello Sposo; il suo trono di regina diventa tugurio di schiava.

21 febbraio 1909.

 

 

TRE PIANI

La vita dell'uomo è formata da tre grandi ordini. L'ordine naturale, l'ordine morale e l'ordine spirituale.

Nel primo stato la natura è tutto per noi. In questo stato noi siamo fuori e la natura diventa per noi il campo di ogni percezione e le nostre inclinazioni, tutti i pensieri, tutti gli sforzi si volgono fuori. Anzi persino quello che avviene dentro di noi se non ha la sua base fuori non può avere consistenza: gli elementi della nostra mente prendono nella nostra fantasia forme sensibili. Noi diciamo vero quello che possiamo vedere e toccare. Così noi facciamo il nostro Dio simile alle cose della natura dandogli forma sensibile e chiudendolo dentro le cose materiali. Noi cerchiamo di placare Dio eterno con mezzi sensibili. Davanti a Lui diciamo: «Diamogli da mangiare, diamogli dei vestiti »! Anche gli ordini di Dio sono allora ordini sensibili. La santità sta nel vivere sulla riva d'un fiume; è peccato mangiare un determinato cibo, bisogna dormire con la testa rivolta verso una certa direzione, bisogna pronunciare una formula religiosa con certe regole, in tale data e in un determinato momento: tutto questo diventa pratica religiosa.

Arriviamo alla completa percezione del fuori sbattendo la testa contro l'esterno, riportando diverse ferite nell'incontro con lui attraverso la vista, l'odorato, il tatto, attraverso la mente, la fantasia, la paura e la devozione. Allora il fuori non ci appare più il tutto come prima. Ci accorgiamo che non è più l'unico nostro destino, l'unico rifugio, l'unico tesoro. Quando esso, risvegliate tutte le nostre speranze e presa tutta la nostra mente, ci ha fatto vedere i suoi limiti, è nata in noi una grande insoddisfazione nei suoi riguardi. Abbiamo accusato la natura di essere un'illusione e sono nate nel nostro cuore sfiducia e ribellione per il mondo. Abbiamo maledetto la nostra stoltezza di esserci arresi totalmente a chi non ha altro che morte ineluttabile e solo un continuo girare su se stesso, come l'asino attorno alla macina.

A questo punto, rigettato il fuori, abbiamo cercato di farci un nido nel nostro dentro. Abbiamo dichiarato la vittoria del dentro sconfiggendo in una dura lotta il fuori, che un giorno avevamo tenuto come re. Ci siamo ingaggiati con ogni sforzo a mettere da parte, a infilzare, a strangolare, a sradicare quelle inclinazioni che un tempo erano i pedoni del fuori e che sotto la pressione del fuori ci hanno fatto sempre agonizzare. Abbiamo disprezzato completamente la fatica e la povertà, per la paura dei quali il fuori ci aveva messo le catene della schiavitù. Abbiamo innalzato sulle alte guglie della capitale del nostro dentro la bandiera della vittoria, accettando la sconfitta davanti alla tremenda forza del re del fuori, facendo sacrificio augurale al nord, al sud, all'est e all'ovest. Abbiamo messe le catene ai piedi dei desideri e abbiamo posto una stretta guardia alle gioie e ai dolori. E dopo aver disprezzato da principio alla fine i domini passati, ci siamo quietati.

E quando, annullata la potente signoria del fuori e stabilito il nostro dentro nel nostro più intimo, che cosa vediamo? Non vediamo l'orgoglio della vittoria, non soltanto l'ordine perfetto ed in ogni luogo la legge dello spirito, non soltanto al posto dei legami del fuori i legami delle leggi del dentro; vediamo una luce di gioia nel cielo dell'anima calma, assorta, controllata, pura, che illumina sia il fuori che il dentro, i cui raggi di bene sono irradiati dal centro misterioso del dentro verso l'universo intero.

Allora tutte le sfide del dentro-fuori si sono allontanate: allora non c'è vittoria, ma gioia; non lotta, ma gioco; non separazione, ma unione; non l'io, ma il tutto; non c'è né dentro né fuori, ma l'Essere Assoluto: allora l'intero cosmo si unisce all'unione dello spirito, del puro Spirito. Allora c'è devozione senza interesse, perdono senza arroganza, amore senza orgoglio, piena perfezione nel lavoro, nella carità, nell'intelligenza, senza discordia.

23 febbraio 1909.

 

DESIDERIO, VOLONTÀ, BENE

In un primo tempo la responsabilità di risvegliare tutti i nostri lavori e sforzi si basa sul fuori, che da diverse parti e in diversi modi ci sprona e ci muove.

Era chiaro però che il fuori doveva risvegliarci, ma non doveva eccitarci. Mi risveglio per rendermi cosciente della mia responsabilità, non per portare il peso della schiavitù.

Il figlio del re è stato dato in mano al maestro. C'è con il maestro un certo accordo che egli istruirà ed educherà il principe, allontanerà da lui l'ignoranza e la grossolanità e lo farà degno di ricevere i pieni poteri di re. La più alta educazione del re è di non essere schiavo di nessuno.

Ma avviene tante volte che il maestro affascina in modi diversi lo scolaro, che questi, legato dall'incantesimo di dipendere solo dal maestro, divenuto grande si sieda sul trono solo di nome: è il maestro che regna sopra il re.

Così quando il fuori va più oltre del suo insegnamento, cerca il mezzo di imporsi sopra di noi, la cosa più bella da fare è di tagliare le sue reti e di metterlo da parte.

Noi chiamiamo desiderio la forza con la quale il di fuori cerca di far uscire i nostri sforzi. I desideri ci sottomettono alle cose variopinte del fuori. Tutto quello che ci si presenta davanti ci porta via il cuore e così facilmente il nostro cuore viene sparso in diverse parti. Questo è un mezzo facile di conoscenza con il mondo vario.

Se questi desideri non si fermano al posto giusto e la pressione dei desideri diventa la cosa più grande della vita, la nostra vita non potrà liberarsi dallo stato di tenebre: non possiamo percepire ed esercitare i nostri diritti. Il fuori diventa la nostra guida e ci sarà impossibile arrivare ad acquistare una certa dignità. La povertà presente, l'attrazione immediata ci colpiranno facendoci vagare da una meschinità all'altra. In questa situazione non potrà creare alcuna cosa stabile.

Dove si fermeranno questi desideri? Nella volontà. Come i desideri sono portati verso le cose fuori, così la volontà è portata verso il disegno interiore. Il fine (traguardo) è una cosa interiore. La volontà non farà vagare qua e là invano sulla via del fuori i nostri desideri: legherà tutti i nostri desideri instabili da ogni parte ad un fine interiore.

E allora che avviene? Allora tutti i desideri, che vagavano fuori al comando di tanti padroni, sotto la guida di un solo padrone si calmeranno dentro.

Se ci mettiamo in mente lo scopo di far soldi allora il cuore nostro si la scierà portare in ogni luogo. Bisogna sempre stare attenti, liberandosi da molte cupidigie, rinunciando all'attrazione di tante comodità, affinché nessuna cosa materiale possa allontanare i nostri desideri dalla sottomissione a questo fine. Ma se i desideri diventano più forti della volontà, se non vogliono arrendersi al fine superiore, allora la supremazia del fuori farà piccolo il potere del dentro e il vero fine sarà rovinato. Anche il lavoro di creazione dell'uomo cesserà. Quando i desideri straripano e vanno fuori dalle loro sponde tutto va in rovina.

La forza della volontà è sana quando il suo potere è ben radicato dentro; l'uomo, evitando l'attrazione dei vizi, riceve la dignità della grazia regale. Qui l'uomo si espande senza interruzione nella fortezza, nella speranza e nella grazia.

Come i desideri nel mondo materiale sono vari, non è così per la volontà che nel mondo interiore non ha alcuna divisione. Non si può sapere quanti pensieri sorgano in mente: desideri di scienza, desideri di ricchezza, desideri di fama, eccetera: tutte cose che vogliono la parte più importante. Diventa una vera dispersione anarchica.

Per di più possiamo vedere anche un'altra cosa: il salario che riceviamo seguendo i desideri e facendo padroni i mille re del fuori non riempie certo il nostro stomaco. Perciò l'uomo angustiato ripete: il servizio dei desideri è un servizio di grande sofferenza. Il cibo che riceviamo solo aumenta la fame e portandoci da un posto all'altro non ci lascia in pace in alcun luogo.

E poi correndo dietro ad ognuno di quei fini del dentro, sottomessi alla volontà, tante volte noi riceviamo un salario di moneta falsa: arriva la stanchezza, arriva l'esaurimento, arriva il disorientamento. È necessario solo l'eccitamento della droga; viene meno la pace. Come i desideri girano nella confusione del fuori, così la volontà colpisce girando nella confusione del dentro e al momento di pagarci ci mette nei pasticci.

Perciò, è volere intimo dell'uomo unire insieme sotto una disciplina i desideri, e se non fa così non potrà vedere alcun successo, così lo scopo primo della preghiera è di sottomettere la volontà ad un padrone. Se non farà così l'uomo non può vivere. Se per vincere il nemico del fuori facciamo materiali i soldati del dentro, senza guida, non ha altra soluzione che di cadere nelle mani di soldati indisciplinati. Un governo militare è certo migliore di un governo di briganti, ma non è certo un governo di felicità. L'egemonia delle inclinazioni sta nelle cose materiali, e l'egemonia del potere sta nella benignità del re. Questo è un governo militare.

Ma noi vogliamo un governo di re. Quando noi potremo gustare la grande fortuna di tale governo? Quando uniremo tutte le nostre volontà alla volontà dell'universo.

Quella volontà è un'unica volontà dell'universo: volontà di bene. Non la mia volontà o la tua volontà, ma l'eterna, l'essenziale volontà dell'universo: essa è il padrone di tutti. Saremo al nostra posto quando potremo mettere le schiere della nostra volontà nel grande regno di quel solo padrone. Allora non ci sarà perdita nella rinuncia, non ci sarà debolezza nel perdona, non ci sarà schiavitù nel servizio; allora il pericolo non ci farà paura, la penitenza non sarà castigo e la morte dissiperà l'ansietà. Un giorno tutti hanno ricevuto me; infine, quando ricevetti un re, io ho ricevuta tutti. Sono uscito ancora in quell'universo, dal quale ero venuta via per rifugiarmi nella torre del mio dentro, dove tutti con tanta affetto accolgono il servo del re.

24 febbraio 1909.

 


POTERE

Gli Uponissod dicono di Colui la cui unica volontà è alla radice di tutto il mondo universo: «Il lavoro di potenza e di intelligenza è naturale ». Il lavoro di intelligenza e il lavoro di potenza dell'Uno è naturale. È facile, è libera, sopra di Lui non c'è alcuna spinta artificiale del fuori.

Tutti i nostri lavori diventano naturali quando la nostra volontà si accorda insieme a quella prima volontà di bene. Tutto il suo lavoro non avviene per una spinta dell'istinto: non è spinta d'orgoglio, non è creato dall'imitazione di convenienze sociali, non viene tenuto in vita in alcuna maniera dalla fama della gente, non riceve forza e ispirazione dai legami di gruppi settari, la maldicenza non l'abbatte, non è ostacolato dalla persecuzione, né si arrende alla povertà materiale.

La storia dà tante prove che, coloro che hanno unito la loro volontà alla volontà di bene, hanno ricevuto la forza del lavoro materiale, la forza immortale del mondo universo.

Quando Buddha, rinunciando alle cose della terra e alle loro gioie, andò fuori a predicare il bene dell'universo, dove sono andati tutti i tesori regali e l'esercito? In quel momento, giudicando secondo gli elementi transitori, egli diventò uguale al più umile e più debole suddito del regno di suo padre. Però egli ha potuto unire la sua volontà alla volontà di bene dell'universo e la sua volontà ottenne il potere naturale della forza suprema. Quanti secoli son passati dopo la sua morte, eppure ancor oggi il potere naturale della sua volontà di bene lavora ancora. Ancor aggi andando al tempio solitario di Buddha a Gaya sulle rive dell'oceano del tanto lontano Giappone, davanti alla reincarnazione di Buddha, i pescatori afflitti dalle vicissitudini della vita, nella oscurità della notte vengono ad offrire le loro anime a mani giunte davanti alla volontà benefica dell'universo. Ancor oggi la vita di Buddha ispira l'uomo, la sua parola dona sapienza ed il potere di volontà di migliaia d'anni fa non è venuto meno.

E Gesù è nato in un rifugio di animali, in un angolo di un villaggio nascosto, non in casa di sapienti, non in un palazzo di re, non in una splendida capitale e neppure in un santuario di un grande luogo sacro. I suoi discepoli erano alcuni giovani giudei che si guadagnavano la vita pescando. Nel giorno in cui il rappresentante dell'imperatore di Roma diede con tanta facilità l'ordine della crocifissione, non ci fu alcun segno che in qualche modo potesse manifestare che quel giorno sarebbe stato per sempre, nella storia della terra, benedetto. I suoi nemici pensarono che tutto era finito: quella tanto piccola scintilla era stata spenta e schiacciata sotto i piedi. Ma chi poteva spegnerla? Il Dio Gesù aveva unito la sua volontà alla volontà di suo Padre: quella volontà non ha morte, il suo lavoro naturale non ha fine. Quello che si manifestò tanto fievolmente e debolmente oggi, dopo migliaia di anni, ha vinto l'universo.

Sempre nella storia possiamo provare che l'assoluta forza di bene ha manifestato il suo lavoro di forze di intelligenza naturale attraverso gli sconosciuti, i disprezzati e i poveri. O incredulo, o pauroso, o debole, rifugiati in quella forza, prendi quella forza: non perdere il tuo tempo invano, credendoti senza forza, a tendere il piatto dell'elemosina verso fuori: il piccolo viatico che tu hai farà svergognare lo splendore dei rei.

24 febbraio 1909.

 

 

LA PERLA MAGICA

Il suo Nome è una perla magica,
disperde gli ardori del cuore peccatore:
la sua grazia fiorisce nel cuore del devoto come pace!

Possiamo noi ricevere questa perla magica nella preghiera del mattino? Se possiamo ricevere anche una sola favilla di quella perla non chiudiamola dentro il cuore nella fonte dell'ispirazione. Al suo tocco tutto il giorno deve essere trasformato in metallo prezioso.

Durante il giorno quella pietra magica, momento per momento deve toccare le parole della mia bocca, i pensieri della mia mente, il lavoro quotidiano.

Al suo tocco in un momento ciò che è disprezzabile sarà infuso di gloria, ciò che è torbido diventerà brillante, e ciò che è senza valore prenderà un prezzo inestimabile.

Con essa toccheremo la preghiera del mattino, toccheremo tutto il giorno, toccheremo il suo Nome. La nostra preghiera non sarà un tesoro solo del nostro cuore, ma sarà un viatico per il nostro carattere: attraverso lei non acquisteremo solo refrigerio, ma riceveremo anche una consacrazione.

La gente dice che la nube del mattino è vuota, non porta pioggia. Che la nostra adorazione del mattino non nasca con una vita di pochi momenti e non sia dispersa dalla brezza mattutina.

Quando il sole si fa cocente abbiamo bisogno di refrigerio, e quando la sete si fa prepotente abbiamo bisogno di pioggia. Durante il lavoro arduo della vita viene l'arsura, si rinfocola l'ardore. Quando siamo passati dalla gente, quando arriva l'agitazione, facilmente ci perdiamo. Ciò che abbiamo raccolto al mattino, se legato al compito religioso della preghiera come un beneficio parrocchiale, se non si adatta alle necessità della vita, non ha alcun valore e non ci può essere utile in quei momenti.

Ci sono momenti durante la giornata tanto aridi, tanto avari. Nel tempo dell'aridità e dell'insensibilità, nei momenti in cui Dio più che mai si nasconde, quando noi diventiamo gente d'ufficio e di commercio, l'inerzia della digestione e del cibo rattristano tanto anche lo splendore del nostro spirito interiore, noi non dobbiamo dare posto agli assalti del disprezzo: anche in quei momenti dobbiamo sentire il tocco della gloria dell'anima. Ci deve venire in mente che anche in quei momenti noi stiamo davanti a Colui che tutto pervade. Ci venga in mente che l'Infinita Coscienza in quel momento è diffusa dentro la nostra coscienza; ci venga in mente che in quel momento Egli è dentro il nostro cuore. Mai sia completamente coperta la coscienza di una pienezza imperturbata pur dentro il vortice instabile di parole e di risa, di tutte le azioni e lavori.

A nessuno venga in mente di pensare che la rinuncia completa di tutte le risa e compagnie, di tutte le gioie e divertimenti sia perfezione. Se noi non salviamo colui con il quale abbiamo delle relazioni naturali, egli ci prenderà in un modo innaturale. I falsi sforzi di rinuncia ci stringono il capestro ancora più stretto. In campo naturale le cose momentanee del fuori, nello sforzo di rinunciarle diventano oggetto di contemplazione del dentro.

Non rinuncerò, ma salverò: e salverò nel giusto posto. Non farò il piccolo grande; ciò che è bene non lo siederò nel trono dei piaceri e continuerò la mia adorazione in tutti i tempi, in tutti i lavori nel fermo santuario della misteriosa cella del dentro. Non mi lascerò mai convincere che Egli non è qui, perché questa è una grande falsità.

Con grande devozione porta dentro il cuore la polvere dei suoi piedi come una perla magica. Quella devozione deve toccare tutti i nostri giochi e risa, tutte le azioni e lavori, le cose e i beni nostri, tutto quello che abbiamo. Così tutto diventerà grande, tutto diventerà degno d'essere offerto a Dio.

25 febbraio