PICCOLI GRANDI LIBRI   TAGORE
SANTINICHETON

Traduzione P. M. Rigon
TIP. ED. ESCA - VICENZA 1978

 

I II III IV V VI VII
Preghiera
Ascetica
Fede

Distruzione
Fiducia
Il lavoro della fiducia
Avversione
Morte
Frutto

Abitudine


ABITUDINE

Dobbiamo percepire dentro lo spirito interiore, con la coscienza pura, Colui che è per natura il Supremo Cosciente. Egli non si farà prendere da noi a buon mercato, per quanto tempo si debba aspettare. Perciò non ha lasciato alcun lavoro per aspettare di farsi vedere: il nostro cibo, i nostri modi, la vita, l'anima, tutto il pieno sviluppo della nostra vita hanno il loro fine nella sua visione, sia pure adagio adagio, sia pure tardi. Egli non manda ad affrettare soldati armati. La sua è una disposizione perfetta, in molte sequenze di soli e piogge, nell'assistenza di tanti giorni e notti, migliaia di petali sono fioriti in un solo stelo.

Ogni tanto mi passa per la mente un dubbio, che noi ci siamo uniti in molti per la preghiera del mattino, e tante volte molti non abbiamo portato qui il nostro spirito: allora questo nostro lavoro può andare bene? Non sbagliamo di portare qui la nostra abitudine incosciente al posto di una coscienza pura?

Qualche volta mi sento molto preoccupato. Penso tra me a Colui che nella sua adorazione non crea la minima violenza sulla nostra mente per manifestare se stesso, per paura che noi portiamo poca volontà, che ci sentiamo a disagio, che si crei l'ozio, per paura che si crei dentro di noi una ripugnanza per un' attrazione verso noi stessi o per il lavoro. Perché non vuole che diventi più grande di tutto la preoccupazione che se noi preghiamo can negligenza, coloro che pregano insieme siano disturbati, critichino o pensino male. Per questo qualche volta vien voglia di dire di non venire in questo posto se la mente non vi è portata, se non lo desidera completamente.

Ma io so che cosa è il mondo. Ho calpestato tanta polvere sulla via di questo mondo e arrivato alle porte della vecchiaia entro nella conclusione della vita. Capisco che cosa vuol dire sofferenza, le grandi ferite, come i pericoli sono impensabili. Quando più di ogni altra volta c'è bisogno di un rifugio non lo trovi. La vita senza Dio è disonorata, è malmenata e colpita da ogni parte. Senza accorgerti si spegne la sua voce; le sue parole, il suo lavoro diventano spregevoli. È una vita spoglia, non trovi alcunché in lei e fuori che la possa salvare. La colpisce la completa decadenza, la maldicenza la colpisce nell'intimo ed il dolore dentro a qualche fede non si fa grande e bello. La gioia diventa una follia e le cause della sofferenza la colpiscono come una freccia mortale. Quando penso a tutte queste cose allora allontano ogni esitazione e preoccupato dico: No, non si può più aspettare. Non voglio dimenticare neppure per un momento che bisogna mettersi davanti a Lui tutti i giorni. Non mi arrenderò da capo a piedi per sentirmi cos1 tanto solo tutto nelle mani del mondo, perché il mondo si faccia grande bevendo tutto il sangue del mio petto. Durante la giornata almeno una volta possa dire: «Tu sei più grande del mondo! Tu sei più grande di tutti »!

Lo dirò così come posso. La nostra forza è piccola, il Testimonio Interiore lo sa. Alcuni giorni si risveglia qualche cosa nell'animo, altri giorni completamente nulla: nel cuore viene la dispersione, nel cuore scende la notte. Il significato della formula divina dell'adorazione che ogni giorno ripeto, non appare più chiaro. Ma allora non devo perdere la virtù: ogni giorno mi fermerò qui davanti alla porta, sia che si apra e che non si apra. Se sento che costa fatica venire qui, verrò passando sopra a questa fatica. Se qualche legame attira e vuole fermare il cuore, messo da parte per un po' il mondo, verrò qui.

Anche se non ho alcun guadagno porterò lo stesso questa piccola abitudine davanti a Lui. Gli darò almeno il dono più piccolo di tutti. Che non esiti di sorpassare, cancellata ogni pigrizia, questa piccola difficoltà, affinché possa portare davanti a Lui con generosità quotidiana quel dono quasi vuoto di una grande povertà. È soltanto un fare felice Colui a cui dovremmo dare tutta la vita, Colui che dovremmo fare re assoluto di tutti i nostri pensieri e di tutti i nostri lavori. Non può essere che noi diamo solo e tutto al mondo e a Lui non diamo nulla ed in mezzo ad ogni giorno noi Lo poniamo dentro ad un grande «no ».

All'inizio del giorno, fermi dentro il color roseo della aurora dobbiamo ripetere questa parola: «Padre Tu sei. Io credo che Tu sei Padre, io credo che Tu sei ». Dovete lasciare il mondo e venir per dire, in piedi in mezzo al mondo universo, per una volta questa parola. Solo per quel po' di tempo stia da parte il vostro lavoro, stia da parte il vostro divertimento. Sopra tutte le parole dite questa parola: «Padre, Tu sei »!

Nati in braccio al Suo mondo universo, aperti gli occhi nella luce del Suo sole e della Sua luna, al primo momento del risveglio, giunte le mani, ogni mattina dovete dire: « Padre, Tu sei ». lo ve lo ripeto insistentemente. Non può assolutamente essere che non Lo possiate confessare in alcun posto di questo universo e di questa vita gloriosa. Donagli la tua coscienza non ancora risvegliata, donagli il tuo cuore vuoto, mettigli davanti la tua arida vacuità, offrigli la tua tanto vasta povertà. Allora comincerai a percepire a poco a poco la bontà che inavvertitamente ogni momento scende su di te. E per quel piccolo spiraglio della finestra che tu hai aperto ogni giorno, il sorriso benigno del volto amoroso del Testimonio Interiore, ogni giorno consacrerà con la luce il tuo dentro.

26 febbraio 1909.

 

PREGHIERA

O Verità, Tu sei dentro la mia anima interiore Verità senza limiti, Tu sei. La tua presenza nell'anima non ha confini né nel tempo, né nello spazio, né nelle profondità, né nella densità. L'anima dell'eternità è venuta avanti ripetendo la formula magica: Verità! Tu sei, Tu veramente sei! La formula magica che è salita dalle profondità insondabili dell'anima si elevi sopra tutte le cose e copra tutti gli altri suoni della mente e del mondo: Vera, Vera Verità! Portami a questa Verità, alla verità infinita e misteriosa della mia anima interiore, dove solo esiste «Tu sei» e nessun'altra cosa.

O Luminoso, Tu sei nel cielo della mia conoscenza «Luce luminosa». Illumina la coscienza della mia anima interiore con quella luce che non può essere uguagliata dalla luce di milioni di sistemi solari del tuo firmamento infinito. Mettimi in mezzo al cielo infinito della mia anima e lavami da cima a fondo con la santità della luce, fammi luminoso e, dimentico di ogni altra cosa che mi avvolge, possa ricevere quel corpo di luce non trafitto dal peccato, puro e splendente.

O Natura Eterna, nelle stanze segrete della mia anima interiore, Tu sei « Gioia di assoluta gioia ». Qui in nessun tempo c'è fine alla tua unione. Qui non soltanto «Tu sei », qui Tu ti sei unito; qui non sei soltanto Verità, qui Tu sei gioia. Tu hai sparso per il mondo universo la tua gioia infinita, che non si consuma in alcun modo né nella bellezza, né nella vita, né nel moto: l'universo infinito non la può contenere. Sopra la mia anima interiore ha posto immobile la sua gioia senza confine. Qui non lasci entrare nulla della tua creazione; qui non c'è luce, non c'è forma, non c'è moto: solo c'è tacita, densa, la tua gioia. Levati in mezzo a quella stanza di gioia e una volta chiama, Signore! lo mi sono sparso in tutte le parti, la tua chiamata immortale faccia suonare e risuonare tutta la mia vita, vada molto lontano, entro nel più segreto delle cose. Da ogni parte pare che la mia risposta sia: «Vado, vado! ». Tu chiama: «Oh, vieni, vieni, ritorna indietro, ritorna indietro! ». Tutto quello che ho nella stanza della gioia infinita dell'anima interiore si faccia uno e si fermi in un sol posto quieto, in silenzio, in tanta profondità, in tanto segreto.

O Manifestazione, attraverso la tua manifestazione annichiliscimi, non lasciare più nulla di me stesso, nulla, neppure un granello dell'io. Fa' completamente di me, Te. Solo Tu, e Tu solo! È solo il Tu che è luce, e solo il Tu che è gioia.

O Potente, brucia il peccato e rendilo cenere. Spargi il tuo tremendo fuoco. Nessuna cosa resti nascosta, tutto sia bruciato dalle radici al frutto pieno di vita. I frutti di tante cattive imprese di tanti giorni sono maturi ad ogni nodo del ramo, nascosti dentro le foglie. Sono scesi sino alle fonti della linfa delle radici del cuore. Non c'è carburante più potente del fuoco della tua ira. Quando si mette a bruciare comincia il successo. La fine dell'io è dentro la sua luce.

E poi, o Benigno, la tua benignità si verserà in tutti i miei pensieri, parole e lavori. In ogni cellula di tutto il mio corpo entri la tua benignità esilarante e formi questo corpo in un essere divino. E questo corpo viva nel mondo come un calice puro della tua grazia immortale. La tua benignità calmi la mia intelligenza, faccia puro il mio cuore, dia quiete alla forza. Questa benignità diventi il tesoro del mio eterno dentro e sia viatico per la via di tutta la mia vita. Quando, attraverso la tua benignità, percepirò la verità, la luce, la grazia, la rivelazione che è dentro la mia anima interiore, allora sarò salvo.

27 febbraio.

 

ASCETICA

Giaggobolco ha detto:

« Non perché hai desiderato un figlio,
il figlio ti diventa caro,
ma perché hai desiderato l'anima
il figlio diventa caro ».

Questa è l'essenza di queste parole: perché l'anima percepisce se stessa nel figlio, il figlio diventa suo, e perciò la sua gioia sta nel figlio.

Quando l'anima si chiude nell'interesse e nell'orgoglio resta tanto sola, diventa tanto triste e la sua realtà non trova alcun entusiasmo. L'anima percepisce se stessa nel figlio, nell'amico, in tante persone e trova la sua felicità, perché così la sua realtà diventa più completa.

Nell'infanzia, quando abbiamo imparato nel sillabario le lettere dell'alfabeto ciascuna indipendentemente dall'altra, non abbiamo provato alcuna soddisfazione. Non trovavamo in quelle lettere nessuna verità. Poi, quando abbiamo unito queste lettere, le lettere hanno trovato un ritmo, hanno espresso un significato cosicché la mia mente ha cominciato a godere. E ancora, così separati termini non hanno potuto dare sufficiente dolcezza all'animo: in questo c'è insoddisfazione e stanchezza. Poi ancor oggi mi ricordo come quando ho potuto recitare: «Bristi pore - pata nore », l'animo si è riempito di gioia, perché quei suoni si sono riempiti di significato. Ora se solo dico: (Bristi pore - pata nore » (la pioggia cade, le foglie tremano), la mente non gode, quasi mi disgusta. Ora desidero percepire, dentro la forza del termine legato ad un significato vasto, una bella composizione artistica.

Un'anima sparsa è come delle parole sparse: sola in se stessa non può percepire il suo pieno significato. Perciò l'anima cerca di percepire la sua verità in mezza alla varietà. Quando si unisce ai parenti e agli amici può vedere una forma del suo successo: e quando riconosce come suoi molti più parenti e stranieri non sarà più un'anima piccola, diventerà una grande anima.

E l'unica ragione di tutto questo è che la piena perfezione dell'anima sta nel Puro Spirito. Il mio io trova la sua realizzazione nel Grande-Io. Per questo, sapendo e anche senza sapere, cerca quel Grande-Io. Quando il mio io si unisce all'io del figlio, che cosa succede? Il Puro-Io che è in me è anche nell'io del figlio; la mia gioia sta nella sua percezione.

Però qui c'è un pericolo, che il mia io in questa connessione non capisce chiaramente che tutto questo avviene presso il Grande-Io. Pensa che ha ricevuto un figlio e per una certa virtù del figlio il figlio gli dà gioia: cade chiuso dentro i legami dell'affetto: vuole stare sempre legato al figlio o all'amico. Per attrazione di questo affetto cade dentro molti peccati.

Per questa Giaggobolco, per risvegliare una ascetica attraverso la percezione della verità, ha detta: «Veramente noi non desideriamo il figlio, desideriamo l'anima ». Se comprendiamo questa parola, allontaneremo da noi il nostro affetto illusorio versa il figlio. Allora un'opportunità, diventando fine, non sbarrerà il nostro cammino.

Noi potremo allora, comprendendo il grande oggetto della letteratura, gustare la gioia: ogni parola non dirà in modo personale « io, io » e non si opporrà alla mente; ogni parola non manifesterà il suo significato, la singolarità di ogni parola verrà messa da parte.

Quando noi conosciamo la verità attraversa le parti della verità possiamo conoscere anche tutte le cose particolari, che non diventando particolari non chiuderanno la mia intelligenza. Questa è la condizione dell'ascetica. In questa condizione il mondo non si farà vedere come cosa suprema e non arresterà tutti i nostri lavori e la nostra mente.

Quando poi la comprensione del significato di una poesia si fa profonda, si fa chiara, il significato di ciascun termine nella dolcezza di tutta l'ispirazione diventa bello davanti a noi in modo speciale. Se ritorniamo indietro a vedere, comprenderemo che nessuna voce è vana, che la dolcezza del tutto appare in ogni termine ed ogni termine diventa ragione di particolare gioia e meraviglia. Allora le lettere della comprensione del tutto non fanno opposizione, anzi saranno di aiuto a diventare presso di noi di grande valore.

Così nell'ascetica, oltrepassato l'incantesimo dell'individualismo, ci fa capire la nostra grande verità in Dio e, ritornando da dentro questa grande conoscenza, ogni particolarità riceverà una piena dolcezza della dolcezza di Dio. Coloro di frante ai quali un giorno abbiamo dovuto abbassarci, coloro che ci chiusero la strada ad ogni passo, ciascuno di loro oggi ci porta verso Dio, non ci chiude la strada.

Questa gioia è una gioia d'amore: questo amore non lega, ma porta lontano: un amore pura e senza ostacoli. Questo amore è libertà, la morte di tutti gli attaccamenti. La formula esequiale di questo morte è:

« Il vento porta dolcezza,
il fiume, l'oceano, tutto trasuda dolcezza.
Le erbe e le piante della foresta
tutto diventi dolce:
diventi dolce la notte,
diventi dolce la polvere della terra,
diventi dolce il sole ».

Quando si spezzano i legami dell'attaccamento, l'acqua, la terra, il cielo, la materia, gli animali, l'uomo, tutto è pieno di ambrosia: allora non c'è alcun limite alla gioia.

L'attaccamento lega il nostro animo alle cose. Quando l'animo dentro le cose trova la verità, oltre le cose è come la farfalla che rompe il bozzolo e viene fuori: l'animo attraverso l'ascetica rompe i legami dell'attaccamento. Tolto l'attaccamento, tutto manifesta in espressioni di gioia un amore bello e pieno. Allora comprenderemo quella formula: «Eterna gioia, luce infinita ». Tutto è una rivelazione di gioia, una rivelazione di eternità. Nessuna cosa allora dirà con orgoglio: «Io mi rivelo! ». Si manifesta solo gioia, solo gioia!
Non sarà una rivelazione di morte. La morte è di un'altra realtà, ma questa rivelazione è della realtà eterna.

26 febbraio 1909.

 

FEDE

All'inizio della contemplazione c'è, tra tutte, una grande difficoltà; se superata, il lavoro andrà molto avanti.

È la difficoltà della convinzione. La prima e più grande ragione del successo di Colombo è stata la certa convinzione che attraversando l'oceano si doveva arrivare ad una riva. Anche altri potevano, attraversando l'oceano, arrivare all' America; ma nel loro piccolo spirito non c'era questa speranza, la loro fede non era così ferma che dall'altra parte ci fosse una riva. È la diversità che esiste tra loro e Colombo.

Così la maggior parte di noi non intende attraversare l'oceano e la ragione principale è che non nasce in noi una grande e sicura convinzione che oltre l'oceano ci sia una riva. Abbiamo letto le Scritture, abbiamo ascoltato la gente, con la bocca diciamo: « Sì, sì; certo, certo! ». Ma la nostra convinzione, che c'è un ultimo fine alla vita umana, non si muta in una fede certa. E allora la contemplazione religiosa diventa un affare tanto indifferente, una banale imitazione della gente. Così tutti i nostri sforzi interiori non si risvegliano.

Noi poi, presi da tale fede materiale, cerchiamo di ingannare la persona che invitiamo alla contemplazione religiosa; diciamo: questa è santità. Quale santità? No, la santità non è un libro di conti dove Dio accetta di essere debitore con noi: come se Egli in un certo tempo ci dovesse restituire dei soldi!

Il desiderio di una ricompensa così determinata è una convinzione volgare. Se facciamo il fine della contemplazione una cosa così esteriore, la sua via non sarà una via interiore e le sue conquiste non saranno conquiste interiori. Si crea così una mondanità spirituale, in nessun riguardo meno di qualsiasi altra mondanità.

Ma il fine della contemplazione è l'ultimo scopo della vita umana. Questo fine non può essere in alcun posto fuori, come il cielo; né può essere una abitazione fuori, come abitare su Giove; oppure una cosa che possiamo trovare andando a cercare lontano, come prendere rifugio presso i sacerdoti. In nessuna maniera può essere così.

Che cosa sia l'ultimo fine della vita umana è una domanda che noi dobbiamo fare a noi stessi e da noi stessi tirar fuori una risposta chiara. Le parole sentite dagli altri qui non valgono, perché questa non è una qualsiasi parola, è la parola suprema. Se non la troviamo dentro la nostra anima interiore, per quanto cercheremo non la troveremo mai fuori.

È un fatto di grande meraviglia che io sia venuto a trovarmi in mezzo a questo immenso universo: non c'è un fatto più grande di questo. La meraviglia è che io sono venuto: la meraviglia è in tutte le direzioni.

Ecco io sono venuto a trovarmi qui: forse che solo con il mangiare, con il dormire, con il chiacchierare noi possiamo spiegare questo mistero? La soddisfazione degli istinti disonorerà ogni momento questa meraviglia e infine è venuta la morte, in un momento, deridendo questo mistero, se ne volerà via?

In piedi, in mezzo alla terra, al firmamento, al cielo, dentro la coscienza del cielo della tua anima, in silenzio domandati: Perché? Tutto questo per che cosa? La risposta a questa domanda non è né sulle acque, né sulla terra, né in cielo: la risposta a questa domanda è nascosta dentro il tuo intimo.

La sola risposta è che bisogna ricevere l'anima; e fuori di questo non c'è altra risposta. Bisogna conoscere in verità e in pienezza l'anima.

Noi non mettiamo i nostri occhi dove l'anima si può conoscere con verità. Per questo non arriva nel campo della nostra fede la realtà che si può conoscere l'anima.

Noi vogliamo conoscere l'anima nel mondo e la conosciamo solo nella casa, nei paesi, nei bicchieri e nei piatti. E di più di così non la conosciamo. Per questo l'abbiamo ricevuta e la perdiamo; soltanto piangiamo e prendiamo paura. Pensiamo: Se non ho questo, io sono morto,.. se ho quello, io sarò felice... Abbiamo riconosciuto questo e quello come le cose principali e, facendo piccola l'anima davanti ad esse, nella vanità delle ricchezze, portiamo avanti il peso di una grande povertà.

Se riconosciamo la verità dell'anima, noi avremo tutte le ricchezze. Ogni giorno immergiamo l'anima dentro elementi di morte e così passano giorni tristi rendendola esausta nel buio della paura e nei fumi delle pene. La sua completa natura, la sua piena verità si manifesta nel Puro Spirito: non nel mondo, non nelle cose e non certo nel suo orgoglio.

L'anima conoscerà se stessa nella pienezza della verità e in questa perfetta percezione oltrepasserà certo la morte. Conoscerà se stessa nella purezza di quella luce intellettuale. L'anima si manifesterà nella santità pura, chiara, libera oltre le trame tenebrose delle instabili sessualità, rabbie e avarizie e vedrà se stessa immortale fuori dai legami di morte di ogni genere di attaccamento, nella libertà delle regioni immortali dell'amore. Saprà in quale rivelazione sarà vera la sua rivelazione. Riconoscendo come suprema rivelazione dell'anima Colui che è per natura Rivelazione, tutta la povertà si allontanerà e chiaramente saprà di essere stata salvata per sempre, tutta, dentro e fuori, dalla sua grazia. Sarà salvata da ogni paura, da ogni pena, da ogni piccolezza.

L'ultimo fine della vita è di portare l'anima dentro il Puro Spirito, e dobbiamo mirare a questo fine con ferma e tutta convinzione. Vedi, guarda attentamente: guarda calmando tutte le preoccupazioni, concentrando tutta la tua mente. Tutta la ruota gira, ma in mezzo c'è un punto che sta fermo. Orgiun (1), colpendo quel centro, ha potuto avere Drupodi: egli non ha guardato alla ruota, ha fissato tutta la sua mente su quel centro. La ruota del mondo soltanto gira: in mezzo ad essa il suo fine sta fermo. Fissa la tua mente verso quel punto fermo e non verso quello che si muove. Bisogna vedere con sicurezza quel centro: è difficile vederlo nei giri vertiginosi della ruota; ma se vogliamo la perfezione, prima bisogna fissare quel fine.

28 febbraio 1909.

(1) Orgiun oppure Orjuna è un eroe del «Mahabharot », conosciuto in occidente attraverso il libro « Gita ». Per avere in sposa Drupodi ha dovuto fare centro in un bersaglio.

 

DISTRUZIONE

Un altro grande ostacolo alla contemplazione è che non abbiamo l'abitudine alla contemplazione. Forse non siamo mai stati abituati alla contemplazione. Siamo stati presi da quello che ei è capitato davanti, e siamo andati avanti perché la corrente del mondo va avanti senza i nostri sforzi: noi non abbiamo né remo, né timone, né vela.

Non abbiamo cercato di radunare le forze e le inclinazioni che ei vengono da ogni parte e di sottometterle tutte ad un qualche scopo. Così tutte esse hanno avuto la possibilità di sfuggirei dalle mani. Non sappiamo chi c'è e dove è: e se chiamiamo, non c'è possibilità che qualcuno venga. Si unisce tutto insieme sotto gli istinti dell'appetito e l'abitudine del cibo; e fuori di ciò non c'è altro.

Si è fatta una abitudine di dispersione in tutte le direzioni: si disperdono i pensieri, il lavoro è disordinato e non si è legati ad alcuna disciplina.

E in questa condizione non solo non si arriva alla perfezione, ma neppure si ha una vera soddisfazione. In ciò c'è solo inerzia, confusione ed illusione.

Quando noi uniamo le nostre forze e le nostre tendenze ad uno scopo, questo scopo le porta tutte lui stesso: tutto il loro peso non cade sulle nostre spalle. Altrimenti noi le gettiamo una volta su una cosa, un'altra volta su un'altra: diventa solo un tira e molla fastidioso. E quando non troviamo un posto dove posarle creiamo tanti espedienti artificiosi: quanti giochi inutili, frivoli divertimenti, scuse vane. Infine anche questi espedienti diventano un secondo peso che ci opprimerà da ogni parte. Andando avanti così, il peso della vita continua a crescere e non possiamo più liberarci da esso sino alla vita eterna.

Anche senza parlare della perfezione, nello stesso cammino della contemplazione c'è una felicità. Pare che l'animo viva soltanto nel conseguire un grande traguardo, unendo tutte le cose disperse e camminando per un sola via. È un grave pericolo perdere anche la gioia di quel piccolo sforzo di dedicarci, con i fianchi cinti ed il cuore aperto, alla contemplazione. Ad ogni costo, anche cadendo e ricadendo, bisogna consolidare quello sforzo e unire insieme tutte le energie. Come il bambino va avanti cadendo, ricadendo, e ricevendo colpi, e impara a camminare; così dobbiamo cercare se il fine è dentro oppure fuori, al centro o alla periferia e poi si camminerà sicuri. Vogliamo sicurezza e movimento, tutte e due le cose. L'animo, fermo nella fede e nello sforzo della contemplazione, avrà il suo moto.

1 marzo 1909.

 

 

FIDUCIA

Quando possiamo vedere un po' l'immagine della perfezione, allora saremo trascinati via dalla gioia: allora chi ci potrà fermare? Non ci sarà più stanchezza, nessuna debolezza.

Ma all'inizio della contemplazione l'immagine della perfezione non si fa vedere neppure da lontano; e per di più la via non è una via tanto praticabile. Quale forza allora ci porta avanti?

Durante questo tempo la responsabilità del nostro cammino viene presa dalla fiducia. Quando si risveglia la devozione, quando il cuore è pieno, il cammino non sembra cammino: allora noi voliamo. Ma quando la devozione è lontana, quando il cuore è vuoto, in questo tempo tanto sfavorevole chi sarà con noi?

Allora la sola nostra compagna sarà la fiducia. Essa può condurre avanti il peso morto dell'animo arido.

Il veicolo di chi vuole attraversare il deserto è il cammello. È un veicolo tanto forte e resistente; non è un oggetto di lusso. Non prende cibo, eppure va avanti; non prende da bere, eppure va avanti; la sabbia diventa scottante, eppure va avanti, va avanti in silenzio. E quando sembra che il deserto non finisca più, che al di fuori della morte non ci sia altra uscita, non ferma il suo passo.

Così è solo la fiducia che può portarci avanti senza mangiare, senza prendere nulla sulla via del deserto, dell'aridità e del vuoto. Ha una forza tale che può prendersi cibo fuori dalla maldicenza, dentro i triboli e le spine. Quando imperversa come un pazzo la bufera mortale della polvere del deserto, abbassa la sua testa verso la polvere e lascia che la tempesta infuri sopra il suo capo. Chi ha come lui una pazienza così costante, una tale perseveranza?

Il deserto è sempre uguale e monotono: a volte viene a far perdere la via la fata morgana della fantasia. Ogni momento non è presente il volto variopinto del successo: pare di essere sempre alla stessa posto: oggi al posto di ieri. Vogliamo stare attenti, ma la mente vaga qua e là; richiamiamo il cuore, ma il cuore non risponde. Ci pare soltanto di essere affaticati dalla sfarzo di un'adorazione vuota. Però la fiducia può ogni giorno portare avanti il peso tremendo di quella adorazione vuota, un giorno dopo l'altro, con tanta pazienza.

Non c'è alcun dubbia, va avanti, va avanti: giorno per giorno il luogo d'arrivo si avvicina un po'. Guarda, improvvisamente, chi sa dove, un giorno appare l'oasi della devozione; in mezza al pallido colore scottante, nella distesa immensa, appare il tenero verde delle palme piene di dolci frutta. Sotto le ombre nascoste zampilla una fontana dall'acqua fresca. Bevuta quell'acqua, lavati, riposati sotto le ombre, si riparte ancora; ma rimane e cammina con noi la dolcezza di quella devozione, quella fresca dolcezza. Poi ancora quella fiducia instancabile, arida, ardua. Ma la fiducia ha una virtù che, se per una volta può gustare l'acqua della devozione, la può tenere in riserva nelle tenebre segrete del dentro per lunghi giorni. È la riserva per la sete, nei giorni della tremenda aridità.

Noi chiamiamo devozione l'attrattiva che abbiamo verso Colui che troviamo nella contemplazione; e la devozione verso la contemplazione non è altro che la fiducia. Questa contemplazione ardua, dura, arida è il tesoro della vita della fiducia. Qui traviamo un'altra gioia profonda, una gioia pura senza ragione. Questa gioia adamantina tiene lantana la disperazione, non ha paura della morte. La fiducia, l'unica nostra compagna sulla via del deserto, il giorno in cui ci farà arrivare alla fine della via e ci consegnerà completamente nelle mani della contemplazione, si nasconderà nella stanza della servitù: non ha alcun orgoglio, né domanda alcuna cosa: è sua gioia, nel giorno del successo, nascondersi in disparte.

2 marzo 1909.

 

 

IL LAVORO DELLA FIDUCIA

La fiducia non soltanto ci conduce con perseveranza instancabile sopra una strada ardua ed arida, ma anche ci mette sull'attenti. Camminando ogni giorno alla stessa maniera, a poco a poco, viene la distrazione e la freddezza. La fiducia non vuole essere ingannata: essa ci spinge e ci ripete: «Guarda, guarda che succede! ». Essa ci ricorda: «Se non vai avanti al tempo del freddo, avrai da faticare quando arriva il caldo! ». Ci fa vedere: «Da un buco della tua borraccia perdi acqua: che farai quando avrai sete? ».

Non sappiamo quante forze noi disperdiamo nel cammino tutto il giorno e in diversi modi: in tanti lavori futili e in tante parale; inutili. La fiducia ci ricorda: «La cosa che tu stai gettando via ti è necessaria. Sta zitto, sta un po' calmo, non ingrandire troppo le cose, non andare altre i limiti delle tue forze... non immergere senza ragione i piedi nell'acqua che con fatica è stata raccolta per bere ...! ». E quando noi, distratti, ci immergiamo tutti sino alla gola dentro ad una futilità, essa non ci dimentica, ci dice: «Attento! che stai facendo? ». Essa è seduta dentro il nostro petto e nulla sfugge alla sua vista.

Arrivando vicino alla perfezione, si acquista una prudenza dell'amore facile: allora il senso della misura viene da sé. Un poeta nato mantiene facilmente la rima dei versi; così anche noi possiamo mantenere la vita, da cima a fondo, regolarmente e perfettamente dentro la bellezza. A questa punto non è facile cadere. Ma nei giorni del vuoto non c'è la forza facile, della gioia; allora, ad ogni passo è una fermata, una caduta; dove non dobbiamo fermarci, lì diventiamo pigri e dove dobbiamo fermarci, qui diventiamo baldanzosi. Allora solo una fiducia estrema diventa la nostra compagna. Essa non ha riposo, solo veglia. Dice: «E che? non vedi una favilla rossa di rabbia? Ti sforzi di diventare più grande solo per farti vedere. Le spine dell'inimicizia pungono nella tua memoria. Perché vedo tanta risentimento nascosto in te? Ecco, tu vai riposare a notte: dove è dentro di te la pace con la quale devi entrare in seno al sonno puro e sacro? ».

Nei giorni della contemplazione il tocco continuo di queste raccomandazioni è per noi la più grande gioia. Quanto più sappiamo che questa fiducia vigila e tanto più noi ci sentiamo sicuri in cuore. Se qualche volta in una dimenticanza infausta non la vediamo, dobbiamo temere di qualche pericolo. Quando noi non troviamo il Supremo Amico, la fiducia si mette al posta di questo Amico Supremo. La sua immagine irraggiungibile si riveste ogni giorno più di una bellezza splendente. Questa santa bella mistica, fuori dai piaceri e fuori dalla instabilità, farà avvenente la nostra povertà, aspergendola di forza, di pace, di luce,

Verso la fine del viaggio la fede di Colombo diventò più ferma e la fiducia gli ha dato ogni giorno speranza sulla via dell'oceano sconosciuto e senza segno di cammino. I suoi compagni di viaggio non avevano una fede ferma, non avevano fiducia in questa viaggio attraverso l'oceano. Essi erano preoccupati di vedere ogni giorno un segno del successo del loro viaggio; e non vedendo nulla, i loro animi perdevano la forza di andare avanti: così quanto più passavano i giorni, quanto più l'oceano non finiva mai, tanto più diventavano impazienti. Cercavano di ribellarsi per tornare indietro. Però la fiducia di Colombo, anche senza veder fuori alcun segno certo, andava avanti in silenzio. E quando venne il momento in cui non poteva più trattenere i navigatori dal ritornare indietro, apparvero i segni che la riva era vicina. Allora tutti cominciarono a gioire, tutti si entusiasmarono ad andare avanti. Allora tutti cominciarono a chiamare Colombo amico e a ringraziarlo.

All'inizio nessuno è compagno della contemplazione, tutti esprimono i loro dubbi, tutti si oppongono. Non c'è fuori alcun segno chiaro e preciso con il quale io possa far vedere chiaramente la verità della mia fede presso gli altri e anche presso me stesso. In questi momenti, in mezzo all'oceano, in mezzo alle contraddizioni e al dubbio, la fiducia non abbandoni per un momento la sua compagnia. Quando la riva si fa vicina, gli uccelli verranno a posarsi volando sull'albero della tua nave, i fiori della riva danzeranno sulle onde dell'oceano: allora non mancheranno gli applausi e le approvazioni. Ma sino a quel momento solo la fiducia, fiducia vittoriosa sulla disperazione, fiducia paziente verso i colpi, fiducia indifferente agli entusiasmi del fuori, fiducia non scossa dalla maldicenza, in nessuna maniera e per nessuna ragione ci deve abbandonare. Essa guardi alla bussola, essa ci tenga fissi al timone.

2 marzo 1909.

 

 

AVVERSIONE

Il Creatore dell'universo, la Grande Anima, che lavora chiusa dentro il cuore degli uomini, opera in tanto segreto. Non c'è da dubitare che il suo lavoro va avanti: perché noi non sappiamo che la sua attività cammina siamo tanto infelici. La nostra vita rimane senza significato perché noi non Cl uniamo per quel poco che è necessario a questo lavoro, E ciononostante il Creatore dell'universo ogni momento sempre lavora nella gioia della sua opera naturale di potenza e intelligenza. Egli intreccia un giorno della mia vita illuminato dai raggi del sole con la notte formata dalla luna e dalle stelle: e ancora cammina intrecciando la notte formata da miriadi di astri con un altro giorno luminoso. È sua grande gioia comporre questa corona di gioielli alla mia vita. Se io mi unissi a Lui, questa gioia sarebbe anche mia. Per la composizione di questa arte meravigliosa quante stilettate sono necessarie, quante spine, quante ustioni, quante ferite! I miei diritti nascono dentro a tutti questi colpi, nella gioia di creazione del Padrone dell'universo.

Io però non sono rimasto dentro la cella interiore dove giorno e notte il Creatore gioioso dell'universo lavora: io sono rimasto a guardare verso fuori per tutta la vita e a dire « sì! ». Mi sono unito e immischiato con la gente, ho riso e fatto chiacchiere, e ho pensato come passare il giorno in qualche maniera, come se il passare il giorno fosse arrivare allo scopo del giorno: come se il giorno non avesse alcun altro significato.

Sarebbe come entrare nel teatro della vita umana e sedersi come uno stupido con la schiena voltata al luogo dove avviene il dramma. Abbiamo visto la ressa della gente, le colonne e le sedie del teatro: e poi, quando la luce si spegne, quando cade il sipario non vediamo null'altro, solo buio pesto, allora forse ci domanderemo che cosa siamo venuti a fare, perché abbiamo pagato il biglietto, perché quei pilastri, perché c'è tanta gente. È stato tutto un imbroglio, un gioco da fanciulli senza significato. Ahimé, non ho percepito una parola dal palcoscenico dove stavano rappresentando uno spettacolo!

Colui che guida i giochi della felicità è seduto dentro al cuore: quei pilastri, quelle sedie sono cose di fuori: queste non sono le cose più importanti. Volgi i tuoi occhi dentro e allora potrai comprendere tutto il resto.

Quello che avviene, avviene tutto dentro. Il buio che scompare e il sole che sorge piano piano, sono un fatto che avviene soltanto fuori di te? In questo momento il Creatore dell'universo ha inondato di vivido colore il cielo della tua coscienza. Osserva nel tuo intimo il sole fresco come il boccio di un loto d'oro alza la sua testa e sta per spargere in tutte le direzioni a poco a poco i petali di luce, dentro di te. Ecco la gioia del Creatore dell'universo! Egli intesse un grande intreccio meraviglioso sulla terra della tua vita, con fili d'oro, con fili d'argento, con fili di svariati colori, nel tuo intimo. Quello che è completamente fuori non è roba tua!

Tuttavia ora guarda: vedi questa aurora come l'aurora del tuo dentro, vedi una creazione di gioia dentro la tua coscienza. Questa è la tua aurora, non è di alcun altro e non è in nessun altro posto, avviene soltanto in te e qui c'è soltanto Lui. In questo tuo tanto profondo deserto, in questo tuo cielo cosciente senza limiti avviene il suo gioco misterioso, di giorno e di notte, senza sosta. Se volgi le spalle a questa aurora meravigliosa e vai a guardare solo fuori, non avrai né gioia, né comprensione.

Quando io ero in Inghilterra, ero ancora giovane. Avevo un invito non molto lontano da Londra. Era inverno e salii sul treno verso sera. Quel giorno era pieno di nebbia e di ghiaccio. Lasciata Londra, le stazioni erano dalla parte sinistra del treno. Quando il treno si fermava, io aprivo la finestra a sinistra e, messa la testa fuori dove tutto era offuscato dalla nebbia, domandavo a qualcuno il nome della stazione. Il mio luogo d'arrivo era l'ultima stazione. Quando il treno si fermò qui, io guardai a sinistra; non vedendo la stazione e la piattaforma, me ne stetti ad aspettare senza alcun pensièro. Dopo qualche tempo il treno cominciò a partire verso Londra. lo cominciai a domandarmi che cosa stava succedendo e quando il treno si fermò alla prima stazione, domandai dove era la stazione in cui dovevo scendere. Mi risposero che era la stazione da dove il treno era appena partito. Scesi in fretta e domandai quando sarebbe arrivato il prossimo treno. Mi dissero: a mezzanotte. La stazione era dalla parte destra.

Nel cammino della nostra vita noi cerchiamo la stazione solo a sinistra, sicuri che a destra non c'è nulla. Passiamo da un luogo all'altro, cerchiamo il posto per scendere dalla parte del mondo, alla nostra sinistra. Vediamo tutto buio, indistinto, dentro la nebbia: arrivata l'opportunità di scendere, ce la siamo lasciata sfuggire e il treno è tornato indietro. Il tempo del divertimento e della festa, a cui eravamo invitati, è passato. Quando troveremo un altro treno? Potremo trovare a mezzanotte una seconda opportunità?

Dentro la vita dell'uomo c'è una stazione che ci porta all'ultimo traguardo. Se non scendiamo qui, se non guardiamo dalla parte della piattaforma, tutto il cammino diventa per me un affare senza scopo, avvolto dentro tanta densa nebbia. Perché ho comperato il biglietto, perché sono salito in treno, perché mi sono messo in viaggio dentro l'oscurità, che cosa è accaduto? Sono tutte domande senza risposta. Dov'è il luogo del mio invito, dove si è preparato da mangiare, dove potrò calmare la mia fame, dove troverò un rifugio? Senza ricevere una risposta, bisogna concludere il viaggio, nella disperazione.

O Verità, non più! Volgi il mio volto verso di Te, verso la verità; perché io sto guardando verso ciò che non è vero. Tu hai acceso innumerevoli luci nel palcoscenico del gioco della tua felicità. Ma come mai io volgo la sguardo verso le tenebre e muoio pieno di preoccupazioni? Volgimi verso la tua luce. lo vedo solo morte e non trovo alcun significato e vado avanti pieno di paura. Proprio qui, dall'altra parte, c'è l'ambrosia immortale, in essa tutto ha senso: fammi capire questo.

O Signore, Tu sei dentro il cuore vera rivelazione; io non volgo gli occhi verso questa rivelazione. lo, sfortunato, vedo solo che Tu sei potente e non posso vedere che la tua bontà avvolge tutta la mia anima. Il bambino che non vede la mamma casca nell'oscurità e si dà al pianto; se sa soltanto volgersi dall'altra parte può capire che la mamma lo tiene abbracciato stretto. O Madre, tu volgimi dalla parte della tua bontà, così in un momento potrò capire che io sono salvo, salvato per tutta l'eternità: altrimenti, indifeso, non mi resta che piangere disperatamente.

3 marzo 1909.

 

MORTE

Possiamo vedere che l'uomo desidera mantenere una certa unione capricciosa con Dio: cerca di mettere Dio assieme alle altre cose lasciandole così come sono. Diciamo a Dio: «Vieni in casa, ma vieni lasciando tutto al suo posto: che il mio vaso di fiori di vetro non cada per terra, i pupazzi che ho messo in vari posti della casa non siano toccati e rotti. Non sederti su questo trono, perché è il posto di un'altra persona; non qui, perché sto facendo un altro lavoro; non in questa stanza, perché l'ho preparata per un altro ». Così a Dio lasciamo poco spazio e il posto più inutile di tutti.

Mi ricordo che noi abbiamo sentito in casa di mio padre, da un domestico, un racconto: quando egli andò ad un pellegrinaggio aveva una grande preoccupazione: che cosa doveva portare al Padrone dell'universo. Qualsiasi cosa gli veniva in mente capiva che Egli non avrebbe potuto usufruirne. Allora cominciò a pensare di offrire la cosa meno desiderata e, dopo tanto pensare, decise di offrire delle melanzane, un frutto che la gente desidera meno di tutto.

È quello che facciamo noi: lasciamo a Dio quello che noi stessi meno desideriamo; è il soprappiù del nostro soprappiù. Abbiamo recitato due o tre formule religiose, abbiamo sentito uno o due canti, abbiamo regolarmente ascoltato le prediche di chi sa parlar bene. Abbiamo detto: «Bene, bene: mi è piaciuto tanto: l'animo s'è fatto un po' santo. Ho fatto il mio dovere religioso! ».

Questo è dovere religioso? Neppure i nostri doveri di studio e i nostri doveri sociali sono così facili! In questi casi comprendiamo subito che cosa vuol dire dovere. Solo quando entra Dio nel nostro dovere, allora troviamo il più grande disinteresse.

Questo vuol dire che noi misuriamo la nostra parte più grande di tutte e diamo a Dio una piccola parte; così pensiamo: «Sono ben difeso da tutte le parti! ».

C'è un detto che corre nel nostro paese: «L'uomo conosce l'arte di servire a due persone».

Ma l'arte che conosce la via di servire a due persone va in fine a far dimenticare una delle due e così l'arte fallisce. Volontariamente o involontariamente si allargano i confini della persona che ha maggiore spazio nella nostra parte. Cosicché se la piccolissima parte che noi abbiamo lasciato a Dio, ha una certa consistenza, se non diventa un deserto coperto di sabbia, cerchiamo di impossessarcene passandovi sopra con l'aratro. La cosa « io » è una grande pietra, il suo peso è tremendo. Dove mettiamo sopra questo « io », piano piano, tutto ne viene schiacciato. Se vuoi salvarti è bene gettare ed immergere per sempre dentro l'acqua questa pietra.

Qui non c'è alcuna arte, la cosa essenziale è che se noi diamo tutto a Dio, allora possiamo salvare tutte e due le persone. In Lui ci sono due persone. Se in Lui trovo me stesso, allora avrò insieme Lui e me stesso. Se con Lui invece voglio fare parti e divisioni, tirare confini, stilare documenti, non salta fuori un lavoro perfetto: salta fuori un lavoro di commercio: anche questo avrà lo stesso destino del lavoro di commercio. Non ha in sé un traguardo di eternità: porta dentro cambiamento e naturalmente va verso la morte.

Lasciamo tutte queste arti e diamoci completamente a Dio: questo è un lavoro perfetto da fare. Per me vanno bene uno, non due lavori. Dentro la mia anima interiore c'è un segno di una sola fedeltà, che non è arte: essa non vuole assolutamente due, essa vuole solo uno: quando ha solo uno, trova tutto il resto.

Raccolto in me stesso contemplerò solo uno. Ma la disgrazia è questa, che sino ad oggi non ho fatto alcuna preparazione a ciò. Anzi tutto era stabilito per mettere da parte l'Assoluto. La vita è stata così preparata che è impossibile in un modo o in un altro darGli un posto.

Sulla terra le cose sono così malamente stabilite che dove è stato fissato di mettere cinque persone se ne possono mettere anche sei senza fatica. Ma con Lui non si possono stabilire cose simili. Egli non è materia da « Poscritto ». Se Lo abbiamo dimenticato sino dall'inizio, non c'è altra via che di riparare lo sbaglio dall'inizio. Non si può dire, nei suoi riguardi: «Quel che è stato è stato: ripariamo le cose in qualche maniera! ».

Quando cominciamo a ritornare a Dio, allora cominceremo a capire quanto fosse travolgente la vita che abbiamo costruito fuori di Dio. Quando noi siamo legati in mezzo al mondo non lo possiamo capire: quanto sono stretti i nodi di ogni abitudine e di ogni pregiudizio! Per quanto lo disprezziamo con la mente, in realtà non lo possiamo lasciare. Abbandoniamo una cosa e ci accorgiamo che altre cinque ci stanno alle spalle.

Pensando il mondo, il nostro assoluto rifugio, con tanta attenzione un tempo giorno per giorno una alla volta abbiamo raccolto tante cose. Non so neppure, un imbroglio dopo l'altro, con quante catene mi abbia legato: cose tutte mie! Staccandomi solo da una di loro mi pare di non poter più vivere. Lo capisco bene che non sono cose che mi fanno vivere, eppure i pregiudizi di tutta la mia vita si attaccano cuore e anima ad esse e gridano: «Senza di queste io non posso vivere! ». Si è fatta un'abitudine tanto forte di credere le cose nostro tesoro. Dove posso trovare di capire il giusto peso di questo tesoro? Da tanti giorni, sotto il peso dell'« io », quel tesoro è diventato pesante come una montagna, solo nello sforzo di smuoverlo mi si spezzano le costole del petto.

Per questo Dio-Gesù ha detto: «Per l'uomo ricco la salvezza è difficile ». Il tesoro qui non sono i soldi, ma tutto quello che nella vita, giorno per giorno, abbiamo raccolto come fosse nostro, quello che pensiamo nostro, quello che tiriamo verso di noi: siano pure tesori, sia pure fama e (che più?) siano pure meriti.

Sì, anche lo spigolare meriti ci svia, e non poco. Il merito ha un certo sentimento, come se tutto quello che prende la desse a Dia. Faccio il bene della gente, rinuncia, accetto il sacrificio; perciò non ho alcuna preoccupazione. Tutto il mio fervore è un fervore di Dio; tutto il mio lavoro è un lavora di Dio. Ma in questo non ci accorgiamo che accumuliamo tanto dalla nostra parte.

Considerate, per esempio, questa nostra scuola: perché è un lavoro di bene comune non si dovrebbe fare alcun conto e non dovremmo pensare che tutto si somma nel registro di Dio. Non ci interessiamo del capitale che ogni giorno spendiamo. Questa scuola è la nostra scuola, il suo successo sarà il nostro successo: attraverso essa noi facciamo del bene. Così da questa scuola io accumulo per me qualche cosa. Questa raccolta diventa il mio appoggio e diventa quasi una proprietà. Per essa possono sorgere discussioni, rabbie, si possono inventare bugie. Viene la voglia di nascondere qualche cosa per paura che qualcuno scopra delle mancanze, per dar prova di impeccabilità. Questo è tutto una mia abitudine, un mio istinto, un mio appetito. Se Dio mi vuole separare da tutto questo, l'animo mio si immerge nella tristezza. Se togliete via da me quella piccola parte che l'abitudine di ogni giorno ha raccolto, mi sembrerebbe di non avere alcun rifugio altrove.

Da tanto tempo sto accumulando tante cose. Il cuore non si sente di lasciarle. In cuore c'è un calcolatore intelligente che cerca la penna per fare i conti e dà i suoi consigli, che non è necessario lasciare nulla, basta lasciare un piccolo spazio per Dio e tutto andrà bene.

No, non può essere così, non ci può essere una cosa più impossibile di questa. Che cosa dobbiamo fare? Bisogna morire completamente: solo allora passiamo rinascere in Dio. Bisogna morire completamente sin dalle radici.

Bisogna conoscere per bene che io sono morto alla vita che avevo. Io non sono più quell'uomo, non ho più quello che avevo. Io sono morto alle ricchezze, sono morto alla fama, sono morto alla pigrizia, io vivo solo in Dio. Sono nato in seno a Dio come un bambino neonato, nudo, senza mezzi e senza possibilità: fuori di Lui non ho nulla. E poi comincio a vivere come figlio di Dio, senza alcuna attrattiva verso alcuna cosa.

Ora questi sono gli strazi della morte prima della rinascita. Ad uno ad uno, pezzetto per pezzetto, bisogna morire a quello che noi credevamo assoluta certezza, completa verità. O morte, vieni! vieni, o angelo della immortalità:

«Vieni, amara, spiacevole, indesiderata,
vieni, bagnata dalle lacrime di pianto,
vieni, miserabile senza vesti,
vieni, fuoco purificatore dell'animo.
Vieni, ultima dimora delle pene,
estingui le gemme della speranza;
vieni, o battagliera, vieni, o grande padrona,
vieni, compimento di morte ».

Per questo il problema dell'avaro è molto grande. È abituato a pensare il suo gruzzolo come rifugio supremo: non può percepire in ogni parte la verità di Dio e sino all'ultimo si aggrappa a ciò che ha accumulato.

4 marzo 1909.

 

 

FRUTTO

Quando è cominciata la contemplazione, fuori si manifestano automaticamente alcuni segni: cercherò di spiegare come sono questi segni, con un esempio.

L'uomo ha preso continuamente come modello dei suoi successi il frutto della pianta. In realtà, se si trova nel mondo una cosa che possa far vedere una somiglianza tra il fine della perfezione dell' uomo, la conclusione degli sforzi dell' uomo è appunto il frutto della pianta. Noi possiamo scorgere chiaramente quasi con gli occhi le forme del nostro lavoro, la conclusione della nostra vita.

Il frutto è l'ultimo scopo della pianta: così la maturità dell'uomo è l'ultimo traguardo di tutta la sua esistenza.

Ma come possiamo capire che la maturità dell'uomo è cominciata?
Qual è il segno che una pesca sta per maturare? Prima di tutto cominciamo a vedere che inizia a prendere un po' di colore, il suo colar verde a poco a poco se ne va e si trasforma in colar d'oro.

Quando il nostro intimo comincia a maturare, allora il nostro esterno mostra una certa brillantezza. Ma non in tutto, in qualche parte c'è ancora del buio e in qualche altra affiora il colar d'oro. Tutti i lavori e tutti i sentimenti non ricevono la stessa brillantezza: ma qua e là si comincia a vedere una certa luce.

La somiglianza di colore che il frutto aveva con le sue foglie piano piano scompare; esso comincia ad assumere un colore uguale alla luce del cielo. Non può più tener nascosta la differenza di colore con il colore della pianta che gli ha dato la vita: in tutte le parti si libera dai veli del verde intenso per manifestarsi fuori, nel cielo.

E poi il suo 'fuori' lentamente come diventa! Prima aveva un picciolo tanto resistente, ora non c'è più quella resistenza: c'è una tenerezza di luce e di profumo.

Prima nella sua polpa c'era una forte acidità: ora tutto è stato trasformato in una piena dolcezza. Ora la materia del suo 'fuori' diventa tutta del fuori, diventa godimento per tutti: tutti vengono attratti, nessuno ingannato. Diventa per tutti una tenera bellezza.

La mancanza di un successo profondo, la ruvidezza e la durezza dell'uomo appaiono tanto acerbe: la mancanza di questa gioia è la sua povertà; perciò continua a colpire il fuori.

Poi la vera cosa intima è il nocciolo: questo non si può vedere fuori. Avviene una certa disunione con lui e la parte esterna: adagio adagio si capisce che non è una cosa tutta materiale. Della parte che si raccoglie si separa la buccia: si può separare facilmente la buccia dalla polpa, così come si si può facilmente separare la polpa dal nocciolo. Il picciolo, che sino ad oggi era così stretto alla pianta, esso pure si stacca non si tiene più così stretto, come il nocciolo non si sente più tanto unito con il suo rivestimento esteriore.

Similmente il contemplativo, quando percepisce dentro di sé l'immortalità, diventa stabile, perfetto, e le cose esteriori diventano indifferenti, si slega da esse: allora la sua conquista è interiore e il suo dono esteriore.

Allora non avrà più alcuna paura, perché le perdite esteriori non toccano il suo interiore. Il nocciolo non si tiene stretto al picciolo; anche se il picciolo si stacca, il nocciolo non muore più. Allora, se vengono gli uccelli a beccare, non c'è perdita; se viene la tempesta, non c'è pericolo; perfino se la pianta si secca, non c'è più il pericolo di estinzione: il frutto ha dentro di sé, sicura, l'immortalità. Si sente sicuro dentro la sua verità duratura. Egli non si conosce dentro una vita peritura, non si conosce come nocciolo, non si conosce come buccia, non si conosce come polpa: non ha perciò alcuna preoccupazione per il nocciolo, per la buccia e per la polpa.

Il contemplativo aspetta di ricevere in modo particolare dentro di sé questa immortalità. Per questo gli Uponissod hanno più volte ripetuto: «C'è un particolare stato di immortalità ».

Quando l'anima ha ricevuto dentro l'immortalità, l'anima immortale non vuole più godere delle cose fuori. Non le sono più necessari il profumo, il gusto, il vestito, perché è immersa nel tutto: anche il problema del bene e del male non è più per lei un problema: la sua stessa preghiera non prende più spunto da questo.

Allora quello che il contemplativo riceve dentro lo offre fuori: dentro la sua stabilità, fuori la sua tenerezza; dentro è della Verità eterna, fuori è dell'universo; dentro è uomo, fuori è natura. Allora, perché non ha fuori alcuna necessità, comincia una contemplazione necessaria del fuori: allora abbandona la religione d'uccello avido di successo, per prendere una religione d'uccello che vede il successo. Allora può donarsi a tutti senza esitazione e senza paura. Allora tutto quello che ha, è fuori dalla necessità, tutto è sua ricchezza.

5 marzo 1909.