PICCOLI GRANDI LIBRI   CARDINALE ANGELO BAGNASCO
Arcivescovo Metropolita di Genova
"IO SONO IL BUON PASTORE"
(Gv 10,11)
LETTERA AL CLERO E ALLA COMUNITÀ CRISTIANA
SUL GRANDE DONO DEL SACERDOZIO

Anno Pastorale 2009-2010

I Introduzione

I "Il sono il buon pastore" (Gv 10, 11)

La bellezza del Sacerdozio e della santità sacerdotale

II "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 5, 25)

L’affettività, la castità del cuore e della vita, la fraternità sacerdotale

III "Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli ulivi" (Lc 22, 39)

La carità pastorale

IV "Preso il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo ... " (Lc 2,19)

La centralità dell’Eucaristia e della Parola di Dio

V "...e, trovatolo, gli dissero: tutti ti cercano!" (Mc 1, 37)

L’ordine della vita

VI "Serva ordinem et ordo servabit te"

La Regola di vita

VII La retta intenzione, la presenza di Dio, le priorità pastorali

 

VIII "Donna, ecco tuo figlio" (Gv 19, 26)

La devozione del sacerdote alla Madonna

Conclusione

Decreto della Penitenzieria Apostolica

INTRODUZIONE  (Audio)

1. Carissimi Confratelli, l’Anno Sacerdotale indetto dal Santo Padre è un tempo di grazia. Prende lo spunto dall’anniversario del "dies natalis" del Santo Curato d’Ars per richiamare alla nostra coscienza l’inestimabile dono del Sacerdozio, e per ravvivare il tesoro che abbiamo ricevuto per l’imposizione delle mani (1).

Dopo averne parlato in Consiglio Episcopale e in quelli Presbiterale e Pastorale, ho ritenuto che fosse opportuno, anzi una vera grazia per tutti, chiamare l’intera Diocesi a viverlo. Per questa ragione, pur rivolgendomi direttamente a voi, intendo rivolgermi anche all’intera Comunità cristiana perché riscopra la bellezza e la responsabilità del Sacerdozio ordinato, la preziosità insostituibile dei pastori: "Ogni sommo sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati (...) Nessuno può attribuirsi questo onore, se non è chiamato da Dio come Aronne" (2). Prima che essere servitore della carità, egli è ministro dei sacramenti, strumenti della vita divina; in comunione con il Papa e i Vescovi, è ministro autentico del Vangelo; guida della comunità cristiana a lui affidata. Sia, questo Anno, lo stimolo perché tutta la Diocesi si stringa con rinnovato affetto ai suoi pastori esprimendo riconoscenza con le debite forme di collaborazione e, soprattutto, con una più intensa preghiera.

Sarà altresì l’occasione per rilanciare la pastorale vocazionale, compito nostro ma anche dell’intera Comunità: "a tutto il popolo cristiano va insegnato che è suo dovere di collaborare in vari modi – con la preghiera insistente e anche con gli altri mezzi a sua disposizione – a far sì che la Chiesa disponga sempre dei sacerdoti di cui ha bisogno per compiere la propria missione divina" (3).

Sarà inoltre lo spunto per meditare anche sul Sacerdozio battesimale e sulla comune chiamata alla santità: "Il Sacerdozio ministeriale conferito dal sacramento dell’Ordine e quello comune o ‘regale’ dei fedeli, che differiscono tra loro per essenza e non solo per grado, sono tra loro coordinati, derivando entrambi – in forme diverse – dall’unico Sacerdozio di Cristo" (4). Su questa specifica realtà scriverò la consueta breve Lettera che molti Parroci portano di solito nelle case per la benedizione delle famiglie.

2. Dopo aver riflettuto sul "Vangelo della famiglia e del matrimonio", ora, seguendo l’indicazione di Benedetto XVI, fisseremo lo sguardo della fede e del cuore sul "Vangelo del Sacerdozio", pensando con affetto e gratitudine a tanti nostri Confratelli avanti negli anni che generosamente si spendono per la Chiesa, e guardando con fiducia ai preti giovani che affrontano la missione con crescenti responsabilità.

Naturalmente, l’attenzione pastorale sulla famiglia e sui giovani che si preparano al matrimonio deve continuare con lo zelo che vedo confermato ovunque nella Visita Pastorale in atto.

Scrivo a voi dunque, cari Confratelli, pensando però anche ai Diaconi permanenti, per quanto queste mie parole potranno essere adeguate alla loro specifica vocazione.

Non intendo certamente fare una trattazione sul Sacerdozio cattolico: il Magistero della Chiesa è ricco e puntuale. Basta rimandare all’Esortazione Apostolica "Pastores dabo vobis" che, riprendendo il Concilio Vaticano II e il Sinodo dei Vescovi del 1990, è la sintesi più completa sul tema. Magistero che è ulteriormente arricchito da Benedetto XVI, in particolare con le omelie della Messa crismale e con la "Lettera ai presbiteri per l’indizione dell’Anno Sacerdotale in occasione del 150° anniversario del dies natalis di Giovanni Maria Vianney" (16.6.2009). Lo scopo principale di questa Lettera è di offrire alcune considerazioni che aiutino la meditazione spirituale sul dono ricevuto e sulla santità sacerdotale, nonché di condividere la necessità di una "regola di vita" perché non viviamo frantumati e assorbiti dai numerosi impegni pastorali.

Immagino di essere con voi al Santuario della Madonna della Guardia sul piazzale antistante, e, sotto lo sguardo di Maria, di guardare il cielo. Sullo sfondo vediamo alcune scene evangeliche: sono immagini che parlano di Gesù e quindi di noi.

CAPITOLO I  (Audio)
"IO SONO IL BUON PASTORE" (5)

LA BELLEZZA DEL SACERDOZIO E DELLA SANTITÀ SACERDOTALE

3. La prima figura che appare nel cielo azzurro è quella di Gesù buon Pastore: "Io sono il buon pastore, il buon pastore offre la vita per le pecore" (6). Lo vediamo in piedi, con lo sguardo vigile, i sandali ai piedi, la tunica cinta ai fianchi, il vincastro in mano.

Guardiamo rapiti e sentiamo risuonare le parole che ci riguardano: "I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore" (7). Essere "immagine viva e trasparente di Cristo"! Quale mistero di elezione e di grazia! "Ad uomini che vivono sulla terra – scrive san Giovanni Crisostomo – è stata affidata l’amministrazione dei tesori celesti ed è stato dato un potere che Dio non ha concesso agli angeli" (8). A queste parole fa eco l’esclamazione rapita del Santo Curato d’Ars: "Oh! Che cosa grande è il Sacerdozio! Il Sacerdozio non lo si capirà mai se non in cielo... Se lo si comprendesse bene sulla terra, si morirebbe non di spavento, ma d’amore! ( ... ) È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra" (9). È il Signore che ci ha resi così attraverso il dono trasformante dello Spirito Santo: egli ci ha avvinti a sé con un "legame ontologico" che tocca tutto il nostro essere senza riserve o zone private, senza tempi neutri, non solo quando compiamo i ministeri pastorali che la Chiesa ci affida. Siamo "segnati – afferma il Concilio – da uno speciale carattere che (ci) configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, Capo della Chiesa" (10). Per questo, sempre e ovunque continuiamo ad essere "segni sacramentali" di Colui che è Pastore delle anime e ci chiede di custodire e accrescere la dignità e la trasparenza che ci ha donato, tanto che la Tradizione della Chiesa considera ogni sacerdote "alter Christus". Per questa ragione il Curato d’Ars, pur essendo umilissimo, era "consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente", e il Santo Padre pensa con riconoscenza all’ "immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità" (11).

Come ben sappiamo, il pastore non è un funzionario a ore, ma un uomo segnato dal fuoco dello Spirito, un uomo che – in un certo senso – non s’appartiene più perché appartiene al Signore e alla Chiesa. È, come l’Apostolo, "prigioniero di Cristo Gesù" (12). È una prigionia d’amore, per questo è un uomo libero. Per lui non è questione di essere un "conquistatore" di anime: prima di tutto deve lui essere "conquistato" da Cristo. Non deve "possedere" gli altri, ma essere lui "posseduto" da Dio. È questa la ragione per cui il sacerdote è l’uomo della gioia, una gioia intrisa di bontà, una gioia impenitente perché non è fondata su illusioni e su beni effimeri, ma su Dio. Una gioia che si alimenta al bacio del Crocifisso e, per questo, non esita a stringersi alla sua corona di spine. Ecco perché il sacerdote deve fare ogni giorno atti di gioia come fa atti di fede e di carità; deve essere portatore di gioia anche quando – in certi momenti – la deve mendicare per sé bussando al cuore del tabernacolo.

4.  (Audio) La vocazione è dunque un dono, ma è anche un mistero: perché proprio noi Dio ha scelto? Chi siamo noi?

Forse migliori per intelligenza, bontà, doti? Basta guardare a noi stessi e subito riconosciamo le nostre povertà e miserie. Ma si può porre questa domanda all’amore? Esiste altra risposta se non che esso ha le sue ragioni? Possiamo semplicemente fidarci della scelta che deriva dall’amore, e ad essa affidarci ricordando lo stile di Dio: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (13). Ma queste parole dobbiamo completarle con il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci: "proprio mettendo nelle sue mani ‘sante e venerabili’ il poco che essi sono, noi sacerdoti diventiamo strumenti di salvezza per tanti, per tutti!" (14).

Ci prende una certa confusione di fronte alla vocazione ricevuta, tanto è grande e riempie la vita di un uomo. Ma subito si tramuta in preghiera di lode e di gratitudine, in sentimento di umiltà. Chi è umile sa riconoscere i doni di Dio e ne gioisce, non si esalta ma si sorprende fino alla commozione. Comprendiamo, infatti, che se ognuno dà libero respiro alla propria vocazione, il Sacerdozio diventa una luce che è in grado di illuminare l’universo.

Troviamo qui – nell’umiltà e nella capacità di meravigliarci – un primo filo d’oro della nostra vita spirituale, ma anche del nostro ministero, sapendo che l’opera di Dio comincia quando scopriamo che essa è troppo grande per noi. È allora che comprendiamo la bellezza e il fascino delle parole del Maestro, parole chiare e nette che non lasciano spazio a illusioni: "Io sono la vite, voi i tralci (..) senza di me non potete far nulla" (15). Se da una parte Gesù ci ricorda senza mezzi termini il nostro "nulla", dall’altra ci assicura la forza di questo nulla in quanto ci rimanda a Lui, "via, verità e vita". Per questo, quanto più viviamo di questo nulla tanto più saremo felici e porteremo frutto, perché ben stretti e radicati alla vite che è solo Cristo. Da qui la nostra vita spirituale anima del nostro apostolato, il primato del nostro rapporto interiore con Lui.

5.  (Audio) Sentiamo dunque l’incanto di Gesù, Pastore dei Pastori, e la bellezza della vocazione a cui ci ha chiamati: essere segno visibile e trasparente, vero e sacramentale di Lui in mezzo all’umanità. Proprio per questo sentiamo risuonare anche le parole esigenti del profeta Ezechiele: "Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! ( ... ) Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse" (16). Ma ci soccorre la promessa di Dio: "Vi darò pastori secondo il mio cuore" (17). Vogliamo tutti noi essere parte di questo numero!

Cari Confratelli, ognuno si chieda seriamente: "Sono io un pastore secondo il cuore di Cristo?". Forse ci risponderemo: "Lo desidero sinceramente, cerco..."! Sarà motivo in più per riflettere anche su questa piccola Lettera e, con fiducia, prendere o rinnovare decisioni coerenti. Infatti, se la vocazione è una "dichiarazione d’amore", come soleva dire Giovanni Paolo II, essa richiede una "risposta d’amore". E una risposta d’amore che ispiri tutta la vita significa "santità": infatti, prima che un "fare", la santità è un "essere". È la nostra santità la vera e più efficace risposta alla complessità inedita del mondo moderno. È il primo e necessario aggiornamento di ogni pastorale: "Ci si lamenta che vi sono troppo pochi sacerdoti. Non è giusto. La verità è che vi sono troppo pochi sacerdoti santi" scriveva il beato Edoardo Poppe, sacerdote fiammingo morto nel 1924 a soli 34 anni (18). E continuava: "Le anime accosteranno per anni interi sacerdoti mediocri e continueranno nella loro vita indifferente e tiepida: la vita di un sacerdote mediocre scorre senza rumore e senza fretta verso la fine e non cambia nulla di nulla" (19). Nessuno di noi vuole questo, né deve volerlo, perché il Signore vuole che siamo dei sacerdoti secondo il suo cuore, cioè santi: "Solo la santità commuoverà gli indifferenti, non le belle parole o i bei discorsi" (20).

6.  (Audio) La santità sacerdotale è dono dello Spirito ed è responsabilità nostra. Ma è anche un debito che abbiamo. Lo dobbiamo al Signore che ci ha chiamati per pura grazia. Lo dobbiamo alla Chiesa che di questa vocazione ha il compito di discernimento, di guidarne la formazione in vista della "apostolica vivendi forma", e che della consacrazione è ministro. Lo dobbiamo al popolo di Dio, alla nostra gente, che ha il diritto e il desiderio di scorgere in noi i tratti del volto di Cristo buon Pastore. Lo dobbiamo al mondo che, anche quando si dichiara non cattolico, guarda ugualmente al sacerdote con curiosità, non di rado con interesse, sempre con attenzione, forse nella inconfessata speranza di trovare i segni di Dio, di una Alterità che trascenda e completi la ragione e il tempo, che nutra la storia di eternità e risponda alle attese più profonde del cuore.

Ma dove attingere le perenni sorgenti della santità che è configurazione a Cristo, volto del Padre? Santità che è crescere nella bellezza di Gesù, bellezza che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci ha resi figli nel Figlio; nella Cresima che ci ha resi capaci di testimoniarlo fino al martirio; e nella sacra Ordinazione che ci ha configurati a Lui buon Pastore? Da dove è sceso il Cielo sulla terra, l’infinito nel limite, l’amore nei nostri egoismi, la grandezza nelle nostre meschinità? Il Santo Padre ha voluto che l’Anno Sacerdotale iniziasse nella festa del Sacro Cuore, facendo memoria di quanto diceva san Giovanni Maria Vianney: "Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù" (21): "venuti però da Gesù e vedendo che era già morto – scrive l’evangelista – non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua" (22). È l’umanità del Verbo eterno lo spazio dell’incontro fra Dio e l’uomo, la sorgente inesauribile della Santità; ma il cuore trafitto di Gesù esprime visibilmente questa "finestra aperta", il luogo del cielo squarciato, il varco attraverso il quale fluisce l’amore misericordioso di Dio sulla terra, e dalla terra sale l’uomo fino alla Trinità. Il velo dell’antico tempio si è strappato e il volto di Dio si è reso manifesto, lo Spirito discende attraverso la fessura di quel cuore che ormai resterà aperto per sempre.

7.  (Audio) Continuiamo a guardare il cielo e a fissare l’immagine di Cristo buon pastore. Si presenta come colui che é sempre pronto a mettersi in cammino per condurre il suo gregge, per cercare chi si allontana o sbaglia il sentiero, per difenderlo dai lupi rapaci. Egli è il capo del gregge che ama. Vengono in mente le parole del Santo Padre: "Il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene" (23).

Il sacerdote è configurato a Cristo Capo: il capo non si nasconde nel gregge, non si mimetizza, ma lo precede così che tutti lo possano vedere e trovare esempio e incoraggiamento. È, questa, una posizione scomoda, di servizio. Conduce infatti ai pascoli fecondi, nella via della verità e del bene, anche quando incontra incomprensioni e rifiuti: "Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di sentire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze" (24). Ascoltiamo ancora la parola del Papa: "deve farsi carico di Lui, di Cristo, della sua parola, della sua verità, del suo amore. Retto deve essere il sacerdote, impavido e disposto ad incassare per il Signore anche oltraggi, come riferiscono gli Atti degli Apostoli: essi erano ‘lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù’ (25)" (26).

Viene da chiederci quanto siamo forti e fermi nelle difficoltà e nelle opposizioni che non possono mancare nella nostra missione. Oggi, ad esempio, a volte si vorrebbe che la Chiesa si concentrasse sul terreno della carità, dove s’incontrano facili consensi, piuttosto che in quello assai più contrastato della bioetica. Ancora una volta viene posto l’antico dilemma tra lo smalto dell’amore tradotto in opere e l’opacità che deriverebbe dall’affermazione di certi principi dottrinali. Ma non possiamo non guardare a Cristo, il Verbo fatto carne. Egli ha redento il mondo e ha insegnato che la verità e l’amore non si oppongono, ma sono fatti per operare insieme nel cuore dei singoli e della società. Il punto germinale, infatti, delle due tensioni – quella della carità e quella della verità sull’uomo – è lo stesso, ossia l’esempio di Gesù, anzi la sua stessa persona. A ben guardare, la vicenda dell’umanità rivela come la persistenza di un amore effettivamente altruista sia in realtà condizionata dall’annuncio della misura intera dell’umano.

8.  (Audio) L’immagine scolpita nel cielo continua a guardarci: attorno al Pastore vediamo il gregge. Gli si stringe attorno come se sentisse un’attrazione invisibile e irresistibile, lo riconosce come il suo pastore, conosce la sua voce, ha fiducia e a Lui si affida. Ci chiediamo che cosa l’immagine del pastore aggiunga a quella del capo. Se questa ci suggerisce l’autorità e la fermezza nell’indicare il sentiero, la forza nelle contrarietà, la chiarezza e la verità delle convinzioni e della guida, mi sembra che l’immagine del pastore aggiunga a tutto questo la nota della tenerezza e del calore. Non si tratta di atteggiamenti languidi, ma di un amore robusto e tenero insieme, simile al cuore di una madre, al sangue freddo di un medico, alla pazienza di un santo. In altri termini, la gente sente se il suo sacerdote le vuol bene, se è contento, se ha la mente e il cuore con la sua comunità o "è" altrove col pensiero e il desiderio. Intuisce se egli si sente padre delle anime e come tale si comporta; se sta con loro per conoscere e condividere le gioie e le ansie della vita quotidiana. Sente se è un pastore o un mercenario, per usare ancora l’immagine evangelica; se è un padre o un funzionario del sacro, che si serve della Chiesa anziché servirla con tutta la vita.

Anche su questo piano siamo invitati alla riflessione e alla verifica, ricordando che l’amorevolezza, che rende credibile il bene, non deve essere confusa con l’arrendevolezza a chi parla più forte e insiste di più nella comunità. Tutti i battezzati hanno uguale dignità, quella di figli di Dio, ma non gli stessi ministeri: ognuno ha il suo compito specifico, e il pastore ha la responsabilità della sintesi, dell’unità e della guida, perché si edifichi nella comunione l’unico Corpo di Cristo, la Chiesa (27).

NOTE

1 Cfr 2 Timoteo 1

2 Ebrei 5, 1, 4

3 Concilio Ecumenico Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 11

4 Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 17

5 Gv 10, 11

6 Ibid.

7 Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 15

8 San Giovanni Crisostomo, Il Sacerdozio, 3, 4-5

9 Cfr. Benedetto XVI, Lettera ai presbiteri per l’indizione dell’Anno Sacerdotale in occasione del 150° anniversario del "dies natalis" di Giovanni Maria Vianney, 16.06.2009

10 Concilio Ecumenico Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 2

11 Benedetto XVI, Lettera cit.

12 Filem 1

13 1 Cor 1, 27-29

14 Benedetto XVI, Angelus, Les Combes (Valle d’Aosta) 26.7.2009

15 Gv 15, 5

16 Ez 34, 2, 4

17 Ger 3, 15

18 Don Edoardo Poppe, Vita sacerdotale, Ist. di Propaganda Libraria 1949, pag. 11

19 Ibid. pag. 149

20 Ibid. pag. 149

21 Benedetto XVI, Lettera cit.

22 Gv 19, 33-34

23 Benedetto XVI, Omelia Messa Crismale, Giovedì Santo 20.03.2008

24 2 Tim 4, 3-5

25 At 5, 41

26 Benedetto XVI, Omelia Messa Crismale, Giovedì Santo 20.03.2008

27 Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen Gentium 37-38