PICCOLI GRANDI LIBRI  ENZO BIANCHI
PRIORE DI BOSE
ASCOLTARE LA PAROLA
Bibbia e Spirito: la "lectio divina" nella chiesa
EDIZIONI QIQAJON
COMUNITÀ DI BOSE

PARTE PRIMA
BIBBIA E SPIRITO
LE STANZE E LE CHIAVI

PARTE SECONDA
LA "LECTIO DIVINA"
NELLA CHIESA

LA LETTURA SPIRITUALE DELLE SCRITTURE È ATTUALE?
La centralità della Scrittura nella vita ecclesiale
L'unità della Scrittura
L'angustia spirituale
LEGGERE LA BIBBIA, ASCOLTARE LA PAROLA DI DIO
La Bibbia e la sua lettura
Le letture della Bibbia nella storia
Il Dio che parla
Il credente: colui che ascolta

Liturgia
"Lectio divina"
L'interpretazione del testo biblico
PAROLA DI DIO E SCRITTURA SANTA
La Scrittura contiene la parola di Dio
L'analogia dell'incarnazione
Parola ed eucaristia
La Scrittura è un sacramento
LA "LECTIO DIVINA": FONDAMENTI E PRASSI
I fondamenti
La prassi
Un tempo e uno spazio
La preghiera
"Lectio"
"Meditatio"
"Oratio"
"Contemplatio"
L'UNITÀ DI TUTTA LA BIBBIA
Il canone
Il livello redazionale
"Scriptura sui ipsius interpres"
La tipologia
L'unità cristologica delle Scritture

Il criterio sintetico-dossologico
L'unità sincronica e diacronica del popolo di Dio
Scrittura e comunità
Scrittura e martirio
LE SFIDE DELLA "LECTIO DIVINA"
La lettura assidua della Scrittura
"Divina eloquia cum legente crescunt"
Parola e storia
Le difficoltà della "lectio divina"
L'efficientismo ecclesiale
L'ignoranza di fede
La difficoltà di leggere
Le difficoltà della Bibbia
Il passaggio dalla pagina alla vita Conclusione
L'ASCOLTO
Ascolto nella fede
Ascolto nello Spirito
Ascolto nell'oggi

Ascolto nella preghiera
Sensi della Scrittura e "lectio divina"

 

LA "LECTIO DIVINA": FONDAMENTI E PRASSI

I fondamenti

Dopo aver rapidamente accennato a questioni basilari, che fondano la possibilità stessa della lectio, possiamo mostrare il carattere tradizionale, e al tempo stesso attualissimo, della lectio divina come metodo ecclesiale e orante di lettura delle Scritture.

La lectio divina, abbiamo detto, è un atto di lettura della Bibbia chiamato a divenire ascolto della parola di Dio, incontro e relazione con il Signore che parla attraverso la pagina biblica. La lectio vuole attuare un'ermeneutica spirituale della Scrittura, ma questo significa che solo attraverso un'introduzione e un'iniziazione a una prassi di lettura della Bibbia nello Spirito si può dare sostanza alla ritrovata centralità della parola di Dio all'interno della chiesa, che altrimenti resta uno slogan vuoto.

Abbiamo visto come la lectio divina riproponga i principi basilari di lettura della Scrittura elaborati già all'interno del giudaismo e poi passati nella tradizione cristiana (1). La lectio è una lettura della Scrittura che, avvenendo nella fede, nella preghiera, nell' apertura allo Spirito, diviene un ascolto della parola di Dio che tramite la pagina biblica si rivolge "a noi oggi".

Gli schemi elaborati dalla tradizione cristiana di varie tappe o gradini che strutturano la lectio divina, tra cui certamente emerge per incisività quello di Guigo II il Certosino che distingue lectio-meditatio-oratio-contemplatio (2), possono essere oggi reinterpretati come la necessaria iniziazione all'arte dell'incontro con l'Altro, come l'ascesi del corpo e dello spirito richiesta per entrare nel dialogo e nella relazione con il Signore che parla attraverso il testo, e per vivere alla sua presenza.

Ripercorriamo ora il cammino della lectio divina. L'invocazione iniziale allo Spirito, l'atmosfera orante in cui ci si dispone a uscire da sé per incontrare il volto del Cristo che per fede si confessa presente nella Scrittura, e quindi la lectio stessa (tesa all' oggettiva e corretta comprensione della lettera del testo ed esercitata su un testo seguito in lettura continua per evitare "piluccamenti" soggettivi e spontaneismo) convogliano lo sforzo di ripudio del soggettivismo per accedere allo "sta scritto" nella sua alterità e conoscere con oggettività quel testo che ci parla del Signore e pervenire poi a discernere il Signore che ci parla attraverso di esso.

Nella meditatio si approfondisce questa conoscenza mediante la riflessione e lo studio, finché il messaggio della Scrittura emerge a tal punto da raggiungere il lettore-ascoltatore ferendolo o consolandolo, ma sempre rivelando il Cristo crocifisso e risorto. La Scrittura è allora Parola che mi parla, rivelazione di un evento che mi riguarda, svelamento dell'amore del Cristo che "mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). La meditatio comporta pertanto il doppio movimento di sistole e diastole, di applicazione del testo a se stessi e di se stessi al testo (3) fino a "respirare le Scritture" (4). La meditatio diviene così il luogo in cui leggo e giudico la mia vita personale e comunitaria davanti a Dio e alla sua parola, in cui mi penso in relazione alle esigenze della Parola per arrivare poi ad agire in obbedienza alla parola di Dio nella vita quotidiana.

Il pensare si trova così integrato al pregare, e la vita personale è portata oggettivamente davanti a Dio, proprio come nella struttura dei salmi di supplica individuale dell' Antico Testamento dove compare l'elemento dell'''esposizione del caso", della lettura della propria situazione davanti a Dio. Di fronte alla Scrittura che ha liberato una parola rivolta a me, inizia il dialogo, l'oratio, l'ingresso nel gioco di reciprocità io-tu cui la Scrittura conduce, e avviene l'accoglienza dell'alleanza che è grazia a caro prezzo.

Grazie alla Scrittura accostata con fede e nell'apertura all'azione dello Spirito, la preghiera non è più monologo, né introspezione, né moralistica disamina dei propri atti, ma ha un partner, avviene davanti a una presenza e conduce alla contemplatio, alla rivelazione di questa Presenza in se stessi, alla scoperta che il proprio corpo, la propria vita sono chiamati a farsi trasparenza del Cristo agli uomini. La contemplatio fa sì che il volto di Cristo che è stato svelato dalle Scritture lo si sappia ora discernere nel volto del fratello, nella storia e nel creato, grazie appunto all'intimità con lo spirito dell'evangelo, con il respiro di Cristo, con lo sguardo di Dio.

La lectio divina è così la lettura spirituale delle Scritture che consente alla Parola inviata da Dio di compiere il suo tragitto fino a fruttificare nel cuore dell'uomo e a mostrare la sua efficacia (cf. Is 55, 10-11) plasmando la santità di una vita eucaristica (eucharistoi ghinesthe, "diventate eucaristici": cf. Col 3,15) e di conversione. La lectio impegna tutto il lettore della Scrittura esigendo da lui anche riflessione, capacità di pensare per conoscere se stesso, per porsi in verità davanti alla parola di Dio e ricevere la propria identità in questa relazione, in questo dialogo, in questa alleanza che esige cambiamenti in sé e nella propria vita. Sicché essa è anche luogo della scelta, dell'apprendimento del discernimento e del dominio di sé; è luogo che può vitalmente rinnovare l'agire e l'operare del cristiano perché ne rinnova il volere e il sentire, l'interiorità!

La dinamica che l'incontro con il Signore tramite la lectio delle Scritture comporta non è fondamentalmente dissimile dalla dinamica antropologica richiesta dall'incontro con l'altro. Esodo da sé, morte al proprio narcisismo, ascolto dell'altro, perscrutatio del suo volto per coglierne l'animo, la dimensione profonda, conoscenza dell'altro, rispetto della sua differenza e alterità, accettazione di sé come relativo all' altro... sono i movimenti essenziali per accedere all' autentica relazione umana, segnata da libertà e amore, e vivere un'avventura di comunione (5).

Da tutto questo scaturisce un compito per la chiesa, la quale non può sottrarsi alla richiesta dei figli che domandano pane, il pane della Parola, e che deve pertanto spezzare questo pane, trasmettere la Scrittura come cibo e nutrimento vitali insegnando a "pregare la Parola", ad ascoltare la Parola leggendo le Scritture, introducendo cioè all' arte della lettura della Scrittura nello Spirito.

Infatti trasmettere la fede significa trasmettere le Scritture! "Scripturae faciunt christianos" è stato scritto parafrasando un'espressione di Agostino (6). Ed è lo stesso Agostino che afferma che "il nostro pane quotidiano... il nostro cibo quotidiano su questa terra è la parola di Dio, che sempre viene distribuita nelle chiese" (7) .

Si tratta di prendere sul serio il carattere divino-umano della Scrittura, il suo essere testimone dell'incarnazione perché essa stessa, in quanto graphé, in quanto "scrittura", è forma di incarnazione del Logos analoga al corpo fisico del Cristo (8).

Più che mai oggi la lettura della Scrittura deve coglierne e trasmetterne la portata sapienziale, la doppia valenza di parola di Dio e parola dell'uomo, deve mostrarla come il luogo di un' alleanza e di un incontro non relegati al passato ma che raggiungono l'umanità dell'uomo di oggi.

Occorre dunque una lettura delle Scritture che ne colga la perenne contemporaneità nell' annuncio, presente fin dalle prime pagine della Genesi, di ciò che è umanamente primordiale, universale e costante; lettura che, illuminata dalla centralità del Cristo che è apparso nel mondo come portatore di salvezza per tutti gli uomini e che ci insegna a vivere (cf. Tt 2,11-12), si ordini e si organizzi intorno alla testimonianza del divenire uomo di Gesù, del suo crescere "in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Lc 2,52) e pervenga così a orientare la crescita umana e spirituale del lettore alla statura di Cristo (cf. Ef 4,13).

La necessità di tale lettura nello Spirito è resa ancora più urgente dalla presenza nella chiesa di letture depauperate della Scrittura che non sanno mantenere il suo delicato equilibrio di parola divino-umana. Si incontrano così tendenze fondamentaliste, letteraliste; riduzioni della Bibbia a libro umano, di pietà, edificante, oppure a prodotto culturale, a momento ideologico; tentazioni marcionite di lacerazione della Scrittura, soprattutto svalutazioni dell' Antico Testamento rispetto al Nuovo (9).

Queste patologie sembrano significativamente riproporre nei confronti della Scrittura le antiche eresie cristologiche: dal monofisismo al nestorianesimo al docetismo... Di fronte dunque ai rischi dell' archeologismo della lettera e del narcisismo spirituale, di una lettura fusionale che non coglie l'alterità del testo e spinge l'''io'' del lettore a fagocitarlo, oppure di una lettura storicistica che misconosce l'intenzionalità di trascendenza del testo stesso, occorre ricordare l'organico rapporto tra forma letteraria e contenuto spirituale della Scrittura: l'analogia della Scrittura con l'incarnazione di Cristo implica che, come non si perviene a Dio né alla divinità del Cristo se si astrae dalla sua umanità, ma solo attraverso di essa, così avviene anche per la Scrittura. E come è lo Spirito che presiede all'incarnazione, così è lo Spirito che deve presiedere alla lettura della Scrittura; come è lo Spirito che guida alla pienezza della verità, così è lo Spirito che guida il credente all'intelligenza della Scrittura. È lo Spirito il criterio della comunione nell' alterità, è lo Spirito il soffio che porta la parola di Dio e la rivolge all'uomo, è lo Spirito che suscita nell'uomo la risposta al Dio che parla: è lo Spirito che regge il dialogo tra Dio e l'uomo attraverso la Scrittura. Infatti lo stesso Spirito che è presente nella Scrittura e che anima il lettore, produce una sinergia in cui la Scrittura cresce con chi la legge e il lettore cresce a opera della Scrittura.

Alla luce di quanto detto, dovrebbe risultare chiaro che la lectio divina tende a fare l'unità tra vita e fede, tra esistenza e preghiera, tra umano e spirituale, tra interiorità ed esteriorità. Nell'accostamento alla Scrittura essa cerca di integrare lo studio, l'analisi critica del testo all'interno di un approccio sapienziale e orante, dunque un approccio di fede.

La prassi

Un tempo e uno spazio

Alla lectio divina occorre anzitutto un luogo di solitudine e di silenzio. Si tratta di cercare e ascoltare Dio "che è nel segreto" (Mt 6,6). Per disporsi ad ascoltare la Parola occorre far tacere le molte parole e i rumori che assordano il cuore, occorre entrare nell' essenzialità del silenzio e della solitudine, operando una presa di distanza dalle molte presenze che giornalmente ci assediano. Una parola autorevole può nascere solo dal silenzio, da un lungo ascolto, dalla capacità di meditare e pensare, di riflettere e ponderare. Per aiutarsi alla lectio divina si può ricorrere a un'icona, a un cero acceso; certamente è essenziale coinvolgere il corpo nell'incontro con il Signore a cui ci si sta disponendo: la lectio divina non è meramente intellettuale, ma vuole riguardare tutta la persona, tutto il corpo. Alla lectio divina è bene dedicare un tempo fissato nella giornata, un tempo cui restare fedeli, non i ritagli lasciati dai molti impegni. Un tempo adeguato alla serietà che deve contraddistinguere la lectio è un' ora, ma certamente è la perseveranza, la quotidianità che porta frutto, al di là della misura di tempo che dipende anche dallo status e dagli impegni di colui che vi si consacra.

La lectio divina edifica il sensus fidei, è alla base della capacità di discernimento, ed è anche sforzo ascetico: essa necessita di interiorizzazione perché il seme della Parola possa attecchire e mettere radici; di perseveranza perché un ascolto entusiasta ma incapace di durare nel tempo resta sterile; di lotta spirituale per trattenere la Parola e non lasciarla soffocare dai rovi dei desideri mondani (cf. Mc 4,13-20). Così, molto concretamente, la lectio divina consente alla parola di Dio di esercitare una reale signoria sulla vita del credente. Anche queste ultime considerazioni mostrano che essa non è un' attività che coincida con lo studio di un testo e in tale studio si esaurisca, ma certamente le persone "intellettuali" corrono sempre il rischio di ridurre la lectio divina a un' esperienza di fruizione intellettuale o estetica: il testo fa sorgere idee brillanti nelle quali ci si compiace, oppure viene colto nella sua "bellezza" e di questa intuizione ci si gratifica, precludendo si però il frutto spirituale vero e profondo.

La preghiera

Alla lectio divina ci si prepara, dunque, con il silenzio, con l'esodo da se stessi, ma poi con la preghiera. E anzitutto con l'epiclesi, con l'invocazione allo Spirito santo il quale può aprire gli orecchi del nostro cuore per darci l'intelligenza della Parola. Dopo la preghiera allo Spirito, per entrare nel clima di ascolto e dialogo amoroso con il Signore che parla tramite la pagina biblica, può essere di aiuto la lettura di una strofa del salmo dell'ascolto (Sal 119), vero e proprio duetto di amore assimilabile al Cantico dei cantici. Si entra così sempre più nella lectio divina come luogo sacramentale di esperienza dell'amore di Dio.

 

"Lectio"

L'atto iniziale della lectio divina vera e propria è un atto di lettura. Credo che oggi occorra imparare e insegnare a leggere, a rapportarsi dialetticamente soprattutto a quel libro così esigente che è la Bibbia. È sulla Bibbia, infatti, e solo su di essa, che si esercita la lectio divina. Certamente la tradizione cristiana ci fornisce esempi di un' accezione più larga della lectio nel senso che essa è stata consigliata ed esercitata anche in rapporto a testi autorevoli di padri della chiesa, eccetera. Tuttavia solo la Bibbia gode di quello statuto particolarissimo nella chiesa che la rende sacramento della parola di Dio. Inoltre, se questa lettura è "divina", è appunto perché si esercita sulle Scritture ispirate. Gli altri libri (testi dei padri, testi eucologici...) possono intervenire in sede di allargamento e commento del testo biblico, oppure possono essere oggetto di una lettura spirituale, ma la lectio divina è lettura della Scrittura.

Come scegliere i testi da leggere? O si sceglie un libro e se ne fa una lettura continua (leggendolo pericope per pericope, giorno dopo giorno), oppure si fa la lectio divina sui testi (o su un solo testo) della liturgia del giorno. Nel primo caso l'arricchimento è costituito dal poter entrare in profondità in un libro biblico cogliendolo nel suo complesso, mentre nel secondo è dato dalla compenetrazione fra preghiera personale e preghiera liturgica. Sicuramente il lezionario festivo della chiesa cattolica è molto ricco e offre la possibilità di lectio che colgano l'unità che traversa tutte e tre le letture, o almeno il brano dell'Antico Testamento e l'evangelo; il lezionario feriale, invece, non consente questo. In ogni caso è spiritualmente utile fare la lectio divina su un testo biblico che si adatti al tempo liturgico che si sta vivendo.

Inoltre, se qualcuno ha poca o nessuna conoscenza biblica, è bene per lui avere una certa gradualità di introduzione alla Scrittura, iniziandola da un testo semplice e fondamentale al tempo stesso (per esempio l'Evangelo di Marco, cui può seguire Esodo 1-24, poi Atti degli apostoli, quindi un profeta...), e lasciando a più tardi, quando si avrà maggiore competenza e scioltezza nel maneggiare la Scrittura, libri come Daniele, Lettera ai Romani, Lettera ai Galati, Lettera agli Ebrei, Apocalisse...

Di fronte al testo occorre finalmente iniziare a leggere. Si legga il testo più volte: anche quattro, cinque volte. Se si tratta di testi già noti, il rischio è quello di leggere superficialmente, di non soffermarsi sul testo, così da perderne la ricchezza. Può allora essere utile scrivere il testo ricopiandolo. Questo obbliga a uno sforzo di concentrazione notevole e spesso capace di far cogliere dimensioni e aspetti del testo di cui non ci si era mai accorti. Se poi si conoscono le lingue ebraica e greca, allora si può leggere la Bibbia nell'originale, attingendo a quella grande ricchezza che inevitabilmente viene offuscata o a volte nascosta del tutto in una traduzione. In ogni caso una buona traduzione, o una traduzione confrontata con altre, può soddisfare alla necessità di avere una seria base di partenza. Può essere utile spiritualmente utilizzare certi strumenti, tra cui basilari sono le concordanze, e se si legge un evangelo la sinossi.

Anche se si sta facendo la lectio divina nel chiuso della propria stanza, in perfetta solitudine, si legga ad alta voce, in modo da ascoltare fisicamente ciò che viene letto. I padri medievali insistevano sull'importanza dell' ascoltare le voces paginarum: l'ascolto è già preghiera, è già accoglienza in sé della parola e dunque della presenza di colui che parla.

"Meditatio "

La meditazione non deve essere intesa nel senso di una meditazione introspettiva di stampo loyoliano o di una autoanalisi psicologizzante. Essa è invece un approfondimento del senso del testo letto, e in questa operazione di approfondimento possono intervenire degli strumenti di studio, di consultazione, dunque dizionari biblici, commentari, eccetera. La lectio divina non va confusa con lo studio di un testo biblico, però lo studio può e deve essere integrato in essa. Si tratta infatti di superare l'alterità del testo, la distanza che ci separa da testi scritti molto tempo fa e in lingue e contesti culturali molto diversi dai nostri. Occorre prendere sul serio questa alterità del testo per non rischiare di cadere nel soggettivismo e per non far dire al testo ciò che il testo non ha proprio mai detto. È questione di obbedienza alla Parola, di non manipolazione della Parola. Pertanto è bene deporre anche quegli slogan a volte ripetuti che tacciano di intellettualismo, di operazione "meramente culturale" un approccio alla Bibbia che semplicemente voglia essere rispettoso dell'alterità del testo scritturistico. Rifiutare lo studio, lo sforzo di approfondimento è un atteggiamento che prepara la via all'abbrutimento e alla decadenza di una persona o di una comunità. Comunque, quali che siano gli strumenti messi in atto per meglio comprendere il testo biblico in questione, saranno sempre gli sforzi personali che si riveleranno i più fecondi.

Nella meditatio si deve tendere a far emergere l'apice teologico del testo, il suo messaggio centrale, o comunque un suo aspetto rilevante. Inizia cioè il dialogo fra la persona e il testo, l'interazione tra la vita del lettore e il messaggio del testo. È a questo punto che, naturalmente, sorge la preghiera.

"Oratio"

Il movimento dialogico che si instaura fra il lettore e il testo diviene il dialogo orante in cui il credente si rivolge a Dio con il "tu". Qui ovviamente non ci sono indicazioni precise da dare, se non l'esortazione alla docilità allo Spirito e alla Parola ascoltata. Questa Parola infatti plasma la preghiera orientandola nel senso dell'intercessione o del ringraziamento o della supplica o dell'invocazione. Può avvenire che la preghiera si manifesti semplicemente con un silenzio di adorazione, o addirittura con il gioioso dono delle lacrime di compunzione. Occorre anche ricordare che a volte la lectio divina resta nell' aridità del deserto: il testo resiste ai nostri sforzi di comprensione, la Parola resta muta, e anche la nostra preghiera non sgorga... All'interno di una relazione autentica avviene anche questo, ci sono anche questi momenti, e la relazione con il Signore non ne è esente. Il Signore chiama a uscire nel deserto per incontrarlo, ma a volte il deserto non diviene luogo di incontro bensì solamente di aridità e di fatica. Eppure anche allora occorre perseverare, rimanere, offrire il corpo atono in preghiera muta. Il Signore sa discernere anche il desiderio di preghiera. E comunque l'efficacia dell'assiduità con la parola di Dio nella lectio divina si misura sul lungo periodo. L'esercizio all'ascolto crea nel credente uno spazio di accoglienza per il Signore, e la Parola accolta rigenera il credente a figlio di Dio (cf. Gv 1,12), lo rende capace di contemplazione.

"Contemplatio"

La contemplazione è appunto l'ultimo "gradino" di questa scala ideale. Il credente si sente visitato dalla presenza di Dio e conosce la "gioia indicibile" (1Pt 1,8) di tale inabitazione. Bernardo di Clairvaux ha parlato di tale esperienza:

Confesso che il Verbo mi ha visitato, e parecchie volte. Sebbene molto spesso sia entrato in me, io non me ne sono neppure accorto. Sentivo che era presente, ricordo che era venuto; a volte ho potuto presentire la sua visita, ma non sentirla; e neppure sentivo il suo andarsene, poiché di dove sia entrato in me, o dove se ne sia andato lasciandomi di nuovo, e per dove sia entrato o uscito, anche ora confesso di ignorarlo, secondo quanto è detto: Non sai di dove venga e dove vada (Gv 3,8) (10).

La contemplazione non designa uno stato estatico e neppure allude a "visioni", ma indica la progressiva conformazione dello sguardo dell'uomo a quello divino; indica così l'acquisizione di uno spirito di ringraziamento e di compassione, di discernimento e di makrothymia, di pazienza e di pace. Come la Parola tende all'eucaristia, così la lectio divina plasma progressivamente un uomo eucaristico, capace di gratitudine e di gratuità, di discernimento della presenza del Signore nell'altro e nelle diverse situazioni dell' esistenza. Quest'uomo sarà anche un uomo di carità, capace di agape. La lectio divina sfocia nella vita, manifesta la sua fecondità nella vita di un uomo.

La lectio divina disegna così una parabola dalla preghiera alla preghiera: iniziata con l'invocazione dello Spirito, essa sfocia nella contemplazione, nel ringraziamento, nella lode.

 

 

 

NOTE

[1] Cf. supra, p. 81, n. 26.

[2] Cf. Guigo II il Certosino, Tornerò al mio cuore, pp. 29-41; sulla lecfio divina: E. Bianchi, Pregare la Parola; D. Barsotti, La Parola e lo Spirito. Saggi sull'esegesi spirituale, OR, Milano 1971; M. Magrassi, Bibbia e preghiera, Ancora, Milano 1974 (2); S. A. Panimolle et al., Ascolto della Parola e preghiera. La "lectio divina ", Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1987. Ulteriore bibliografia in M. Masini, Iniziazione alla "lectio divina". Teologia, metodo, spiritualità, prassi, Messaggero, Padova 1988, pp. 119-120.

[3] "Te totum applica ad textum; rem totam applica ad te" (J. A. Bengel [1687-1752] nella Prefazione all'edizione da lui curata del Nuovo Testamento Greco edita nel 1734).

[4] Atanasio di Alessandria, Lettera ai vescovi africani 4, PG 26,1036A.

[5] Cf. E. Bianchi, L'essere povero come condizione essenziale per leggere la Bibbia, Qiqajon, Bose 1991 (Testi di meditazione 35).

[6] J. Caillot, L'évangile de la communication. Pour une nouvelle approche du salut chrétien, Cerf, Paris 1989, p. 162.

[7] Agostino di Ippona, Discorsi LVI,6,IO, in Id., Discorsi, a cura di L. Carrozzi, CittàNuova, Roma 1982, voI. II/I, p. 151.

[8] Il tema è particolarmente caro a Origene: "La parola umana è per natura impalpabile e insensibile, ma essa prende corpo, in un certo senso, quando è scritta in un libro; parimenti la parola di Dio che non ha né carne, né corpo: per la sua natura divina non può essere vista, ma dal momento in cui si incarna, si può vederla e scriverla. E perché la Parola si è fatta carne che esiste un 'libro della genealogia di Gesù Cristo'" (Origene, Commento al Vangelo di Matteo. Frammenti). E ancora: "Ecco come devi comprendere la Scrittura ... come il corpo unico e perfetto del Verbo" (Id., Omelie su Geremia. Frammenti citati nella Filocalia II,2, in Id., Homélies sur Jérémie II, a cura di P. Nautin, SC 238, Cerf, Paris 1977, p. 374).

[9] Più generalmente, sulle obiezioni che la Scrittura suscita, si veda M. Bellet, "Résistances à l'Ecriture", in Christus 14 (1967), pp. 8-22; tutto il primo fascicolo dell'annata è dedicato al tema Méditer l'Ecriture.

[10] Bernardo di Clairvaux, Sermoni sul Cantico dei cantici 74,5 (Sermons sur le Cantique V, a cura di P. Verdeyen e R. Fassetta, SC 511, Cerf, Paris 2007, pp. 164-166).