PICCOLI GRANDI LIBRI   Amedeo Cencini
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente

SAN PAOLO 2002

Prefazione di P. Marko Rupnik sj
INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

RINNOVAMENTO INCOMPIUTO

I. NODI TEORICI E PRATICI
1. Se non è formazione permanente sarà frustrazione permanente...
2. I nodi da sciogliere
2.1. Prospettiva originaria della formazione
2.2. Rilevanza teologica del concetto
2.3. Orizzonte di senso
2.4. Mistero e ministero

 

II. DAI NODI AGLI SNODI
1. La sfida della «docibilitas»
2. Verso un tentativo di definizione
3. Progettare la formazione permanente
4. Livelli e responsabilità
4.1. Livello istituzionale-generale
4.2. Livello istituzionale-particolare
4.3. Livello comunitario-locale
4.3.1. Comunità religiosa
4.3.2. Comunità presbiterale
4.4. Livello personale-individuale

PARTE SECONDA

LA SFIDA DEL TEMPO

III. RITMO E RITMI DELLA FORMAZIONE PERMANENTE

1. Il tutto e i frammenti
2. La formazione permanente come «tempo compiuto»

2.1. Tempo concentrato: ritmo sincronico
2.2. Tempo disteso: ritmo diacronico
2.3. Tempo compiuto: ritmo sincronico-diacronico

IV. RITMO ESISTENZIALE: È LA VITA CHE FORMA

1. La straordinarietà dell'ordinario

2. Il ministero, 
luogo naturale di formazione

3. La vita comune, 
luogo naturale di formazione

V. RITMO QUOTIDIANO: «OGNI VOCAZIONE È MATTUTINA»

1. I rituali quotidiani
1.1. Rituali personali-individuali
1.2. Rituali collettivi-comunitari

2. L'azione quotidiana di Dio
2.1. «In spirito e verità» (la preghiera educa)
2.1.1. Verità dell'io attuale
2.1.2. Verità dell'io ideale

2.2. «Pane spezzato e sangue versato» 
(la preghiera forma)
2.2.1. La preghiera, anima dell'apostolato
2.2.2. L'apostolato, anima della preghiera
2.3. «Ogni mio desiderio è di fronte a te» 
(la preghiera accompagna)
2.3.1. La docibilitas del cuore orante
2.3.2. Liturgia delle Ore 
e mistero del tempo
2.3.3. Paura dell'intimità? (Ovvero, quando non si ha nulla da dire a Dio)

3. La disciplina della veglia e del sonno
3.1. La notte e la precarietà
3.2. Il giorno e la rinascita
3.3. Dialogo immaginario 
tra il giorno, la notte e il corpo

VI. RITMO SETTIMANALE: IL SETTIMO GIORNO, IL PRIMO DOPO IL SABATO

1. «Il giorno del Signore»

2. La distensione come momento formativo

VII. RITMO MENSILE: «INSEGNACI A CONTARE I NOSTRI GIORNI»

1. Il ritiro spirituale, «esercizio di raccoglimento»
1.1. Raccogliere la vita
1.2. Prendere le distanze
1.3. Nostalgia del chiostro 
(e istinto da mandria)

2. I frutti del raccoglimento (o il raccoglimento dei frutti)
2.1. Responsabilità e sensibilità
2.2. Ordine interno ed esterno
2.3. Educazione dei sensi e dell'attenzione
2.4. Stabilità e creatività 
(la montagna e l'albero)
2.5. Umorismo e serenità

3. Il «guaritore ferito»
3.1. «Assolvimi dalle colpe che non vedo» 
(Sal 18/19,13)
3.2. L'agnello che porta su di sé 
il peccato del mondo

PARTE TERZA

IL DONO DEL TEMPO

VIII. RITMO ANNUALE: «PER ME VIVERE È CRISTO» (Fil 1,21)

1. Mistero e magistero dell'anno liturgico

2. «Christus totus»

3. I ritmi dell'anno liturgico

IX. RITMO DELL' AVVENTO: DESIDERIO INAPPAGATO

1. Purificazione e scavo

2. Passione orante

3. Intensificazione e crescita

X. RITMO DEL NATALE: DESIDERIO APPAGATO

1. L'Eterno si fa relazione

2. L'Eterno è Amore

3. La certezza d'essere amato

4. Libertà di amare

XI. RITMO DELLA QUARESIMA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA MORTE DI CRISTO

1. «Mors tua - Vita me a»

2. «Mors tua - Mors me a»

XII. RITMO DELLA PASQUA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA RISURREZIONE DI CRISTO

1. «Vita tua - Vita me a»

2. «Vita mea - Vita tua»

XIII. RITMO DI PENTECOSTE: DESIDERIO D'ANNUNCIARE

1. «Pietro, levato si in piedi, 
parlò a voce alta...» (At 2,14)

2. «...E ciascuno 
li sentiva parlare la propria lingua» 
(At 2,6)

3. «Erano assidui e concordi nella preghiera 
con Maria...» (At 1,14; 2,42)
3.1. La pratica degli esercizi spirituali
3.2. Il ruolo di Maria nella formazione permanente: dal «fiat» allo «stabat»

XIV. RITMO DEL TEMPO ORDINARIO: DESIDERIO «STRAORDINARIO»

1. «...E li inviò a due a due avanti a sé» (Lc 10,1): la prima destinazione
1.1. La guida spirituale
1.2. Comunità e comunione presbiterale o religiosa

2. «Signore, da chi andremo?» (Gv 6,68): l'adulto giovane
2.1. Realismo (e disincanto) pastorale
2.2. Ricerca dell'essenziale
2.3. «...Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68)

3. «Simone di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16): l'adulto maturo
3.1. Quella maledetta (clericale) presunzione
3.2. Verso la paternità/maternità spirituale
3.3. «.. . Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo» (Gv 21,17)

4. «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18): l'adulto anziano
4.1. Il mito del giovanilismo
4.2. Verso l'amore puro
4.3. «Seguimi» (Gv 21,19)

 

Prefazione

Il libro che ci sta davanti praticamente racchiude tutto ciò che si può dire sulla formazione permanente. Solo che si rimane sorpresi dopo ogni pagina, perché l'autore propone una visione della formazione permanente che certo ribalta i canoni cui siamo abituati al riguardo. L'autore propone e sviluppa la sua visione con tale energia che, senza volerlo, smonta le vecchie impostazioni stereotipe sulla formazione permanente e sulla formazione in genere. Il libro non è una dialettica con qualcuno o contro qualcuno, ma è una limpida creativa proposta. «La formazione permanente non è ciò che viene dopo la formazione iniziale, ma - per quanto paradossale possa sembrare - è ciò che la precede e rende possibile, è l'idea madre o il grembo generatore che la custodisce e le dà identità». La formazione permanente «diventa addirittura teologia, o un modo teologico di pensare e definire la stessa consacrazione a Dio, cioè come un lento e progressivo processo di formazione in noi dell'uomo nuovo, o di un cuore umano capace di assumere i sentimenti divini, di battere all'unisono col cuore di Dio». Per questo la formazione permanente è un cammino di fede, come «formazione continua dell'adesione credente, in un organismo chiamato a divenire adulto nella fede, nella concretezza e unicità della sua vita».

L'autore di quest'opera è padre Amedeo Cencini, autore di diversi libri, uomo ormai di grande esperienza nell'accompagnamento delle persone e uno dei massimi rappresentanti della psicologia nel campo spirituale formativo, e non solo in Italia. Leggendo questo libro e ripensando ai suoi primi testi mi veniva spesso in mente Pavel Florenskij. Oserei dire che con lo psicologo Cencini sta succedendo ciò che è successo con il matematico Florenskij. Florenskij era uno scienziato e grande matematico. Nelle sue ricerche della matematica teorica Florenskij si avvicina sempre più alle soglie del Mistero. Lui comprende che la matematica, essendo una realtà delle relazioni, può esistere solo su una realtà relazionale vera, cioè veramente esistente, proprio perché viva. Florenskij comprende che le relazioni matematiche difatti possono esserci e possono non essere semplicemente illusione e proiezione intellettuale proprio perché il fondamento di tutta la vita e tutto l'esistente sono le libere relazioni delle tre Persone divine. Florenskij giunge al mistero teologico tramite la matematica, così come un altro grande del XX secolo, Sergej Bulgakov, giunge alle vette della teologia dogmatica dall'economia. Personaggi come questi sono interessanti per una cultura europea che ormai non è più consolidata su una conoscenza della filosofia cristiana come trampolino alla teologia e alla spiritualità. Anzi oggi si dimostra assai sterile un approccio alla fede che vuole procedere in questo modo, pensando che questa è la verità, la si spiega e poi si cerca di viverla. Un celebre assioma dei Padri recitava: «Attraverso la prassi ci si eleva alla teoria». Ossia si parte dalla vita, tramite la purificazione si arriva alla contemplazione.

Gli ultimi decenni sono stati molto profondamente marcati dalla psicologia, una tra le scienze più giovani. Ci sono state euforie con veri e propri psicologismi. E ancora oggi in alcune zone geografiche, o in alcune sfere della Chiesa, sembra che la psicologia abbia rimpiazzato la vita spirituale, la teologia spirituale, in modo che si potrebbe considerare la psicologia quasi come una spiritualità secolarizzata. Padre Cencini con questo testo presenta una grande sintesi sulla formazione che, sì, usa prevalentemente un linguaggio tipico della psicologia, ma dischiude gli orizzonti sulla sfera prettamente spirituale e teologica. Lo fa in modo organico, evidentemente non preoccupato di apparire perfetto nella sua sintesi, ma preoccupato di essere vero e dire ciò che è imbevuto della vita, che è reale. Penso che lo stesso sviluppo del percorso di padre Cencini possa diventare - analogamente al percorso di Florenskij in matematica e di Bulgakov in economia - un percorso costruttivo per molte persone di oggi che sentono familiare il mondo della psicologia. Una psicologia, dunque, che è sempre più conscia dei suoi limiti, delle sue illusioni e inganni se non considera lo spirito come il suo fondamento vitale e vivificante. Una psicologia che trova la sua ragione d'essere e dunque riscopre la sua vitalità in un momento in cui culturalmente è ormai in crisi proprio perché scopre il suo fondamento, che affonda negli abissi del Mistero all'interno dell'uomo stesso. Una psicologia che si scopre dialogica in riferimento allo Spirito, all'inabitazione dello Spirito Santo nella persona umana, e dunque una psicologia che senza complessi e fobie davanti al mondo divino e spirituale offre il suo contributo per una più piena, integra vita umana.

Se molte scuole psicologiche finiscono a occuparsi «della mappa della città» invece di occuparsi della città, questo libro rappresenta coraggiosamente l'oggettività del mistero dell'uomo, che per essere avvicinato esige un accordo della spiritualità e della psicologia, così come da un altro punto di vista nei primi secoli erano convinti i monaci, i padri del deserto, i grandi padri spirituali.

«Il fratello che è un peso e solo quello che tu accetti come un peso diventa di fatto, nella dinamica della vita d'ogni giorno, tuo "formatore"»: davanti a realtà come queste spesso una semispiritualità sceglieva la via moralistica e volontarista, mentre una riduttiva psicologia sceglie le tecniche e dinamiche di gruppo per evitare gli scontri, per crearsi dei percorsi e delle protezioni e dunque per evitare la realtà nella sua complessità. Padre Cencini in questo libro apre l'oggettività della vita al suo vero evento fondante che è quello della passione, morte e risurrezione di Cristo. Questo evento diventa il fondamento di tutta l'esistenza della persona umana e di tutto l'universo. Non è una questione teorica; difatti il libro mette molto in evidenza che la questione della fede è una questione di progressiva adesione a Cristo, un Cristo oggettivo, quello manifestato nell'evento della sua Pasqua. In questa progressiva adesione al Figlio, in questa cristoformità progressiva, sono poste le coordinate e le categorie della formazione permanente. Perciò è evidente che non può esserci formazione intesa come un periodo della vita, come una revisione di un periodo di vita; non può essere considerata lusso di alcuni, privilegio di altri; ma è l'impianto di fondo sul quale si gioca per la vita o per la morte. Ecco la formazione come respiro. Non respirare significa morire, non avere la formazione significa essere "deformati".

La "trovata" più straordinaria di questo testo è certamente la visione del tempo. Padre Cencini, muovendosi tra le dimensioni del tempo concentrato, tempo disteso e tempo compiuto, evita tutti gli psicologismi, volontarismi, moralismi e riduzionismi di qualsiasi tipo. Una volta chiarito il tempo concentrato come evento pasquale di Cristo, evento salvifico, evento divino umano, e il tempo disteso come irradiazione, narrazione del tempo concentrato, egli fa vedere le possibili vie dell'integrazione personale spirituale nel senso autentico del termine, fino al tempo compiuto. Gli antichi padri spirituali vedevano il tempo come un dono di Dio affinché l'uomo possa realizzare la volontà di Dio che è l'amore di Dio. Dunque il tempo come processo di santificazione tramite la propria vocazione. Il tempo veniva considerato e trovava il suo vero significato nella liturgia, perché la liturgia è esattamente la perpetua santificazione del tempo, cioè nella liturgia l'uomo vive in pienezza il suo senso, la sua vocazione e la salvezza. Nella liturgia il tempo disteso e quello concentrato si toccano, creano un tutt'uno. In questa maniera la liturgia trasforma ogni tempo sull'impronta del tempo di Cristo. Quello che impedisce all'uomo di vivere la propria vocazione come amore è l'autoaffermazione della nostra individualità, è il principio della possessione, della ribellione. Ma è proprio la liturgia, dove si celebra la salvezza e si è coinvolti in essa, il luogo privilegiato della realizzazione della propria vocazione. Questo vuol dire che in senso stretto la liturgia sconfina il suo stesso spazio e in senso lato si realizza nell'universo. Ebbene, ciò che Cencini propone nel suo libro è esattamente questa dinamica complessa tra la vocazione, la santificazione, la perfezione, il peccato, l'inadeguatezza... Ma tutta questa dinamica riesce a collegarla all'evento della morte e risurrezione di Cristo, che diventa non un modello ma una chiave di lettura, un'ispirazione costante, un'energia divina che agisce in noi, il vortice che coinvolge e attira tutto l'universo di ogni persona e della comunità. Chi cercasse in questo libro delle facili tecniche per le soluzioni dei problemi concreti nel cammino formativo rimarrà deluso. La nostra era è certamente segnata dalla tecnica, dalla tecnologia, e si è abituati sempre a cercare un approccio tecnico in quanto pian piano abbiamo ridotto quasi tutto a una tecnica. Cencini è molto concreto, soprattutto in alcune parti del libro, ed è ricco di spunti e suggerimenti concreti, ma non tecnici, non come alle volte si è abituati da taluni corsi di formazione donde si torna quasi con delle soluzioni meccaniche da mettere in pratica. Egli non perde mai di vista che l'antropologia teologica è difatti dinamica, che il cammino della persona umana è una realtà organica, che l'evento della Pasqua non è una formula.

Parla di ritmo e non di ordine; difatti formarsi non significa semplicemente ordinare la vita. Si mettono in ordine le cose morte, ma l'organismo avanza sul ritmo. Il ritmo è l'ordine delle persone, delle persone vive. Questo ritmo ha certamente alcuni elementi fermi che possono essere anche nominati ordine, ma quell'aspetto concreto e immediato che armonizza la persona, la integra e la fa esprimere e realizzare come totalità è il ritmo. E Cencini evidenzia il ritmo liturgico che è il ritmo della salvezza. La formazione permanente è dunque quel paradigma di fondo, quell'atteggiamento costante della persona nella sua sempre più totale apertura al suo Signore e Salvatore. Il fondamento è la creazione stessa della persona, anzi è la redenzione nella quale la persona coglie questa sua verità e il cammino è aperto fino all'escatologia. Perciò in questo cammino rientrano autentici elementi dell'esercizio spirituale che abbraccia un ampio raggio di attività spirituale, dalla purificazione e dunque dall'acquistare la vita divina e il suo gusto fino all'arte della custodia.

Leggendo questo testo con gli occhi di un cristiano d'Oriente, mi sembra che l'approccio della teologia e spiritualità dell'Oriente cristiano potrebbero venire incontro allo sforzo e alla ricerca all'interno di una psicologia aperta allo spirituale assai più significativamente che un 'impostazione strettamente occidentale. Non vorrei qui minimamente contrapporre queste due tradizioni, né idealizzare o catalizzare una di esse. Questo tempo è già passato. Oggi, come dice Giovanni Paolo II, urge un incontro che si traduca in creatività per poter offrire cibo ai nostri contemporanei onde nutrire la loro fame di verità e di vita spirituale. Ma mi sembra di capire proprio da questo tempo che una psicologia che considera seriamente la spiritualità esige la teologia come campo su cui si può giungere a una sintesi. Solo che forse richiede una teologia più integra, più sapienziale, più agile in un linguaggio dei simboli.

Questo testo esce in un tempo in cui la postmodernità non è più un termine da salotti artistici e filosofici, ma un fatto che non si può più ignorare. Con il crollo delle torri di New York la modernità è stata scossa fin nelle sue fondamenta. E i percorsi del nostro pensiero cui per tanto tempo eravamo abituati - tanto da non rendercene nemmeno più conto - a un tratto non funzionano più, non ci portano lì dove vorremmo giungere. Si parlava da tempo della fase della transizione, del nuovo paradigma, del nuovo ordine del mondo e dunque anche di una nuova visione dell'uomo che stava emergendo a conclusione di una grande epoca. Il cristiano non condanna le epoche storiche, non sospetta i flussi della cultura, instaura verso di loro un atteggiamento positivo, anzi, forse come nessun altro può leggerli, comprenderli e illuminarli, con un approccio spirituale sapienziale che gli è proprio. Ma questo non vuol dire che non partecipa al dolore, alla sofferenza e al sangue versato nei momenti drammatici della storia. E adesso è certamente un momento della storia in cui le attese, almeno quelle della nostra civiltà, sono profondamente in crisi e sta emergendo una visione della storia, dell'uomo, del suo agire che ci spinge a esiliare dai nostri gusci ed esporci al momento crudo delle tensioni violente della storia. In questo contesto diventa ridicola una formazione portata a un'autosservazione psicologica, una formazione basata sull'osservazione degli stati d'animo, un continuo interrogarsi su come ci si sente, come si è percepiti, accettati, un continuo rimuginare sulla propria storia. Solo una formazione come paradigma pasquale che mette in una relazione dinamica ognuno con il Cristo pasquale e con la comunità è una formazione destinata ad avere qualcosa da dire, oggi e domani. Oggi si cerca una formazione che abiliti l'uomo a quella contemplazione, come direbbe Edith Stein, che matura fino all'amore in modo che si possa vedere persino il bene nel male.

Questo nuovo volume di padre Cencini ci viene incontro proprio in questo senso.

 

P. MARKO RUPNIK SJ

 

Introduzione

 

Il segno più visibile o percepibile della vita è il respiro. È l'alito vitale che viene da Dio, come ci ricorda la Genesi, e dà vita a ogni vivente. Anche l'esistenza tipicamente cristiana «inizia» con un respiro, il soffio dello Spirito Santo che invade a Pentecoste una carne umana e terrena, trasformandola.

Finché c'è respiro c'è vita, si dice. Il respiro è costante e regolare, silenzioso e appena percepibile, spontaneo e automatico, diurno e notturno, esprime la vita e ne accompagna e svela i fremiti.

Così è la formazione permanente. Qualcosa che segue la vita nel suo incedere, in ogni suo frammento di tempo. È il suo ritmo costante, ciò che la rende un continuo cammino di realizzazione d'un progetto, d'una forma che assume sempre più sembianze precise o d'un mistero che si svela progressivamente. Anche passando per momenti difficili e situazioni complicate. Il respiro, infatti, può anche esser affannoso e frenetico, svela la fatica e l'ansia di certi istanti del vivere, c'è il fiatone corto appena fatta una corsa, ma anche l'ansietà può creare problemi di respirazione.

Ecco perché abbiamo dato questo titolo, forse un po' singolare e certamente evocativo, a questa riflessione sulla formazione permanente: perché ne vogliamo subito sottolineare il carattere naturale, addirittura fisiologico, perché la vita di tutti, e in particolare di chi ha dedicato i suoi giorni e tutte le sue energie a una causa impegnativa e superiore alle forze umane, come presbitero e consacrato/a, ha necessariamente bisogno d'una attenzione costante alla sua crescita e a ciò che la può impedire; perché nessuno matura nel cuore e nella mente semplicemente perché da ragazzo diventa giovane e poi adulto e infine anziano; perché nessuno può pensare di consacrarsi all'Eterno se non attraverso un percorso di continua conversione nei giorni del suo pellegrinaggio terreno. Né, d'altro canto, nessuno può pensare di far consistere la formazione permanente in una serie di eventi estemporanei e straordinari, quasi fosse un'eccezione allo scorrere troppo normale dei giorni, o qualcosa che solo oggi, nel presente frenetico contesto socioculturale, è divenuto importante e necessario e che, tutto sommato, si riduce a un aggiornamento e diventa una fatica (o una scocciatura) in più.

No, perché formazione permanente è grazia, grazia che viene dall'alto, dono del Padre-Dio, educatore e formatore delle anime nostre, che ogni giorno provvede a plasmare in noi l'immagine del Figlio, in modi solo in parte a noi noti e da noi previsti, ovvero nella libertà dello Spirito.

L'abbiamo specificato nel sottotitolo: se da un lato la formazione permanente è fenomeno naturale e ordinario, componente e caratteristica essenziale del cammino evolutivo della vita presbiterale e religiosa, è anche e soprattutto azione di Dio, dunque dono, dunque grazia!

La trattazione è divisa in tre parti. Nella prima si cercherà essenzialmente di definire il concetto di formazione permanente, ponendo tale realtà in relazione con la stagione di rinnovamento che a vari livelli stiamo vivendo, e con quel cammino di rinnovamento che interessa in particolare la vita consacrata e l'identità presbiterale.

Nella seconda e terza parte si affronterà il problema strategico della formazione permanente, cioè il problema del rapporto con il tempo e del ritmo che lo stesso rapporto col tempo imprime alla vita. Nella seconda parte il tempo che scorre implacabile è visto come sfida per il vivente, che dovrà dunque imparare a vivere la sfida in modo costruttivo, come opportunità per crescere, lungo il ritmo dell'esistenza quotidiana, settimanale e mensile. Nella terza parte il tempo è visto come dono, dono che sottolinea la dimensione gratuita della formazione permanente, che s'articola lungo l'anno liturgico scandita dai misteri della vita del Signore Gesù.

Formazione permanente è lasciare che il ritmo della propria vita venga sempre più plasmato e cadenzato dal ritmo e dai tempi dell'anno liturgico.

 

Bibliografia essenziale

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