Amedeo Cencini
Il respiro della vita
La grazia della formazione permanente
SAN PAOLO 2002
Prefazione di P. Marko Rupnik sj
INTRODUZIONE
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PARTE PRIMA |
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RINNOVAMENTO INCOMPIUTO |
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I. NODI TEORICI E PRATICI
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II. DAI NODI AGLI SNODI |
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PARTE SECONDA |
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LA SFIDA DEL TEMPO |
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VI. RITMO SETTIMANALE: IL SETTIMO GIORNO, IL PRIMO DOPO IL SABATO |
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VII. RITMO MENSILE: «INSEGNACI A CONTARE I NOSTRI GIORNI» |
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PARTE TERZA |
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IL DONO DEL TEMPO |
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XI. RITMO DELLA QUARESIMA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA MORTE DI CRISTO |
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XII. RITMO DELLA PASQUA: DESIDERIO DI CONFORMARSI ALLA RISURREZIONE DI CRISTO |
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CAPITOLO
VII
Ritmo
mensile: «Insegnaci a contare i nostri giorni»
Se
la formazione vuole essere permanente deve trovare anche la sua cadenza
mensile. Senza alcuna rigida schematizzazione, ma con quell'intuito interiore
che sa riconoscere i tempi dello spirito e identificare attese e risposte da
parte dell'uomo.
Ovvio
che poi i vari ritmi che stiamo considerando siano inevitabilmente legati l'uno
all'altro; di conseguenza l'attenzione con cui viene osservato e favorito il
ritmo vitale e quotidiano consente di stare al passo del ritmo settimanale, e
quest'ultimo permetterà d'entrare nel ritmo anche mensile. Che ora cerchiamo
di delineare brevemente, ma sempre ricordando che il ritmo più piccolo, come
estensione di tempo, è sempre «compreso» e dev'essere mantenuto in quello
più grande.
1.
Il ritiro spirituale, «esercizio di
raccoglimento»
L'espressione
è di R. Guardini (1), al cui pensiero mi rifaccio per elaborare una proposta
che sembra tutt'altro che originale, tanto è classica e tradizionale, come
quella del ritiro mensile (2),
ma che può caricarsi d'un significato rilevante nell'economia
della formazione permanente. Soprattutto se questa proposta è connessa, come
c'invita a fare lo stesso pensatore italo-tedesco, col recupero di valori
indispensabili, e c'è il coraggio - da parte nostra - d'uscire da una prassi
che ha un po' impoverito la cosa rendendola pochissimo incisiva, e di rinnovarla
nello spirito e nella pratica.
Il
ritiro mensile ha senso ed è importante per la formazione permanente nella
misura in cui indica e implica un effettivo «ritiro» (psicologico prima che
fisico) della persona dall'ambiente abituale e dalle occupazioni ordinarie o
dallo stile di vita normale, per trascorrere un certo periodo, dalla mezza
giornata al giorno intero, in «ritiro» con Dio, in dialogo con lui e nella
meditazione della sua parola, ma in dialogo anche con se stessi e con la realtà
in cui si vive.
L'atteggiamento
intrapsichico che predispone a questa operazione dello spirito è il raccoglimento.
Al punto che possiamo dire che il ritiro spirituale è un esercizio di
raccoglimento, limitato certo nel tempo, ma intenso e vero, poiché «il
mezzo grazie al quale l'uomo s'avvicina a se stesso, a Dio e al suo prossimo è...
il raccoglimento». Anzi, sempre secondo Guardini, «sotto un certo aspetto,
tutta la formazione morale e spirituale si riassume nell'esercizio del
raccoglimento» (3). Di conseguenza diventa importante mantenere vivo questo
esercizio.
1.1.
Raccogliere la vita
In
generale «raccoglimento vuol dire richiamare noi stessi a noi stessi; le nostre
forze dalla dispersone all'unità... semplificare i nostri desideri; imparare
a riposare in noi stessi senza brame, a diventare tranquilli e sereni.
Apprendere a essere padroni di noi stessi» (4). Attraverso il raccoglimento,
dice ancora il teologo italo-tedesco, vengono vinte «la distrazione e
l'inquietudine», e si crea «l'unità vitale di un'esistenza ricca di forze e
protesa all'azione, calata nel mondo delle cose e nella molteplicità degli
eventi» (5).
Più
in particolare, e in riferimento all'oggetto del raccoglimento nel contesto
del ritiro mensile, raccoglimento non è solo operazione riflessiva e quasi
autospeculare, ma vuol dire raccogliere la vita con tutta la sua complessità,
e raccoglierla in particolare dinanzi a Dio. Raccoglierla nel senso di
osservarla con realismo e pure con benevolenza, ma anche percependo in essa il
mistero; riconoscerla come dono che viene dall' Alto, dono immeritato e di cui
rendere grazie al Creatore, in ogni caso; accettarla nei suoi aspetti luminosi e
oscuri, per il già vissuto e per quel che resta da vivere; ancora,
raccogliere la vita significa portare avanti a Dio anche i passi meno esaltanti
del proprio cammino, i propri difetti e immaturità, le incoerenze e i dubbi, le
paure assieme alle aspirazioni..., ma pure quelle forze vive che ci premono
dentro e che a volte non sappiamo ben calibrare e integrare (ad es. sessualità,
affettività, voglia di relazione e bisogno d'autoaffermazione.. .), insomma
non lasciar fuori nulla, raccogliere... «anche gli avanzi», o quelli che noi
riteniamo tali.
Probabilmente
non avrebbe tanto senso il raccoglimento del soggetto nel giorno del ritiro come
semplice gesto neutro e vuoto, privo d'oggetto, o non sarebbe completo il
raccoglimento,
per quanto devoto e compunto, senza questa disposizione a raccogliere la vita
intera. Anzi, diciamo che è bello e necessario «chiamare a raccolta» la
propria esistenza ogni tanto, per cogliere in essa i passi di Dio, riconoscervi
il suo progetto, confrontarla con la sua parola e aprirla sempre più al suo
intervento, perché nessuno può presumere d'aver già capito tutto, d'aver già
esaurito il mistero, d'aver già afferrato pienamente il senso della presenza
divina nei suoi giorni, di cogliere sempre immediatamente, in tempo reale, quel
che il Signore vuole dire o dare attraverso gli eventi. Dunque va bene il
raccoglimento come concentrazione e assenza di distrazioni, ma solo per
giungere al raccoglimento esistenziale, o per giungere alla sapienza
biblica di «contare i propri giorni».
Ma
come si realizza o si raggiunge il raccoglimento nei due sensi ora visti?
1.2.
Prendere le distanze
Anzitutto
prendendo le distanze, tanto meglio se in senso anche fisico, da un certo
mondo di sollecitazioni e inquietudini che affannano e disperdono, o pongono
addirittura in contraddizione con se stessi; o uscendo dalla confusione e
sgombrando il guazzabuglio che c'è dentro e fuori del cuore. Il «ritiro»,
come sappiamo, almeno in teoria offre la possibilità di questa presa di
distanza, di «ritirarsi da». Anzi, sembra proprio questo il suo significato
originale o, quanto meno, una condizione basilare per stare con Dio e ascoltare
la sua voce, o per riconoscere le sue tracce nel mare della nostra storia, orme
invisibili a occhio nudo (cfr. Sal 76/77,20) e dunque percepibili solo allo
sguardo contemplativo, di chi non si ferma all'esteriorità.
L'uomo
di oggi e di sempre, dunque anche il consacrato e l'apostolo, ha un bisogno
imprescindibile d'uno spazio ecologico, di lasciare ogni tanto quel caos che
lo invade e contamina, o quell'ambiente dominato dal culto dell'esteriorità,
del risultato, della prestazione vincente, della visibilità a tutti i costi o
addirittura delle luci della ribalta... che lo allontana da se stesso come una
droga inducendolo addirittura «a desiderare oggetti che in realtà non
vuole, di cui non ha veramente bisogno» (6).
È
terribile pensare che il condizionamento sociale-culturale odierno possa
determinare questo tipo di conseguenze anche nello spirito o nella mentalità di
chi ha fatto una certa scelta di vita e di valori; è terribile pensare che
l'allontanamento da sé lo possa portare a questa sorta di schizofrenia o di
suicidio spirituale, a desiderare ciò che in realtà non vuole, che non può
volere e di cui non ha in effetti bisogno, perché attrae e illude e gratifica
solo la parte superficiale dell'io, ma non incrocia la sua verità, ciò che è
e che è chiamato a essere, né tanto meno lo può aiutare a cogliere il
passaggio di Dio nella sua storia passata e presente. Il ritiro mensile è un
invito anzitutto ad accorgersi di quest'inganno, a ritirarsi un momento da
questa confusione per trovare il modo di non lasciarsene contaminare pur
dovendoci vivere dentro, a prendere le distanze dal falso io, per non
rimanerne schiavi e rendere falsa la vita e virtuale la consacrazione.
1.3.
Nostalgia del chiostro (e istinto da mandria)
Chi
si raccoglie spesso tiene gli occhi chiusi: non vede attorno a sé per veder
meglio dentro di sé. O non vede per concentrarsi su se stesso, nella
«cella» più personale e intima. «Questa cella interiore esiste; la sfera
interiore, nella quale posso ritirarmi, nella quale mi posso occupare degli
oggetti, e dove sono, da solo a solo, con me stesso; là dove vengono prese le
decisioni vitali, dove mi trovo con Dio, alla sua presenza, sotto il suo
sguardo... Questa cella esiste e può diventare più ampia, più profonda, più
viva, più tranquilla, più sicura» (7), anche attraverso il ritiro, anzi, il
ritiro è in qualche modo questa cella ove l'anima incontra il suo Dio.
Evidentemente non perché sia frequentata unicamente il giorno del ritiro
mensile, ma perché divenga sempre più dimora abituale, come un santuario
all'interno dell'io, ove Dio custodisce con cura il mistero dell'io, cioè la
sua verità. E ove l'io si sente davvero nella sua propria casa. Abitare
questa dimora è di per sé distensivo: dovrebbe far sentire come riposante il
giorno del ritiro, nel senso pieno che abbiamo prima dato al concetto di
distensione, e far desiderare continuamente al soggetto di... «tornare a casa»,
alla sua vera casa, e non lasciarla mai.
È
strano come nell'uomo, in ogni essere umano, vi sia - da un lato - una vera e
propria «nostalgia del chiostro» e - d'altro canto - quelli che Guardini non
esita a definire, in termini un po' meno nobili, «istinto da mandria»: la
solita contraddizione o dialettica interna che non risparmia, ancora una
volta, nessuno di noi. Per cui, se è riconoscibile una certa attrazione per
il raccoglimento silenzioso, a volte tutto ciò sembra così radicalmente
smentito, nella nostra vita, da «quel bisogno di sentire intorno a sé sempre
del chiasso; di dover sentire sempre chiacchierare; di non saper riservare
nulla per noi soli e di non saper da noi stessi venire a capo di nulla» (8).
È
appunto l'istinto da mandria (9), che forse sembrerà eccessivo a qualcuno o
addirittura offensivo, ma chi potrebbe negare, nella sua sostanza, anche in
coloro che sono stati chiamati dal Maestro «perché stessero con lui»,
quella certa paura della solitudine e il conseguente bisogno degli altri (cui
appoggiarsi o con cui riempire la vita), o quell'incapacità di stare in
silenzio, cioè soli con se stessi e con Dio, al di là d'una certa apparenza
cultuale, e di curare il raccoglimento, per ricostruire l'unità interiore e
contemplare in sé l'azione divina? È proprio esagerato dire che sta sparendo
il silenzio dalla nostra vita? O, per lo meno, un certo sapore e ricerca del
silenzio?
Lo
scadimento qualitativo e la banalizzazione del ritiro mensile, o la sua
riduzione... ai minimi termini (a una predica, magari registrata), o la
confusione del ritiro con altri tipi d'incontri (raduno del clero, incontro
cosiddetto fraterno, riunione di commissioni varie, occasione per fare due
chiacchiere
e sentire «l'ultima» o fare gli acquisti in centro...), o il continuare a
sentire il ritiro come un obbligo cui esser richiamati da un'autorità
superiore... son tutte conseguenze tra le tante di questo generale smarrimento
del gusto e della capacità di vivere nel raccoglimento. Un organismo spirituale
in buone condizioni di salute sente l'appuntamento del ritiro come un'esigenza
personale e un appuntamento gradevole; se invece lo avverte come un peso o un
impegno soprattutto disciplinare vuol dire che... non sta tanto bene di salute
psicologica e spirituale, perché sta perdendo sapori e gusti importanti, e sta
lui stesso divenendo insipido e incolore. Chi lo salta perché pressato da
impegni pastorali (alibi clericale tenace e quanto mai frequente) si
contraddice senza avvedersene, perché il pastore non è tale se non... pascola
a sua volta in terreni ubertosi, e non c'è niente di più esemplare e pastorale
per il «gregge» del constatare la coerenza di chi lo guida. E niente di più
finto d'un pastore che ha smarrito l'abitudine della solitudine col suo Signore,
e sta divenendo sempre più impiegato dell'azienda-Chiesa.
Certo
questo appuntamento mensile non va enfatizzato, né tanto meno il ritmo del
ritiro ogni trenta giorni esaurisce la dinamica della formazione permanente, ma
va ricordato in ogni caso che vi sono tempi e ritmi anche psicologici che vanno
rispettati, che non possono esser ignorati o sottovalutati: se «salta» questo
richiamo mensile si rischia piano piano di compromettere una certa vigilanza e
sensibilità spirituale, che può portare a esiti pericolosi. Questo
appuntamento mensile, infatti, può costituire senz'altro nella vita del
presbitero e del consacrato/a quel tempo concentrato, o una particolare
forma di tempo concentrato, tutto preso dall'ascolto della Parola e «raccolto»
in Dio, che poi continua in qualche modo nel tempo disteso, negli altri giorni
del mese. Come la vita è stata «raccolta» nel ritiro, e raccolta-nascosta con
Cristo in Dio, così la vita stessa si dispiega e si svela nei giorni
successivi,
prolungando nel tempo gli effetti di quella concentrazione temporale, o «raccontando»
quel che Dio ha fatto nella storia di chi s'è affidato a lui e dando ragione
della speranza.
Ed
è ancora una volta la sapienza biblica di «contare i giorni», di contarli
uno ad uno perché in ognuno di essi vi sono tracce dell'Eterno. Ogni giorno in
qualche modo «ritirandosi e raccogliendosi» in Dio. E raccogliendo anche
frutti squisiti, in un tempo sempre più compiuto.
2.
I frutti del raccoglimento (o il raccoglimento dei frutti)
Torniamo
all'analisi di Guardini, per sottolineare i frutti del raccoglimento, nel ritiro
mensile e nella vita d'ogni giorno.
2.1.
Responsabilità e sensibilità
Il
primo frutto del raccoglimento, e del ritiro che l'ha promosso, è la
restituzione dell'uomo a se stesso, e più in particolare la scoperta della
propria identità e responsabilità, con conseguente capacità di vigilanza
e sensibilità nei confronti della vita: «Solo l'uomo in raccoglimento è
qualcuno. Solo a lui ci si può rivolgere, egli solo ha la capacità di
rispondere. Egli solo è sensibile a ciò che la vita reca. Solo l'uomo in
raccoglimento è vigile», di quella vigilanza interiore che «è capacità di
riconoscere l'essenziale, di assumere decisioni responsabili, la vitalità del
sentimento e la disponibilità alla vita» (10).
È
singolare questa combinazione di responsabilità e sensibilità come frutto
dell'attitudine al raccoglimento, ma è quanto mai pertinente e su misura
dell'identità del presbitero e del consacrato. La capacità di ascolto
dell'altro o la delicatezza d'approccio alla vita e alle sue rotture e
contraddizioni sono caratteristiche di chi ha imparato ad ascoltare ogni giorno
il silenzio e a ritrovare se stesso nel raccoglimento. Se responsabilità
significa letteralmente responsabilità, ovvero, capacità di risposta, è nel
silenzio e solo nel silenzio che il singolo si percepisce interpellato, quasi
cercato e ricercato, al punto da non potersi esimere da una risposta e dal
coraggio di assumersi, dunque, la propria responsabilità. L'irresponsabile,
in tal senso, è sempre anche uno che non sta mai solo con se stesso, o uno che
riempie la vita di quanto possa coprire quella voce che lo chiama e interroga.
Al punto di zittirla.. .
Ma
non solo; chi accoglie nel proprio cuore drammi e problemi altrui è
naturalmente rimandato al silenzio e al raccoglimento del proprio rapporto con
Dio, per imparare a rispondere al dolore umano con il cuore di Dio, con la sua
stessa comprensione e benevolenza. È così che il contatto con la sofferenza
diventa momento altamente formativo. Ed è solo in tal modo che la parola sulla
nostra bocca non corre il rischio di divenir banale e vuota formula
consolatoria, incapace di dare consolazione.
2.2.
Ordine interno ed esterno
Un'ulteriore
peculiare conseguenza del raccoglimento è l'ordine, che anzi per
Guardini è «la forma più ovvia» del raccoglimento medesimo: «Ordine della
vita e del lavoro quotidiani, degli oggetti in camera e in casa, delle
occupazioni nel corso della giornata e dei giorni; della lettura, dei pensieri e
così via» (11). Anche questo potrà sembrare esagerato e formale, specie a
chi della propria camera ha fatto - a seconda degl'interessi (o del tipo di
disordine) - o una tipografia o un'officina o un retro bottega o un ripostiglio
o qualcos'altro di non ben identificabile e di praticamente invivibile (12).
Non
sembrerà invece esagerato a chi comprende che la questione dell'ordine non è
nient'affatto puramente formale, ma questione di buon gusto, di stile, in
particolare. E lo stile è importante nella vita, perché è l'espressione
coerente dell'interno d'una persona, o l'impronta di quel che uno è in
quel che uno fa, in ciò che dice e opera, in ciò che ama e per cui
s'affanna, e nel modo in cui dice, opera, vuol bene... Davvero in tal senso lo
stile è la persona, ed è affare tutt'altro che formale e di pura convenienza
esteriore. Ma dice un ordine interno, e affermandolo all'esterno rende coerente
la persona, lineare il suo operato ed efficace la sua testimonianza.
Più
in particolare, è un ordine che viene da dentro, da quella educazione dei
sensi e dell'attenzione che il raccoglimento porta naturalmente con sé.
2.3.
Educazione dei sensi e dell'attenzione
«Esercitare
il raccoglimento vuol dire... che non si lasci entrare tutto quello che batte
alla porta dei sensi e dell'attenzione; che si sappia distinguere fra il bene
e il male, fra ciò che è nobile e ciò che è ignobile, fra quello che ha
valore e ciò che non vale nulla, fra quello che porta consapevolezza e ordine e
ciò che crea soltanto confusione e trascina in basso» (13). C'è chi la
chiama, o chiamava, «mortificazione degli occhi», ma l'espressione è
senz'altro riduttiva rispetto alla ricchezza di senso che con Guardini abbiamo
scoperto nell'idea e capacità di raccoglimento, che non è un «mortificare»,
bensì un ritrovare senso e dare spessore alla vita.
È
comunque certa una cosa, che con l'odierno enorme aumento degli stimoli d'ogni
tipo da gestire in quasi completa autonomia e senza controllo (almeno
apparente), e con la pressione sempre più insistente di ciò che «batte alla
porta dei sensi e dell'attenzione», aumenta anche il rischio della dispersione
interiore, o della perdita del centro, di profondità ed equilibrio e d'ogni
tempo concentrato. Lungo le tante «autostrade dell'informazione» si può
giungere senza saperlo a smarrire anche la propria identità (che non è la
stessa cosa, evidentemente, della «password»!). Il senso d'identità è fatto
anche di energia emotiva, di passione e attrazione per certi valori nei quali
si riconosce quel che si vuol diventare; tale passione, a sua volta, si nutre
d'ogni gesto che vada nella medesima direzione, ovvero l'identità è forte e
positiva solo se c'è una fondamentale e molto concreta coerenza di vita e di
comportamenti. Proprio per questo anche l'identità si forma in modo continuo
e progressivo. Se, al contrario, vengono accolte e gratificate attrazioni
diverse, per qualcos'altro, anche se con gesti non necessariamente gravi
(piccole curiosità, veniali gratificazioni ecc.), il rischio è quello di
perdere poco per volta l'amore per quello che si è e che si è chiamati a
essere.
Piccole
gratificazioni dei sensi che fanno smarrire le grandi ragioni del cuore!
Dicevamo
prima che non si tratta di demonizzare nulla, ovviamente; l'aumento di stimoli
è anche possibilità preziosa d'un maggior numero d'informazioni e opportunità
culturali, è scambio che arricchisce e può aprire addirittura possibilità
inedite all'annuncio del vangelo in ambiti diversamente irraggiungibili; ma
per gestire con intelligenza tutto ciò è e diventa ancor più indispensabile
oggi la capacità di raccoglimento, come garanzia di libertà interiore e di
discernimento di «ciò che è buono, a Dio gradito e perfetto» (Rm 12,2), di
ciò che è conforme con la propria identità, e utile e salutare per la propria
formazione permanente.
Ognuno
si forma a partire da ciò di cui si nutre (o che altri gli «cucinano» a sua
insaputa e che lui imperterrito manda giù...), anche quando ciò di cui si
nutre non è secondo la sua verità.
E
quale potrebbe essere il punto d'arrivo dell'educazione permanente dei sensi
d'un credente? Obiettivo naturale dei sensi umani sono... i sensi di Dio, se così
possiamo dire. In altre parole, il nostro sguardo è destinato a incrociarsi
con lo sguardo di Dio, il nostro udito ad ascoltare le parole che escono dalla
bocca del Padre, il nostro cuore a vibrare dei battiti dell'Eterno, la nostra
sensibilità ad avere i suoi gusto (14) ... Mistica e ascetica nella
formazione permanente del presbitero e del consacrato/a è proprio questo,
entrare coi propri sensi sempre più nel mondo di Dio, avere in sé i sentimenti
del Figlio, per seguire la stessa sua strada, la stessa sua vocazione.
2.4.
Stabilità e creatività (la montagna e l'albero)
E
allora possiamo capire un altro squisito frutto del raccoglimento. Chi si
raccoglie abitualmente in Dio «è stabile per sempre... come il monte Sion che
non vacilla» (Sal 124/125,1), di quella stabilità interiore che viene
dall'avere scoperto o constatato le fondamenta su cui è poggiata la propria
vita. Da questa stabilità sgorga spontanea una serenità di fondo che
consente non solo di mantenere una certa calma in tutte le circostanze, pure in
quelle avverse, ma anche di crescere attraverso di esse, di maturare nella
fiducia e nella ricerca dell'essenziale, radicandosi sempre più su di esso («le
sue fondamenta sono sui monti santi», Sal 86/87,1). È bella ed espressiva
questa immagine della montagna per dire qualcosa e qualcuno che resta fisso e
ben piantato, sicuro di sé e relativamente imperturbabile nelle vicende alterne
della vita.
Ma
la cosa singolare è che chi si raccoglie abitualmente in Dio riesce a coniugare
insieme la stabilità con la creatività. Non solo raggiunge la solidità
della montagna, ma proprio perché ben piantato sulle sue radici e sicuro di ciò
che lo sostiene può muoversi con scioltezza e libertà, come «l'albero
piantato lungo corsi d'acqua che darà frutto a suo tempo» (Sal 1,3), o come
«l'albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese» (Ap
22,2). Ovvero è libero di creare, d'interpretare con fantasia intelligente la
sua fede e la consacrazione, il ministero e la preghiera. Ed è logico che sia
così: il raccoglimento mette il credente in contatto con Dio e al tempo stesso
gli consente d'ascoltare il proprio cuore; è inevitabile che questo duplice
contatto faccia scoccare la scintilla della creatività e originalità, del
gusto del bello e del coraggio di produrlo, d'esserne artefice (o artigiano)
nella vita quotidiana, nelle piccole cose d'ogni giorno.
È
interessante pensare che la creatività non sia questione di quoziente
intellettuale, essenzialmente, quanto di capacità relazionale o, più
precisamente, di capacità di rapporto profondo, anzitutto, e poi di amore
intenso. La creatività è la risultante di questa miscela formidabile di
contemplazione e innamoramento, o di visione e passione: non è difficile,
infatti, far amare dagli altri quanto è oggetto d'un forte amore personale,
perché non è difficile trovare mille maniere per dire e svelare nella sua
amabilità quel che si contempla e si ama. Anzi, in tutto ciò, nel rendere
amabile il proprio oggetto d'amore, la persona gode profondamente, si distende
e si ricrea: se l'amore forte corrisponde al tempo concentrato, ancora una
volta, raccontare l'amore per farlo amare anche dagli altri è tempo
narrativo.
Se
così stanno le cose il calo di creatività pastorale di oggi, a vari livelli,
è parecchio preoccupante e tutt'altro che questione puramente tecnica o
legata a condizionamenti sociali; poiché indica la povertà della visione e
dell'amore, quasi oggi vivessimo tempi, come all'epoca di Eli e Samuele, in cui
le visioni non sono frequenti (cfr.1Sam 3,1).
Chissà
se è proprio così, in ogni caso c'è un dato evidente: le persone più
intelligentemente creative, non i saltimbanchi d'occasione né gli artisti
troppo narcisisti e incomprensibili, sono proprio quelle più familiari
all'esercizio del raccoglimento e del silenzio interiore ed esteriore.
L'autentica
formazione permanente è formazione d'entrambi gli aspetti, o è autentico
processo educativo che accompagna tutta la vita nella misura in cui rende la
persona sempre più raccolta e sempre più creativa. A immagine dello Spirito
santo, la fantasia scapigliatissima e pacatissima di Dio!
2.5.
Umorismo e serenità
Infine,
l'ultimo frutto che prendiamo in considerazione è l'umorismo, dono di
Dio (che «ride dell'empio», Sal 36/37,13) e punta estrema di quel processo
interiore iniziato con il raccoglimento silenzioso, così estrema da apparire
improbabile, o da far sembrare improbabile a qualcuno il collegamento tra il
raccoglimento stesso, operazione introversa, e la capacità di ridere e - se
possibile - di far ridere o sorridere, per natura sua estroversa. Di fatto
tale connessione rimanda a quel rapporto più fondamentale che ben conosciamo
tra tempo concentrato e tempo disteso. L'umorismo è uno splendido esempio di
quella distensione intelligente tipica di chi ha imparato a trovare il suo
centro e ogni giorno lo riscopre nel cuore del mistero che celebra. È come una
narrazione particolarmente gradevole di quel centro.
In
realtà se l'umorismo è la libertà di ridere e sorridere di sé, della vita e
delle cose che si amano continuando ad amarle ancora, esso suppone un notevole
equilibrio, di nuovo, tra sguardo che giunge in profondità e benevolenza
cordiale, e consente di mantenersi in equilibrio. Come dice infatti Imoda solo
«un'identità fondata sulla roccia di una relazione con Dio può più
facilmente guardare con distacco, e insieme interesse, all'evolversi delle
figure umane proprie e altrui, che si muovono sul palcoscenico della storia»
(15). In tal senso trovo molto azzeccata la definizione di Arbuckle, per il
quale l'umorismo è «il senso interiore che ci spinge a una contemplazione
benevola delle incongruità della vita (...), contemplazione che tocca un
punto elevato quando ciò che esaminiamo sono le nostre mancanze e, insieme,
la misericordia e l'amore di Dio per noi... Un individuo ha il senso
dell'umorismo solo se sa dedicarsi a tale contemplazione» (16), grazie alla
quale impara a guardare con occhio benevolo e tollerante i limiti e le
incongruenze della vita e della propria persona. Il contemplativo, allora, o il
mistico, è il vero umorista, ma solo quel contemplativo che ha grande
familiarità non solo con le altezze mistiche, ma pure con le sue proprie
debolezze.
D'altronde
chi ha imparato nel raccoglimento silenzioso a familiarizzarsi col mistero, sa
bene che c'è nella vita qualcosa d'importante che non si vede, così come sa
che a volte quel che appare (anche di se stesso) non corrisponde a quel che è
veramente. Proprio per questo non prende troppo sul serio la realtà; è così
intelligente da capire che non è serio prendersi troppo seriamente; sa
cogliere la dimensione relativa della realtà, non considera gli eventi così
rilevanti e non se ne lascia schiacciare: se è apprezzato o riesce in qualcosa,
ne gode - ci mancherebbe! - ma non s'esalta eccessivamente; se è criticato o
ha un insuccesso ci sta male, ma non si deprime oltre illecito, e gli riesce
persino di ridere dei suoi errori, sfruttando al tempo stesso l'occasione per
riconoscere i suoi limiti e lasciarsi correggere.
Sa
prendere le distanze da se stesso e dalla realtà, ma non per allontanarsi e
isolarsi in uno spazio artificiale, ove il riso serva a nascondere la storia
quotidiana nei suoi aspetti più ingrati o camuffarla, ma per ritrovare se
stesso e la realtà nella sua verità più profonda con la quale riconciliarsi,
quella che permette, paradossalmente, di cogliere il lato comico della vita,
in ogni circostanza, o di osservarla con lo sguardo bonario di chi sa che
dietro a tutto c'è la provvidenza dell'Eterno, e che ogni cosa è nelle sue
mani, mani grandi e sicure. E dunque nulla è così tragico da giustificare
tristezza e amarezza. Anzi, quando uno cerca onestamente di fare di sé e delle
sue stupidità l'oggetto del proprio umorismo (17), allora consegue un merito di
valore incomparabile, una qualità che lo mantiene normale e sano, sia come
credente che come essere umano (18).
Tale
individuo sa allo stesso modo coinvolgersi con gli altri, ma anche prendere le
distanze, senza enfatizzare alcuna relazione né mitizzare alcuna persona. E se
è libero di scherzare con l'altro e i suoi limiti, lo fa con quella
leggerezza che non offende e senza mai avvelenare l'aria che tutti devono
respirare; ha imparato a dire la verità sorridendo, e così finisce spesso per
contagiare anche gli altri e aiutare magari il diretto interessato (chi è
stato «preso in giro») a ridimensionarsi e... volersi più bene: il riso,
infatti, come sostiene Bergson, è un gesto sociale, perché nessuno ride da
solo, normalmente (19), o, meglio, nessuno dovrebbe essere così contento se
rimane da solo a ridere (20). In tal senso le famose «prese in giro» e
battute scherzose possono avere una funzione molto positiva in un progetto «serio»
di formazione permanente («ridendo castigat mores»!), ma - come sempre –
ciò che è decisivo è esattamente la libertà interiore di sorridere di sé e
di lasciare che altri ridano di noi. Ognuno ha qualche aspetto della propria
personalità che lo rende ridicolo o lo fa cadere in qualche contraddizione o
che, insomma, giustifica sorriso e ilarità in chi lo vede!
D'altronde,
e a un livello di estrema serietà, se «la parola della croce è stoltezza per
quelli che vanno in perdizione» (1Cor 1,18), e dunque appare incongrua, come
uno «scherzo» agli occhi di questo mondo, il credente che vive con coerenza
coraggiosa la sua fede dovrà essere e accettare d'apparire come cosa
incongrua, come uno scherzo per la mentalità e cultura mondana, come «giullare
di Dio» (21). . .
Il
dramma è quando uno diventa troppo rigido e non può più accettare di ridere e
sorridere di sé e della vita, perché troppo consapevole di sé e d'essersi
fatto da sé, al punto di godere e compiacersi, magari, che nessuno scherzi su
di lui. Costui non sa o finge di non sapere che chi non si rende conto e non
accetta d'esser ridicolo lo diventa ancor di più. Ma molto serio può essere il
motivo che è all'origine di questo atteggiamento, come un equivoco di fondo in
due possibili versioni: ha messo il lavoro al centro della vita e il proprio io
al centro del lavoro, oppure, altra variante, ha confuso la santità (quale
dono di Dio) con la perfezione (come conquista dell'io), mettendo, ancora una
volta, il proprio io al centro di tutto. Due distorsioni prospettiche molto
gravi e molto simili proprio perché falliscono nell'identificare il centro
della persona o lo smarriscono, finendo per squilibrare la vita intera e
creare confusione e dispersione, o depressione e smarrimento: un io invadente,
infatti, non può che ritrovarsi depresso alla fine, perché è insaziabile.
Pure
in questo caso, all'origine e anche poi, lungo un processo di deformazione
permanente, c'è una scarsa familiarità con la logica del tempo concentrato e
disteso, e infine, inevitabilmente, col raccoglimento: quando la vita è
raccolta dinanzi all'Eterno non si può non ritrovare il proprio centro e
rimettere ordine a tutto ciò che ci appartiene e che siamo, non si può non
riscoprire il senso profondo d'ogni realtà in noi e attorno a noi,
distinguendo bene tra essenziale e accidentale, tra gusto delle cose di Dio ed
effimera soddisfazione ambiziosa, tra capacità relazionale e pretesa di
mettersi al centro d'ogni relazione e d'ogni affetto..., e magari sorridere di
quanto fino a poco prima incuteva timore e soggezione o sembrava
indispensabile e irrinunciabile. Sorridere per alleggerirsi del peso
ingombrante di un io invadente.
È
la testimonianza d'un credente che sembrava aver innato il senso
dell'umorismo, come l'indimenticabile monaco benedettino dom Leclercq. Verso
gli ultimi anni della sua feconda attività, ci racconta nella sua
autobiografia, invitato a partecipare con una sua relazione a un congresso su un
tema singolare (l'atteggiamento di monaci e monache di fronte alla morte),
sceglie come titolo dell'intervento questa espressione insolita: «Morire, e
sorridere». E commenta, con fine umorismo: «...formula più che ambigua, poiché
suggerisce non un'alternativa, ma una triplice possibilità, a seconda che il
sorridere sia prima, durante o dopo il morire. Una volta mi ero trovato in un
monastero in cui si pregava per una badessa ormai agli estremi. Un giorno fu
esposto un annuncio che diceva: "Ci si deve attendere il peggio". Il
peggio, sembrava dire, sarebbe stato che ella andasse in cielo» (22).Anche il
«peggio» della morte, insomma, evento negativo per eccellenza, può esser
vissuto in letizia credente.
Significativo
che il messaggio di questo umorismo ci venga da un monaco, «uomo del
raccoglimento» per definizione, da chi ha fatto del raccoglimento della sua
vita in Dio e davanti a Dio il proprio personale modo di vivere.
3.
Il «guaritore ferito» (23)
Nel
respiro mensile della formazione permanente ci dev'essere pure spazio e
attenzione per il peccatore, o per il credente che cresce nella fede
nella misura in cui non solo prende coscienza del suo peccato, ma soprattutto
nella misura in cui sperimenta perdono e misericordia dall'alto, e in forza di
questa anche sofferta consapevolezza diviene strumento della grazia che
perdona, suo ministro.
Di
per sé questa presa di coscienza esperienziale potrebbe trovare il suo luogo
naturale nel ritiro, nel momento in cui l'individuo ha «raccolto» dinanzi a
Dio la propria vita, riconoscendo con sincerità le sue colpe e chiedendone
perdono. Ma è e rappresenta in ogni caso una dimensione troppo importante
nella vita del prete e del religioso per non dedicarle un'attenzione
specifica. Importante e forse oggi in crisi. Così in crisi che qualcuno potrà
giudicare come moralistico che qui se ne parli o fuori luogo ed eccessivo il
legame con la scadenza mensile. Non fa invece problema, peraltro, la crisi del
sacramento della confessione tra i semplici credenti. E se fosse in crisi
ancor prima, e più radicalmente, anche tra... «gli addetti ai lavori»? E se
fosse quest'ultima crisi a determinare, almeno in parte, l'altra? Non è
questo il luogo per decidere a chi appartenga questo poco onorevole primato;
qui vogliamo solo riaffermare la valenza educativo-formativa della dimensione
penitenziale nella coscienza soggettiva di prete e consacrato/a, dalla lucidità
interiore con cui scopre il suo peccato fino alla celebrazione sacramentale
della Riconciliazione.
3.1.
«Assolvimi dalle colpe che non vedo» (Sal 18/19,13)
C'è
una profonda saggezza in questa supplica accorata del salmista, saggezza di
chi... ben sa di non sapere, di chi frequenta i propri abissi e sa quanta
oscurità vi sia da quelle parti. Eppure intuisce, ed è ancora dono di quella
sapienza che viene dall'alto e raggiunge l'intimità del credente sincero («tu
vuoi la sincerità del cuore e nell'intimo m'insegni la sapienza», Sal
50/51,8), che in quell'oscurità abitano anche le proprie tenebre, quelle
legate ai propri dèmoni. Tenebre che non corrispondono necessariamente a
trasgressioni puntuali o a gesti scorretti e atteggiamenti chiaramente errati,
con obiettivi riscontri negativi sul piano morale, ma a tutto quel complesso
mondo misterioso personale ove il singolo si percepisce debole e insicuro,
meno libero e vulnerabile, troppo preoccupato di sé e dei suoi bisogni
(d'esser amato e stimato), e dunque anche nervoso e ansioso, e alla fine triste
e agitato.
Una
coscienza matura non è certamente scrupolosa né induce a enfatizzare le
proprie responsabilità, ma sa perfettamente che è oltremodo difficile per
l'essere umano percepire nella sua globalità e radicalità, ma pure nelle sue
ramificazioni e travestimenti, il proprio male, quell'egoismo dai mille volti
e caricature che lo tenta continuamente di mettersi al centro (=
l'egocentrismo), usurpando il posto a Dio e impedendogli di concentrare il suo
tempo e le sue energie nell'unica cosa necessaria. Chi può dire di accorgersi
delle tante e sottili forme con cui il nostro io «celebra» se stesso mentre
celebra il culto e annuncia l'amore dell'Eterno, mentre si prodiga per il regno
e si consuma per i poveri, o mentre stabilisce relazioni con tanta gente,
specie quando qualcuno/a lo riempie d'attenzioni e lo fa sentire vivo e
importante, promettendogli (e chiedendogli) affetto e stima, amicizia e
vicinanza,
e segnali precisi in tal senso? Chi può presumere di conoscere bene quella
tenuissima linea di confine tra Dio e l'io, perché la frequenta abitualmente
nella sua attenzione vigile e coscienziosa, al punto di riconoscere tutti quei
piccoli o momentanei o innocui (apparentemente) sconfinamenti d'un io che attira
gli altri e le cose verso di sé, che trascinerebbe pure Dio - se potesse -
dalla sua parte, perennemente attratto (o tentato) dal mettersi al centro, quel
centro che spetta solo a colui che è stato innalzato sulla croce (24)? Chi può
dire d'avere una coscienza di peccato che va ben oltre il puro senso di colpa
psicologico, unicamente preoccupato della stima di sé da difendere a tutti i
costi, e lo rende capace di riconoscere al di là di gesti e fatti
obiettivamente scorretti quella tendenza alla ricerca di sé, alla conquista
dell'altro e dunque al male..., che è profondamente radicata nel cuore umano?
E che forse è sempre più visibile e riconoscibile lungo il cammino della vita?
E «le inavvertenze, chi le discerne?» come dice quanto mai saggiamente il
salmista (Sal 18/19,13).
E
allora, chi vuole esser vero con se stesso (e non s'accontenta d'esser
sincero), chiede all'Altissimo che gl'insegni la sapienza per non illudersi né
presumere di sé, ma soprattutto si rimette alla sua misericordia, ovvero
s'affida a un amore, quale quello di Dio, che va oltre la giustizia (25) e che
unico lo può guarire e creare in lui un cuore puro, e chiede venia per quel
peccato nel quale è stato generato (cfr. Sal 50/51).
Avere
questa libertà interiore è di enorme importanza ai fini della formazione
permanente. Anzitutto rende la persona attenta e umile, vigilante e...
intelligente, perché toglie ogni presunzione e sufficienza, ogni pretesa o
illusione di conoscersi già, di sapere ormai tutto di sé e dei propri problemi,
o di esser già credente e buono, pastore d'anime e dunque migliore degli
altri. Abbiamo già detto, ma non guasta ripeterlo, che il nemico principale
della formazione permanente è esattamente la presunzione di conoscersi o di non
aver granché da cambiare e convertirsi, è quell'aria di sufficienza che
spesso proprio chi ha o dovrebbe aver fatto un certo cammino di formazione
esibisce o nasconde in qualche modo, ma che sottrae la motivazione centrale per
continuare il cammino formativo (che, evidentemente, non era mai cominciato
), e che finisce per generare paradossalmente proprio in chi non è mai partito
la pretesa d'esser già arrivato. Al contrario, chi conosce il rischio di non
vedere le sue colpe e sa quanto sia profondamente radicato un certo egoismo
tiene alto il livello d'attenzione e impara ogni giorno qualcosa di nuovo.
Inoltre,
la consapevolezza di aver ancora qualcosa da scoprire di sé rende capaci di accettare
gli altri e i loro limiti, poiché consente di non sentirsi migliore di
nessuno, di non meravigliarsi di fronte alle debolezze altrui, di non fare gli
scandalizzati dinanzi all'eventuale trasgressione, di non emarginare nella
stima e nell'affetto chi è fragile e cade. Chi pretende vivere in uno spazio
asettico, privo di problemi e di persone problematiche, per non esserne
contaminato, strano a dirsi, perde una notevole possibilità di educazione
personale e formazione permanente. L'abbiamo accennato parlando del ritmo
della vita, ma specifichiamo ora che il lasciarsi toccare e, entro certi limiti,
addirittura condizionare dalle debolezze altrui è non solo segno di grande
libertà interiore, ma grande opportunità educativa per chi impara a integrare
il male dell'altro. Attraverso le diverse forme d'integrazione (26): o
caricandosi sulle spalle il peso del fratello, o intervenendo con senso di
responsabilità per correggerlo (27), o scegliendo di non rispondere alla sua
eventuale aggressività con altrettanta aggressività, o stando attento a non
gratificare le richieste immature dell'altro. Secondo Berdjaev, se alle
origini della storia umana Dio s'è rivolto a Caino per interrogarlo sul conto
di Abele, al termine dell'umana vicenda storica chiederà anche ad Abele cosa
ne ha fatto di Caino suo fratello...
Dice
col solito linguaggio provocante Bonhoeffer: «Il fratello è un peso per il
cristiano, soprattutto per il cristiano. Per il pagano l'altro non diviene
nemmeno un peso, egli evita di lasciarsi aggravare da qualcuno, mentre il
cristiano deve portare il peso del fratello» (28); se questo è vero noi
aggiungiamo ora che il fratello che è un peso e solo quello che tu accetti come
un peso diventa di fatto, nella dinamica della vita d'ogni giorno, tuo «formatore»;
come dire, solo il «fratello» può divenire «padre». E aggiungiamo pure che
è molto facile e vi sono molti accorgimenti per evitare il peso dell'altro. Ma
allora, se attorno a te nessuno dei tuoi fratelli è un peso per te, non c'è
nessuna formazione permanente!
Infine,
chi è arrivato alla convinzione di non sapere tante cose di sé o di rischiare
d'ignorare i suoi... mostri, impara a pregare, a pregare nella verità, cioè
nella consapevolezza indotta che solo chi scruta cuori e reni può aprire gli
occhi a chi non vede. Nel vangelo sono i ciechi (= coloro che sanno di non
vedere) che «gridano» a Gesù con insistenza la loro richiesta, e sono
guariti, perché la loro richiesta è sincera, a differenza di chi presume di
vedere e resta nella sua inguaribile e impenitente cecità.
Preghiera,
fa notare Enzo Bianchi, viene da «precarietà» (29), implica e determina la
consapevolezza sempre più piena della propria fragilità, e dunque
dell'esigenza o del bisogno di fidarsi d'un altro, con tutto il rischio che ciò
comporta. Il cammino di formazione permanente, da questo punto di vista, è un
itinerario di progressiva guarigione dalla propria cecità, illuminato sempre più
dalla certezza della grazia e misericordia dell'Eterno. Ma soprattutto è
guarigione dalla propria presunzione, e dunque preghiera insistente e accorata
perché il Signore grande nell'amore dia luce per vedere e perdono per i
peccati, specie per quelli che l'individuo non sa. E renda il cuore tenero e
comprensivo verso le debolezze altrui.
3.2.
L'agnello che porta su di sé il peccato del mondo
Chi
riconosce il proprio peccato entra a pieno titolo in una logica redentiva. A
pieno titolo perché vi entra in tutti e due i sensi, anzitutto come fruitore,
per così dire, di redenzione, ma poi anche come strumento attivo e
responsabile d'essa. La celebra come penitente che ha bisogno di chiedere perdono
e si riconosce sempre più nell'immagine del figlio che torna e ritorna in
continuazione alla casa del Padre; ma la celebra anche come padre che sta ad
attendere il ritorno del figlio e l'abbraccia quando torna, piccola immagine o
narrazione terrena di quel Padre che gode in cielo più per un peccatore che
si converte che non per 99 «giusti» che ritengono di non aver bisogno di
conversione (cfr. Lc 15,7).
Sarebbe
incompleta un'esperienza della redenzione che escludesse uno dei due percorsi; né
il presbitero, in particolare, potrebbe legittimamente essere espressione
della misericordia dell'Eterno, come suo ministro, se tale misericordia non
l'avesse sperimentata sulla sua pelle: nessuno può perdonare in nome di
Dio se non in quanto peccatore egli stesso, già e continuamente perdonato
dal Dio grande nell'amore che getta lontano da noi le nostre colpe. La
formazione permanente del ministro della grazia che perdona è la formazione
permanente del peccatore, di colui che cresce progressivamente nella
coscienza del proprio peccato; non sono due piste formative diverse. E questo
non semplicemente per una questione di coerenza, ma perché solo in tal modo il
pastore assume il cuore del Buon Pastore che va in cerca della pecora
smarrita e, trovatala, se la carica sulle spalle (cfr. Le 15,5); e solo con
questa esperienza personale impara cosa vuol dire redenzione e salvezza
dall'Agnello che porta su di sé il peccato del mondo, e per questo lo toglie
(30)!
Dice
in tale linea con profondo intuito R. Cantalamessa: «Dopo il peccato, la vera
grandezza di una creatura umana si misura dal fatto di portare su di sé il
minimo possibile di colpa e il massimo possibile di pena del peccato
stesso. Cioè nel non commettere il male e tuttavia accettare di portare le
conseguenze di esso. Questo è il tipo di sofferenza che avvicina a Dio. Solo
Dio, infatti, se soffre, soffre da innocente» (31).
È
mistero grande e vertice massimo di realizzazione dell'identità del
presbitero, in particolare (e anche, relativamente, del consacrato/a). La cui
formazione penitenziale non mira semplicemente alla confessione mensile o giù
di lì, né solo alla fedeltà al dovere faticoso e a volte (a Natale e
Pasqua) mortalmente noioso del confessionale, ma alla creazione d'una mentalità redentiva, attivamente e responsabilmente redentiva nei confronti del male del
mondo, a immagine del Figlio, il Servo di Jhwh, l'Agnello di Dio, e dunque
culminante in un coinvolgimento reale della propria persona per un bene che la
trascende, in un dono effettivo di sé per il bene degli altri.
Né
si tratta solo della logica del caricarsi sulle spalle il peso del fratello,
di chi mi vive accanto, come abbiamo ricordato prima, ma di estendere in
qualche modo verso tutti, verso ogni forma di male, idealmente, questa
disponibilità personale a lottare contro il male, continuando l'azione
salvifica che il Figlio di Dio è venuto a inaugurare su questa terra e
culminata nella sua morte di croce. E la logica della «grazia a caro prezzo»,
direbbe Bonhoeffer: «Grazia a caro prezzo è l'Evangelo che si deve sempre di
nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo chiedere, la porta alla quale
si deve sempre di nuovo picchiare. È a caro prezzo perché ci chiama a seguire,
è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché
l'uomo l'acquista al prezzo della vita, è grazia perché proprio in questo modo
gli dona la vita; è cara perché condanna il peccato, è grazia perché
giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è
costata
molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figliolo (...). È soprattutto
grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare
la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l'incarnazione di Dio»
(32).
Chi
è stato salvato da questa grazia, chi ogni giorno celebra il mistero di
questa grazia e prende coscienza della grazia a caro prezzo della sua
salvezza, non può non disporsi a pagare lo stesso prezzo, con la sua vita, per
la salvezza di altri.
In fondo se è grazia la formazione permanente, come stiamo ripetendo, è anch'essa grazia a caro prezzo!
NOTE
[1]
R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993, p. 40.
[2]
N e parla come di pratica diffusa anche il recente documento della CEI, La
formazione,4.
[3]
Guardini, Il testamento, 40.
[4]
Idem, La coscienza, Brescia 1948, pp. 86-87.
[5]
Idem, Il testamento, 40-41.
[6]
Ibidem, 41, corsivo nostro.
[7] Ibidem.
[8]
Idem, La coscienza, 82.
[9]
Anche E. Fromm ricorre a questo tipo di terminologia (parla, infatti, del
bisogno
del «tepore della stalla» ), per dire quel certo istinto a rimanere nel
proprio ambiente e frequentare i propri simili, a cercare l'intimità facile e
rapporti calorosi, a evitare relazioni complicate per non soffrire il freddo
della solitudine.
[10]
Guardini, La coscienza, 82.
[11]
Ibidem, 78.
[12]
Alcuni anni fa il fotografo A. Toscani chiese di scattare in alcuni conventi le
fotografie per il catalogo Benetton, con queste motivazioni: «Il messaggio
che dovrebbe trasparire da questo progetto è un messaggio di semplificazione,
di forza interiore, di allenamento spirituale, di limpidezza, di sfrondamento
ed eliminazione di tutto ciò che ci hanno abituato a considerare indispensabile
e che non è invece neppure necessario.. - Mi piacerebbe fotografare giovani
uomini e donne all'interno degli ambienti in cui si vive e si prega e
privilegerei senz'altro ambienti puliti e rigorosi. Vorrei mostrare dettagli
di oggetti di uso quotidiano, cibi, luoghi di meditazione. Oggi che perfino i
carcerati hanno la televisione in cella mi piacerebbe restituire la sensazione
di completezza che si riceve nel guardare una camera arredata solo da un letto e
da un inginocchiatoio». Fa molto piacere questo interesse (al di là
dell'obiettivo
finale commerciale), e con questo tipo di motivazioni, per quella bellezza
sobria, essenziale e «ordinata» tipica del convento o del monastero; ma chissà
se Toscani ha poi realmente trovato nei nostri ambienti una camera arredata
come voleva lui...
[13] Guardini, La coscienza, 80. Guardini
esemplifica in termini ancor più chiari quanto intende dire: «Quando vado per
le vie voglio rimanere padrone di me stesso e non permetto che ogni affisso
attragga il mio sguardo. Conservo la mia indipendenza e non mi lascio attirare
da ogni vetrina. Mi rendo interiormente indipendente da tutto quel tramestio
di gente, di veicoli, di figure, di chiasso e di calca, e non permetto che il
mio interno venga distratto da ogni cosa che abbia dell'insolito. In ciò mi
esercito, e torno a esercitarmi continuamente» (ibidem). Non è forse
formazione permanente questo «esercitarmi continuamente»? Esemplare in una
personalità notevole come quella di questo grande pensatore, oltre all'umile
disponibilità
all'esercizio costante, l'attenzione ad aspetti della vita e della vita
interiore
che ad altri potrebbero sembrare insignificanti.
[14] Cfr. A. Cencini, La mediazione dei sensi
nell'orientamento vocazionale, in «Rogate ergo», 4 (2001),13-17.
[15]
F. Imoda, Sviluppo umano. Psicologia e mistero, Casale M. 1993, p. 23.
[16]
G. Arbuckle, Strategie di crescita nella vita religiosa, Cinisello B.
1990, pp. 78.92.
[17] Per Goethe l'indole
migliore è di coloro che fanno di se stessi l'oggetto pri
mario dell'umorismo.
[18] Cfr. Arbuckle, Strategie,
81-82.
[19] Bergson, citato da L.
Tappatà, Dimmi come ridi e ti dirò chi sei, in «Psicologia
[20]
Anzi, come dice Peyretti, «la virtù del sorriso è la forza del tenere per sé
pesi e oscurità, e regalare agli altri leggerezza e sollievo» (E. Peyretti, Sorriso
e tenerezza,in «Rocca» 2 (2001),49).
[21] Così s'esprime quel finissimo autore di
spiritualità per il nostro tempo che è stato H. Nouwen: «Se la nostra società
fosse un grande circo, tra le azioni emozionanti degli eroi di questo mondo,
vi sarebbe un costante bisogno di clown, di persone che con la loro vita vuota
e solitaria di preghiera e di contemplazione, ci rivelino l'''altra
faccia" e ci rivelino così consolazione, conforto, speranza e un
sorriso... I clown, col loro comportamento "inutile", ci mostrano non
soltanto che molte delle nostre preoccupazioni, dei nostri affanni, delle nostre
ansie e tensioni hanno bisogno di un sorriso, ma che anche noi abbiamo del
bianco sul nostro volto e siamo chiamati anche noi a comportarci come clown»
(H.
[22] J. Leclercq, Di grazia in grazia. Memorie, Milano
1993, pp. 183-184.
[23] E il titolo di un famoso libro di H. Nouwen,
Brescia 1989.
[24]
Cfr., su questo punto, Cencini, I sentimenti, 207-211.
[25]
Dives in misericordia, 5:
[26]
Ho trattato ampiamente questa tematica in A. Cencini. «Come rugiada dell'Ermon...
». La vita fraterna, comunione di santi e di peccatori, Milano 1998, specie
pp. 239-319.
[27] Secondo una suggestiva interpretazione la radice
etimologica del verbo "correggere" sarebbe cum-regere, ovvero
portare assieme all'altro un certo peso.
[28] D. Bonhoeffer, La vita comune, Brescia
1973, p. 127.
[29]
Cfr. E. Bianchi cit. da Scalia, Dalla parte, 330.
[30] È in questo doppio senso che va intesa, infatti,
anche l'espressione latina dell'«Agnus Dei qui tollit peccata mundi».
[31] R. Cantalamessa, Il mistero del Natale, Milano
1999, cit. in Aa.Vv., Dall'alba al tramonto, XII (2000),57.
[32]
D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1975, pp. 21-23.