PICCOLI GRANDI LIBRI  CURATO D’ARS  PENSIERI DEL CURATO D'ARS
SCRITTI SCELTI
Città nuova - 1976
PASSI SCELTI DEI SERMONI
I titoli sono stati messi dal traduttore.
Sono anche stati tolti, per quanto era possibile, i numerosi «fratelli miei» disseminati nelle prediche del curato.

La preghiera

L'anima tiepida

La bestemmia

Digiuno, elemosina, preghiera: in ogni circostanza.

La religione nel cuore

Alle madri di famiglia

La comunione eucaristica

Vivere la propria fede

La nostra debolezza

La Provvidenza

L'orgoglio

Le croci amate

L'amore del prossimo

La maldicenza

La santità

L'amore di Dio e del prossimo

Non giudicare

La Madonna

Nessuno può servire due padroni

L'invidia

Ave Maria

Voi siete del mondo Il furto  

   L'anima tiepida

Penso che desiderate sapere qual è lo stato di un'anima tiepida. Ebbene, eccolo: un'anima tiepida non è ancora totalmente morta agli occhi di Dio, perché la fede, la speranza e la carità, che sono la sua vita spirituale, non sono ancora totalmente spente. Ma è una fede senza zelo, una speranza senza fermezza, una carità senza ardore...

Niente lo tocca [il cristiano in stato di tiepidezza]: egli ascolta la parola di Dio, è vero; ma spesso si annoia. Ascolta con fatica, per abitudine, come una persona che pensa che ne sa abbastanza, o che fa già abbastanza. Le preghiere un po' lunghe lo disgustano. La sua mente è così piena dell'azione che ha appena finito, o di quella che sta per fare... che la sua povera anima è come in agonia.

Da vent'anni quell'anima è piena di buoni desideri, senza aver modificato per nulla le sue abitudini. Essa è simile ad una persona che invidia chi sta su un carro di trionfo, ma non si degna neanche di alzare un piede per salirvi. Non vorrebbe però rinunciare ai beni eterni per quelli della terra. Ma essa non desidera né uscire da questo mondo, né andare in cielo, e se potesse passare il suo tempo senza croce e senza dolori, non chiederebbe mai di uscire dal mondo. Se la sentite dire che la vita è tanto lunga e miserabile, è soltanto quando tutto non va secondo i suoi desideri. .Se il buon Dio, per obbligarla in qualche modo a staccarsi dalla vita, le manda croci o indigenze, eccola che si tormenta, si addolora, si abbandona ai lamenti, ai brontolii, e spesso ad una specie di disperazione. Sembra non voler più riconoscere che è il buon Dio che le manda queste prove per il suo bene, per staccarla dalla vita e attirarla a Sé. Cosa ha fatto per meritarle? pensa in se stessa, molti altri più colpevoli di lei non ne subiscono altrettante.

Nella prosperità, l'anima tiepida non si spinge fino a dimenticare il buon Dio, ma non dimentica neanche se stessa. Sa raccontare molto bene tutti i mezzi che ha impiegato per riuscire; pensa che molti altri non avrebbero avuto lo stesso successo; le piace ripeterlo, sentirlo ripetere; ogni volta che lo sente, è una gioia nuova. Verso coloro che la adulano, assume un aspetto grazioso. Ma verso quelli che non le hanno manifestato tutto il rispetto che lei pensa di meritare o che non sono stati riconoscenti dei suoi favori, essa conserva un aspetto freddo, indifferente, e sembra dir loro che sono degli ingrati che non meritavano di ricevere il bene che ha fatto loro...

E' vero che un cristiano che vive nella tiepidezza compie ancora abbastanza regolarmente i suoi doveri, almeno in apparenza. Ogni mattina, farà la sua preghiera in ginocchio. Senz'altro egli frequenterà i sacramenti, ogni anno, a Pasqua, e persino parecchie volte durante l'anno. Ma in tutto questo c'è tanto disgusto, tante viltà e tanta indifferenza, così poca preparazione, così poco cambiamento nel proprio modo di vivere, che si vede chiaramente che egli adempie i suoi doveri soltanto per abitudine e per costume, perché è festa e ha l'abitudine di compierli in quella circostanza...

Riguardo alle sue preghiere, Dio solo sa come sono fatte: ahimè, senza preparazione. Al mattino, non si occupa del buon Dio, né della salvezza della sua povera anima, ma pensa soltanto a lavorare molto. La sua mente è talmente avvolta dalle cose della terra che il pensiero di Dio non vi trova posto. Pensa a quello che farà nella giornata, dove manderà i suoi bambini e i suoi servi, come farà per accelerare il suo lavoro. Per fare la sua preghiera si mette in ginocchio, è vero, ma non sa né ciò che vuole chiedere al buon Dio, né ciò che gli ~ necessario e neppure davanti a chi si trova. Il suo modo di agire, così poco rispettoso, ben l'annuncia. E' un povero che, nonostante la sua miseria, non vuole niente e ama la sua povertà. E' un ammalato quasi disperato, che disprezza i medici e le medicine, e ama le sue infermità.

Un'anima tiepida non commetterà peccati gravi, se volete. Ma una maldicenza, una bugia, un sentimento di odio, di avversione, di gelosia, una piccola dissimulazione, non le costano molto. Se non le portate tutto il rispetto che crede di meritare, ve lo farà ben notare, con il pretesto che si offende il buon Dio; dovrebbe piuttosto dire: perché si offende lei stessa...

Durante le funzioni sacre, non vuole dormire, è vero, e lei ha anche paura che qualcuno la veda, ma non fa il minimo sforzo. Riguardo alle distrazioni durante la preghiera o la santa messa, non vorrebbe averle. Ma siccome bisognerebbe un po' lottare, le tollera .con pazienza, però, senza amarle. I giorni di digiuno si riducono quasi a nulla, sia perché si anticipa l'ora del pranzo, sia perché si fa una colazione abbondante, il che equivale ad una cena, con il pretesto che il cielo non si conquista con la fame.

Quando essa fa qualche azione buona, la sua intenzione spesso non è molto purificata: talora è per fare piacere a qualcuno, talora è per compassione e qualche volta per piacere al mondo.

Con loro, tutto quello che non è peccato grave va bene... Amano fare il bene ma vorrebbero che non fosse doloroso, o almeno lo fosse ben poco. Amerebbero inoltre vedere gli ammalati, ma bisognerebbe che gli ammalati venissero essi stessi a trovarli. Hanno di che fare l'elemosina, sanno bene che la tale persona ne ha bisogno, ma aspettano ch'essa venga a chiederla, invece di prevenirla.

Diciamo di più: una persona che conduce una vita tiepida non smette di fare molte opere buone, di frequentare i sacramenti, di assistere regolarmente a tutte le funzioni sacre, ma in tutto questo si vede solo una fede debole, languida, una speranza che la minima prova rovescia, un amore di Dio e del prossimo che è senza ardore, senza gioia. Tutto quello che fa non è totalmente perso, ma poco ci manca.

(Per la 18a domenica dopo Pentecoste)

 

    La religione nel cuore

Come si può conoscere che abbiamo la religione nel cuore, quella religione che non si smentisce mai? Eccolo: ascoltatelo bene... Una persona che ha una vera virtù, niente è capace di farla cambiare, essa è come una roccia in mezzo al mare e sbattuta dalla tempesta. Che vi si disprezzi, che vi si calunni, che si facciano beffe di voi, che vi si tratti d'ipocrita, di falso devoto: tutto questo non vi toglie per niente la pace nell'anima. Li amate quanto li amavate quando dicevano bene di voi. Non smettete di far loro del bene, di sostenerli, anche quando ne dicono male. Fate le vostre preghiere, le vostre confessioni e comunioni; andate alla santa messa, come al solito. Per farvelo capire meglio, ecco un esempio. Viene riferito che in una parrocchia c'era un giovanotto che era un modello di virtù. Andava quasi ogni giorno alla santa messa, si comunicava spesso. Accadde che un altro, geloso della stima di cui godeva quel giovanotto, un giorno che tutt'e due erano in compagnia di un vicino che aveva una bella tabacchiera d'oro, il geloso la prese dalla tasca del suo vicino e la mise in quella del giovanotto senza che costui se ne accorgesse. Dopo aver fatto il colpo, senza far mostra, gli chiese di vedere la sua tabacchiera. L'altro crede di trovarla nella propria tasca ed è ben stupito di non trovarvela. Non si lascia uscire nessuno dalla stanza senza perquisire tutti. La si trova nella tasca del giovanotto che era un modello di sapienza. Ecco che tutti si mettono a gridare al ladro e a prendersela con la sua religione, a trattarlo d'ipocrita, di falso devoto. Il giovanotto non poteva difendersi, visto che era stata trovata nella sua tasca. Non disse niente, sopportò tutto questo come proveniente dalla mano di Dio. Quando passava per la strada, venendo dalla chiesa, dalla messa o dalla comunione, tutti quelli che lo vedevano passare lo schernivano chiamiandolo ipocrita, falso devoto e ladro. Ciò durò per lungo tempo. Nonostante tutto egli continua sempre le sue pratiche di religione, le sue confessioni, le comunioni e tutte le sue preghiere, come se tutti gli avessero mostrato il più grande rispetto. Trascorsi alcuni anni, colui che era stato causa di tutto questo, essendosi ammalato, confessò dinanzi a tutti quelli che erano presenti che era stato lui stesso la causa di tutto il male che era stato detto di quel giovanotto che era un santo e che, per gelosia, per farlo disprezzare, gli aveva messo la tabacchi era nella sua tasca.

Ebbene! ecco una religione che è vera religione, che ha messo radici nell'anima. Ditemi, se tutti questi poveri cristiani che fanno professione di religione fossero messi in simili prove, imiterebbero quel giovanotto? Ahimè!, quante lagnanze, quanti rancori, quanti pensieri di vendetta, e la maldicenza, e la calunnia, e forse anche citare in tribunale... Perché tale condotta? Per il solo fatto che abbiamo una religione di capriccio, di abitudine e di costume, e, diciamo meglio, perché siamo soltanto ipocriti che servono il buon Dio nel solo caso in cui tutto va secondo i nostri capricci. Ahimè! tutte queste virtù che vediamo apparire nel maggior numero di cristiani non sono che come quei fiori della primavera, che un solo colpo di vento caldo brucia.

(Per la 7a domenica dopo Pentecoste)

 

   Vivere la propria fede

Com'è bella la vostra religione, ci dicono i Giudei e anche i pagani, se faceste ciò che essa vi comanda! Non soltanto siete fratelli, ma, quello che di più bello c'è: non fate, tutti insieme, che un medesimo corpo in Gesù Cristo, del quale la carne e il sangue vi servono ogni giorno come nutrimento; siete tutti membri gli uni degli altri. Bisogna convenirne, quest'articolo della vostra fede è ammirevole, ha qualche cosa di divino. Se vi comportaste secondo la vostra fede, sareste in grado di attirare tutte le altre nazioni alla vostra religione, tanto essa è bella, consolante e vi promette tanti beni per l'altra vita. Ma ciò che fa pensare a tutte le nazioni che la vostra religione non è quale voi la dite, è il fatto che la vostra condotta è interamente opposta a quello che la vostra religione vi comanda. Se si interrogassero i vostri pastori, e fosse loro permesso di svelare ciò che c'è di più segreto, ci mostrerebbero le dispute, le inimicizie, le vendette, le gelosie, le maldicenze e tanti altri vizi che fanno orrore a tutti quei popoli, dei quali dite che la religione è tanto lontana dalla vostra, riguardo alla santità. La corruzione dei costumi che regna fra voi trattiene coloro che non sono della vostra religione dall'abbracciarla, perché se foste ben persuasi che essa è buona e divina, vi comportereste in ben altro modo.

(Per il giorno di Natale)

 

 

 

   L'orgoglio

E' una specie di condimento che trova posto dovunque. Ascoltatemi un momento e lo vedrete. Gesù Cristo ce ne dà un esempio nel Vangelo, dicendo che un fariseo, andato nel tempio per fare la sua preghiera, si teneva dritto in presenza di tutti, dicendo ad alta voce: «Ti rendo grazie, Signore, di non essere come gli altri uomini, coperti di peccati. Trascorro la mia vita a fare il bene e a far piacere a Te ». Ecco il vero carattere di un orgoglioso: invece di ringraziare Dio per essere stato così buono di servirsi di lui per il bene, di rendergli grazie, egli considera tutto questo come proveniente da se stesso e non da Dio. Entriamo in alcuni dettagli, e vedrete che quasi nessuno ne è esente, i vecchi come i giovani, i poveri come i ricchi. Ognuno si loda e si compiace di quello che è o di quello che fa, o piuttosto di quello che non è e di ciò che non ha fatto.

Ognuno si applaude ed ama essere applaudito. Ognuno corre a mendicare le lodi degli. uomini, e ognuno lavora per attirarle su di sé. Così si svolge la vita della maggioranza delle persone.

La porta dalla quale l'orgoglio entra con la più grande abbondanza, è la porta delle ricchezze. Appena una persona aumenta i suoi beni, la vedete cambiare modo di vivere. Fa come ci dice Gesù Cristo dei fari sei. Queste persone amano essere chiamate dottori, essere salutate. Vogliono i primi posti. Incominciano a vestirsi più riccamente. Abbandonano quell'aspetto di semplicità. Se le si saluta, appena crollano il capo, senza alzare il cappello. Camminando a testa alta, si studieranno di cercare tutte le parole più belle, di cui spesso non conoscono neanche il significato; amano ripeterle. Un tale uomo vi romperà il capo con le eredità che avrà ricevuto, per far vedere che il suo patrimonio si è accresciuto. Tutte le sue preoccupazioni sono di lavorare per farsi stimare e lodare. Avrà avuto successo in qualche opera? si affretta a renderlo noto per mettere in mostra il suo preteso sapere. Se ha detto qualche cosa per cui è stato applaudito, non smette di rompere gli orecchi a coloro che gli stanno attorno, fino ad annoiarli e a farsi prendere in giro... Credono di apparire come persone di spirito, mentre vengono disprezzati di nascosto. Non ci si può impedire di dire in sé stessi: ecco un orgoglioso di cartello, riesce a convincere se stesso che si presta fede a tutto quel che dice!...

Eccovi una persona di una certa professione mentre esamina l'opera di un'altra; vi troverà sempre mille difetti, dicendo: «Ah! cosa volete? Non ne sa di più! ». Ma come l'orgoglioso non abbassa mai gli altri senza innalzare se stesso, si affretterà allora a parlare di qualche lavoro che ha compiuto, che un tale ha trovato fatto casi bene che ne ha parlato a molti.

Una ragazza avrà un bell'aspetto? O almeno crede di averlo? La vedete camminare contando i passi, con affettazione, con una superbia che sembra innalzarsi fino alle nubi. Possiede camicette, gonne? Lascerà aperto il suo armadio per farle vedere. Ci si insuperbisce delle proprie bestie e della propria casa. Ci si insuperbisce di sapersi confessare bene, di pregare bene il buon Dio, di essere più modesto in chiesa. Una madre si insuperbisce dei suoi figli; un contadino, del fatto che le sue terre sono in miglior stato di quelle degli altri, che egli condanna; e si compiace del suo sapere...

No, non c'è niente di così ridicolo e di così stupido come lo star sempre lì a parlare di ciò che si ha, di ciò che si è fatto.

(Per la 103 domenica dopo Pentecoste)

 

 

 

   La maldicenza

Gli uni dicono male per invidia, il che accade soprattutto fra gente dello stesso mestiere, per attirarsi i clienti. Diranno male degli altri: che la loro merce non vale niente - o che ingannano - che non c'è niente da loro e che non sarebbero capaci di dare la merce a quel prezzo - che diverse persone se ne sono lamentate... che vedranno senz'altro che la cosa non riuscirà loro utile... O che non c'è né il peso né la misura. Un bracciante dirà che un altro non è un buon operaio, che non so in quante case si è recato e non sono stati molto contenti di lui; non lavora, si diverte. O non sa lavorare.

- Ciò che vi dico non bisogna dirlo, aggiungono, perché gli potrebbe nuocere.

- Bisogna, gli dite voi? Sarebbe stato meglio non dire niente voi stessi, non ci sarebbero state complicazioni.

Un contadino vedrà che i beni del suo vicino prosperano più dei suoi: questo lo irrita, ne dirà male.

Altri parlano male del loro vicino per vendetta: se avete fatto qualche cosa a qualcuno, anche per dovere o per carità, cercheranno di screditarvi, di inventare mille cose contro di voi, per vendicarsi.

Se se ne dice bene, ciò li irrita, vi diranno: - E' ben come tutti gli altri, ha i suoi difetti. Ha fatto questo, ha detto quello. Non lo conoscete? E' perché non avete ancor avuto a che fare con lui.

Molti dicono male per orgoglio, credono di mettersi in luce abbassando gli altri, dicendo male degli altri. Fanno mostra delle loro supposte buone qualità. Tutto quello che diranno e faranno sarà bene e tutto quello che gli altri diranno o faranno sarà male.

Ma i più dicono male per leggerezza, per una specie di mania di parlare, senza esaminare se è vero o no. Hanno bisogno di parlare... Perché ci sia un qualsiasi motivo che li faccia agire, non si peritano di diffamare la riputazione del prossimo.

Credo che il peccato di maldicenza racchiuda in sé quasi tutto ciò che c'è di più cattivo. Si, questo peccato contiene il veleno di tutti i vizi, la bassezza della vanità, il veleno della gelosia, l'asprezza dell'ira, il rancore dell'odio e la sconsideratezza così indegna in un cristiano... E' la maldicenza, infatti, che semina quasi ovunque la discordia, la divisione, che mette in discordia gli amici, che impedisce ai nemici di riconciliarsi, che turba la pace delle famiglie, che inasprisce il fratello contro il fratello, il marito contro la moglie...

Quante famiglie molto unite che una sola cattiva lingua ha messo sottosopra, che non possono più né vedersi, né parlarsi. Chi ne è la causa? La sola cattiva lingua del vicino o della vicina...

Sì, la lingua di un maldicente avvelena tutte le azioni buone e mette in luce tutte le cattive. E' lei che, tante volte, diffonde su un'intera famiglia macchie che passano. dai padri ai figli, da una generazione ad un'altra, e che, forse, non si cancelleranno mai più. La lingua maldicente va fino a frugare nella tomba dei morti; essa muove le ceneri di quei poveri infelici, facendo rivivere, cioè rinfrescando i loro difetti che erano sepolti con loro nella tomba.

Che atrocità! Da quale indignazione sareste invasi se vedeste uno sciagurato accanirsi contro un cadavere, dilaniarlo in mille pezzi? Un tale fatto vi farebbe gemere di compassione. Ebbene! il crimine è ancora più grande quando si va a rinfrescare gli sbagli di un povero morto. Quante persone hanno quest'abitudine quando si parla di qualcuno che è morto:

- Ah!, ne ha combinate di tutti i colori durante la sua vita; era un perfetto ubriacone, uno scaltro matricolato, in breve, era un cattivo soggetto.

Ahimè, amico mio, forse lei si sbaglia, e anche se fosse vero quel che dice, forse adesso è in cielo, il buon Dio lo ha perdonato. Ma dove è la vostra carità?

(Per 1'11a domenica dopo Pentecoste)

 

 

   Non giudicare

Ma ditemi, su che cosa sono fondati tutti questi giudizi e queste apparenze? Ahimè! è su deboli apparenze e, per lo più, su un «si dice ». Forse mi direte che avete visto e sentito. Ahimè! potete sbagliarvi lo stesso, vedendo e sentendo, lo vedrete...

Ecco un esempio che vi dimostrerà nel modo migliore che possiamo facilmente sbagliarci, e che ci sbagliamo quasi sempre. Ditemi, cosa avreste fatto se aveste vissuto al tempo di san Nicola, e l'aveste visto venire, in piena notte, girare attorno alla casa di tre giovani signorine, esaminando bene, e facendo attenzione affinché nessuno lo vedesse. Ecco un vescovo, avreste pensato subito, che disonora la sua dignità, è un bell'ipocrita. In chiesa sembra essere un santo ed eccolo, in piena notte, alla porta di tre signorine che non hanno troppo buona riputazione. Però quel vescovo che sicuramente sarebbe condannato, era un grande santo e molto amato da Dio. Ciò che faceva era la migliore opera del mondo. Per evitare a quelle giovani persone la vergogna di chiedere, veniva di notte e gettava loro denaro dalla finestra, temendo che la povertà le inducesse ad abbandonarsi al peccato.

Questo vi deve spingere a non giudicare mai azioni del nostro prossimo senza aver prima riflettuto bene. E inoltre, solo allorché siamo incaricati della condotta di quelle persone, come i padri e le madri, i maestri e le maestre. Per qualsiasi altra persona, facciamo quasi sempre male... Ditemi, abbiamo noi un miglior fondamento per i giudizi che portiamo sulle azioni del nostro prossimo di quelli che avessero visto san Nicola che si aggirava attorno a quella casa, e che si sforzava di trovare la porta della camera di quelle tre signorine?

Non è a noi che gli altri devono rendere conto della loro vita, ma soltanto a Dio. Sarebbe volerci costituire giudici di ciò che non ci riguarda... Il buon Dio non ci chiederà conto di ciò che gli altri hanno fatto, bensì di ciò che avremo fatto noi. Stiamo ben attenti a noi stessi e non tormentiamoci tanto degli altri, pensando o dicendo quello che hanno fatto o detto. Tutto questo è affanno inutile che non può venire che da un fondo di orgoglio, simile a quello di quel fariseo che era soltanto occupato a pensare e a giudicare male il suo prossimo, invece di occuparsi di se stesso e di piangere sulla sua povera vita. No, lasciamo la condotta del prossimo da parte, accontentiamoci di dire, come il santo re David: «Mio Dio, fammi la grazia di conoscermi così come sono, affinché io veda ciò che può dispiacerti, perché possa correggermi, pentirmi e ottenere il perdono».

No, fratelli, finché una persona si diverte ad esaminare la condotta degli altri, né conoscerà se stessa, né sarà del buon Dio.

(Per 1'11a domenica dopo Pentecoste)

 

 

 

   L'invidia

In quanto uomini, lo sapete, dobbiamo avere umanità gli uni per gli altri. Ma un invidioso, al contrario, vorrebbe, se potesse, distruggere ciò che scorge di bene nel suo prossimo. In quanto cristiani, lo sapete anche, dobbiamo avere una carità senza limiti verso i nostri fratelli. Ma un invidioso è ben lontano da tutte queste virtù. Vorrebbe vedere il suo fratello rovinarsi. Ogni segno della bontà di Dio verso il prossimo è un colpo di lancia che gli strazia il cuore e lo fa segretamente morire. Poiché siamo tutti un solo Corpo di cui Gesù Cristo è il capo, dobbiamo manifestare in tutto l'unione, la carità, l'amore e lo zelo. Per renderci felici gli uni gli altri, dobbiamo godere, come ci dice san Paolo, della felicità dei nostri fratelli, e addolorarci con loro quando hanno qualche pena. Lungi dall'avere questi sentimenti, l'invidioso non smette di lanciare maldicenze e calunnie contro il suo vicino. Sembra, facendo questo, che trovi sollievo e addolcisca un po' il suo dispiacere.

Ahimè! non abbiamo ancora detto abbastanza. E' questo temibile vizio che rovescia i re e gli imperatori dal loro trono. Perché, fra questi re, questi imperatori, questi uomini che occupano i primi posti, gli uni sono cacciati, gli altri avvelenati, altri infine pugnalati? E' soltanto per regnare al loro posto. Non è il pane, né il vino, né l'alloggio che manca agli autori di questi crimini. No, di sicuro, ma è l'invidia che li divora. D'altra parte, osservate un negoziante: vorrebbe avere tutta la clientela, e per gli altri niente. Se qualcuno lo lascia per andare da un altro, cercherà di dir male quanto più potrà, sia della persona del negoziante, sia della merce. Adotterà tutti i mezzi possibili per fargli perdere la sua riputazione, dicendo che la sua merce non è cosi buona come la sua, o che pesa male. Guardate ancora l'astuzia diabolica di quest'invidioso: non bisogna dirlo ad altri, aggiunge, nel timore di nuocergli; mi dispiacerebbe; lo dico soltanto a lei perché non si lasci ingannare. Osservate un operaio, se un altro va a lavorare nella casa dove ha l'abitudine di andare, ciò l'offende; farà tutto il possibile per screditare quella persona, affinché essa non sia accolta.

Guardate un padre di famiglia, come si irrita se il suo vicino riesce meglio di lui, nei suoi affari, se le sue terre producono più delle proprie...

Ahimè! questo vizio si trova pure fra coloro nei quali non lo si dovrebbe incontrare; mi riferisco alle persone che vivono la religione. Esse esaminano quanto tempo una tale rimane a confessarsi, il suo modo di comportarsi nel pregare il buon Dio. Ne parlano e la biasimano. Pensano che tutte queste preghiere, queste opere buone sono soltanto per farsi vedere, o, se volete, sono soltanto finzioni. Non serve ripetere che le azioni del prossimo concernono lui solo. Si irritano e si sentono offese perché gli altri agiscono meglio di loro.

Abbiamo detto che questa passione mostra uno spirito gretto. E' talmente vero che nessuno crede di averla, almeno non vuole credere di esserne colpito. Si cercherà di coprirla con mille pretesti per nasconderla agli altri. Se in presenza nostra si dice bene del nostro prossimo, conserviamo il silenzio; ci affligge il cuore. Se siamo obbligati a parlare, lo facciamo in modo freddo. No, non c'è carità in un invidioso. San Paolo ci dice che dobbiamo gioire del bene che arriva al nostro prossimo. E' ciò che la carità cristiana deve ispirarci gli uni per gli altri. Ma i sentimenti di un invidioso sonò ben diversi. No, non credo che ci sia un peccato più cattivo e più terribile di quello dell'invidia, perché è un peccato nascosto e spesso ricoperto da una bella veste di virtù e di amicizia. Diciamo di più: è un leone al quale si finge di mettere la museruola, o un serpente coperto da un po' di foglie, che vi morderà senza che ve ne accorgiate. E' una peste pubblica che non risparmia nessuno...

Ma come possiamo correggerei di questo vizio, dal momento che non ci crediamo colpevoli? Sono sicuro che fra mille invidiosi, esaminandoli per bene, non ce ne sarà uno che vorrà credere che fa parte di quel numero. Non c'è peccato che si conosca cosi poco quanto questo...

- Ma, pensate in voi stessi, se lo conoscessi, cercherei ben di correggermi.

- Per conoscerlo, bisogna chiedere i lumi dello Spirito Santo. Soltanto Lui vi farà questa grazia. Anche se ve lo facesse toccare col dito, non vorreste convenirne, trovereste sempre qualche cosa che vi farebbe credere che non avete avuto torto di pensare e di agire come avete agito. Sapete ancora ciò che potrà contribuire a farvi conoscere lo stato della vostra anima ed a scoprire quel maledetto peccato nascosto nelle pieghe segrete del vostro cuore? E' l'umiltà. Mentre l'orgoglio 've lo nasconde, l'umiltà ve lo scoprirà.

(Per la 18a domenica dopo Pentecoste)

 

 

   Il furto

Se volessi esaminare la condotta di coloro che sono qui presenti, troverei forse soltanto dei ladri. Vi stupisce? Ascoltatemi un istante, e riconoscerete che è vero...

I furti più comuni si fanno nelle vendite e negli acquisti. Entriamo nei dettagli affinché conosciate il male che fate e, nello stesso tempo, possiate correggervi. .

Quando andate a vendere le vostre derrate, vi si chiederà se le vostre uova o il vostro burro sono freschi. Vi affretterete a rispondere di SI, mentre sapete che è il contrario. Perché lo dite se non per rubare due o tre soldi ad una povera persona che forse li ha presi in prestito per mantenere la sua famiglia? Un'altra volta lo fate vendendo la canapa. Prenderete la precauzione di nascondere all'interno quella più corta o la più scadente. Direte forse: - Se non facessi cosi, non la venderei a tanto.

Cioè, se vi comportaste come un buon cristiano, non rubereste come fate. Un'altra volta avete notato che sul vostro conto vi è stato dato più del dovuto, ma non avete detto niente. - Tanto peggio per . quella persona. Non è colpa mia.

- Ah, amico mio, verrà un giorno nel quale vi sarà detto forse con più ragione: tanto peggio per te....

La tale persona vuole comprarvi del frumento, del vino o delle bestie. Vi chiederà se quel frumento proviene da una buona annata. Senza tentennare, l'assicurate che è così. Il vostro vino, lo mescolate con altro cattivo e lo vendete come buono...

- Quella bestia, vi si dirà ancora, ha qualche difetto? Non mi dovete ingannare, ho preso in prestito questo denaro; se lo fate, mi rovinate.

- Ah, no di certo!, ritorcete, quella bestia è molto buona. Se la vendo, non è senza dispiacere. Se potessi fare altrimenti, non la venderei.

E in realtà la vendete perché non vale niente e non vi serve più.

- lo faccio come gli altri. Tanto peggio per chi si lascia intrappolare. Sono stato ingannato, cerco di ingannare, altrimenti ci rimetto troppo...

Ebbene, vi dico .che se avete venduto una bestia con difetti nascosti, siete obbligati di risarcire il compratore della perdita che quei difetti nascosti possono avergli causato. .

- Ah, se lei fosse al posto nostro, farebbe come noi!

- Si, senz'altro, farei come voi se, come voi, volessi dannarmi. Ma, volendo salvarmi, farei proprio il contrario di ciò che voi fate.

(Per la 22a domenica dopo Pentecoste)