Giuseppe
De Virgilio
PER ME
IL VIVERE
È
CRISTO!
Una lettura
vocazionale di Fil 1,12-2,18
|
I.
IL VANTO DI ANNUNCIARE IL
VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI |
Paolo
scrive ai cristiani di Filippi spingendoli a non scoraggiarsi nella
testimonianza del Vangelo, ma a perseverare nell'impegno di trasmettere
L'Apostolo
si presenta in catene (Fil 1,13) e parla della vita cristiana come una «corsa
verso una meta» (Fil 3,14-15). È proprio la tensione tra la fragilità
umana e la potenza di Dio che segna in modo netto la dialettica della missione
cristiana, testimoniata nel dialogo epistolare. Leggendo la lettera in tutte
le sue articolazioni, scopriamo come i sentimenti, le riflessioni, le parole,
le immagini di questa missiva paolina risultano sorprendentemente attuali
per la nostra riflessione vocazionale.
In
modo particolare nelle parole di Fil 3,13-
Nella
dinamica della conversione, Paolo non si sente un credente «arrivato» e non
vive il proprio stato come un uomo senza vocazione. Al contrario: la metafora
atletica della corsa diventa una delle immagini più espressive della sua
esistenza cristiana. Il suo itinerario iniziato sulla via di Damasco gli ha
permesso di incontrare Gesù Cristo e di essere da Lui conquistato. Da quel
momento Paolo ha iniziato la sua corsa verso la meta, vivendo la propria
vocazione come il compito più importante affidatogli da Dio. Vivere la
missione del Vangelo comporta un itinerario dinamico e progressivo verso una
meta (cf. Sal 118,32). La metafora agonica della corsa pone in evidenza
altri simbolismi come quello della vita come lotta, della necessità di un
impegno in vista di un premio, della capacità di misurarsi con altre figure ed
istanze, del «tempo limitato»che si ha a disposizione per portare a compimento
la propria missione.
Il
volume si articola in quattro brevi capitoli. Nel primo si introduce il lettore
nel contesto letterario e teologico della missione di Paolo a Filippi,
evidenziando i motivi teologici e vocazionali che emergono dalla lettera. Nei
tre capitoli seguenti viene proposta l'analisi letteraria e teologica di Fil
1,12-2,28, distinta in tre atti:
- vv. 12-
- vv. 1,27-
- vv. 2,13-18 che rappresentano l'esortazione a vivere
pienamente la vocazione cristiana.
Seguendo
il metodo della «lettura spirituale», si propone per ogni unità letteraria
l'analisi accurata dei testi biblici (lectio), la riflessione sui
messaggi teologici, riletti ed attualizzati alla luce del nostro tempo (meditatio),
una preghiera ispirata alla spiritualità paolina a partire dal testo (oratio),
l' invito a ripercorrere il «mistero trinitario» nell' atto di
contemplare Dio attraverso la sua Parola (contemplatio) ed infine
l'impegno concreto a vivere in prima persona il messaggio che l'Apostolo
affida a ciascun credente (actio).
I
IL
VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI
«Non
è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a
me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). Con questa affermazione
Paolo sottolinea l'importanza della missione apostolica della Chiesa. Mentre
viviamo un importante tempo di riflessione sui cambiamenti epocali delle
nostre società, riflettiamo sulla centralità della trasmissione della fede,
che chiede a tutti i credenti la responsabilità dell' annuncio del Vangelo.
La pastorale vocazionale non può che alimentarsi anzitutto dall'ascolto della
Parola di Dio. Nessuna vocazione può prescindere dall'ascolto e dall'appello
della Parola di salvezza. Ecco perché l'Apostolo, in consonanza con
l'esempio evangelico di Cristo, vive la passione dell'annuncio del Vangelo e la
spinta della missione aperta a tutti i popoli (1).
Una
tale esperienza missionaria è contenuta nell'intero epistolario paolino. In una
forma intima e personale, anche la lettera indirizzata alla Chiesa di Filippi
pone in evidenza la figura di Paolo e il messaggio vocazionale che egli propone
ai cristiani della capitale macedone. Rileva Barbaglio: «I toni affettuosi
caratterizzano questo scritto dell'apostolo. Di tutte le sue comunità quella
di Filippi gli stava particolarmente a cuore: era la primizia della sua missione
in territorio europeo: soprattutto contraccambiava il suo amore con sincera e
concreta dedizione» (2). L'affettuoso dialogo a distanza con i cristiani di
Filippi contiene una straordinaria ricchezza spirituale e una carica
missionaria, pur presentando l'Apostolo in una situazione di prigionia.
1.1
La città di Filippi
Costruita
da Filippo di Macedonia nel
1.2 Una Chiesa
chiamata alla missione
Scrivendo ai cristiani di Tessalonica, Paolo ricorda le
prove che egli ha dovuto affrontare nella città di Filippi e come insieme a
Sila egli ha sofferto per il Vangelo: «Voi stessi infatti, fratelli, sapete
bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata vana. Ma dopo avere
prima sofferto e subito oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il
coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte»
(1Ts 2,1-2). Le fonti per ricostruire la presenza di Paolo a Filippi e la
realtà della Chiesa filippese sono le lettere paoline e il libro degli Atti
degli Apostoli (5).
In
Atti si narra del viaggio di Paolo che fa vela a Neapoli e prosegue verso
Filippi (cf. At 16,11), all'indomani dell'assemblea degli apostoli a Gerusalemme
(cf. At 15,22-35). In compagnia di Sila, un cristiano originario di
Gerusalemme e con l'aiuto del fedele Timoteo, proveniente da Listra, Paolo a
Filippi ha l'opportunità di annunciare il Vangelo ad un gruppo di donne che di
sabato si riuniscono a pregare fuori dalla porta della città, presso il fiume (At
16,11-13). Tra queste donne è nota Lidia, commerciante di porpora ed
originaria della città di Tiatira. Assieme alla sua famiglia, Lidia accoglie
la predicazione dell'Apostolo e si fa battezzare. La sua casa diventa la prima
chiesa domestica (cf. 16,14-15.40), in cui Paolo trova ospitalità.
Il racconto degli Atti mostra le difficoltà della missione
paolina a Filippi e la persecuzione ingiustamente subita a causa della
denuncia mossa a Paolo e Sila da parte dei padroni di una ragazza, che
l'Apostolo aveva liberato dallo spirito demoniaco (cf. At 16,16-24).
Denunciati al magistrato di propagandare usanze contrarie alle leggi romane,
Paolo e Sila vengono fustigati nella pubblica piazza e tradotti in carcere.
Filippi rappresenta per Paolo una prova di come «si lotta per il Vangelo»
(Fil
1 ,30) ma allo stesso tempo la consapevolezza dell'assistenza di Dio nella
missione. Durante la notte Paolo e Sila vengono miracolosamente liberati (cf. At
16,26) e lo stesso carceriere insieme alla sua famiglia si converte al
Vangelo (cf. At 16,30-34). Nel giorno successivo l'Apostolo chiede di
essere riabilitato in quanto cittadino romano e lascia incolume la città (cf.
At 16,37-40)(6)
Il
contesto in cui si trova ad operare l'Apostolo è molto delicato e richiede
una testimonianza convincente e coraggiosa. I due missionari incidono
notevolmente nell'opinione pubblica e la loro sofferenza diventa seme per la
nascita di una Chiesa che sarà un grande conforto per l'Apostolo. La missione
di Paolo a Filippi è contrassegnata dall'adesione al Vangelo di alcuni
credenti e dalla «tribolazione» (tlipsis: cf. Fil1,17; 4,13).
1.3 Una Chiesa rinnovata nella missione
Le
informazioni che possiamo raccogliere dal toccante contenuto della lettera ci
forniscono alcuni messaggi con interessanti prospettive teologiche e
pastorali. La prima e fondamentale tematica è costituita dalla «predicazione
del Vangelo», che per l'Apostolo costituisce il «vanto» della sua missione (Fil
1,26). Fin dall'esordio Paolo ringrazia Dio perché i Filippesi hanno
accolto il Vangelo «dal primo giorno fino ad oggi» (Fil 1,5). Nel
contesto dell'esortazione a vivere da «cittadini degni del Vangelo» Paolo
dice che essi sono stati chiamati da Dio non solo a credere in Gesù Cristo, ma
anche a soffrire per Lui, nella lotta (Fil 1,30). Leggendo lo scritto
si delinea il profilo della comunità filippese: una Chiesa chiamata alla
missione, ad imitazione di Paolo, che soffre le catene e le persecuzioni per il
Vangelo (Fil 1,13). Non tutti nella comunità e nella città sono
disinteressati: l'Apostolo ammette con amarezza che alcuni vivono nell'equivoco
di predicare il Cristo «per invidia e spirito di contesa» (Fil1,15). Siamo
nel contesto di una comunità che deve fare un percorso di autenticità e di
liberazione, di «conformazione a Cristo» e di comunione nel «sentire comune»
(cf. Fil 2,2: to en phronountes)
(7) Questo motivo
dell'unità nella missione ritorna nella lettera in modo costante: Paolo
ripresenta davanti agli occhi dei suoi destinatari la centralità di Cristo
«obbediente» che vive la kenosi e compie la sua missione nella perfetta
unità con il Padre.
Egli
ricorda ai Filippesi che essi hanno sempre obbedito, non solo quando egli era
fisicamente presente nella comunità, ma anche in sua assenza (Fil 2,12).
Per tale atteggiamento cristiano, la comunità dovrà sempre ricordare che la
propria identità cristiana si innova attraverso l'apertura generosa all'annuncio
del Vangelo di Cristo. Essa non può fermarsi di fronte agli ostacoli, ma deve
lottare e superare le divisioni «correndo verso la meta». L'esempio è
dato da Paolo stesso: afferrato da Cristo è diventato annunciatore del
Vangelo tra molte lotte e tribolazioni senza la presunzione di essere già vincitore.
Egli si paragona ad un atleta nel bel mezzo di una gara e descrive con realismo
la propria condizione: «Non però che io abbia già conquistato il premio o
sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo
ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso
verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama
a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14).
1.4 Una
Chiesa testimone attraverso la missione
La
testimonianza di Paolo è fondamentale per tratteggiare il ruolo della Chiesa
nel contesto della città macedone. Avendo come modello Cristo, i Filippesi
devono testimoniare la salvezza cristiana all'interno della Chiesa e al di
fuori. All'interno della Chiesa, confermando la comunione di sentimenti e di
vita: le indicazioni parenetiche dell'Apostolo risultano preziose. Egli
raccomanda: «Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate
irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione
perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo
alta la parola di vita» (Fil 2,14-16). L'offerta della vita di Paolo
come «oblazione» costituisce l'esempio di come si vive e si lotta per il
Vangelo (Fil 2,1718). Un ulteriore esempio è dato dai collaboratori
dell' Apostolo, tra i quali spicca la testimonianza di Epafrodito, che ha
rischiato la vita per venire incontro alle necessità di Paolo (Fil
2,25.30; 4,14).
Al
di fuori della Chiesa, i cristiani dovranno saper testimoniare la solidarietà
verso gli uomini e le loro esigenze. In primo luogo la comunità dovrà vivere
nella piena giustizia, evitando di chiudersi nei propri interessi egoistici e
lasciarsi ingannare dal comportamento dei «cattivi operai» (Fil 3,2).
Senza confidare nella carne e nell' osservanza sterile delle leggi e delle
consuetudini,
Tre parole possono sintetizzare il cammino del
a) lotta; b) kenosi; c) gioia.
In primo luogo la lettera
paolina evidenzia la dimensione cristiana della «lotta»:
1.5 Dalla «lettera»
alla «vita»
Trattando
delle problematiche letterarie della missiva, Fabris rileva come
Tra
i temi più importanti vi è il lessico della «gioia/gioire» (charalchairein),
presente nei primi due capitoli e nel quarto. Un secondo filone lessicale
che attraversa l'intero scritto è quello del «sentire» (peronei) (11) come espressione di appartenenza ecclesiale ed invito
all'unità. Questa unità viene espressa con maggiore forza mediante il
linguaggio della «partecipazione». I termini più significativi sono: la «comunione»
(Fil 1,5; 2,1; 3,10: koinonia), il «partecipare» (Fil 4,15:
koinonein), l'essere «compartecipe» (Fil 1,7: sygkoinonos;
Fil 4,13: sygkoinonein). Un terzo tema è quello della predicazione
(keryssein; kataggellein) del Vangelo (euaggelion) o della «parola»
(logos) o della «difesa» (apologia) del Vangelo. Si registrano
diversi altri temi che si intersecano nel dialogo epistolare, quali il motivo
della «cittadinanza» (politeuma), le ricorrenti espressioni metaforiche
tratte dal linguaggio commerciale (guadagno, perdita, dare/ricevere; conto,
saldare ecc.).
Nell'introdurci
alla lettura della pericope di Fil 1,12-2,18 raccomandiamo una lettura
integrale della lettera, come condizione preliminare per cogliere il
messaggio vocazionale che Paolo affida ai suoi destinatari. Per tale ragione è
opportuno riproporre un essenziale quadro tematico, in grado di orientare il
lettore. Preferiamo riportare la seguente proposta di R. Fabris, articolata in
sei unità (12):
–
I. Fil
1,11: Prologo
§
Fil 1,1-2: prescritto
§
Fil 1,3-11:
esordio
–
II. Fil 1,12-26:
«Per me il vivere è Cristo» Proposizione tematica: Fil
2,12
§
Fil 1,13-20:
La proclamazione di Cristo
–
III. Fil
1,27-2,18: «Questo sentite in voi»
§
Fil 2,1-5.6-11: «Rendete piena la mia gioia con un modo di sentire unanime»
–
IV. Fil
2,19-30: «Abbiate in grande stima tali persone»
§
Fil 2,19-24: Elogio ed annuncio dell'invio di Timoteo
§
Fil 2,25-30: Elogio ed annuncio dell'invio di Epafrodito
–
V. Fil 3,1-4,1:
«Diventate miei imitatori»
–
VI. Fil
4,2-23: «Gioite sempre nel Signore»
1.6
Le prospettive teologiche
Un
ultimo aspetto da puntualizzare riguarda le prospettive teologiche della
Lettera. Considerando il contesto e i temi che vengono elaborati da Paolo, sembrano emergere tre principali prospettive
teologiche: a) la prospettiva cristo logica; b) la prospettiva ecclesiologica;
c) la prospettiva spirituale.
a)
la prospettiva cristologica
L'analisi
dei contenuti epistolari fa emergere in modo evidente la centralità della
riflessione teologica sul mistero di Cristo, che riveste un ruolo determinante
nell'argomentazione epistolare. Fin da Fil 1 Paolo colloca la sua
situazione sub iudice in relazione alla volontà di Dio e
all'immedesimazione con le sofferenze del suo Signore. Lasciato in carcere per
il giudizio, consapevole delle difficoltà della Chiesa di Filippi e delle
provocazioni che gli vengono da predicatori «con intenzioni non pure» (Fil 1,17),
egli esorta i credenti a trovare nelle «catene per il Vangelo» la forza
della testimonianza cristiana. Tutto ormai è affidato a Dio, in Cristo Gesù:
sia che accada una condanna a morte, sia che egli possa continuare a vivere,
Paolo è unito profondamente a Cristo (Fil 1,21). L'insegnamento è chiaro:
l'esistenza di un credente si comprende solo nella scelta cristologica. La
morte è ritenuta una «glorificazione», così anche il continuare a restare
nella vita per il bene della Chiesa (cf. Fil 1,20.24).
In questo sviluppo esortativo si colloca il noto
b)
la prospettiva ecclesiologica
Un
secondo aspetto associato al motivo cristologico è costituito dall'identità
della Chiesa e dalla sua situazione di sofferenza. L'Apostolo aveva avuto
notizie dei problemi di divisioni che laceravano il tessuto comunitario (cf. Fil
2,2-4; 4,2-3) per via di alcuni oppositori, da cui lo stesso Paolo mette
in guardia. Si tratta di gruppi diversificati: in Fil 3,2.18 allude a
elementi giudaici, mentre in Fil 1,14-
c) la
prospettiva spirituale
Un
ultimo aspetto da evidenziare è dato dalla profondità umana e spirituale con
la quale l'Apostolo comunica i propri sentimenti ai Filippesi. Pur essendo in
una situazione di prigionia, lontano dalla comunità e consapevole delle
difficoltà che
Conclusione
Il
percorso proposto ci aiuta a cogliere l'indole di questa singolare lettera di
Paolo e il suo messaggio «vocazionale». Le suggestive immagini antitetiche
e la forza dei sentimenti espressi nel dialogo epistolare fanno trasparire la
grandezza teologica dell'Apostolo e la sua ricchezza spirituale. L'esistenza
cristiana è considerata come un grande viaggio vocazionale, una chiamata al
cammino verso la mèta: Gesù Cristo. Tutto ruota intorno al centro cristologico
dell'annuncio e della testimonianza paolina, vissuta con
parresia (cf. Fil 1,20). La persona dell' Apostolo in catene
diventa un «magistero» vivente per i cristiani di Filippi e per
[1]
Per un approfondimento della figura di Paolo nella prospettiva vocazionale, cf.
R. PENNA, «Paolo», in, Dizionario Biblico della Vocazione, a cura di
G. DE VIRGILIO, Editrice Rogate, Roma 2007,657-661.
[2]
G. BARBAGLIO, «Alla comunità di Filippi», in Le lettere di Paolo, II,
Boria, Roma 1980,533.
[3]
Cf. G.F. HAWTHORNE, «Lettera ai Filippesi» in Dizionario di Paolo
e delle sue lettere, a cura di G.F. HAWTHORNE, R.P. MARTIN, D.G. REm,
San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999,633.
[4]
Cf. P. T. O'BRIEN, «Casa imperiale, casa di Cesare», in
Dizionario di Paolo
e
delle sue lettere,
194-196;
R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone (SOC II), Dehoniane,
Bologna 2000, 12-17.
[5]
Per una ricostruzione della situazione ecclesiale a Filippi, cf. G. BARBAGLIO,
[6]
Per la descrizione degli avvenimenti e la loro contestualizzazione storica, cf.
R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 18-19.
[7]
Cf. J. HERIBAN, Retto Phronein e Kenosis. Studio esegetico su Fil 2,5.6-11 (Biblioteca
di Scienze Religiose 51), Roma 1983; IDEM, «Per me vivere è Cristo», Parola
Spirito Vita 5 (1982),203-223.
[8]
Cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 35-40.
[9]
Idem,27.
[10]
Cf. Idem, 24-25.
[11]
Delle 23 ricorrenze del verbo phronein in Paolo, quasi la metà è
attestata nella nostra lettera.
[12]
Cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 30-31.
[13]
Cf. G. BARBAGLIO, La teologia di Paolo. Abbozzi in forma epistolare, 366-379.