PICCOLI GRANDI LIBRI  Giuseppe De Virgilio
PER ME IL VIVERE È CRISTO!
Una lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18
 
Editrice Rogate 2008  

I. IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI

II. «PER ME IL VIVERE È CRISTO» (Fil 1,12-26)

III.  «OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE» (Fil1,27; 2,11)

IV. «TENENDO ALTA LA PAROLA DI VITA» (Fil 2,12-18)

INTRODUZIONE

 Il presente volume della collana «Bibbia e vocazione» promossa dall'Editrice Rogate propone la lettura vocazionale di Fil 1,12-2,18, nel contesto della celebrazione dell'anno dedicato all'Apostolo Paolo. Nel ripercorrere il messaggio teologico e l'opera missionaria dell'Apostolo è rilevante sottolineare la «dimensione vocazionale» della sua evangelizzazione, radicata in una personale esperienza di Cristo. Tra i vari testi che tratteggiano in una forma autobiografica la statura spirituale di Paolo, vi è la Lettera ai Filippesi, testimonianza viva dell'intensità umana e teologica dell'Apostolo.  
Paolo scrive ai cristiani di Filippi spingendoli a non scoraggiarsi nella testimonianza del Vangelo, ma a perseverare nell'impegno di trasmettere la Parola di Dio a tutti. Una tale testimonianza, sul piano personale e comunitario, fa risaltare la grandezza della vocazione cristiana, che Paolo trasmette ai suoi destinatari con tutta la forza e la ricchezza della sua umanità.  
L'Apostolo si presenta in catene (Fil 1,13) e parla della vita cristiana come una «corsa verso una meta» (Fil 3,14-15). È proprio la tensione tra la fragilità umana e la potenza di Dio che segna in modo netto la dialettica della missione cristiana, testimoniata nel dialogo epistolare. Leggendo la lettera in tutte le sue articolazioni, scopriamo come i sentimenti, le riflessioni, le parole, le immagini di questa missiva paolina risultano sorprendentemente attuali per la nostra riflessione vocazionale.  
In modo particolare nelle parole di Fil 3,13- 15 l'Apostolo ci consegna una sintesi autobiografica toccante, che illumina il senso della sua vocazione missionaria. Egli scrive: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,8-9). L'esperienza della vocazione diventa testimonianza di un cambiamento di vita: di fronte alla Legge e alle sue prerogative, l'Apostolo si lascia conquistare dal Vangelo di Cristo e dalla sua «giustizia».  
Nella dinamica della conversione, Paolo non si sente un credente «arrivato» e non vive il proprio stato come un uomo senza vocazione. Al contrario: la metafora atletica della corsa diventa una delle immagini più espressive della sua esistenza cristiana. Il suo itinerario iniziato sulla via di Damasco gli ha permesso di incontrare Gesù Cristo e di essere da Lui conquistato. Da quel momento Paolo ha iniziato la sua corsa verso la meta, vivendo la propria vocazione come il compito più importante affidatogli da Dio. Vivere la missione del Vangelo comporta un itinerario dinamico e progressivo verso una meta (cf. Sal 118,32). La metafora agonica della corsa pone in evidenza altri simbolismi come quello della vita come lotta, della necessità di un impegno in vista di un premio, della capacità di misurarsi con altre figure ed istanze, del «tempo limitato»che si ha a disposizione per portare a compimento la propria missione.  

La Lectio divina cerca di cogliere la gamma di aspetti spirituali che connotano la vita cristiana come «vocazione», letti nel quadro della teologia paolina, con il permanente sforzo di attualizzare la Parola scritta nel nostro contesto ecclesiale. Vivere la Parola significa «camminare» lungo la strada del dialogo e dell'impegno con Dio e per Dio.  

Il volume si articola in quattro brevi capitoli. Nel primo si introduce il lettore nel contesto letterario e teologico della missione di Paolo a Filippi, evidenziando i motivi teologici e vocazionali che emergono dalla lettera. Nei tre capitoli seguenti viene proposta l'analisi letteraria e teologica di Fil 1,12-2,28, distinta in tre atti:
- vv. 12- 26 in cui Paolo afferma la centralità di Cristo nella sua vita;  
- vv. 1,27- 2,12 in cui viene presentato il mistero di Cristo, obbediente al Padre;  
- vv. 2,13-18 che rappresentano l'esortazione a vivere pienamente la vocazione cristiana.  

Seguendo il metodo della «lettura spirituale», si propone per ogni unità letteraria l'analisi accurata dei testi biblici (lectio), la riflessione sui messaggi teologici, riletti ed attualizzati alla luce del nostro tempo (meditatio), una preghiera ispirata alla spiritualità paolina a partire dal testo (oratio), l' invito a ripercorrere il «mistero trinitario» nell' atto di contemplare Dio attraverso la sua Parola (contemplatio) ed infine l'impegno concreto a vivere in prima persona il messaggio che l'Apostolo affida a ciascun credente (actio).
 

I

IL VANTO DI ANNUNCIARE IL VANGELO: PAOLO AI FILIPPESI

 Introduzione  

«Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). Con questa affermazione Paolo sottolinea l'importanza della missione apostolica della Chiesa. Mentre viviamo un importante tempo di riflessione sui cambiamenti epocali delle nostre società, riflettiamo sulla centralità della trasmissione della fede, che chiede a tutti i credenti la responsabilità dell' annuncio del Vangelo. La pastorale vocazionale non può che alimentarsi anzitutto dall'ascolto della Parola di Dio. Nessuna vocazione può prescindere dall'ascolto e dall'appello della Parola di salvezza. Ecco perché l'Apostolo, in consonanza con l'esempio evangelico di Cristo, vive la passione dell'annuncio del Vangelo e la spinta della missione aperta a tutti i popoli (1).

Una tale esperienza missionaria è contenuta nell'intero epistolario paolino. In una forma intima e personale, anche la lettera indirizzata alla Chiesa di Filippi pone in evidenza la figura di Paolo e il messaggio vocazionale che egli propone ai cristiani della capitale macedone. Rileva Barbaglio: «I toni affettuosi caratterizzano questo scritto dell'apostolo. Di tutte le sue comunità quella di Filippi gli stava particolarmente a cuore: era la primizia della sua missione in territorio europeo: soprattutto contraccambiava il suo amore con sincera e concreta dedizione» (2). L'affettuoso dialogo a distanza con i cristiani di Filippi contiene una straordinaria ricchezza spirituale e una carica missionaria, pur presentando l'Apostolo in una situazione di prigionia.

La Chiesa riceve dalle parole dell' Apostolo una grave responsabilità: il dovere di proclamare il Vangelo a tutte le genti, nella consapevolezza che in que­sta dinamica missionaria si compie la vocazione personale e comunitaria dei credenti. Ma tutto questo ha un prezzo: la quotidiana lotta della fede e la costante fedeltà a Dio e al suo progetto. Ecco perché Paolo incoraggia i suoi destinatari invitando li a vivere nella gioia e a saper attendere la venuta prossima di Cristo. La missione non è fuga, ma collaborazione alla realizzazione del progetto di Dio nella storia. Tale azione missionaria implica il discernimento e la lotta: chi sceglie di seguire Cristo non può che divenire «compartecipe» delle sue sofferenze e dei suoi sentimenti (cf. Fil 2,5).La vocazione cristiana si radica in questa precisa dimensione spirituale dei credenti: vivere l'esempio di Cristo-servo e compiere fino in fondo la volontà del Padre. La comunità di Filippi, con tutte le sue difficoltà e i suoi problemi, diventa per noi oggi un concreto esempio di solidarietà fra­terna e di testimonianza evangelica. Guardando al cammino della Chiesa del nostro tempo, entriamo nella Lettera ai Filippesi con il desiderio di condividere le attese e le speranze dell'intera umanità che cerca Dio e il suo Regno.  

1.1 La città di Filippi  

Costruita da Filippo di Macedonia nel 358 a . C. ad otto miglia dal mare vicino Neapoli, in una regione molto fertile, la città di Filippi divenne parte dell'Impero romano ed importante nodo di collegamento della via Egnazia, famosa arteria stradale che da Roma portava in Oriente (3). Un secolo prima dell' arrivo di Paolo la città fu teatro della disfatta degli assassini di Cesare per mano di Marco Antonio e di Ottaviano ( 42 a .C.). Distrutta per via delle guerre, Ottavi ano volle ricostruirla e fortificarla, fondandovi una colonia per i veterani romani ed accordandole lo ius italicum, privilegio che consentiva diritti particolari agli abitanti, come ai cittadini di Roma. Filippi non era un centro esteso come Efeso o Corinto, ma una città «europea», abitata prevalentemente da romani fieri delle loro origini, a cui si aggiungevano popolazioni macedoni, greci ed ebrei. Per tale ragione l'Apostolo sceglie di proclamare il Vangelo a Filippi, ritenendo la sua popolazione una «porta» di ingresso nel continente europeo. È significativo come l'Apostolo impiega nella lettera proprio l'idea della «cittadinanza» (politeuesthe: Fil 1,27; peliteuma; Fil 3,20) per esortare i cristiani a comportarsi «come cittadini degni del Vangelo». Scegliendo questa espressione Paolo sembra fare appello al sentimento di appartenenza dei romani, applicando la stessa idea ai cristiani. Troviamo nella lettera l'accenno al «palazzo del pretorio» e il saluto congiunto con «quelli della casa di Cesare» (Fil 4,27), elementi che ben si comprendono nel contesto della città per la sua particolare configurazione giuridica (4).  

1.2 Una Chiesa chiamata alla missione  

Scrivendo ai cristiani di Tessalonica, Paolo ricorda le prove che egli ha dovuto affrontare nella città di Filippi e come insieme a Sila egli ha sofferto per il Vangelo: «Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata vana. Ma dopo avere prima sofferto e subito oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte» (1Ts 2,1-2). Le fonti per ricostruire la presenza di Paolo a Filippi e la realtà della Chiesa filippese sono le lettere paoline e il libro degli Atti degli Apostoli (5).

In Atti si narra del viaggio di Paolo che fa vela a Neapoli e prosegue verso Filippi (cf. At 16,11), all'indomani dell'assemblea degli apostoli a Gerusalemme (cf. At 15,22-35). In compagnia di Sila, un cristiano originario di Gerusalemme e con l'aiuto del fedele Timoteo, proveniente da Listra, Paolo a Filippi ha l'opportunità di annunciare il Vangelo ad un gruppo di donne che di sabato si riuniscono a pregare fuori dalla porta della città, presso il fiume (At 16,11-13). Tra queste donne è nota Lidia, commerciante di porpora ed originaria della città di Tiatira. Assieme alla sua famiglia, Lidia accoglie la predicazione dell'Apostolo e si fa battezzare. La sua casa diventa la prima chiesa domestica (cf. 16,14-15.40), in cui Paolo trova ospitalità.

    Il racconto degli Atti mostra le difficoltà della missione paolina a Filippi e la persecuzione ingiustamente subita a causa della denuncia mossa a Paolo e Sila da parte dei padroni di una ragazza, che l'Apostolo aveva liberato dallo spirito demoniaco (cf. At 16,16-24). Denunciati al magistrato di propagandare usanze contrarie alle leggi romane, Paolo e Sila vengono fustigati nella pubblica piazza e tradotti in carcere. Filippi rappresenta per Paolo una prova di come «si lotta per il Vangelo» (Fil 1 ,30) ma allo stesso tempo la consapevolezza dell'assistenza di Dio nella missione. Durante la notte Paolo e Sila vengono miracolosamente liberati (cf. At 16,26) e lo stesso carceriere insieme alla sua famiglia si converte al Vangelo (cf. At 16,30-34). Nel giorno successivo l'Apostolo chiede di essere riabilitato in quanto cittadino romano e lascia incolume la città (cf. At 16,37-40)(6)

Il contesto in cui si trova ad operare l'Apostolo è molto delicato e richiede una testimonianza convincente e coraggiosa. I due missionari incidono notevolmente nell'opinione pubblica e la loro sofferenza diventa seme per la nascita di una Chiesa che sarà un grande conforto per l'Apostolo. La missione di Paolo a Filippi è contrassegnata dall'adesione al Vangelo di alcuni credenti e dalla «tribolazione» (tlipsis: cf. Fil1,17; 4,13).  

1.3 Una Chiesa rinnovata nella missione  

Le informazioni che possiamo raccogliere dal toccante contenuto della lettera ci forniscono alcuni messaggi con interessanti prospettive teologiche e pastorali. La prima e fondamentale tematica è costituita dalla «predicazione del Vangelo», che per l'Apostolo costituisce il «vanto» della sua missione (Fil 1,26). Fin dall'esordio Paolo ringrazia Dio perché i Filippesi hanno accolto il Vangelo «dal primo giorno fino ad oggi» (Fil 1,5). Nel contesto dell'esortazione a vivere da «cittadini degni del Vangelo» Paolo dice che essi sono stati chiamati da Dio non solo a credere in Gesù Cristo, ma anche a soffrire per Lui, nella lotta (Fil 1,30). Leggendo lo scritto si delinea il profilo della comunità filippese: una Chiesa chiamata alla missione, ad imitazione di Paolo, che soffre le catene e le persecuzioni per il Vangelo (Fil 1,13). Non tutti nella comunità e nella città sono disinteressati: l'Apostolo ammette con amarezza che alcuni vivono nell'equivoco di predicare il Cristo «per invidia e spirito di contesa» (Fil1,15). Siamo nel contesto di una comunità che deve fare un percorso di autenticità e di liberazione, di «conformazione a Cristo» e di comunione nel «sentire comune» (cf. Fil 2,2: to en phronountes) (7) Questo motivo dell'unità nella missione ritorna nella lettera in modo costante: Paolo ripresenta davanti agli occhi dei suoi destinatari la centralità di Cristo «obbediente» che vive la kenosi e compie la sua missione nella perfetta unità con il Padre.

Egli ricorda ai Filippesi che essi hanno sempre obbedito, non solo quando egli era fisicamente presente nella comunità, ma anche in sua assenza (Fil 2,12). Per tale atteggiamento cristiano, la comunità dovrà sempre ricordare che la propria identità cristiana si innova attraverso l'apertura generosa all'annuncio del Vangelo di Cristo. Essa non può fermarsi di fronte agli ostacoli, ma deve lottare e supe­rare le divisioni «correndo verso la meta». L'esem­pio è dato da Paolo stesso: afferrato da Cristo è diventato annunciatore del Vangelo tra molte lotte e tribolazioni senza la presunzione di essere già vincitore. Egli si paragona ad un atleta nel bel mezzo di una gara e descrive con realismo la propria condizione: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14).  

1.4 Una Chiesa testimone attraverso la missione  

La testimonianza di Paolo è fondamentale per tratteggiare il ruolo della Chiesa nel contesto della città macedone. Avendo come modello Cristo, i Filippesi devono testimoniare la salvezza cristiana all'interno della Chiesa e al di fuori. All'interno della Chiesa, confermando la comunione di sentimenti e di vita: le indicazioni parenetiche dell'Apostolo risultano preziose. Egli raccomanda: «Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irrepren­sibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita» (Fil 2,14-16). L'offerta della vita di Paolo come «oblazione» costituisce l'esempio di come si vive e si lotta per il Vangelo (Fil 2,17­18). Un ulteriore esempio è dato dai collaboratori dell' Apostolo, tra i quali spicca la testimonianza di Epafrodito, che ha rischiato la vita per venire incontro alle necessità di Paolo (Fil 2,25.30; 4,14).

Al di fuori della Chiesa, i cristiani dovranno saper testimoniare la solidarietà verso gli uomini e le loro esigenze. In primo luogo la comunità dovrà vivere nella piena giustizia, evitando di chiudersi nei propri interessi egoistici e lasciarsi ingannare dal comportamento dei «cattivi operai» (Fil 3,2). Senza confidare nella carne e nell' osservanza sterile delle leggi e delle consuetudini, la Chiesa di Filippi è chiamata a vivere la missione universale nella «gioia», testimoniando a tutti la sua affabilità (Fil 4,5), con spirito di gratuità e di sincero affidamento a Dio. L'Apostolo esorta: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).

Tre parole possono sintetizzare il cammino della Chiesa di Filippi:
a) lotta; b) kenosi; c) gioia.
In primo luogo la lettera paolina evidenzia la dimen­sione cristiana della «lotta»: la Chiesa è in una situazione di permanente prova e di confronto. Essa non può rinunciare a vivere la propria testimonianza con la forza della grazia di Dio, che proviene dall'adesione al Vangelo di Cristo. Il Vangelo è potenza di Dio anche se viene proclamato «nella debolezza»; il Vangelo è una spinta che dona ai credenti il dinamismo della missione. La lotta è da intendersi come processo di configurazione a Cristo, il Figlio obbediente al progetto del Padre. Da qui si comprende la seconda parola: la kenosi. Essa indica lo svuotamento del proprio essere per poter essere ri­colmi della grazia divina. Abbassarsi, diventare capace di aprire il cuore, entrare nella sapienza della piccolezza guardando a Cristo-servo per configurare tutto se stesso a Lui. In terzo luogo vi è la «gioia cristiana», frutto dello Spirito (cf. Gal 5,22). La testimonianza più convincente è costituita dall'annuncio di un Vangelo gaudioso, ricco di speranza, aperto dal futuro. Mentre Paolo è in catene, la Chiesa filippese riceve la testimonianza dell' Apostolo e il suo sostegno per vivere anch'essa nella logica del Vangelo e nella passione missionaria aperta a tutti. Tutta la lettera diventa un appello vocazionale affinché i Filippesi «diventino» uomini e donne della missione in attesa della venuta del Cristo glorioso. Non bastano i ricchi doni che Paolo ha accettato dai credenti di Filippi (cf. Fil 4,10-20), è necessaria l'adesione piena e convinta della Chiesa alla missione del Vangelo. In questo senso la missione diventa la risposta all'appello di Cristo e la testimo­nianza più viva ed autentica della salvezza di Dio (8).
 

1.5 Dalla «lettera» alla «vita»  

Trattando delle problematiche letterarie della missiva, Fabris rileva come la Lettera ai Filippesi possa essere considerata la «più epistolare» delle lettere paoline (9), nel senso che il testo attuale sarebbe il frutto di una composizione redazionale di più lettere (10). Questo accenno ci permette di indicare una possibile traccia (struttura) tematica, per favorire la comprensione della missiva in tutta la sua ricchezza. Ad una prima lettura il testo paolino presenta alcuni passaggi repentini che sembrano vere fratture nel corso della lettera (cf. Fil 3,1-2). Tuttavia molti commentatori fanno notare la presenza di alcune caratteristiche letterarie e tematiche che danno allo scritto una struttura unitaria.

Tra i temi più importanti vi è il lessico della «gioia/gioire» (charalchairein), presente nei primi due capitoli e nel quarto. Un secondo filone lessicale che attraversa l'intero scritto è quello del «sentire» (peronei) (11) come espressione di appartenenza ecclesiale ed invito all'unità. Questa unità viene espressa con maggiore forza mediante il linguaggio della «partecipazione». I termini più significativi sono: la «comunione» (Fil 1,5; 2,1; 3,10: koinonia), il «partecipare» (Fil 4,15: koinonein), l'essere «compartecipe» (Fil 1,7: sygkoinonos; Fil 4,13: sygkoinonein). Un terzo tema è quello della predicazione (keryssein; kataggellein) del Vangelo (euaggelion) o della «parola» (logos) o della «difesa» (apologia) del Vangelo. Si registrano diversi altri temi che si intersecano nel dialogo epistolare, quali il motivo della «cittadinanza» (politeuma), le ricorrenti espressioni metaforiche tratte dal linguaggio commerciale (guadagno, perdita, dare/ricevere; conto, saldare ecc.).

Nell'introdurci alla lettura della pericope di Fil 1,12-2,18 raccomandiamo una lettura integrale della lettera, come condizione preliminare per cogliere il messaggio vocazionale che Paolo affida ai suoi destinatari. Per tale ragione è opportuno riproporre un essenziale quadro tematico, in grado di orientare il lettore. Preferiamo riportare la seguente proposta di R. Fabris, articolata in sei unità (12):

       I.  Fil 1,11: Prologo
§       
Fil 1,1-2: prescritto
§        Fil 1,3-11: esordio

       II. Fil 1,12-26: «Per me il vivere è Cristo» Proposizione tematica: Fil 2,12
§       
Fil 1,13-20: La proclamazione di Cristo
§        Fil 1,21-24: «Vita e morte di Cristo»
§        Fil 1,25-26: «Il progresso e la gioia della fede»

       III. Fil 1,27-2,18: «Questo sentite in voi»
§        Fil 1,27-30: «Vivere da cittadini degni del vangelo»
§        Fil 2,1-5.6-11: «Rendete piena la mia gioia con un mo­do di sentire unanime»
§        Fil 2,12-16: «Attuate la salvezza e fate tutto senza mor­morazioni»
§        Fil 2,17-18: «Gioite e condividete la mia gioia»

       IV. Fil 2,19-30: «Abbiate in grande stima tali persone»
§        Fil 2,19-24: Elogio ed annuncio dell'invio di Timoteo
§        Fil 2,25-30: Elogio ed annuncio dell'invio di Epafrodito

       V. Fil 3,1-4,1: «Diventate miei imitatori»
§        Fil 3,1: Invito a gioire nel Signore e formula di transi­zIOne
§        Fil 3,2-16: La scelta e il percorso di Paolo
§        Fil 3,17-21: Modello positivo da imitare e quello nega­tivo da evitare
§        Fil 4,1: Formula conclusiva: invito a restare saldi nel Si­gnore

       VI. Fil 4,2-23: «Gioite sempre nel Signore»
§        Fil 4,2-9: serie di esortazioni
§        Fil 4,10-20: Espressioni di gioia e riconoscenza per il dono ricevuto
§        Fil 4,21-23: Poscritto - epilogo

  Per la nostra analisi, abbiamo inteso proporre la lettura analitica di Fil 1,12-2, 18 che corrisponde alla II e alla III unità indicata nella struttura. Tuttavia la lettura del testo implica la conoscenza dell' intero movimento della Lettera e dei suoi messaggi.  

1.6 Le prospettive teologiche  

Un ultimo aspetto da puntualizzare riguarda le prospettive teologiche della Lettera. Considerando il contesto e i temi che vengono elaborati da Paolo, sembrano emergere tre principali prospettive teologiche: a) la prospettiva cristo logica; b) la prospettiva ecclesiologica; c) la prospettiva spirituale.  

a) la prospettiva cristologica

L'analisi dei contenuti epistolari fa emergere in modo evidente la centralità della riflessione teolo­gica sul mistero di Cristo, che riveste un ruolo determinante nell'argomentazione epistolare. Fin da Fil 1 Paolo colloca la sua situazione sub iudice in relazione alla volontà di Dio e all'immedesimazione con le sofferenze del suo Signore. Lasciato in carcere per il giudizio, consapevole delle difficoltà della Chiesa di Filippi e delle provocazioni che gli vengono da predicatori «con intenzioni non pure» (Fil 1,17), egli esorta i credenti a trovare nelle «catene per il Vangelo» la forza della testimonianza cristiana. Tutto ormai è affidato a Dio, in Cristo Ge­sù: sia che accada una condanna a morte, sia che egli possa continuare a vivere, Paolo è unito profondamente a Cristo (Fil 1,21). L'insegnamento è chiaro: l'esistenza di un credente si comprende solo nella scelta cristologica. La morte è ritenuta una «glorificazione», così anche il continuare a restare nella vita per il bene della Chiesa (cf. Fil 1,20.24).

In questo sviluppo esortativo si colloca il noto inno cristologico, con cui l'Apostolo invita i Filip­pesi ad avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf. Fil 2,5). La mirabile composizione innica di Fil 2,6-11 descrive l'abbassamento del Figlio di Dio (vv. 6-9) fino alla morte di croce e la sua «superesaltazione» nella gloria di Dio Padre (vv. 10-11). Tutto il mistero della salvezza è racchiuso nella preziosità dei termini e dei movimenti di questo testo-chiave della teologia neotestamentaria. I Filippesi devono cercare di interpretare il difficile tempo presente, vivendo come «cittadini degni del Vangelo» in attesa del «giorno di Cristo» (Fil 2,16). La sottolineatura escatologica ritorna nella testimonianza biografica dell' Apostolo, che si definisce un uomo in corsa per «conquistare il premio»(cf. Fil 3,12-15) e nella conferma dell'attesa del «salvatore» che «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21). Rimanere saldi nella fede cristologica è l'invito rivolto ai cristiani di Filippi, perché la loro testimonianza sia nota «in tutta la terra» (Fil 4,5).  

b) la prospettiva ecclesiologica

Un secondo aspetto associato al motivo cristologico è costituito dall'identità della Chiesa e dalla sua situazione di sofferenza. L'Apostolo aveva avuto notizie dei problemi di divisioni che laceravano il tessuto comunitario (cf. Fil 2,2-4; 4,2-3) per via di alcuni oppositori, da cui lo stesso Paolo mette in guardia. Si tratta di gruppi diversificati: in Fil 3,2.18 allude a elementi giudaici, mentre in Fil 1,14- 15 a singoli predicatori che tendevano a mettere in cattiva luce la figura dell' Apostolo prigioniero. Il pathos della lettera fa emergere uno straordinario amore nei riguardi della comunità macedone, che diventa una vera lezione di stile ecclesiale. La prospettiva cristologica non verte tanto sulla riflessione teorica intorno alla natura ecclesiale, quanto sulla ricchezza e sulla forza dell'esortazione al «sentire unanime» (to auto phronein). La Chiesa è esperienza di comunione e di fraternità: occorre superare le divisioni e le rivalità. Per questo Paolo vuole «rimanere in vita», per continuare ad essere di aiuto a tutti (cf. Fil 1,25). La responsabilità di costruire la comunità è affidata a ciascun credente, il quale è chiamato a condividere gli stessi sentimenti e a cercare il bene comune nell'unità del pensare (cf. Fil 2,4-5). In un contesto difficile come quello di Filippi, i cristiani sanno di comportarsi in modo irreprensibile e semplice, «senza mormorazioni e senza critiche, tenendo alta la Parola di vita» (Fil 2,14-16). Le figure che interagiscono nella dinamica ecclesiale si distinguono per l'amore solidale e la capacità di spendersi a favore degli altri: tali risultano essere i collaboratori quali Epafrodito, Timoteo, Evodia, Sintiche, Clemente. In Fil 4 l 'Apostolo sottolinea il motivo della «partecipazione comunitaria» come vincolo ecclesiale. Egli sprona i credenti alla preghiera e alla partecipazione attiva per favorire il progresso di tutta la comunità.  

c) la prospettiva spirituale

Un ultimo aspetto da evidenziare è dato dalla profondità umana e spirituale con la quale l'Apostolo comunica i propri sentimenti ai Filippesi. Pur essendo in una situazione di prigionia, lontano dalla comunità e consapevole delle difficoltà che la Chiesa sta attraversando, Paolo rivela un animo sereno ed equilibrato. Egli vive un'unione così profonda con Cristo, fino ad affermare: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). Nel dialogo a distanza (Fil 2,12) l'Apostolo rincuora i cristiani e si fa sentire vicino alle loro difficoltà. Nella città di Filippi i credenti devono vivere come «cittadini del Vangelo» e non lasciarsi intimidire dagli avversari: Paolo è di esempio per tutti (Fil 1,30). Spicca nella Lettera la delicatezza spirituale con la quale l'Apostolo incoraggia i suoi collaboratori, ne esalta l'impegno, condividendo la fatica del servizio alla Chiesa. In modo particolare una lezione spirituale si registra nel discorso autobiografico di Fil 3, in cui egli presenta la sua vita e il cammino fatto in vista di Cristo (13). Paolo non si sente un uomo arrivato: la sublimità della conoscenza di Cristo lo ha spinto a lasciare ogni cosa e a correre verso la meta per arrivare al premio (Fil 3,14). Egli sperimenta la provvisorietà del momento presente e vive nella speranza del compimento del progetto di Dio sul proprio destino. L'azione della grazia ha reso Paolo un uomo pienamente rinnovato interiormente, in attesa dell'incontro finale con Cristo. Agli occhi dei Filippesi Paolo si presenta con una straordinaria statura spirituale che gli consente di esercitare la sua paternità anche stando «in catene» e vivendo lontano dai cristiani di Filippi.  

Conclusione  

Il percorso proposto ci aiuta a cogliere l'indole di questa singolare lettera di Paolo e il suo messaggio «vocazionale». Le suggestive immagini antitetiche e la forza dei sentimenti espressi nel dialogo epistolare fanno trasparire la grandezza teologica dell'Apostolo e la sua ricchezza spirituale. L'esistenza cristiana è considerata come un grande viaggio vocazionale, una chiamata al cammino verso la mèta: Gesù Cristo. Tutto ruota intorno al centro cristologico dell'annuncio e della testimonianza paolina, vissuta con parresia (cf. Fil 1,20). La persona dell' Apostolo in catene diventa un «magistero» vivente per i cristiani di Filippi e per la Chiesa intera. Paolo insegna con la vita la speranza che si compie mediante il «grande viaggio» della Parola, di cui egli è stato costituito messaggero. La forza delle esortazioni rivolte ai cristiani di Filippi e la «gioia» che traspare nel dialogo epistolare non possono lasciare indifferente il lettore, ma lo coinvolgono in un processo di configurazione al mistero di Cristo. È questo il modo più efficace per entrare nel vivo della lettera ed accogliere con la mente e il cuore la sua radicale proposta.  

 

 NOTE

[1] Per un approfondimento della figura di Paolo nella prospettiva vocazionale, cf. R. PENNA, «Paolo», in, Dizionario Biblico della Vocazione, a cura di G. DE VIRGILIO, Editrice Rogate, Roma 2007,657-661.

[2] G. BARBAGLIO, «Alla comunità di Filippi», in Le lettere di Paolo, II, Boria, Roma 1980,533.

[3] Cf. G.F. HAWTHORNE, «Lettera ai Filippesi» in Diziona­rio di Paolo e delle sue lettere, a cura di G.F. HAWTHORNE, R.P. MARTIN, D.G. REm, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999,633.

[4] Cf. P. T. O'BRIEN, «Casa imperiale, casa di Cesare», in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, 194-196; R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone (SOC II), Dehoniane, Bologna 2000, 12-17.

[5] Per una ricostruzione della situazione ecclesiale a Filip­pi, cf. G. BARBAGLIO, La Teologia di Paolo. Abbozzi informa epistolare, Dehoniane, Bologna 1999, 314-318.

[6] Per la descrizione degli avvenimenti e la loro contestualizzazione storica, cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 18-19.

[7] Cf. J. HERIBAN, Retto Phronein e Kenosis. Studio esege­tico su Fil 2,5.6-11 (Biblioteca di Scienze Religiose 51), Roma 1983; IDEM, «Per me vivere è Cristo», Parola Spirito Vita 5 (1982),203-223.

[8] Cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 35-40.

[9] Idem,27.

[10] Cf. Idem, 24-25.

[11] Delle 23 ricorrenze del verbo phronein in Paolo, quasi la metà è attestata nella nostra lettera.

[12] Cf. R. FABRIS, Lettera ai Filippesi. Lettera a Filemone, 30-31.

[13] Cf. G. BARBAGLIO, La teologia di Paolo. Abbozzi in forma epistolare, 366-379.