PICCOLI GRANDI LIBRI  CLAUDIO DOGLIO 
Lettera ai Filippesi

Introduzione

1. Saluto e preghiera iniziale (1,1-11) 7. Paolo ricorda il suo passato (3,1-9)
2. Una vita per il vangelo (1,12-21) 8. Un uomo conquistato da Cristo (3,10-15)
3. Per me vivere è Cristo (1,22-30) 9. Istinto religioso e fede cristiana (3,16-21)
4. L’inno cristologico (2,1-11) 10. Perseveranza nella gioia (4,1-7)
5. Testimoni della perfezione (2,12-18) 11. Tutto posso in Cristo (4,8-13)
6. Gli esempi di due discepoli (2,19-30) 12. Sacrificio di soave odore (4,14-23)

 

Introduz ione

Terminato il concilio di Gerusalemme con l’approvazione della predicazione paolina, Paolo e Barnaba tornano ad Antiochia nell’autunno del 49, ma hanno un solo desiderio: ripartire in missione. Barnaba in compagnia di Giovanni Marco riparte per Cipro, mentre Paolo prende con sé Sila e ritorna a visitare le chiese della Galazia; a Listra incontra Timoteo e lo prende con sé. Giunti a Troade si unisce a loro anche Luca, il narratore stesso degli Atti, il quale – per mostrare come le scelte pastorali dei missionari siano progettate e rette da Dio stesso – narra di una visione: «Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: "Passa in Macedonia e aiutaci!". Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la

Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore» (At 16,9-10). Da questo momento il racconto di Luca, testimone oculare dei fatti che narra, diventa simile a un diario di viaggio: «Salpati da Troade, facemmo vela verso Samotracia e il giorno dopo verso Neapoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni» (At 16,11-12).

All’inizio dell’anno 50, sbarcando nel porto di Neapoli, l’attuale Kavala, il gruppo paolino per la prima volta mette piede sul continente europeo e fonda a Filippi la prima comunità cristiana europea.  

Paolo nella città di Filippi

Filippi era una rinomata città della Macedonia ai confini con la Tracia e doveva il suo nome a Filippo II, padre di Alessandro Magno; al tempo delle guerre civili romane vi affluirono più volte contingenti di veterani in veste di coloni. Dall’imperatore Augusto ebbe il titolo di «Colonia Iulia Augusta Philippensis» e il privilegio dello «ius italicum», cioè esenzione dalle tasse, indipendenza rispetto al governatore della provincia, pieno dominio sui fondi. L’amministrazione della città era modellata su quella di Roma. La popolazione era formata dagli indigeni e soprattutto dai veterani che vi avevano importato propri usi, costumi e linguaggio. Gli Ebrei dovevano essere una esigua minoranza, dal momento che, secondo il racconto degli Atti non esisteva in città una sinagoga (cfr. At 16,13).

Paolo incontra l’esigua comunità giudaica di Filippi lungo il fiume, luogo abituale del culto sabbatico laddove manchi un edificio sinagogale: alla preghiera partecipano solo donne. Ad esse Paolo si rivolge, secondo lo schema che ha ormai affinato in diversi anni di predicazione ai giudei. Una signora di nome Lidia, originaria di Tiatira e ricca commerciante di porpora, accoglie la predicazione dell’apostolo, lo accoglie nella sua casa insieme ai suoi discepoli e si fa battezzare con tutta la sua famiglia. In casa di Lidia nasce la comunità cristiana di Filippi.

Il soggiorno di Paolo nella città si protrae per un tempo che Luca non precisa; un’azione miracolosa dell’apostolo fa però precipitare la situazione. Egli libera una giovane schiava posseduta da un demonio che le dava capacità divinatorie: grazie all’intervento di Paolo la ragazza riacquista la propria dignità personale, ma i suoi padroni perdono il guadagno che la schiava procurava loro come fenomeno da baraccone. E quando gli uomini sono toccati nei loro interessi economici reagiscono fieramente, magari avanzando princìpi sociali e politici: è ciò che fanno, infatti, questi uomini di Filippi. «Ma vedendo i padroni che era partita anche la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città; presentandoli ai magistrati, dissero: "Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare"» (At 16,19-21). Le accuse mosse contro Paolo sono di natura politica: la città molto romanizzata vede negli stranieri dei potenziali pericoli e li accusa genericamentedi essere anti-romani. La colpa di Paolo, in questo caso, è quella di essere un giudeo.

I magistrati, senza indagine né processo, fanno bastonare i due accusati e li gettano in prigione. Nella notte essi vengono prodigiosamente liberati e riescono pure ad evangelizzare il carceriere che si fa battezzare con tutta la sua famiglia. Al mattino Paolo adopera tutta la sua autorità: fa valere il suo diritto di cittadino romano e incute timore ai magistrati che lo avevano condannato così alla leggera. «All’udire che erano cittadini romani, si spaventarono; vennero e si scusarono con loro; poi li fecero uscire e li pregarono di partire dalla città» (At 16,38-39). Per la prima volta Paolo si scontra con l’autorità romana; ne esce a testa alta, ma si accorge che l’opposizione al Vangelo assume nuove forme, sempre più pericolose.

Usciti dalla prigione, Paolo e i suoi compagni radunano la comunità cristiana in casa di Lidia e, dopo un discorso di esortazione, si salutano e partono. Sembra tuttavia che Luca resti a Filippi, giacché il racconto seguente prosegue in terza persona.  

Paolo scrive ai cristiani di Filippi  

Lasciata Filippi, Paolo si reca a Berea, poi ad Atene e infine a Corinto, dove rimane per un anno e mezzo. Quindi ritorna alla chiesa madre di Antiochia. Verso il 54 riparte alla volta di Efeso e in questa grande città si ferma per ben tre anni, fino alla primavera del 57.

Durante questi anni del soggiorno efesino Paolo ha tenuto stretti contatti con le comunità cristiane da lui fondate. In primo luogo con Corinto, che gli dato in quegli anni molti e seri problemi: da Efeso Paolo scrive le lettere ai Corinti con toni e scopi molto diversi nel giro di pochi mesi. Anche le comunità di Galazia sono in crisi: predicatori giudaizzanti hanno indotto i cristiani di quelle comunità a ritornare alla legge di Mosè: la notizia fa infuriare Paolo, che non esita a scrivere ai Galati una lettera di fuoco. Anche ai Filippesi, probabilmente, l’apostolo scrive in questo periodo efesino.

La Lettera ai Filippesi viene tradizionalmente considerata una «Lettera della prigionia», insieme ad Efesini, Colossesi e Filemone. Eppure se ne differenzia per molti aspetti. Ciò che la accomuna alle altre lettere è il fatto che l’autore, più volte, fa riferimento alla sua situazione di prigioniero; ma si può immaginare, con buoni motivi, che si tratti di due prigionie diverse. Mentre per le altre tre lettere è facile ambientarle durante il periodo della detenzione romana, negli anni 61-62, la Lettera ai Filippesi sembra piuttosto risalire al difficile momento di Efeso, quando l’apostolo affronta una tribolazione mortale (cfr. 1Cor 1,8-9).

I motivi che fanno propendere per la prigionia di Efeso sono numerosi. Dalla lettera stessa risulta che Paolo non è più stato a Filippi dal tempo dell’evangelizzazione: invece  negli anni 57-58 l’apostolo passa per Filippi almeno due volte; quindi deve aver composto la lettera prima di quella data. I frequenti contatti fra Paolo e i Filippesi a cui si fa riferimento nella lettera richiedono una certa vicinanza: Roma è troppo lontana, mentre Efeso è molto più vicina a Filippi. Corrisponde proprio a questo periodo il desiderio di Paolo di andare nuovamente in Macedonia (cfr. Fil 2,24; 1Cor 16,8) e la missione affidata a Timoteo per la Macedonia regione in cui si trova Filippi (cfr. Fil 2,19; 2Cor 1,1). Una obiezione potrebbe nascere dal fatto che Paolo, all’inizio, accenna al pretorio (Fil 1,13) e nel finale manda ai Filippesi i saluti anche da parte di quelli della «casa di Cesare» (Fil 4,22): ma i due termini non sono esclusivi per Roma; ad Efeso, infatti c’era un tribunale proconsolare e quindi c’era anche un pretorio; e tutti gli ufficiali imperiali, ovunque si trovassero, costituivano la «casa di Cesare».

Possiamo dunque concludere che la Lettera ai Filippesi è stata scritta da Paolo ad Efeso verso l’anno 56, durante il difficile momento della persecuzione.  

Una intensa relazione di amicizia  

Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi aveva chiesto che le sue lettere fossero lette a tutti i fratelli: poiché Filippi apparteneva alla provincia di Macedonia, di cui Tessalonica era la capitale, è certo che le lettere a loro inviate siano state lette anche a Filippi. Ma i Filippesi stessi erano rimasti in stretto contatto con Paolo. Durante il suo primo soggiorno a Tessalonica, la comunità, sempre animata da Lidia, la commerciante di porpora, la prima convertita di Paolo, gli aveva per due volte inviato degli aiuti in

denaro (Fil 4,16). Paolo aveva lasciato la Macedonia per l’Acaia, ma i Filippesi avevano continuato ad aiutarlo. Tra Paolo e loro si era stabilita «un conto di dare e avere» (Fil 4,15), una specie di accordo per cui i Filippesi si erano impegnati a farsi carico del mantenimento dell’Apostolo, ricevendo in cambio le sue preghiere. Anche a Corinto, trovandosi Paolo nel bisogno, sono stati dei fratelli venuti dalla Macedonia a provvedere alle sue necessità (cfr. 2Cor 11,9).

Dietro questa situazione molto particolare e unica nella vita di Paolo, si sente una relazione di grande amicizia con la comunità e la persona stessa di Lidia. Da lei Paolo ha accettato quello che non ha mai voluto ricevere da nessun altro. Era già un’anticipazione della colletta per i fratelli di Gerusalemme, che più tardi occuperà l’Apostolo e che sarà un contributo finanziario in cambio di beni spirituali.

Quando, nel corso del suo terzo viaggio missionario, Paolo giunge a Efeso, i Filippesi trovano il modo di riallacciare con lui quel legame di carità e gli inviano un regalo per le mani di Epafrodito, che si ferma ad Efeso per aiutare e assistere l’apostolo. Paolo gioisce per il loro interessamento ed è contento dell’aiuto che gli offre Epafrodito: ma, fra le molte difficoltà di questo periodo si aggiunge anche una grave malattie che colpisce questo collaborare di Filippi. È andato vicino alla morte, ma poi si è ripreso (cfr. Fil 2,25-30): in questo momento, con l’animo pieno di gioia e di riconoscenza, Paolo scrive la lettera ai Filippesi. Li ringrazia per la loro generosità e rimanda a casa Epafrodito, latore della lettera, in cui l’apostolo informa sulla propria sorte e lascia trapelare il vivo desiderio che il Vangelo «cresca», insieme alla paterna preoccupazione di proteggere la comunità dalle minacce di errore ed eresia. Nessun contenzioso c’era tra loro. Paolo non deve neppure rivendicare il suo titolo di Apostolo: scrive loro presentando se stesso e Timoteo come servitori di Cristo Gesù e si rivolge a loro come a «tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi».  

La struttura della lettera

La Lettera ai Filippesi si sviluppa in tono familiare senza uno schema preciso: si susseguono e si intrecciano in bella armonia le notizie, i ricordi e i ringraziamenti, gli insegnamenti e le raccomandazioni. Più che uno schema, propongo l’indice del contenuto della Lettera:  

1, 1-2 Indirizzo

3-6 Preghiera di ringraziamento per il buono stato della comunità

7-11 Lo stretto legame fra Paolo e la comunità

12-24 La situazione di Paolo in prigionia e progresso del vangelo

25-26 Speranza di un prossimo incontro

27-30 I compiti della comunità: lotta comune per la fede

2, 1-5 Esortazione alla concordia e alla stima reciproca

6-11 INNO A CRISTO

12-18 comune sollecitudine per la salvezza

19-24 progetti di missione per Timoteo

25-30 il ritorno di Epafrodito

3, 1-4a raccomandazione a guardarsi dai "cani"

4b-7 i vanti di Paolo nel passato

8-21 l’esempio dell’apostolo

4, 1-7 Raccomandazioni ai collaboratori e alla comunità

8-9 Conclusivo invito a cercare tutto ciò che è buono

10-20 Ringraziamento per l’aiuto finanziario

21-23 Saluti e benedizione

  Noi dunque ci mettiamo in ascolto della parola di Dio leggendo la lettera che San Paolo ha scritto ai Filippesi, per ringraziare i cristiani di quella città che lo avevano aiutato durante quel momento di grave necessità.

San Paolo, mentre scrive queste parole è in prigione e ha addirittura ricevuto la condanna a morte, che poi non verrà eseguita; per intervento di qualcuno verrà infatti rilasciato e potrà continuare a vivere. Nel momento in cui scrive si trova in una situazione di grandissima difficoltà, di angoscia, ed è importante notare come, invece, questa lettera sia piena di gioia e di insistenza sulla contentezza. Scrive quindi queste parole in un momento di difficoltà.

È facile essere contenti quando tutto va bene, quando c’è la salute, quando si fanno lavori che piacciono, quando le persone con cui viviamo sono simpatiche; in quelle situazioni della vita sembra tutto bello. La gioia autentica si sperimenta invece quando le cose non vanno bene. Proprio nell’angoscia, nella prigione, nella difficoltà, Paolo – autentico cristiano – sa riconoscere la presenza di Dio e vive questa consolazione che il Signore gli offre.