Poesie di Dio
Itinerario spirituale nel Novecento italiano
A cura di Enzo Bianchi
Einaudi 1999  

Introduzione  

Io ascolto, tra i [critici] non professionisti, ogni grande poeta e ogni grande uomo, meglio se tutti e due in uno...

Chi ascolto ancora? Presto ascolto ad ogni grande voce, a chiunque appartenga. Se delle mie poesie mi parla un vecchio rabbino reso saggio dal sangue, dall'età e dai profeti, io sto ad ascoltarlo. Ama la poesia? Non lo so. Forse non ne ha mai letta. Ma ama (sa) tutto ciò da dove viene la poesia, le fonti della vita e dell'essere. È saggio, e la sua saggezza basta e avanza per me, per i miei versi.

Presto ascolto al rabbino, presto ascolto a Romain Rolland, presto ascolto a un bambino di sette anni - a tutto ciò che è saggezza e natura...

Chi ascolto ancora, oltre la voce della natura e della saggezza? La voce di tutti i mastri e maestri.

Quando recito una poesia sul mare e un marinaio che non capisce nulla di poesia mi corregge, io gli sono riconoscente. Lo stesso con il guardaboschi, il fabbro, il muratore. Ogni cosa che mi viene donata dal mondo esterno mi è preziosa, poiché in quel mondo io sono una nullità. Ma quel mondo mi è necessario ogni ora, ogni minuto. (1)  

Così Marina Cvetaeva spiegava nel 1926 da chi il poeta accetta di essere interpellato, contraddetto, e persino giudicato.

Forse un monaco non è di per sé nessuna delle figure elencate dalla grande poetessa russa; egli è al più, o aspira a diventare, un esperto di ascolto e di umanità. Forse è simile al vecchio rabbino che ama e ricerca le fonti della vita e dell'essere, quelle medesime sorgenti da cui sgorga la vera poesia. Ecco allora che anch'io mi accosto al campo della poesia, amato da chiunque abbia il gusto della profondità e del misterioso incontro fra parola e silenzio, per provare a offrire alcune risonanze di ciò che la poesia ha detto a me e a molti della mia generazione, al termine di un secolo tanto travagliato quanto straordinario.

Non essendo poeta, ma anelando come tutti gli appassionati di letteratura a condividere insieme agli altri tutto ciò che dai poeti ho ricevuto, mi limito a riproporre nella loro stessa forma i versi ascoltati, conscio che un primo gradino della creatività letteraria ­ come ricorda Hofmannsthal - e il solo al quale mi sento di poter accedere è la possibilità di accostare le poesie di chi poeta lo è o lo è stato per davvero.

Ma accostare significa già interpretare, e dunque non posso esimermi dal dare ragione di questa singolare antologia: Poesie di Dio. Itinerario spirituale nel Novecento italiano.  

Esiste un Novecento italiano?  

La prima domanda che legittimamente potrebbe sorgere nel lettore più competente riguardo alla storia e all'evoluzione dei canoni lirici è appunto: esiste una poesia del Novecento, in particolare una poesia italiana del Novecento?

L'epoca moderna è stata caratterizzata da una notevole osmosi culturale, capace di creare mondi e ambiti letterari non ascrivibili tout court a una singola area linguistica o a un singolo paese. Tuttavia, a uno sguardo più attento, è in qualche misura inevitabile che ogni mondo linguistico - pur custodendo al suo interno infinite varietà di intonazione e di registro - finisca per dar vita a una langue poetica specifica e che la storia dei canoni lirici, come provano le diverse antologie e gli studi pubblicati anche nel nostro paese negli ultimi trent'anni (2), lasci sempre trasparire filoni ben precisi, identificabili con altrettanto precisi ambienti culturali e linguistici.

Da qui il restringimento, con rarissime eccezioni, alla sola poesia in lingua italiana, che si è imposto in modo abbastanza chiaro man mano che riflettevo su come organizzare una raccolta di testi poetici a carattere religioso che fosse attraversata da un filo rosso eloquente per il lettore odierno. Senza poi dimenticare il fatto che una panoramica sulla poesia nelle diverse lingue (anche limitata a quelle europee) avrebbe richiesto un'intera équipe di traduttori competenti e sensibili al registro poetico, e non il semplice lavoro di un isolato ascoltatore della voce dei poeti.

Certo, non tutto è stato risolto con questa prima scelta. Se infatti i più concordano nel fare iniziare la poesia italiana del Novecento dopo Pascoli e D'Annunzio, è tutt'altro che scontata la presenza di un unico canone lirico che attraverserebbe un intero secolo di produzione poetica nel nostro paese. Recenti studi e pubblicazioni paiono anzi indicare un vero spartiacque tra «Novecento» e «secondo Novecento» nell'epoca del secondo dopoguerra: l'uscita, tre anni or sono nei Meridiani Mondadori, dell'antologia Poeti italiani del secondo Novecento (3) è in questo senso un contributo pre­ziosissimo alla ricerca letteraria.  

Tuttavia, se è vero che in generale è più corretto identificare - come fa Giovanardi - un primo canone lirico che abbracci la produzione letteraria dal postromanticismo sino all'ermetismo, e un secondo sorto con le officine degli anni Cinquanta e non ancora giunto al suo apogeo, è altrettanto vero che anche negli ultimi cinquant'anni non sono mancati, soprattutto nel filone della poesia religiosa in senso stretto, eredi e continuatori del primo canone, cosi come hanno cominciato ad affermarsi autori che hanno saputo far tesoro dello spostamento verso l'oggetto, verso la realtà: sicuramente uno degli aspetti determinanti dei nuovi canoni poetici.

Al di là di questi filoni, vi è poi chi, ma è un caso straordinario, ha attraversato la storia poetica del nostro secolo sapendo attingere stimoli in ogni epoca, sino a offrire una produzione letteraria poliedrica e unica nel contempo, non etichettabile con il nome di questa o quella corrente. Parlo ovviamente di Mario Luzi, che più di ogni altro meritava di aprire con la sua «barca che dondola nella luce» il nostro viaggio attraverso l'incontro fra l'umano e il divino nel secolo che volge al termine.

Perché, ed è questa un'idea che tutto sommato lega fra di loro tante voci apparentemente cosi lontane e dissonanti, il Novecento è stato più che mai un secolo «religioso», di incontro e di scontro con il divino. E la poesia, come amava ripetere Ungaretti, «è testimonianza d'Iddio, anche quando essa è una bestemmia».

Sull'idea di poesia religiosa.  

A dispetto di quanto ho appena detto, uno sguardo superficiale potrebbe essere tentato di affermare il progressivo e inesorabile declino della poesia religiosa anche nella «cattolica» Italia. La tematica esplicitamente religiosa, e soprattutto quella cristiana, non sembrerebbe più dominante nelle opere dei grandi poeti e tra gli effetti della secolarizzazione si può annoverare anche una certa erosione del substrato religioso del nostro linguaggio quotidiano. Ma bisogna esaminare più in profondità la questione. E innegabile infatti che, dopo il forte soggettivismo lirico che ha caratterizzato l'epoca romantica e quelle immediatamente successive, l'asse della poesia è tornato a spostarsi dal soggetto all'oggetto, anche se ormai non più in direzione dell'antico «naturalismo religioso» che era stato l'humus più immediato di secoli e secoli di poesia - non a caso, una poesia legata attraverso il linguaggio del mito alla sfera del «sacro». Inoltre la disillusione ideologica cresciu­ta negli ultimi decenni ha indubbiamente reso arduo ogni tentativo di poesia impegnata, e quindi religiosa in quanto capace di re-ligare gli individui attraverso l'esplorazione di un possibile punto d'incontro collettivo nei meandri dell'animo umano, di un punto di partenza per nuovi progetti comuni di umanità. Per questo vi è stato chi ha ritenuto definitivamente tramontata la possibilità di fare poesia intesa come poiesis, come capacità di creare e di trasformare la realtà. Non va infine dimenticato che l'epoca postconciliare ha richiesto a tutti i credenti un notevole sforzo di adeguamento a mutati paradigmi religiosi, come indubbiamente sono stati quelli indicati dal Vaticano Il.

Detto questo, mi pare opportuno ribadire quanto affermavo in una recente antologia di poesie proposte per accompagnare la meditazione cristiana: «Un testo poetico è veramente religioso quando è veramente poetico» (4). Con questa affermazione un po' lapidaria non volevo far altro che ribadire ciò che i grandi studiosi del linguaggio poetico, Heidegger su tutti, hanno rilevato in questo secolo (5). La poesia autentica, quella in cui veramente il poeta è veicolo di un'ispirazione che in qualche misura lo trascende, pone il lettore di ogni tempo a contatto non solo della mera lettera di un testo o dell'esperienza personale di un autore, bensì di un mondo «spirituale» che ha qualcosa da dire a ogni tempo e a ogni lettore. Per questo il criterio più importante che ha orientato la mia scelta fra molte poesie di tema religioso è stato quello di privilegiare testi che fossero in primo luogo espressione di vera poesia (6).

«La poesia agisce secondo la sua necessaria dinamica, che è quella di distruggere la lettera per ripristinare ed espandere lo spirito» (7), ricorda Luzi. Ma è sempre il poeta fiorentino ad ammonire, poco oltre, che la religiosità di una lirica non è tale perché legata a una particolare religione codificata. I cultori del «secondo Rebora» mi perdoneranno, ma credo si avverta una ben maggiore forza religiosa nel Rebora precedente la conversione che in quello più marcatamente «cristiano».

Perché religioso è ciò che aiuta a procedere in profondità nella nostra ricerca esistenziale; ed è nella profondità che si ritrova anche l'orizzontalità dell' esistenza, l'incontro con l'altro, sia che tale incontro avvenga attraverso il riconoscimento di una sorta di «inconscio collettivo» (Jung), sia che lo si voglia definire attraverso l'immagine di una «comunità degli animi» (Viviani).

Il poeta è colui che ha incontrato queste profondità dell' essere - in cui ha origine la comunione di una nuova umanità e che alcuni definiscono «sacrali» - sebbene ancora troppa sia la confusione che si fa tra le categorie di sacro e di santo nel nostro tempo. E il «sacro», come ricordava Rudolf Otto, è un fardello difficile da portare: conduce l'uomo all'estasi, all'uscita da se stesso, ma può anche condannarlo al tormento. Non è un caso che alcuni dei più grandi poeti del nostro secolo, su tutti Georg Trakl e Paul Celan, non abbiano retto di fronte allo scarto fra la grandezza della loro ispirazione e la presa d'atto della miseria umana. Eppure anch'essi, con la tragicità della loro vita e della loro morte, ci hanno detto al pari di altri e forse più di altri che la poesia è Richtung, «direzione» (8), indicazione di libertà e di vita, anche quando della vita il poeta non è più in grado di reggere il peso. Perché il poeta è anzitutto un testimone della libertà radicale dell'uomo, dove radicale non significa assoluta, bensì dimorante nelle profondità più misteriose dell'intimo umano, nelle quali ha origine la capacità di pensare la vita e il suo opposto. Dove possono compiersi scelte più autentiche, ma anche insorgere i dubbi più insostenibili.

Il poeta è testimone di conoscenze profonde, che suonano arcane al mero esercizio della ragione: egli rivela e trasmette una sapienza avvolta nel silenzio. Forse anche per questo non pochi hanno indicato una si­militudine fra l'esperienza dell'ispirazione profetica o mistica (9) e quella del poeta. Il profeta riceve tra le mani e sulle labbra un messaggio sconvolgente con il quale convivere, il che spesso non sarà facile, come testimoniano ad esempio i profeti protagonisti delle Scritture ebraiche. Al poeta, come al profeta, è richiesto un atto di obbedienza e di sottomissione, mediante il quale «egli si fa tramite di un'energia che vuole diventare lingua storica, poesia appunto, linguaggio efficace nella storia» (10).

Il vero poeta è un uomo che sa di doversi mantenere costantemente piccolo perché la sorpresa di fronte alle alterità che abitano in lui o nel mondo circostante continuamente lo coglie, lo ferisce, lo umilia. Per questo egli è davvero un «tramontante», come lo definiva Heidegger: uno che anche dietro a sé, al di là del proprio stesso eros (è il caso di Alda Merini), lascia trasparire un universo che lo interroga e con il quale egli condivide l'attesa di senso che appartiene a ogni essere umano.

L'Occidente ha più che mai bisogno di profeti e di poeti, di uomini che sappiano custodire in se stessi il dialogo con ogni alterità, senza inondare gli altri né con il proprio io ormai sordo a ogni voce «altra», né con l'idolo di certezze immutabili da esibire contro chi, come noi, è in viaggio sulla barca luziana che «dondola nella luce ove il cielo s'inarca e tocca il mare», e non sa (o non vuole) smettere di aspettare il futuro.  

Il dramma religioso del Novecento.  

Abbozzate alcune precisazioni sui criteri della nostra scelta di testi «religiosi», è necessario dire qualcosa sull'itinerario che si delinea in questa raccolta, e che va dal tema della distanza a quello della pace. Esso si sviluppa a partire da una constatazione e tende a un augurio, pili che a una certezza.

Pili che fornire rigorose chiavi logiche, non consone a un «poema di poemi» quale aspira a essere questa antologia, vorrei gettare un po' di luce su una trama che, spero, risulterà sufficientemente intelligibile allettare (senza peraltro togliergli il gusto e il compito di farsi a sua, volta ascoltatore e interprete dei testi).

E indubbio che il nostro secolo si apre sul grido di Nietzsche: «Dio è morto». E morto lo è veramente quel Dio immobile, da cercare nell'alto dei cieli, attraverso un innalzamento sempre insufficiente a colmare la distanza da una Perfezione del tutto aliena all'uomo e ai suoi dilemmi pili profondi. L'uomo moderno, e con esso il poeta, ha preso congedo da un'immagine di Dio forse troppo simile a un idolo, il pili insidioso che la mente umana abbia creato.

L'esperienza del distacco, della distanza (che può diventare nostalgia, come in effetti accade in tutti coloro che restano aperti alla sorpresa inesauribile del vivere), è forse la cifra essenziale di un'umanità che ha veduto consumarsi in questo secolo, dopo il proprio allontanamento dal divino, anche la propria estraniazione dall'umano.

Se rimango convinto che la fuga dall' angoscia non sia sufficiente a plasmare un'autentica e duratura esperienza spirituale, è tuttavia vero che al posto di quel Dio impassibile e un po' sordo, inesorabilmente perduto con l'avanzare impetuoso del mondo moderno, ha iniziato a far capolino nella letteratura novecentesca in modo sempre pili tangibile un Dio disceso sulla terra, umiliato accanto agli umiliati, capace di rispondere al grido di dolore che si alza da un'umanità sempre più sfigurata e abbandonata.

Risale a venticinque anni fa il bellissimo libro L’humilité de Dieu di François Varillon (11), che invitava a scoprire l'altro volto del divino, quello troppo a lungo ignorato o trascurato dalla stessa teologia, quando ancora non era tornata in tutte le confessioni cristiane la theologia crucis d'ispirazione paolina. Dai romanzi di Bernanos alle poesie di Ungaretti, è l'immagine di un Dio che si dà pena per l'uomo, che soffre, lotta, geme accanto alle lacerazioni di ogni vivente, a emergere progressivamente come immagine autentica (e profondamente evangelica) del divino a cui l'angosciata dispe­razione dell'umanità si rivolge.

La ricerca del divino che attraversa la letteratura italiana in questo secolo, allora, è un quaerere Deum che ha mutato prospettiva, in cui lo sguardo non è più te­so a un irraggiungibile cielo, bensì a quell' abisso che si è toccato e di cui si è forse raschiato il fondo. E in tale abisso che la santità di Dio ha preso dimora, anche nella testimonianza della poesia.

E se nuova è per vari aspetti l'immagine di Dio che si profila al crepuscolo del secondo millennio, nuova è anche la bellezza dell'incontro fra l'uomo e l'ungarettiano «astro incarnato nell'umane tenebre». La bellezza della poesia contemporanea emana da un dolore che il divino assorbe silenziosamente, dai toni chiaroscurali di una tenebra «più che luminosa» (12) che lascia intravedere, a volte anche solo in lontananza, la possibilità di nuovi modi di pensare e di dialogare con un cielo che si è fatto terra.

Certo, l'uomo vive nella storia, porta su di sé il peso del tempo trascorso e la memoria delle sconfitte e delle delusioni patite. Il dramma religioso è ormai abitato dalla conflittualità di chi non ha più un'innocenza alle spalle, e il cui orizzonte non è neppure popolato di certezze. L’incontro è anche scontro, perenne lotta di Giacobbe con l'angelo. Ma è scontro in cui è possibile, proprio perché con l'innocenza è andata perduta anche l'ingenuità che aveva caratterizzato una certa letteratura devozionale in epoca moderna, aprirsi a inattesi orizzonti di speranza, grazie alla riscoperta di quell'«altro amore» che invoca nelle sue poesie Donata Doni; è da tale amore, che è piuttosto un amore «altro», diverso da quello che l'uomo sognava di poter esprimere o costruire da solo, è da tale amore capace di raggiungerci anche attraverso l'ispirazione poetica, che l'uomo può attingere un balsamo capace di lenire le piaghe della sua umanità lacerata e sfigurata.

Allora la speranza, l'augurio sussurrato dalle Poesie di Dio, è che anche attraverso la forza di una poesia tornata p6iesis, l'umanità possa ritrovare la via della pace, di una riconciliazione che nasca dalla pressoché infinita possibilità che ha l'animo umano di attingere alle energie di perdono e di misericordia che sono la vera traccia del divino, nell'esperienza profetica come in quella poetica.  

E Gesù Cristo?  

Forse qualcuno potrebbe legittimamente porsi un'ulteriore domanda: «E Gesù Cristo, in tutto questo, dov'è?»

Certo, nel Novecento italiano, bene o male interamente permeato dalla religiosità cristiana, egli torna spesso come cifra dell'incontro fra l'umano e il divino, anche nella parola poetica non strettamente «confessionale». Ed è indubbio che molti degli elementi emersi nell'analisi della religiosità della poesia novecentesca potrebbero spesso combinarsi con i tratti più evangelici della fede cristiana. In questo senso mi pare ben poco convincente l'equazione fra postmoderno e postcristiano che diversi cacciatori di slogan hanno formu­lato in anni recenti.

Mi sembra però eccessivo arrivare ad affermare, in base alle rinnovate possibilità di incontro fra poesia tout court ed esperienza di fede, che in fin dei conti l'anelito religioso emergente dalla poesia contemporanea finisca per incontrarsi in modo quasi naturale e ineluttabile con la domanda di Cristo: «Voi, chi dite che io sia ?», sino a far si che il nome stesso di Cristo divenga una vera e propria pietra d'inciampo per il poeta d'oggi (13).

La poesia è e rimane soprattutto appello alla libertà: può sempre far pensare, ma non lascia mai spazio alla cogenza propria di un'argomentazione razionale (14). Per questo essa indica una direzione, una possibilità di vita oltre quella morte che sembra insidiare inesorabilmente l'uomo. Essa è uno strumento - gratuito eppure in sostituibile - nell' eterna lotta contro gli idoli che tutti gli uomini, quale che sia il loro credo religioso, hanno interesse a rinnovare giorno dopo giorno. La poesia, ancora, è un dono prezioso per restaurare la pienezza di quella vita interiore (vita della mente, come la chiamava Hannah Arendt), senza la quale l'umanità si avvierebbe a quel processo di autodistruzione che nasce da un antiumanesimo integrale.

Cristiano è chi riconosce in Gesù di Nazareth l'euanghélion, la buona notizia, la Parola della vita. Poeta è chi riconosce l'esistenza in sé e al di là di sé di un'alterità che sola può condurre alla creazione di una nuova umanità.

Di più non si può dire. Accontentiamoci (e sarebbe già meraviglioso! ) di portare avanti, credenti e non credenti - e chi può dirsi completamente sull'una o sull'altra sponda? - la grande lotta contro l'idolatria, contro tutto ciò che impedisce all'uomo di essere veramente umano: aperto alla speranza e al cambiamento.

Il profeta cristiano e il poeta che s'inchina al dono della propria ispirazione appariranno gravidi di senso se accetteranno con umiltà e semplicità di vivere"e testimoniare nella compagnia degli uomini la sorgente a cui essi attingono la loro forza: la nostra umanità ha molto più bisogno di testimoni che di avvocati di una verità di cui al massimo possiamo aspirare a essere dei poveri mendicanti.  

ENZO BIANCHI

 

Nel raccogliere i versi che poi sono entrati a far parte di questa antologia, mi sono avvalso dell'aiuto prezioso di Riccardo Larini e anche di idee e suggerimenti provenienti da coloro con cui vivo, nonché da diversi amici con i quali condivido 1'amore per la poesia. Desidero ringraziare in particolar modo Giovanna Fozzer, Lo­renzo Gobbi, Massimo Morasso, Giovanni Occhipinti, Luigi Pozzoli, Franco Zallio e quanti, conoscendo l'importanza che riveste la poesia anche nella vita interiore di un monaco, mi hanno fatto dono in questi anni dei loro poemi. Senza tutti questi contributi, Poeti di Dio non avrebbe potuto prendere corpo né assumere que­sta forma.

 

 

 

NOTE

 

[1] M. Cvetaeva, Un poeta a proposito della critica, in Il poeta e il tempo, a cura di S. Vitale, Adelphi, Milano 1984, pp. 21-25.

[2] Si vedano in particolare G. Pozzi, La poesia italiana del Novecento da Cozzano agli ermetici, Einaudi, Torino 19707; P. Bigongiari, Poesia italiana del Novecento, 2 voli., il Saggiatore, Milano 1978 e 1980; Poeti italiani del Novecento, a cura di P. V. Mengaldo, Mondadori, Milano 1978 (I Me­ridiani); G. Debenedetti, Poesia italiana del Novecento. Quaderni inediti, Garzanti, Milano 1980; Poesia italiana del Novecento, a cura di E. Krumm e T. Rossi, Skira, Milano 1995. Mi limito a citare le opere di cui ho diretta conoscenza, ma in ciascuno di questi volumi è reperibile una bibliografia dettagliata e scientificamente attendibile sul Novecento poetico nel nostro paese.

[3] Poeti italiani del secondo Novecento. 1945- 1995, a cura di M. Cucchi e S. Giovanardi, Mondadori, Milano 1996. Elemento peculiare di questo lavoro è l'introduzione di Stefano Giovanardi: una convincente ricostruzione dei rapporti fra produzione poetica e storia del nostro paese negli anni dal secondo dopoguerra ad oggi.

[4] Brucia, invisibile fiamma. Poesie per ogni tempo liturgico, a cura di E. Bianchi e R. Larini, Qiqajon, Bose 1998, p. 10.

[5] Cfr. in particolare M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia , Firenze 1968; Id., In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano 1973 (con­tenente un celebre saggio sulla poesia di Georg Trakl); nonché l'opera postuma del filosofo tedesco, i Beiträge zur Philosophie, non ancora editi in italiano, ma in cui fa capolino la nozione dei poeti come Zukünftigen o Untergehenden, ossia come «tramontanti».

[6] In questo non ho seguito il criterio della pura e semplice «ispirazione cristiana», adottato in altre antologie come quelle ottime curate da V. Volpini (La preghiera nella poesia italiana, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1969) o le più recenti di M. Uffreduzzi (Poeti italiani di ispirazione cristiana del No­vecento, Sabatelli, Savona-Genova 1979) e di S. Spartà (Poesia di ispirazio­ne cristiana 1860-1996, Rogate, Roma 1996).

[7] M. Luzi, Esperienza poetica ed esperienza religiosa, in Enciclopedia delle religioni, vol. IV, Vallecchi, Firenze 1972, coll. 1675-1676.

[8] Questa osservazione, oltremodo pertinente, assieme alla definizione heideggeriana del poeta come «tramontante», la devo all'intervento di Roberto Carifi al convegno di Borgomanero nel 1995, dedicato al rapporto tra poesia e sacro. Cfr. R. Carifi, I venturi dell'ultimo Dio, in AA.VV., La poe­sia e il sacro alla fine del secondo millennio, a cura di F. Degasperis e M. Mer­lin, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, p. 50.

[9] Cfr. A. J. Heschel, Il messaggio dei profeti, Borla, Roma 1981, soprat­tutto il cap. XI: Profezia e ispirazione poetica. Tra i poeti forse è Hölderlin il primo a riconoscere esplicitamente la questione, e le sue considerazioni sul rapporto fra il mistico e il poeta trovano echi in Rilke e dunque in Celan. Interessanti riflessioni sull'ispirazione sono offerte da Marco Guzzi in «Io è un altro»: l'esperienza spirituale nella poesia contemporanea, in AA. VV., La poesia e il sacro cit., pp. 33-48.

[10] M. Guzzi, «Io è un altro» cit., p. 39.

[11] Recentemente tradotto presso le Edizioni Qiqajon con il titolo L'umiltà di Dio, Bose 1999.

[12] È una celebre espressione della Teologia mistica dello Pseudo Dionigi l'Areopagita. Si veda l'edizione a cura si S. Lilla, Città Nuova, Roma 1986.

[13] È quanto suggerisce a guisa di conclusione Marco Guzzi in «Io è un altro».

[14] Ed è comunque dubbio, come ricordano Chaim Perelman e Lucie Olbrechts Tyteca nella bellissima ultima pagina del loro Trattato dell' argomentazione (Einaudi, Torino 1989), che sia possibile trovare una libertà autenticamente umana attraverso processi argomentativi segnati da cogenza o da arbitrarietà.