PICCOLI GRANDI LIBRI   Michel Quesnel
LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

EDIZIONI SAN PAOLO 2008
Titolo originale: La sagesse chrétienne. Un art de vivre
Traduzione di
Eleonora Bellini

Considerato che dobbiamo morire...

Sotto il segno del Figlio In relazione con l'Assolutamente Altro Nonostante la paura e i rimproveri
Elogio di Gesù Cristo
Elogio della Bibbia
Elogio della Chiesa
Elogio della preghiera
Elogio del silenzio
Elogio della solitudine
Elogio della fiducia
Elogio dell' errore
Elogio del perdono
Chiamati alla luce Tra un prima e un dopo Con i fratelli
Elogio della lucidità
Elogio della meraviglia
Elogio della discussione
Elogio della contemplazione
Elogio della memoria
Elogio della perseveranza
Elogio della fragilità
Elogio dell'amicizia
Elogio della compassione
In un mondo che cambia In carne ed ossa Senza drammatizzare
Elogio del cambiamento
Elogio del tempo che passa
Elogio dell'infanzia
Elogio del corpo
Elogio del desiderio
Elogio della bellezza
Elogio della tolleranza
Elogio dell'orgia
Elogio dell'umorismo
Edificare la terra Nel cuore delle culture CONCLUSIONE
Elogio dell'impegno
Elogio del lavoro
Elogio della ricchezza
Elogio del rito
Elogio dell'arte
Elogio della lettura
Elogio della libertà
     

 

INTRODUZIONE

Considerato che dobbiamo morire...

Non dobbiamo avere paura delle parole. Considerato che dobbiamo morire sarebbe stupido - sì, semplicemente, totalmente stupido - vivere come se la vita presente dovesse prolungarsi all'infinito.

Governare - si dice - è prevedere. Governare la propria vita significa prevedere che essa un giorno finirà, almeno nelle forme che conosciamo. Morire è l'unico avvenimento del nostro futuro del quale siamo certi. È così, semplicemente, così. La morte fa parte del programma. Che non è né allegro né triste.

Chi se ne rallegrasse sarebbe sadico o masochista, anche sospettabile di trarre piacere dalla tragedia o dalle sconfitte dell' esistenza, avido di ricondurre, ad ogni buon conto, i suoi contemporanei nei ranghi della consolazione a buon mercato nell'aldilà. Chi se ne rattrista si proietta troppo in fretta nel futuro, perché la morte non è necessariamente in arrivo in un batter d'occhio. Se tutto va bene, ci vengono donati lunghi anni per gustare la vita, per amare ed essere amati, per fare festa. E sarebbe stupido non approfittarne. A pensarci bene, allora, rattristarsi del dover morire è davvero ragionevole? La morte non porta forse in se stessa anche una dimensione di liberazione? Chi sarebbe felice di una vecchiaia che si prolungasse all'infinito?

Dobbiamo vivere, dunque, consapevoli di dover morire, noi e i nostri cari. Questo significa che ci saranno delle soglie da varcare, delle rotture da accettare. E che, nell'immediato, dobbiamo organizzare il nostro quotidiano tenendo conto del nulla da cui veniamo e dell'ignoto verso cui andiamo. Questo si definisce saggezza o anche arte di vivere: un invito che comprendiamo quando prendiamo coscienza della nostra fragilità; un bene che molti cercano e che non è privilegio di nessuno, ma che alcuni, poiché avvertono più di altri il piacere di scrivere, cercano di esprimere in parole.

Compatibile con tutte le convinzioni, la saggezza riceve da loro colore e vivacità. Esistono saggezze cristiane, saggezze buddiste, saggezze atee. In parte coincidono, non c'è dubbio, ma non si sovrappongono del tutto. La cosa peggiore sarebbe pensare che una fede religiosa non abbia nulla a che fare con la saggezza, come se il riferimento alla trascendenza la dispensasse.

Certo, san Paolo opponeva la sapienza degli uomini alla follia della Croce. Non esitava a mostrarsi severo di fronte alla saggezza totalmente umana alla quale aspiravano i Corinti. Esiste una ragione per diffidare dall' essere saggi? Egli stesso non esitò ad offrire ai suoi corrispondenti dei consigli che non sono nient' altro se non esortazioni alla saggezza. E potremmo dire lo stesso del profeta di Nazareth, che fu anche un saggio. Questa, almeno, è l'immagine che i vangeli danno di lui.

La saggezza che propongo qui è una saggezza cristiana, la mia, nutrita di Bibbia e di riflessioni sul mondo nel modo in cui mi s'impone e cerco di comprenderlo. Essa è contrassegnata dalla mia cultura, dalla mia età - già avanzata -, dalle mie attività ecclesiali ed universitarie, dal mio carattere, dai miei interessi.

È descritta in trentatre corti "elogi" raggruppati per tre, va da Gesù Cristo all'umorismo, passando per il silenzio, per la ricchezza, per l'orgia, per la compassione... li si può leggere come si vuole, indipendentemente gli uni dagli altri. Perché trentatre? È il numero degli anni vissuti da Gesù Cristo, secondo la tradizione. Non pratico la numerologia, ma non mi ripugna mettere in rilievo la simbologia dei numeri. Perché a tre per tre? Perché così si ottengono undici insiemi di tre capitoli. Undici è dodici meno uno, cifra simbolo di incompletezza; tre è la perfezione divina. Ora, la saggezza cristiana tiene conto di questa doppia dimensione della persona umana, imperfetta e limitata, ma destinata a raggiungere, mediante la santità, il Dio perfetto che la chiama.

Consapevolmente ho intitolato ogni capitolo: "Elogio di..." La parola elogio deriva dal latino elogium, derivante a sua volta dal greco eulogia, che significa "benedizione". Perché il fondamento del mio pensiero è che, nel suo complesso, vivere è una benedizione, cosa che non nega in alcun modo il tragico - amo molto, d'altra parte, il libro di Qohélet -, e che la saggezza mal si concilia con l'asprezza.

 

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

Elogio di Gesù Cristo

Una sola persona, nella storia umana, è apparsa di nuovo viva dopo essere morta pochissimo tempo prima, appartenendo già al mondo dell' aldilà: un profeta ebreo del I secolo della nostra era, chiamato Gesù. È resuscitato, non ritornando alla vita che aveva lasciato, così da dover morire di nuovo, ma vivendo un'altra forma di vita le cui caratteristiche oltrepassano le possibilità dell'immaginazione umana. Si può pensare che questa pretesa resurrezione non sia che una favola, una storia inventata da discepoli incapaci di rassegnarsi alla morte del loro maestro, tanto più per il fatto che questi era morto in un modo particolarmente tragico: crocifisso dall' autorità romana occupante - un supplizio riservato ai popolani e agli schiavi - in seguito alle pressioni di alcuni grandi sacerdoti di Gerusalemme. Ritenere che la resurrezione di Gesù sia una pura invenzione è un'ipotesi sostenibile; in ogni caso, non possiamo averne le prove. Ugualmente, non possiamo provare il contrario: la convinzione che Gesù sia risorto non è dell'ordine della ragione. Nessuna persona neutrale ha potuto verificare il fatto: quelle che lo hanno testimoniato poco tempo dopo la sua morte erano tutte, in un modo o nell'altro, legate a lui. La loro testimonianza può essere rifiutata come priva di obiettività.

Tuttavia la qualità di una convinzione non si misura soltanto in base alle prove che se ne possono dare; essa mostra il suo buon fondamento anche attraverso la sua fecondità. I cristiani non hanno la prova che Gesù sia risorto. Lo credono fermamente e costruiscono la propria esistenza su questa certezza. Si sforzano di vivere la propria fede e di prendere Gesù come maestro. Questo non significa che ce la facciano, perché l'obiettivo è particolarmente alto.

L'immagine di Gesù così come la tramandano i vangeli è quella di un profeta e di un saggio dalle qualità umane eccezionali. Profeta, annuncia l'imminenza del Regno di Dio nel cuore degli uomini e nella storia: un regno di giustizia e di pace la cui sola regola di vita è l'amore. Egli stesso dimostrò, attraverso l'esempio, che ciò era possibile. Taumaturgo attento a tutte le forme di miseria, messaggero di speranza per i poveri, accusatore dei ricchi e dei profittatori, appaga le aspirazioni profonde sia dei giusti che dei peccatori. Saggio tra i saggi d'Israele, dà fiducia alla libertà di ciascuno a tal punto da non imporre nulla. Chiama, suggerisce, esorta, illustra con esempi, utilizzando con abilità esemplare una specifica forma di breve racconto nel quale l'uditore è invitato a sentirsi coinvolto e grazie al quale può essere portato a trasformarsi: la parabola. Ispirarsi all'insegnamento e alla condotta di Gesù costituisce una completa arte di vivere.

L'espressione consacrata dall'uso spirituale è L'imitazione di Cristo. È anche il titolo di un'opera renana del XIV secolo i cui emuli furono notevoli. È opportuno tuttavia non confondere "imitazione" con "mimetismo". Oggi noi viviamo in condizioni assai diverse da quelle del vicino Oriente del I secolo; noi non siamo

Gesù Cristo; sarebbe illusorio e stupido pretendere di agire come egli ha agito cercando di scimmiottarlo. Imitare permette di prendere la distanza rispetto al modello. Gesù fu attento al poveri e ai piccoli; noi siamo invitati a fare altrettanto, ispirandoci al suo modo di essere. Gesù manifestò ai suoi contemporanei un amore senza limiti, fino ad accettare di morire per mano di coloro che rifiutavano questo amore; si tratta, per ogni cristiano, di un ideale da non perdere mai di vista; ma non vuol dire che si debba ricercare il martirio. Dobbiamo, al contrario, inventare i nostri comportamenti tenendo conto delle condizioni in cui viviamo, con una libertà tanto grande quanto la sua.

Attraverso la Resurrezione, che apparve loro come la risposta divina alla morte ingiusta che gli era stata inflitta, i primi cristiani hanno finito col riconoscere in Gesù qualcosa di più che un profeta e un saggio. Nel tempo, si sono convinti che egli fosse il vero Messia di Israele, cioè il re unto incaricato da Dio di presiedere all'instaurazione di quel Regno di Dio che aveva annunciato, Figlio di Dio egli stesso, Dio incarnato, parola e immagine di Dio Padre. La sua persona trascende la storia: fin dalle origini del mondo egli presiedeva alla creazione del cosmo; e, alla fine, ritornerà a conc1uderne i destini.

Gli avvenimenti del I secolo in Galilea e in Giudea assunsero una dimensione nuova: la vita, la morte e la resurrezione di Gesù non sono solo un momento chiave della storia ebraica; sono il fulcro della storia universale perché, attraverso questi avvenimenti, Dio si è compromesso nei confronti della propria creazione al punto di farsi uomo tra gli uomini. Un inno liturgico, di qualche decennio posteriore alla morte di Gesù, accosta i due aspetti della sua filiazione divina, la filiazione originale e la filiazione mediante la Resurrezione:

Egli è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.
(Col 1, 15-20)

Più noto è tuttavia l'inizio del prologo di Giovanni, che completa, per Gesù, la realtà del fatto che egli è immagine di Dio, affermando che ne è la Parola o il Verbo (il logos).

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
(Gv 1,1-3)

Queste due affermazioni maggiori della teologia cristiana - Gesù Immagine e Gesù Parola di Dio - meritano tuttavia di essere completate da un' altra. Attraverso la morte di Gesù in croce l'Onnipotente è diventato il debole per eccellenza e l'anni-Amante. Si è sottomesso alla volontà umana e si è fatto sorprendentemente vulnerabile, accettando una "discesa" sconosciuta alle altre religioni. Si può scrivere del Padre chiamandolo Il Dio crocifisso, come fece il teologo protestante Jürgen Moltmann. In Gesù Cristo, in effetti, Dio piange, Dio soffre, Dio si cancella per non opprimere con la sua presenza, Dio si fa ombra per non accecare con la sua luce. Dio si fa silenzio per non imporre la sua parola. Durante la scena della lavanda dei piedi riportata dal vangelo di Giovanni, si è addirittura inginocchiato davanti ai discepoli, immagine di un Dio che si mette in ginocchio davanti a me ed accetta di guardarmi dal basso in alto, quando, essendo il mio creatore, potrebbe essere il mio padrone. Per togliermi, nel medesimo tempo, qualsiasi voglia di diventare orgoglioso per questo, egli si inginocchia anche davanti a Giuda, proprio colui che sta per tradirlo. Un inno primitivo consacrato al Cristo, conosciuto da san Paolo e riportato in una delle sue lettere, sottolinea l'originalissima prospettiva cristiana, quella del Dio che compie in Gesù Cristo un vero cammino di de-divinizzazione.

* * *

"Egli, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l'ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre"
(Fil 2,6-11).

 

 

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

Elogio della Bibbia

Per un cristiano la Bibbia non è un libro sacrale. Accanto alle belle bibbie rilegate in pelle e con il taglio dorato, ne esistono edizioni tascabili su carta a buon mercato, da portare con sé, nella tasca dello zaino o dei jeans. È normale per il lettore abituale della Bibbia appropriarsene, scrivendo a margine le proprie annotazioni. Un esegeta francese ora scomparso insegnava che il cristiano ha il diritto e perfino il dovere di "pasticciare" almeno una bibbia nel corso della propria vita.

Diversamente dall'islam, il cristianesimo non è una religione del libro; è il Corano a definire ebrei e cristiani "i popoli del libro". Se si volesse rischiare una definizione cristiana della Bibbia, si potrebbe dire che essa è la biblioteca dei testi nei quali il popolo ebraico ha riconosciuto che Dio si rivelava a lui (Antico Testamento), completata dagli scritti consacrati a Gesù Cristo, redatti, questi ultimi, da discepoli convinti che la rivelazione di Dio ad Israele culminasse nella sua persona (Nuovo Testamento). La Bibbia non è caduta dal cielo come il Corano, del quale i teologi musulmani ortodossi affermano addirittura che è increato. La Bibbia è opera dei suoi autori umani e nello stesso tempo ispirata da Dio, e non è la stesura scritta di una parola divina ritrasmessa parola per parola nella lingua di origine. Nel cristianesimo il Verbo di Dio è lo stesso Gesù Cristo. La Bibbia è un cammino privilegiato per conoscerlo, ma non è nient' altro che questo.

La parola guida per avvicinarsi alla Bibbia è "interpretazione". Fondamentale, questo processo agisce a tutti i livelli della scrittura e della lettura. Gli stessi testi sono l'interpretazione da parte degli autori di quello di cui essi hanno voluto rendere conto. Esistono, per esempio, molti racconti biblici del passaggio del Mare di canne (1), che viene chiamato spesso passaggio del mar Rosso, evento fondatore del popolo di Israele; nessuno di questi racconti è migliore di un altro. Tutti costituiscono riletture dell' avvenimento, condizionate dal loro autore. Altro fenomeno significativo: Gesù parlava aramaico, la lingua che veniva usata nella provincia di Galilea ai suoi tempi; mentre i vangeli che riportano le sue parole sono in greco. Tra le parole pronunciate da Gesù e la loro trasmissione attraverso il racconto evangelico sono dunque intervenuti dei traduttori. E, a coronamento di tutta la questione, la Chiesa ha fatto propri quattro vangeli nati in comunità diverse e non uno solo, e fra questi esistono differenze inconciliabili, senza tuttavia dare la preferenza ad uno piuttosto che a un altro. Interviene costantemente il fenomeno dell'interpretazione da parte degli autori e della comunità dei credenti.

L'interpretazione, che concerne la composizione stessa della Bibbia, deve intervenire anche nell'atteggiamento del lettore; la Chiesa, d'altra parte, non ha esitato a farla entrare in causa. Non ha mai chiesto di applicare alla lettera l'ordine di Gesù di amputarsi una parte del corpo, se essa era occasione di grave peccato. Immaginiamo il risultato: la maggior parte dei cristiani si ritroverebbero orbi, monchi o con una sola gamba, ed i maschi evirati! Alla metà del primo secolo le giovani Chiese fondate da san Paolo si sono esonerate dal seguire la Torà, fondamento dell' agire ebraico. Perché nel Cristianesimo i comandamenti non costituiscono una legge rivestita di carattere sacro; valgono per il fatto di essere meditati, dibattuti, interpretati. L'obbedienza cristiana implica una libertà del soggetto che esige il distacco dalla parola insegnata.

Questa libertà nei confronti del testo deriva dalla sua stessa natura e dalla diversità della forma degli scritti che lo compongono. Vi troviamo in effetti di tutto: miti dedicati alle origini del mondo, racconti leggendari, altri racconti messi per iscritto in epoca più recente rispetto agli avvenimenti che riferiscono, raccolte di sentenze proverbiali, cronache, raccolte di preghiere, oracoli profetici, romanzi edificanti, lettere, rivelazioni visionarie... Ogni unità appartiene ad un genere letterario che è importante identificare per non correre il rischio di fraintenderla.

Affrontare la Bibbia con questo stato d'animo, significa prenderla per quello che è. Leggerla significa seguire un itinerario ricco di domande e di scoperte. Significa frequentare un testo che spesso disorienta a causa della sua antichità e della cultura nella quale è nato, diversificato e unificato insieme, attraverso il quale Dio si fa conoscere e rivela il suo disegno, disegno che non ha nulla a che vedere con i diktat. Essa illumina la comunità credente, ma tocca a quest'ultima, sotto le ali dello Spirito, inventare i propri modi di vivere.

Il rapporto della Bibbia con il credente è dello stesso tipo di quello che egli ha con una parabola, forma letteraria significativa del modo di esprimersi di Gesù. Una parabola è una storia, vera o inventata, posta accanto a me, per accompagnarmi, sempre pronta al dialogo. La storia che essa mi racconta non è la mia, ma posso sempre rischiarare la mia con la sua luce. Ci sono guide che possono aiutarmi a farlo: la tradizione le ha istituite per questo, è una delle responsabilità della Chiesa.

Così la testimonia, negli Atti degli Apostoli, l'incontro del profeta cristiano Filippo con un eunuco etiope, che ritornava da Gerusalemme per rientrare nel suo Paese attraverso la strada di Gaza, e che, seduto sul carro, era immerso nella lettura del libro di Isaia.

* * *

"Disse allora lo Spirito a Filippo: - Va' avanti, e raggiungi quel carro -. Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: - Capisci quello che stai leggendo? -. Quegli rispose: - E come lo potrei, se nessuno mi istruisce? -. E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: 'Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita'.

E rivoltosi a Filippo l'eunuco disse: - Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro? -. Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù" (At 8,29-35).

[1] L'espressione "Mare di canne" della Bibbia ebraica fu resa nella traduzione in greco dell'Antico Testamento, e poi nella Vulgata latina, con "Mar Rosso" (n.d.t.).

 

SOTTO IL SEGNO DEL FIGLIO

Elogio della Chiesa

Intraprendere l'elogio della Chiesa significa dedicarsi a un esercizio difficile. È reputato di buon gusto, anche per un ecclesiastico, dimostrare una certa indipendenza rispetto all'organismo a cui appartiene, al quale ben volentieri vengono addossati tutti i difetti. Ci sono anche alcuni che si compiacciono di "sputare nel piatto in cui mangiano", come se fossero tanto più credibili quanto meno dovessero al gruppo che li ha nutriti e nel quale si sono impegnati. Senza cadere in questo eccesso adolescenziale, è saggio non essere un fautore sfegatato della Chiesa. Madre e maestra, come scriveva il beato Giovanni XXIII nella sua celebre enciclica del 1961, essa possiede pressappoco tutte le qualità e tutti i difetti di una madre; ora, qualsiasi adulto che consideri lucidamente il proprio rapporto con sua madre è capace sia di indicarne i limiti che di pronunciarne l'elogio.

Le critiche da rivolgere alla Chiesa sono talmente note che è inutile insistervi. Ci vorrebbe una buona dose di malafede per difendere l'indifendibile: il sacco di Costantinopoli da parte dei crociati, l'Inquisizione, la corruzione e l'immoralità di alcuni pontefici, la condanna di Galileo, l'irrigidimento della Santa Sede a proposito del potere temporale del papa nel XIX secolo sono momenti dolorosi della sua storia. Sempre attenti a non cadere nell' anacronismo e guardandoci dal valutare il passato con criteri contemporanei, sono numerosi i cristiani che riconoscono i peccati della loro Chiesa e che se ne fanno dolorosamente carico.

Al contrario, un cristiano felice di credere deve riconoscere alla Chiesa almeno un grande merito: è lei che ha reso possibile la sua fede. Bisogna ricordare - precisazione utile in un'epoca nella quale l'individualismo è re - che l'identità cristiana possiede un'innegabile dimensione comunitaria. Le comunità ecclesiali del primo secolo della nostra era sono state l'intelaiatura degli scritti del Nuovo Testamento. E fin dalle origini, di generazione in generazione, la Chiesa ha portato quel messaggio di fuoco che si chiama Vangelo; riconosce in esso un valore che la oltrepassa. Si inchina dinnanzi a colui che è il suo unico capo: Gesù Cristo, il Crocifisso, anche quando sarebbe tentata di giocare il gioco del potere. Per sua natura essa è un popolo di fratelli. Se l'immagine che la Chiesa Cattolica dà di se stessa - e della quale si compiacciono i media ha tutte le caratteristiche di una società altamente gerarchica, questo avviene per una sorta di devianza che fa passare il secondario prima dell' essenziale.

Altra forma di devianza: capita alla Chiesa di considerarsi un popolo di puri. Ora, non c'è bisogno di essere fini osservatori per notare che i cristiani non sono migliori degli altri e che, come tutti gli uomini, sono peccatori. Peccatori, certo, ma peccatori perdonati ed amati così come sono, questa è una delle maggiori accentuazioni poste dal messaggio evangelico. Il fatto di saperlo dovrebbe cambiare qualcosa in loro. Tuttavia, traggono essi tutte le conseguenze pratiche dalle loro convinzioni?

Comunità di fede e di perdono, la Chiesa è anche una comunità di celebrazione. Il rito è essenziale per la persona umana. L'homo religiosus può difficilmente fare a meno di celebrare, tanto più se crede che Dio si è incarnato. Allora è normale che un cristiano, nel nome stesso della propria fede, celebri il suo Signore insieme a coloro che la condividono con lui. Gesù stesso ne ha dato l'esempio. La vigilia della sua morte ha riunito i discepoli per un pasto rituale. Ripetendo gli stessi gesti e pronunciando le stesse parole durante le celebrazioni eucaristiche, la Chiesa celebra la sua morte e la sua resurrezione, convinta che egli si doni a noi come cibo. L'eucarestia è il vertice della celebrazione cristiana.
Ci si può tuttavia chiedere se i cattolici non pecchino per eccesso di celebrazione eucaristica, almeno quando vi sono sacerdoti disponibili affinché questa celebrazione abbia luogo. Per il fatto di essere il vertice della vita ecclesiale, nella Chiesa cattolica la messa è divenuta pressoché l'unica forma di celebrazione praticata. Essendone ben stabilita la liturgia, essa forma un quadro all'interno del quale le possibilità di creatività sono molto ridotte, anche se i vari momenti lasciano qualche spazio. Si cambiano le parole; si inventano pochi gesti. E durante tutta la seconda parte della celebrazione, in cui la parola eucaristica occupa il posto centrale, si lascia che il ministro compia il proprio servizio dinanzi a un'assemblea spesso molto passiva. Sembra - e sia detto senza spirito polemico - che i gruppi cattolici guadagnerebbero in vitalità se sapessero realizzare forme di celebrazione diverse dalla messa: silenzio condiviso, confronto sulla Parola, canto a due voci, preghiere universali, celebrazioni della luce e dell'acqua, venerazione della croce, gesti che la liturgia programma una o due volte l'anno, ma che potrebbero essere più frequenti e più varie.

Alcune ricerche recenti, sostenute da ottimi teologi, soprattutto negli ambienti cattolici del Québec, insistono su questa strada; ispirandosi al pasto del sabato ebraico, raccomandano "pasti di fraternità" presi in piccoli gruppi, senza sacerdote e senza eucarestia. La condivisione della Parola e la condivisione fraterna del cibo conferiscono loro senso; e i rituali sono sfumati, perché si è fuori della liturgia ufficiale ed il gruppo ha tutto lo spazio per inventarli. Più consolidati e più noti sono i raduni europei di Taizé, nei quali i giovani si incontrano con persone più anziane per vivere tempi di meditazione e di preghiera accompagnati da momenti da canto. Sembra che molti dei partecipanti ne traggano profitto. Ci si chiede allora perché ciò non accada più spesso!

La saggezza evangelica non chiama nessuno a trasformarsi colonna da sacrestia! La sacrestia è essa stessa portatrice di un'immagine della Chiesa che assomiglia ad una caricatura! Una partecipazione ben integrata alla vita ecclesiale fa comunque parte della condizione cristiana ordinaria. Una partecipazione fisica, si capisce, ma anche finanziaria: il contributo per la Chiesa non è un' elemosina. Visto che una proiezione cinematografica che dura due ore costa circa dieci euro, sarebbe normale che l'offerta data alla questua domenicale per una celebrazione che dura all'incirca un' ora sia almeno della metà, cioè cinque euro. Si giungerebbe così a delle questue senza metallo, questue "silenziose", quello che si augurano tutti i contabili parrocchiali e tutti i curati! È una questione di poca importanza, si dirà; ma la saggezza non è forse fatta di realtà molto quotidiane?

Il quadro della prima comunità cristiana di Gerusalemme tracciato dagli Atti degli Apostoli è senza dubbio la descrizione di un'utopia che non si è mai realizzata con tale perfezione. Ma traccia una bella linea d'orizzonte.

* * *

"Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e fedeli nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune,. chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati" (At 2,42-47).