PICCOLI GRANDI LIBRI   Michel Quesnel
LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

EDIZIONI SAN PAOLO 2008
Titolo originale: La sagesse chrétienne. Un art de vivre
Traduzione di
Eleonora Bellini

Considerato che dobbiamo morire...

Sotto il segno del Figlio In relazione con l'Assolutamente Altro Nonostante la paura e i rimproveri
Elogio di Gesù Cristo
Elogio della Bibbia
Elogio della Chiesa
Elogio della preghiera
Elogio del silenzio
Elogio della solitudine
Elogio della fiducia
Elogio dell' errore
Elogio del perdono
Chiamati alla luce Tra un prima e un dopo Con i fratelli
Elogio della lucidità
Elogio della meraviglia
Elogio della discussione
Elogio della contemplazione
Elogio della memoria
Elogio della perseveranza
Elogio della fragilità
Elogio dell'amicizia
Elogio della compassione
In un mondo che cambia In carne ed ossa Senza drammatizzare
Elogio del cambiamento
Elogio del tempo che passa
Elogio dell'infanzia
Elogio del corpo
Elogio del desiderio
Elogio della bellezza
Elogio della tolleranza
Elogio dell'orgia
Elogio dell'umorismo
Edificare la terra Nel cuore delle culture CONCLUSIONE
Elogio dell'impegno
Elogio del lavoro
Elogio della ricchezza
Elogio del rito
Elogio dell'arte
Elogio della lettura
Elogio della libertà
     

 

SENZA DRAMMATIZZARE

Elogio della tolleranza

Manca il vocabolo, almeno in italiano, per esprimere una qualità evangelica importante alla quale il termine "tolleranza" rimanda solo approssimativamente. Questa qualità è più facile da definire mediante il suo contrario, cioè l'intolleranza o i suoi sinonimi settarismo ed intransigenza. Sappiamo, in linea di massima, qual è il contrario dell'intolleranza, ma ci necessitano più sostantivi e anche talvolta delle perifrasi per esprimerne l'essenza sostanziale: parleremo allora di apertura di spirito, di comprensione dell'altro, di indulgenza, di rispetto, di rifiuto di formulare un giudizio definitivo sulle persone; è questo atteggiamento che, in mancanza di vocaboli più adatti, possiamo riassumere con il termine generico di tolleranza. Ma vediamo anche le possibili interpretazioni negative della parola, che può avere sapore di indecisione, di mancanza di coraggio, cioè di debolezza. Tutti conoscono la risposta sgarbata rivolta da Paul Claudel a chi gli rimproverava di essere poco tollerante: "La tolleranza, ci sono delle case per questo!".

Di fronte a una cosa così indefinita, comprendiamo come la storia della tolleranza fin dagli inizi dell' era cristiana sia stata tumultuosa e contrastata. Gesù fu tollerante, non di fronte al peccato, ma di fronte al peccatore. Egli denunciò l'intolleranza di alcuni farisei. Il suo rigore e la sua lucidità non gli impedivano di avere fiducia nelle persone, chiunque esse fossero, compresi gli occupanti romani che i suoi contemporanei ebrei guardavano di malocchio. La sua esclamazione di ammirazione dinanzi alla fede di un centurione romano rivela in lui un'eccezionale apertura: "In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande" (Mt 8,10). In compenso, messa di fronte alle persecuzioni ed al rischio di cedere a pressioni esteriori, la Chiesa della fine del I secolo reagì violentemente contro compromessi che rasentavano la tiepidezza. Alla Chiesa di Tiatira l'autore dell' Apocalisse rivolge un' accusa sferzante: "Ma ho da rimproverarti che tu tolleri Iezabele, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli" (Ap 2,20). E non è più tenero il discorso rivolto alla chiesa di Laodicea: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca" (Ap 3,14).

La tolleranza non trova posto nei periodi di crisi. Presuppone distacco e distanza, particolarmente quando si tratta di tolleranza religiosa. Paul Valéry lo ha sottolineato con arte: "La tolleranza, la libertà delle opinioni e delle credenze è sempre qualcosa di molto tardo; non può essere concepita e influenzare le leggi ed i costumi che in un'epoca progredita, quando gli spiriti si sono progressivamente arricchiti e smorzati nel reciproco scambio delle differenze". Questo si verificò nel XVI secolo, al momento della Riforma protestante. Dope le reciproche intolleranze del periodo di fondazione, l'inizio del regno di Carlo IX fu più pacifico: allora, nel 1562, il re firmò un editto di tolleranza che accordava ai protestanti la libertà di esercitare il culto. Tuttavia le cose non furono regolate definitivamente, si produssero numerosi soprassalti fino alla fine del regno di Luigi XIV. E la tolleranza non risorse in Francia che nell'epoca dell'illuminismo, sotto l'influenza di Voltaire e degli enciclopedisti, con una colorazione assolutamente laica, come reazione a quello che essi affermavano essere il dogmatismo chiuso della Chiesa cattolica.

Più vicino a noi, l'ondata di sottofondo prodotta dal concilio Vaticano II fu profondamente tollerante. Il movimento ecumenico spronava al dialogo fra le confessioni cristiane e all'apertura del cristianesimo alle altre religioni, all' ebraismo soprattutto; il concilio lo confermò. Questo continua ai giorni nostri, nonostante alcuni movimenti di intolleranza e di settarismo che prendono corpo in gruppi comunitari inquieti per la diluizione della fede in un'insipida zuppa religiosa, però l'arrivo in Europa occidentale di altre correnti religiose ha cambiato le carte in tavola. L'intransigenza oggi ha preso colori diversi da quelli del cristianesimo.

L'evocazione sommaria di queste poche tappe non ha altra pretesa se non quella di far sentire le forme contrastanti che presero la tolleranza e l'intolleranza in venti secoli di storia della Chiesa. Ma sarebbe un peccato che i rischi della storia conducessero a conservare qualche sospetto sulla legittimità della tolleranza cristiana. Si poteva leggere su di un quotidiano uscito nel 2000: "La tolleranza non è una debolezza ma una qualità spirituale; essa accetta l'alterità dell' altro". È nella seconda parte della frase che essa trova, mi pare, il suo fondamento più autentico. Rispettare l'altro in quanto altro e non giudicarlo in rapporto a ciò che noi stessi siamo, o a ciò che crediamo di sapere, è l' abbiccì dell'amore del prossimo di cui parla la Bibbia.

Questo implica il non giudicare gli altri, perché non si può conoscere interamente il loro carattere e la loro storia, lasciando questo onere a Dio che, solo, conosce tutte le cose. Questo implica il rifiuto di tutto ciò che si apparenta al razzismo o all' apartheid, perché essi stabiliscono scale di valori inaccettabili tra le persone umane. Questo implica di lavorare per la promozione dei diritti dell'uomo e per la pace, perché le relazioni fatte di rispetto e di verità permettono di sbloccare positivamente le situazioni conflittuali. Si possono citare due begli esempi contemporanei. Il villaggio di Neve Shalom in Israele, dove coabitano arabi musulmani, ebrei e cristiani, rivela in modo quasi profetico che è possibile l'intesa tra alcune centinaia di persone che la mentalità e la situazione politica oppongono fortemente; lì è stata anche fondata una scuola della pace. La comunità di Sant'Egidio, nata a Roma nel 1973, che opera da più di trent'anni per favorire la mutua comprensione fra gruppi politici o religiosi in aperto conflitto, distribuiti su quasi tutta la faccia del pianeta: si è assunta il bel rischio della tolleranza con, bisogna pur confessarlo, un successo variabile.

Certo, la tolleranza non è una qualità essenzialmente cristiana. In Voltaire essa era perfino antic1ericale. E le persone critiche rispetto alla Chiesa potranno ritenere che quest'ultima sia salita molto tardi sul treno dei diritti dell'uomo, dopo secoli di angusto dogmatismo e di intransigenza. È vero che alcuni periodi della storia cristiana sono stati più favorevoli di altri al dispiegamento dei valori di apertura, come abbiamo avuto occasione di notare. Rimane che, in questo inizio del XXI secolo, tolleranza e Vangelo hanno forti ragioni di consonanza, che la tolleranza trova nel messaggio di Gesù Cristo, così come si esprime nel discorso della montagna, alcuni fondamenti che le conferiscono un titolo di nobiltà e ne rinforzano la legittimità.

* * *

"Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall' occhio dl tuo fratello" (Mt 7,1-5).

 

SENZA DRAMMATIZZARE

Elogio dell'orgia

Immaginiamo lo scandalo: un prete cattolico, che si presume abbia la missione dell' educazione e quella di essere il garante della morale e dei buoni costumi, tesse l'elogio del piacere e dei suoi eccessi; c'è di che far mormorare dentro le case! E, fatto questo, si pretende saggio: peggio, maestro di saggezza! Che triste lezione per i nostri figli!

Potremmo continuare a lungo su questo tono... Intendiamoci bene: non si tratta qui di difendere una vita dissoluta, costantemente dominata da vili passioni, incapace permanentemente di controllarsi. La saggezza, cristiana o meno, esige nel suo insieme il controllo di sé. Ma non inserire in una riflessione sulla vita cristiana le passioni difficilmente controllabili che animano ogni esistenza, e il desiderio che abbiamo di trasgredire le regole, significa mancare profondamente di lucidità. Facendo così, sfoceremmo rapidamente nella promozione di una morale angelica, disincarnata, inapplicabile, senza rapporto con la vera saggezza e più lontana ancora dalla saggezza evangelica. Al contrario di Giovanni Battista, il cui tipo di vita era risolutamente ascetico, Gesù passava agli occhi di molti tra i suoi contemporanei da ghiottone e bevitore. Non si tratta di trame motivo per giustificare qualsiasi sregolatezza, ma sarebbe altrettanto illegittimo cancellare questo aspetto della reputazione di Gesù, maestro di vita per i cristiani.

Uno degli apporti più notevoli di Gesù rispetto agli altri maestri del suo tempo è il fatto che egli integra la trasgressione ed il peccato nel programma evangelico. In questo è singolarmente moderno. Non dispiaccia agli antichi filosofi greci per i quali la dismisura era un errore contro la saggezza, la dismisura - l'hybris greca -, se non è da perseguire, fa tuttavia parte del programma. La vita non è un lungo fiume tranquillo. Raffigurata mediante un grafico presenta valli e cime. Cadiamo, ci risolleviamo, ricadiamo - se possibile un po' meno in basso - ci rialziamo di nuovo, e procediamo tra alti e bassi, evitando per quanto possibile di trasformare il tutto in caos. Pecchiamo, siamo malridotti; il perdono è lì, non per passare un infantile colpo di spugna che cancellerebbe l'errore, ma per manifestare che Dio ci ama così come siamo e che nessuna situazione umana deve essere considerata disperata.

Che fare allora dei paradisi artificiali che tutti una volta abbiamo voglia di visitare e che si chiamano sesso, alcool o con altro nome? Qualificarli come proibiti è saggezza. Al contrario, pretendere si debba astenersene a qualsiasi prezzo è angelismo. Se la proibizione è strutturale, la trasgressione fa parte dell' esperienza comune. Se drammatizziamo le conseguenze, facciamo precipitare il trasgressore in un universo di sensi di colpa dal quale avrà sicuramente difficoltà a risollevarsi. Troppi giovani si sono scoraggiati nei confronti della Chiesa perché la presentazione che era stata fatta loro dell'uno o dell'altro peccato contrastava con la loro coscienza e non resisteva alla loro esperienza. Non si tratta di benedire, ma di comprendere e di punire, se necessario, con una punizione proporzionata all'errore. Nessuno tra noi ha il diritto di ergersi a giudice; l'atteggiamento fraterno o paterno è quello di accompagnare le persone, non di giudicarle.

Perché c'è dismisura e dismisura. La trasgressione occasionale, qual è quella dell' adolescente che vuole gustare il frutto proibito, è normale. Costringersi a non oltrepassare il limite non fa che ravvivare il desiderio. Cercare di provare per vedere che cosa ci viene offerto è spesso un buon rimedio per scoprire che l'oggetto del desiderio non porta quella felicità che si immaginava. Conviene peraltro non correre rischi sconsiderati. Consumare alcool in una discoteca può essere preso in considerazione a patto che si accetti, uscendo, di essere riportati a casa da un amico che si è astenuto dal bere. Una bevuta non merita che cinque ragazzi e ragazze di vent' anni muoiano carbonizzati in un incidente stradale un venerdì o un sabato sera. Il primo rapporto sessuale merita che, come si dice, vengano prese delle precauzioni. Prendersi l'aids o generare un embrione al quale in seguito non si farebbe altro che far subire un aborto sarebbe troppo grave per la madre mancata e per il figlio non nato. Inutile moltiplicare gli esempi. Una certa misura, proporzionata al rischio, deve essere rispettata nella dismisura. Ma il rifiutare per principio la dismisura può avere effetti tanto perversi da non poter essere proposto come soluzione per tutti.

Una buona ubriacatura è meno nociva di un a1colismo inveterato. Un rapporto sessuale fa meno male di un' ossessione sessuale repressa nella frustrazione o nella pedofilia. Fumare uno spinello è un reato in Francia, nei confronti della legge; se è occasionale è moralmente meno grave dell'abitudine alla droga o, peggio, a quella di spacciarla. Si potrebbe obiettare che il primo passo rischia di far prendere cattive abitudini e di ricadervi in seguito. Ma si può allo stesso modo affermare che una trasgressione occasionale, su cui riflettere accompagnati da persone fidate che non perdono il controllo alla minima scappatella, può condurre a un cammino di saggezza.

Molti cristiani rimpiangono di non essere stati come sant' Agostino, grande peccatore pentito; avrebbero l'impressione, in tal modo, di fare un'esperienza religiosa più autentica. Ma, paradossalmente, non accettano che i loro figli facciano questa esperienza. È strano. Tuttavia, una delle frasi più forti del vangelo, con la quale Gesù apre alla speranza prendendo le distanze dal pensiero di scribi e farisei del suo tempo, è proprio quella che egli rivolge all'adultera e che differenzia la saggezza cristiana da tutte le altre: "Va e non peccare più".

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" Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel meZ2O, gli dicono: - Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?-. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: - Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei -. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? -. Ed essa rispose: - Nessuno, Signore -. E Gesù le disse: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più -" (Gv 8,3-11).

 

SENZA DRAMMATIZZARE

Elogio dell'umorismo

La storia dell' alleanza tra Dio e il popolo di Israele risuona, fin dagli inizi, di un grande scoppio di risa. Abramo riceve l'annuncio che sarà padre quando è un vecchio di novantanove anni e Sara, sua moglie, ha novant'anni! Il testo biblico non si astiene dal sottolineare l'umorismo della situazione: "Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: - Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novant'anni potrà partorire? -" (Gn 17,17). Il bambino, tuttavia, nacque e il carattere inverosimile della sua esistenza è richiamato dal nome stesso che gli fu dato: Isacco, la cui etimologia richiama il riso di Dio. Forse è in questo racconto biblico che trova le sue radici l'umorismo ebraico, famoso fra tutti.

Altri tocchi di umorismo contraddistinguono la Bibbia. Il libro di Giona, che fa parte della raccolta dei dodici profeti, è nello stesso tempo uno dei libri biblici più divertenti. Mette in campo un poveruomo mal disposto che comincia con il disobbedire agli ordini che Dio gli dà e che, nonostante ciò, non può impedire che gli oracoli che gli sono stati rivelati si compiano. Si imbarca verso l'opposto della direzione indicatagli, i marinai lo gettano in mare, viene inghiottito da un grosso pesce che lo custodisce al caldo nel suo ventre, e lì dentro, prima di essere risputato sulla riva, trova il modo di inventare il testo di un grazioso salmo. Il resto è in carattere; l'insieme costituisce un libretto di quattro capitoli nei quali umorismo e immaginario si articolano in modo particolarmente felice.

La cultura occidentale moderna, tuttavia, è poco portata ad associare umorismo e religione. Tracce di giansenismo per gli uni? Tracce di puritanesimo per gli altri? È vero che il verbo "ridere" viene usato nel Nuovo Testamento in modo meno umoristico che nell' Antico. Lo troviamo solo nel vangelo di Luca, nel quale Gesù afferma in sequenza: "Beati voi che ora piangete, perché riderete. .. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete" (Lc 6,21.25). Questo non fa venire nessuna voglia di ridere. Ma avremmo torto a limitare l'umorismo evangelico ai soli passi nel quali viene usato il verbo "ridere". Personalità ricca e complessa, evidentemente Gesù non mancava di umorismo. La famosa storia dell'imposta a Cesare, nella quale Gesù esce da una situazione imbarazzante con una bella piroetta, manifesta almeno la forza della sua ironia. E possiamo immaginare senza fatica il suo sorriso finale davanti all' espressione spaesata del fariseo o dell'erodiano, che tenevano sul palmo della mano un denaro con l'effigie dell' imperatore e che si sentirono dire: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio" (Mc 12,17).

Non esiteremo ad affermare che l'umorismo, ritenuto una qualità innanzi tutto britannica, è anche una qualità cristiana. E, come tale, comincia con l'umorismo nei confronti di se stessi. "Leggetemi dunque con umorismo - scriveva Jean Sullivan (21) -. Io non sono sempre del mio parere". Molti conoscono anche la prima delle Petites Béatitudes (Piccole beatitudini) di Joseph Folliet (22): "Felici quelli che sanno ridere di se stessi, non finiscono mai di divertirsi!". Più seriamente ma non senza umorismo, il pastore (o la pastora) Claudette Marquet scriveva su di un mensile nel 1994: "L'umorismo è la cortesia delle persone che hanno un sentimento tragico della vita". In questo caso può esserci qualcosa a che fare con la speranza delle persone dal temperamento pessimista. Evangelizzazione del carattere: qui siamo in pieno cristianesimo.

È bene, inoltre, esercitare l'umorismo anche nei confronti della propria religione. L'ebraismo lo fa. Il cristianesimo, speriamo. Altre religioni, per niente. Quando Fellini, nel suo famoso film su Roma, mette in scena una sfilata di moda ecclesiastica nella quale gli abiti sono gli uni più stravaganti degli altri, innanzitutto si diverte, e poi ha ragione; permette ai cattolici esasperati dalle pompe romane - o che venivano un tempo esasperati, non si sa se esprimere ciò al passato o al presente - di prendere un po' di distanza in relazione ad un protocollo ridicolo in pieno secolo XX. Grazie, signor Fellini!

Non tutto può essere oggetto di umorismo, ma molte cose meritano di esserlo. Non sappiamo che cosa pensasse san Tommaso Moro nel momento in cui salì al patibolo, preparato per lui grazie alla sollecitudine del re Enrico VIII, ma osiamo sperare che non avesse dimenticato le frasi con le quali termina la sua famosa preghiera: "Non permettere che mi preoccupi troppo per questa cosa ingombrante che chiamo io. Dammi l'umorismo, Signore, affinché io tragga qualcosa da questa vita e ne faccia godere gli altri".

Grazie Signore per il riso di Abramo e Sara, il sorriso di Gesù e l'umorismo del libro di Giona.

* * *

"Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: - Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta -. I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia

fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: - Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze,. ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo? -. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece" (Gio 3,3-10).

 

[21] Scrittore normanno (1813-1899).

[22] Militante cattolico dalle molteplici qualità, Joseph Folliet (1903-1972) fu giornalista e scrittore; tra l'altro cooperò attivamente alla nascita del movimento della Pax Christi.