PICCOLI GRANDI LIBRI   Michel Quesnel
LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

EDIZIONI SAN PAOLO 2008
Titolo originale: La sagesse chrétienne. Un art de vivre
Traduzione di
Eleonora Bellini

Considerato che dobbiamo morire...

Sotto il segno del Figlio In relazione con l'Assolutamente Altro Nonostante la paura e i rimproveri
Elogio di Gesù Cristo
Elogio della Bibbia
Elogio della Chiesa
Elogio della preghiera
Elogio del silenzio
Elogio della solitudine
Elogio della fiducia
Elogio dell' errore
Elogio del perdono
Chiamati alla luce Tra un prima e un dopo Con i fratelli
Elogio della lucidità
Elogio della meraviglia
Elogio della discussione
Elogio della contemplazione
Elogio della memoria
Elogio della perseveranza
Elogio della fragilità
Elogio dell'amicizia
Elogio della compassione
In un mondo che cambia In carne ed ossa Senza drammatizzare
Elogio del cambiamento
Elogio del tempo che passa
Elogio dell'infanzia
Elogio del corpo
Elogio del desiderio
Elogio della bellezza
Elogio della tolleranza
Elogio dell'orgia
Elogio dell'umorismo
Edificare la terra Nel cuore delle culture CONCLUSIONE
Elogio dell'impegno
Elogio del lavoro
Elogio della ricchezza
Elogio del rito
Elogio dell'arte
Elogio della lettura
Elogio della libertà
     

IN UN MONDO CHE CAMBIA

Elogio del cambiamento

La filosofia di Aristotele ci ha reso talvolta un pessimo servizio. Essa ritiene che la perfezione risieda nell'immobilità perché il cambiamento implicherebbe la ricerca di una condizione migliore. Attraverso san Tommaso d' Aquino, la teologia cristiana ha ereditato questa visione delle cose, ben poco biblica. Il Dio biblico, che non è men che perfetto, è un essere in movimento. Si adira, accetta di essere offuscato, si pente, si mette a ridere... Movimenti divini di questo tipo vengono evocati così abitualmente che si avrebbe torto a sbarazzarsene con aria di superiorità c1assificandoli come antropomorfismi arcaici, per ritrovare l'immagine rassicurante e purificata di un Dio che non cambierebbe mai.

Quando Dio si presenta a Mosè e ai profeti ricorda loro che Egli è Il Vivente, a differenza degli idoli che, loro sì, sono immobili, ciechi, sordi, muti, paralizzati nelle mani e nei piedi. La vita è movimento. L'immobilità è morte. La famosa affermazione della prima lettera di Giovanni "Dio è amore" (1Gv 4,16) implica il fatto che Dio è un essere di desiderio. Qui, ancora, chi dice desiderio dice movimento. Ciò conduce a domandarsi se la perfezione non sia da situare nel movimento piuttosto che nell'immobilità o, per non penalizzare troppo gli aristotelici, se non lo sia almeno altrettanto. E per uscire da questo dilemma, non si potrebbe costruire un concetto di perfezione articolato da una parte sul movimento e la mobilità e dall' altra sulla costanza e la stabilità? Anche se il suo linguaggio è poco concettuale è proprio quello che fa la Bibbia che, accanto alle affermazioni che Dio è vivente, non esita a pensare Dio attraverso le immagini di roccia e di cittadella; in queste ultime prevale l'idea di stabilità.

Il porre in evidenza quasi esclusivamente una perfezione divina immobile, che ha dominato i successivi secoli del cristianesimo, ha avuto conseguenze deprecabili. Se Dio è immutabile, bisogna che la religione non cambi; e attraverso di ciò abbiamo giustificato molti immobilismi. Ci siamo fatti i campioni di una religione incistata, abbiamo ripetuto quello che si è sempre detto e abbiamo fatto quello che si è sempre fatto, si trattasse del rito o della morale. Dimentichiamo semplicemente che questa pretesa religione "di sempre" non è generalmente che quella nella quale siamo stati allevati quando eravamo bambini, e questo significa che essa conta al massimo ottant' anni. È poco al confronto di duemila anni di cristianesimo!

Allo stesso modo in cui il contenuto di una fede si evolve nel corso di una vita - non crediamo a cinquant' anni nello stesso modo in cui credevamo a dieci - è normale che esso si modifichi in rapporto al mondo che cresce in età. Sappiamo che l'universo non è stato creato in sei giorni; tuttavia la maggior parte dei nostri antenati lo ha creduto. La stessa cosa avviene per le pratiche etiche. Alla poligamia dell' antico Israele è succeduta la monogamia del giudaismo più recente, e poi del cristianesimo. Mentre il prestito a interesse era proibito nella Legge di Mosè, esso è ora praticato da ebrei e cristiani, perché il denaro non occupa la stessa posizione nell'organizzazione del mondo. Una migliore conoscenza della persona ha permesso di sapere che l'omosessualità è una disposizione fisica e mentale prima di essere un vizio. E non si finirebbe mai di enumerare i cambiamenti che hanno segnato la coscienza dell'umanità nel corso della sua evoluzione, allo stesso modo in cui i cambiamenti accompagnano tutto il corso di una vita.

Questo evidentemente non significa che qualsiasi nuova idea sia buona in sé, o che sia augurabile andare dove soffia il vento. Dire di qualcuno che è una banderuola non è un complimento. E a forza di voler seguire il vento si finisce col produrre solo vento! I cambiamenti delle mode ci toccano in ciò che è più superficiale piuttosto che in ciò che è più nobile dentro di noi. Ma è normale e salutare cambiare idea e comportamento; se non fosse così, perché parlarci l'un l'altro? Perché frequentare la Parola di Dio affinché essa ci cambi? "Solo gli imbecilli non cambiano mai idea", recita un classico adagio. Sul piano teologico e spirituale si potrebbe dire: "Una fede che non cambia è una fede morta".

Così come ha a che fare con la vita, il movimento ha a che fare con la felicità. Ci scopriamo felici passando da un meno a un più, e non rimanendo legati a uno stato di fissità che, per soddisfacente che sia, diverrebbe presto noioso. Piuttosto che considerare il paradiso come luogo di immutabile felicità - perché la felicità immutabile non esiste - forse sarebbe bene avere una visione dinamica della vita eterna alla quale siamo destinati. Gli esseri finiti che noi siamo non finiranno mai di scoprire le ricchezze del Dio infinito, così che il movimento sarà sempre possibile e, per lo stesso motivo, la felicità. Per dirla in modo diverso, la totalità di Dio non ci sarà svelata al momento del nostro ingresso nella beatitudine eterna, ma ci impegneremo ogni giorno ad andare più avanti sul cammino che già stiamo percorrendo, ed essa si svelerà progressivamente. Potremo così andare di meraviglia in meraviglia; in questo andare risiederà la pienezza della felicità.

Sarebbe eccessivo ridurre l'immagine biblica della strada o del cammino limitandola al mondo terreno. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice a Tommaso: "Io sono la Via, la Verità e la Vita" (Gv 14,6). Gesù non afferma di poter essere raggiunto alla fine del cammino, ma definisce se stesso come il cammino. Detto in altro modo, il cammino in sé ha valore, non soltanto il suo termine. Supponendo che questo termine possa essere raggiunto, ci si troverebbe allora nella situazione paradossale di una vita che non esisterebbe più, perché tutto si sarebbe fermato. Ora, invece, ci è stato promesso che la vita continuerà in eterno.

Evidentemente è impossibile immaginare a che cosa assomiglierà la vita eterna nell' aldilà. I concerti assicurati da un' orchestra di angioletti fanno sorridere, la contemplazione immobile di un Dio immobile pare essere di una noia esasperante. L'immagine meno inadeguata che la Bibbia abbia scovato è quella di un banchetto. Gesù la utilizzò spesso, riprendendola dal profeta Isaia. Ora, un banchetto obbedisce ad un copione che lo fa andare dall'antipasto al dessert; diverse portate si succedono le une alle altre, il contenuto del piatto cambia, la conversazione lo anima, il movimento e la vita lo attraversano da parte a parte.

* * *

"Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre..." (Is 25,6-8).

IN UN MONDO CHE CAMBIA

Elogio del tempo che passa

Lo sguardo positivo sul movimento e sul cambiamento dovrebbe avere come conseguenza logica - ma siamo sempre logici nel nostro modo di giudicare le cose?

uno sguardo assolutamente positivo sul tempo che passa e sulla vita così come si presenta a mano a mano che trascorre. Ogni età ha le sue ricchezze. È illusorio immaginare che alcune età della vita siano più desiderabili di altre. Pensare che l'esistenza umana conosca dei periodi ideali, sia che li si ponga nel passato che nel futuro, conduce inoltre a uno sterile scoraggiamento.

Perdoneremo sogni di questo tipo a un bambino che non è contento della sua età e ha fretta di raggiungere la condizione di adulto - anzi, per lui sono normali-; il piccolo dell'uomo porta in sé, fino a quando non ha finito di crescere, qualche cosa di incompiuto. Ma l'atmosfera nella quale sprofonda l'inizio del XXI secolo, continuando l'andamento dei decenni precedenti, e che consiste nel rifiuto di invecchiare e di lasciare l'età dei vent' anni, produce effetti gravemente perversi. Questo giovanilismo caratterizza le epoche narcisistiche nelle quali la persona trae piacere dalla contemplazione del proprio fisico. E, visto che il risultato non è per forza positivo, vengono posti in atto sofisticati artifici, nella speranza di cambiare la situazione: maquillages, stiramento delle rughe, chirurgia estetica, dimagrimento, abbigliamento giovanile indossato ad ogni età.

Il modello sociale di riferimento è il corpo dei giovani efebi o delle top model. Se non lo si può regalare a se stessi perché si è troppo vecchi, lo si regala ai propri figli. I genitori si svenano per pagare loro i vestiti firmati imposti dall' aggressione e dal bombardamento della pubblicità. Così facendo, danno loro uno smisurato potere finanziario nel momento in cui non sono ancora capaci di guadagnarsi la vita, e nessuno sa più chi è responsabile di che cosa. Aumentano la loro sconfitta quando addirittura non la creano perché, qualsiasi cosa se ne pensi, la giovinezza è tutt'altro che un'età ideale. "I giovani sono belli da guardare - filosofava tra amici il compositore Claude Ballif (4) - ma la giovinezza è anche l'età degli squilibri e delle incertezze". È una bella età, come tutte le età, ma non è meglio delle altre. L'età più bella è quella che si ha. Più di sei secoli prima di Cristo il vecchio Esiodo evidenziava già, con infinita precisione, le ricchezze di ogni tappa della vita: "Ai giovani, il duro lavoro; agli uomini maturi la meditazione ed il consiglio; ai vecchi la preghiera e un cuore che si ricorda degli dei".

La nostalgia, diffusa in ogni epoca, è un veleno. Simone Signoret le ha conferito un titolo di nobiltà pubblicando le proprie memorie con un titolo superbo: La nostalgia non è più quella di un tempo (5); ma ci vuole ben più di questo affinché essa sia legittima. Sotto la sua influenza, infatti, il passato si colora dei riflessi di un' età dell' oro che non è mai esistita, e l'avvenire si oscura. Ora, se il cristianesimo non si fa ingannare dalla "grande notte" dei marxisti, volge uno sguardo positivo sull' avvenire.

Il punto debole assume il volto della vecchiaia con il suo corteo di infermità e di umiliazioni. In genere, nessuno ha voglia di morire. E dinanzi allo spettacolo dato dall' età avanzata degli altri, i nostri contemporanei non hanno nemmeno voglia di invecchiare. Sicuramente è per questo che le nostre società si rifugiano nell'impossibile mito dell'eterna giovinezza. Ora, "ci sono solo due soluzioni - diceva una vecchia signora dal linguaggio piuttosto piccante - invecchiare o crepare. lo preferisco invecchiare!" Affermazione che, evidentemente, non le ha impedito, più tardi, di morire...

Visto che i progressi della medicina hanno come conseguenza che oggi si muoia sempre più vecchi, il mondo attuale ci invita a curare in modo particolare la vecchiaia: terza età, quarta età... A quando la quinta? Per quanto riguarda le condizioni materiali, le organizzazioni sociali hanno programmato molto per aiutare i vecchi. Tuttavia si rivelano incapaci di favorire in ciascuno l'arte di vivere bene, arte eminentemente personale della quale fa parte la contemplazione, e della quale nessuno può fare economia se non vuole che i suoi ultimi anni si trasformino in acredine o in decadenza.

Alcuni saggi del nostro tempo hanno cercato di delineare lo spirito di tale arte. Gli appunti lasciati da frère Luc, uno dei monaci dell' Atlante assassinati nel 1996 in Algeria (6), contengono questo bell'adagio, davvero realistico: "Un uomo vecchio è cosa miserabile, a meno che la sua anima non canti". Già lo scrittore cattolico Gilbert Cesbron riteneva che giovinezza e vecchiaia autentiche non avessero poi un grande rapporto con l'età fisica: "Si è giovani fino a quando si desidera che ogni nuovo giorno sia diverso dal precedente: si è vecchi quando si spera che ogni anno assomiglierà al precedente". Potremmo elencare all'infinito le riflessioni dei saggi e dei maestri spirituali relative agli anni che si accumulano e all'età della vecchiaia che arriva, nelle quali si esprime la dimensione positiva del tempo che scorre, mentre la pigrizia spirituale tende a volerne impedire la fuga.

Sarebbe stupido ritenere per principio che il domani sarà migliore dell' oggi. Scandire questo slogan assomiglia al metodo Coué (7) o ad imbottire il cervello della gente. Ma anche l'affermazione del contrario, e cioè che la vita può soltanto degradarsi a mano a mano che ci affacciamo al suo versante in discesa, è altrettanto stupida e, cosa più grave, disperante. C'è un tempo per tutto ed un fiore da cogliere ogni giorno. Se ci limitiamo a stringere nervosamente nel pugno il fiore di ieri, lo aiutiamo soltanto a sfiorire più in fretta.

Pur pessimista nella sua impostazione generale, l'Ecc1esiaste, che non appartiene all'esperienza cristiana, notava già il valore dei tempi che si succedono e non si assomigliano.

* * *

"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace"
(Eccl 3,1-8).

[4] Musicista e compositore (1924 - 2004), allievo di Luigi Nono, Luciano Berio et Karlheinz Stockhausen, la sua musica fu definita del "realismo fantastico"; qui viene citato dall'autore anche nella Conclusione (n.d.t.).

[5] In edizione italiana, Einaudi Editore, 1980 (n.d.t.).

[6] Fratel Luc Dochier, rapito con altri sei confratelli. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 un gruppo di militanti del Gia (Gruppo islamico armato) li prelevò dal monastero trappista di Nostra Signora dell' Atlante, a Tibhirine, in Algeria. Furono ritrovati morti (ma solo le loro teste, mozzate dal corpo) due mesi dopo (n.d.t.).

[7] Emile Coué, farmacista (1857 - 1926), elaborò il metodo dell'Autosuggestione cosciente: - "Ogni giorno, da ogni punto di vista, miglioro". Tutte le mattine, al risveglio prima di alzarvi, e tutte le sere, appena vi siete messi a letto, chiudete gli occhi e, senza sforzarvi di concentrare la vostra attenzione su ciò che state per dire, pronunciate per venti volte questa frase -. Ecco il contenuto essenziale del metodo Coué; cfr. in italiano Il metodo Coué, Edizioni Mediterranee (n.d.t.).

 

 

 

IN UN MONDO CHE CAMBIA

Elogio dell' infanzia

Nell' Antichità i vegliardi si sentivano rispettati per la loro saggezza e la loro esperienza. Gli uomini di età matura promulgavano le leggi. Ma quel tempo non aveva nessuna considerazione per l'infanzia. La mortalità infantile aveva abituato gli adulti a guardare ai bambini come ad esseri indefiniti, piuttosto ingombranti a causa del loro grande numero e delle loro grida. Rivestivano qualche importanza solo i giovani maschi necessari per assicurare la discendenza o destinati a fortune dinastiche; ma era più il destino del lignaggio che quello della loro singola individualità a renderli oggetto di attenzioni fin dalla più tenera infanzia.

In generale, nel mondo mediterraneo, l'educazione si presentava principalmente come addestramento e le punizioni corporali occupavano un ampio spazio. Troviamo nella raccolta dei Proverbi di Salomone questa affermazione rivelatrice della mentalità semitica del tempo: "La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l'allontanerà da lui" (Pr 22,15). E, più vicino a noi, il saggio Ben Sira, un ebreo ellenizzato testimone di una doppia cultura, scriveva ancora: "Hai figli? Educali e sottomettili fin dall'infanzia. Hai figlie? Veglia sui loro corpi, ma mostra loro un viso severo" (Si 7,23-24).

Il mondo occidentale del XXI secolo, nel quale i bambini sono poco numerosi, non si riconosce in queste rudi consegne. Se il bambino non ne è sempre il re, spesso ne è il principe. Lo sommergiamo di regali, lasciamo che interrompa le conversazioni degli adulti, dimentichiamo questo adagio di saggezza universale vicino ai propositi categorici di Ben Sira: "Se allevi tuo figlio come un principe, aspettati che un giorno si comporti da tiranno". Sedotti da questi giovani e rari esseri, abbiamo difficoltà a individuare uno spazio adeguato fra la severità e l'indulgenza permissiva. Valutiamo male i valori autentici dei quali i bambini sono portatori ed i messaggi che ci inviano. È bene ricordarseli, senza tuttavia trasformare ragazzi e ragazzine nei piccoli angeli che non sono.

Se ho cinquant' anni, il tempo che mi separa dai cinquantacinque rappresenta solo un decimo del tempo che ho già percorso; come dire che arriveranno molto presto. Più invecchiamo, più ci sembra che la vita vada in fretta e ci piacerebbe rallentarne, se non arrestarne, la corsa. Per un bambino, invece, andare dai cinque ai dieci anni significa raddoppiare la propria età; gli può sembrare un tempo assai lungo. Ha fretta di crescere e nessuna voglia di fermare la macchina del tempo. Se gli capita, come a tutti, di avere paura del futuro, lo considera tuttavia soprattutto come portatore di promesse. Non si nasconde forse in ciò un messaggio che gli adulti disillusi hanno tanto bisogno di ascoltare?

L'infanzia è anche il periodo della vita nel quale si verifica al massimo la capacità di scoprire e di lasciarsi stupire. L'età dei "come?" succede a quella dei "perché?". Il piccolo dell'uomo aspira a un mondo bello. È capace di meravigliarsi, è capace anche di sognare ciò che non ha o non è, è abitato dalla voglia di capire, non si soddisfa né delle risposte dilatorie né delle scappatoie. Dice spesso delle bugie per non farsi punire o per mettersi in vista, ma, nello stesso tempo, non sopporta che un adulto ne dica. Vivere accanto a un bambino significa, per un adulto, ricevere ripetuti appelli a vivere nella verità, verità di se stessi, verità dei propri desideri, verità delle relazioni con gli altri; il bambino che vive accanto a me mi ricorda il carattere irrisorio della vanagloria e degli orpelli.

Seguendo Gesù, alcuni spirituali cristiani hanno valorizzato lo spirito dell'infanzia, e la più famosa tra loro è santa Teresa di Lisieux. La fiera adolescente diventata umile carmelitana, la giovane normanna che sognava all'inizio di compiere grandi cose, si è resa conto che la santità era compatibile con le umili occupazioni del chiostro e che questa "piccola vita" costituiva addirittura un cammino privilegiato. Teresa ci ricorda che il cristianesimo non è né appannaggio degli atleti, né degli eroi e che ogni lavoro, anche il più modesto, può essere mezzo di santificazione.

Vicino, lui pure, alla spiritualità del Carmelo, il cardinale Pierre de Bérulle, fondatore dell'Oratorio in Francia, contemplava volentieri la figura di Gesù appena nato. Ed al bambino Gesù aveva votato il noviziato dell'Oratorio. Non si deve vedere, in questa scelta né sdo1cinatezza né devozione ingenua - il XVII secolo non si inteneriva certo più dell'Antichità dinanzi ai neonati - ma, in modo più serio e forse più austero, il maestro della scuola francese di spiritualità vedeva nel bimbo in fasce del Presepe, incapace di autonomia, il frutto dell'amore di un Dio onnipotente che si è fatto infans, condannato al linguaggio disarticolato dei bebè. Abbassamento estremo per colui che era la Parola di Dio incarnata, abbassamento che prefigurava quello che Gesù avrebbe poi conosciuto sulla croce. Porre questo neonato come modello significava per il novizio dell'Oratorio come un'esortazione a dire "puah!" della propria ricchezza materiale, delle proprie capacità naturali o della propria condizione sociale, come un invito ad imitare Colui che, per dirla con san Paolo, "da ricco che era si è fatto povero per arricchirei con la sua povertà" (2Co 8,9).

Lo spirito di povertà, in effetti, non è privo di rapporti con lo spirito dell'infanzia. L'uno e l'altro spingono il credente a riporre la propria forza in Dio e non nelle proprie risorse, che si tratti di risorse materiali quanto allo spirito di povertà, o delle risorse interiori quanto allo spirito dell' infanzia: chi crede nel Vangelo deve contare su Dio più che su se stesso, così come un bambino conta su suo padre.

Rompendo con il pensiero dei maestri ebrei e dei filosofi greco-romani del suo tempo, Gesù ha valorizzato due volte l'infanzia: per ricordare che egli stesso si era fatto debole e vulnerabile per amore; e per invitare i discepoli a diventare come bambini. In questo non troviamo nessun infantilismo, ma un richiamo autentico a ciò che noi siamo dinanzi a Dio Padre.

* * *

"Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: - Di che cosa stavate discutendo lungo la via?-. Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, seduto si, chiamò i Dodici e disse loro: - Se uno vuoi essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti -. E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciando lo disse loro: - Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato" (Mc 9,33-37).

"Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: - Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso -. E prendendo li fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva" (Mc 10,13-16).