PICCOLI GRANDI LIBRI   Michel Quesnel
LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

EDIZIONI SAN PAOLO 2008
Titolo originale: La sagesse chrétienne. Un art de vivre
Traduzione di
Eleonora Bellini

Considerato che dobbiamo morire...

Sotto il segno del Figlio In relazione con l'Assolutamente Altro Nonostante la paura e i rimproveri
Elogio di Gesù Cristo
Elogio della Bibbia
Elogio della Chiesa
Elogio della preghiera
Elogio del silenzio
Elogio della solitudine
Elogio della fiducia
Elogio dell' errore
Elogio del perdono
Chiamati alla luce Tra un prima e un dopo Con i fratelli
Elogio della lucidità
Elogio della meraviglia
Elogio della discussione
Elogio della contemplazione
Elogio della memoria
Elogio della perseveranza
Elogio della fragilità
Elogio dell'amicizia
Elogio della compassione
In un mondo che cambia In carne ed ossa Senza drammatizzare
Elogio del cambiamento
Elogio del tempo che passa
Elogio dell'infanzia
Elogio del corpo
Elogio del desiderio
Elogio della bellezza
Elogio della tolleranza
Elogio dell'orgia
Elogio dell'umorismo
Edificare la terra Nel cuore delle culture CONCLUSIONE
Elogio dell'impegno
Elogio del lavoro
Elogio della ricchezza
Elogio del rito
Elogio dell'arte
Elogio della lettura
Elogio della libertà
     

EDIFICARE LA TERRA

Elogio dell'impegno

Impegnarsi non è un elemento caratterizzante dei nostri tempi. "Arruolatevi, rinnovate la ferma! (8)": questi imperativi evocano inequivocabilmente i richiami lanciati dai sergenti rec1utatori del tempo che fu a popolazioni campagnole ammaliate dall'ingannevole splendore di un'uniforme che non era priva di rapporti con gli specchietti per le allodole, oppure, meno lontano da noi, con una militanza dalle sonorità di passi cadenzati, popolata da capelli tagliati a spazzola e da fronti basse. L'impegno puzza come cosa fuori moda e dai corti orizzonti.

Già un secolo fa André Gide lo rifiutava per mantenersi disponibile; temeva di impoverirsi facendo scelte decisive. Pretendeva, attraverso questo rifiuto, di preservare la propria libertà. L'autore de L'immoralista non è più molto letto dai giovani del XXI secolo, ma continua a creare degli emuli. Non ci si sposa più o quasi più; i seminari sono vuoti; i partiti politici popolati da sessantenni; l'impegno sindacale è in crisi. Certo, Martin Luther King viene considerato come un santo; l'abbé Pierre e suor Emmanuelle, personaggi più che mai impegnati, continuano ad essere al top della popolarità; ma rappresentano figure emblematiche di una bontà e di un altruismo fuori dal comune, da contemplare a distanza, più che maestri da imitare. L'impegno fa paura, soprattutto quello a lungo termine. L'avvenire appare incerto; nessuno può dire di che cosa sarà fatto il domani. L'uomo di oggi non comprende il motivo per cui dovrebbe impegnarsi lungo un cammino che rischia di rivelarsi un vicolo cieco.

L'impegno, tuttavia, incarna la saggezza di coloro che sperano. Non è questo il luogo per fare l'elogio della virtù teologale della Speranza, ma essa è parte fondamentale del cristianesimo. Sperare non significa pretendere di sapere come sarà l'avvenire; l'avvenire non lo conosce nessuno. In ebraico, lingua della maggior parte dell' Antico Testamento, la preposizione che significa "dopo" sul piano temporale significa allo stesso modo, sul piano dello spazio, "dietro". Ciò che viene, l'ebreo dell' antichità ce 1'ha dietro di sé. Questa rappresentazione è molto comprensibile perché il futuro è sconosciuto e nessuno ha gli occhi dietro la testa... Al contrario, "davanti" significa anche "prima"; è il passato che l'uomo biblico ha davanti agli occhi, perché, almeno parzialmente, lo conosce.

Sebbene nessuno conosca il futuro, considerato nel senso degli avvenimenti che si produrranno negli anni o nei secoli che verranno, una delle convinzioni cristiane più forti, radicata nella storia biblica e nella resurrezione di Gesù, è che la creazione ha un avvenire in Dio: i suoi contorni rimangono indefiniti, certo, tuttavia risplende di intensa luce. Il mondo creato, che procede alla meno peggio, è destinato al successo. Gli scossoni, dei quali siamo testimoni, non avranno come risultato il fallimento. I mezzi di comunicazione di massa, alcuni dei quali trasformano le disgrazie in mezzi per consolidare il proprio potere, sembrano annunciare il contrario. Ma, se facciamo uno sforzo di lucidità e rifiutiamo di lasciarci impressionare dal catastrofismo diffuso, possiamo vedere alcuni progressi, percepibili nei tempi lunghi, operare nella nostra società: la violenza, ad esempio, è diminuita rispetto alla situazione dell'antichità e anche del Medio Evo; il diritto ha un valore più universale; la pena di morte è meno praticata. Queste conquiste e molte altre, delle quali godiamo spesso senza apprezzarle nella giusta misura, sono il risultato dell' impegno dei nostri antenati.

Sarebbe ipocrita pretendere che le fatiche che i nostri predecessori hanno sostenuto per far progredire il mondo non siano servite a nulla; più che lucidità, questo atteggiamento costituirebbe un pretesto per vivere freddamente in un mondo ristretto, egoista e confortevole. È illusorio pensare, come affermava Gide, che non impegnarsi sia necessario per conservare la propria disponibilità e la propria libertà; perché, a forza di mantenersi disponibili per tutto, si finisce col non far nulla e ci si ritrova, al crepuscolo della propria vita, davanti ad una molteplicità di possibili vie delle quali non se ne è imboccata nessuna.

Se non si vuol pagare lo scotto della sterilità, progredire nella vita implica il dover fare delle scelte. Se mi sposo, non potrò essere monaco. Se scelgo di sposare qualcuno, scelgo nello stesso tempo di non sposarne un altro. Se, in coppia, mettiamo al mondo dei bambini, i nostri viaggi in Kenya per un appassionante safari fotografico non potranno essere decisi con quarantott'ore di anticipo volendo approfittare di un'offerta promozionale. Se divengo esperto in cinese, c'è una buona probabilità che non lo divenga in swahili. Se milito a favore dell'inserimento dei disabili nella vita nonnale, lascerò ad altri la causa dei prigionieri e degli orfani del Mekong. Nella vita succede come nel giardinaggio: affinché un albero cresca diritto ed il suo tronco sia forte, bisogna sfrondare i rami bassi.

Ma nemmeno mi può venire in mente di tapparmi le orecchie e di andare avanti senza prestare attenzione a quanto succede fuori dalla mia strada. Però la vita non va all'indietro e sarebbe illusorio pretendere di ritornare sui passi percorsi per seguire una via che oggi mi sembra migliore di quella sulla quale mi trovo impegnato. In ogni caso, non sono più lo stesso di dieci anni fa. Non devo disperarmi se gli impegni che ho preso allora mi risultano talvolta pesanti da portare e difficili da onorare. Pochi atteggiamenti mentali hanno effetti più nefasti dell'indecisione costante o eretta a principio.

* * *

"Mentre andavano per la strada, un tale gli disse:

Ti seguirò dovunque tu vada -. Gesù gli rispose: - Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo -. A un altro disse: - Seguimi -. E costui rispose: - Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre -. Gesù replicò: - Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio -. Un altro disse: - Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa -. Ma Gesù gli rispose:Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio -" (Lc 9,57-63).

[8] In francese "engager" significa impegnarsi ed anche arruolarsi (n.d.t.).

EDIFICARE LA TERRA

Elogio del lavoro

"Lavorare è troppo duro, rubare non è bello", cantava Julien Clerc negli anni Settanta. In poche parole, l'artista di varietà enunciava il dilemma al quale è sottoposta ogni persona umana: è normale lavorare, ma stanca; quanto a non lavorare, ci condurrebbe a vivere in modo disonesto del lavoro degli altri. L'alternativa esiste da sempre. Nel libro della Genesi Dio dice all'uomo e alla donna che ha appena creato: "Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra" (Gn 1,28). Non vediamo come si potrebbe far questo senza lavorare! Ma, più avanti, il lavoro in quanto ha di penoso è presentato ad Adamo come un castigo dovuto al peccato originale: "Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai I alla terra..." (Gn 3,17-19). Dunque, il lavoro: opera nobile dell'uomo o punizione?

Senza negarne la durezza, la Bibbia guarda al lavoro in modo positivo. Anche Dio lavora. Il mondo che ha creato è un'opera dalla quale, d'altra parte, sente il bisogno di riposarsi al settimo giorno della creazione.
"Con il frutto delle tue opere sazi la terra" proclama il Salmo 103 (v13). E prosegue citando l'attività degli uomini che prolunga quella di Dio: "L'uomo esce per il suo lavoro, la sua fatica fino a sera" (v23). Attraverso il suo lavoro l'uomo può, in qualche modo, far sbocciare l'opera divina. Sebbene l'espressione non sia molto felice perché la Bibbia non usa mai il verbo "creare" se non per Dio, i teologi hanno talvolta detto che l'uomo ha la vocazione di co-creatore. Nella tradizione ebraica e cristiana lavorare è una delle attività più nobili della persona umana. Questa, trasformando la natura, trasforma anche se stessa. Il lavoro è un fattore di crescita dell'umanizzazione. Essere disoccupato non costituisce solo un degrado sociale; è la privazione di un'attività attraverso la quale ciascuno si può realizzare e può dispiegare i suoi talenti.

Ci sembrano ormai tanto sorpassate le prospettive che parevano aprirsi negli anni che vennero definiti i gloriosi trenta (9), in cui economisti e sociologi vedevano sorgere per gli uomini l'avvento di un'era quasi paradisiaca nella quale non avrebbero più dovuto lavorare: una civiltà di tempo libero e di piacere, servita dalla meccanizzazione. Non avrebbe dovuto esserci più nulla da fare poiché le macchine si sarebbero occupate di tutto! Ma dimenticavano, semplicemente, che ci sarebbe pur voluto qualcuno per progettare e fabbricare le macchine e che avere del tempo libero implica il beneficiare del lavoro di un altro. E dimenticavano anche - ma ci sarebbero voluti i decenni successivi perché se ne rendessero conto - che una notevole quantità di tempo libero, lungi dal servire la persona umana, l'istupidisce spaventosamente. È il caso, per molti, della televisione. Come faceva notare con dispiacere, sulla soglia dell'anno 2005, un dirigente scolastico: "Il livello culturale dei programmi è inversamente proporzionale alla grandezza degli schermi degli spettatori".

Ciò detto, sarebbe ingenuo fare l'apologia del lavoro senza essere lucidi sulle sue perversioni. Se il lavoro ha, tra le sue funzioni, quella di domare la violenza della natura, l'attività del lavoratore non è priva di violenza. Lavorare richiede sempre uno sforzo. Le imprese intrattengono con i loro clienti un rapporto di forza nel quale sono in gioco questioni di potere. All'interno delle stesse imprese è onnipresente la relazione oppressore/oppresso; essa costituirebbe, per Karl Marx, il maggiore aspetto dell' alienazione. E ancora, sarebbe completamente ingenuo valorizzare il lavoro avendo a modello il pacifico artigiano, ricco del proprio sapere e del proprio saper fare, e che trova la propria piena realizzazione nella creazione di un' opera che non è lontana dall'opera d'arte. Lo stesso artista, quale che sia il suo talento, si deve sottomettere ad ore di esercizio o di scale musicali che non fanno parte del piacere. Alcuni lavori ripetitivi riducono la persona umana al rango di macchina. Se la mancanza di lavoro genera imbarbarimento, il lavoro mal concepito o mal controllato è sorgente di abbrutimento e la prima cosa non è migliore dell' altra. Conosciamo tutti delle persone quadri o operai - che ritornano a casa spossati e non hanno più la possibilità di dedicare del tempo a se stessi o alla propria famiglia.

Pure se scritta prima dell'era industriale, la Bibbia prende in considerazione il rischio di un lavoro alienante ed insiste sulla necessità di intervalli di riposo. Questo è il posto del sabato. Osservarlo è un obbligo ricordato da entrambe le versioni del Decalogo, in ciascuna con un diverso fondamento: nel libro dell'Esodo, l'uomo deve rispettare il sabato per imitare Dio che nel settimo giorno della creazione si è riposato (Es 20,11); nel libro del Deuteronomio il riposo sabbatico ricorda che Israele è stato liberato da Dio dalla schiavitù d'Egitto e che è ora un popolo libero (Dt 5,15). Lavorare senza sosta renderebbe l'uomo schiavo: lo priverebbe del piacere, della preghiera, delle relazioni gratuite e gratificanti... In una parola, lo disumanizzerebbe.

Gesù ha reagito contro l'osservanza formalista del sabato predicata da alcuni farisei del suo tempo. Non ne ha contestato la legittimità. Se egli stesso è vissuto di elemosine durante i tre anni nel corso dei quali ha predicato, fino a quel momento aveva lavorato con le proprie mani: "Non è costui il carpentiere?" si meravigliavano gli abitanti di Nazareth vedendolo prendere la parola nella sinagoga (Mc 6,3). Quanto a san Paolo, pur conoscendo le prescrizioni, date da Gesù ai suoi discepoli, di vivere della loro attività di predicatori, scelse di esercitare il lavoro di fabbricante di tende durante le sue missioni; pensava si trattasse per lui di una condizione di libertà in rapporto ai membri delle Chiese che fondava. "Arbeit macht frei! (Il lavoro rende liberi)": i nazisti hanno orribilmente stravolto questa affermazione per degradare degli esseri umani al rango di schiavi e addirittura al rango di animali. Tuttavia, ben compresa, essa è pure una verità.

* * *

"E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuoi lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla ed in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace" (2Tes 3,10-12).

[9] Gli anni di grande crescita economica successivi alla prima guerra mondiale (n.d.t.).

 

EDIFICARE LA TERRA

Elogio della ricchezza

Tessere l'elogio della ricchezza ha qualcosa di paradossale - se non addirittura di indecente - in una religione fondata su di un Vangelo la cui prima beatitudine è, in Matteo: "Beati i poveri di spirito" (Mt 5,3); oppure, nella versione di Luca: "Beati voi poveri" (Lc 6,20). La posizione del cristianesimo nei confronti del denaro è effettivamente molto complessa. Non sapremmo ridurla a qualche semplice consegna. Tre raffigurazioni di Épinal (10) hanno valore per le religioni uscite dalla Bibbia, tutte sono abbastanza approssimative, ma, come ogni semplificazione, non prive di un certo fondamento: l'ebreo usuraio, il protestante capitalista, il cattolico che prova sensi di colpa per la ricchezza propria e per i tesori del Vaticano. Il modo meno sbagliato di accostare questa verità complessa è senza dubbio quello di riconsiderarla a partire dai fondamenti biblici.

L'epoca patriarcale valorizzava la ricchezza. La considerava segno della benedizione di Dio. Il libro della Genesi si compiace nell' enumerare le ricchezze di Abramo, fedele tra i fedeli, e dei suoi discendenti: "Abram era molto ricco in bestiame, argento ed oro" (Gn 13,2); suo figlio "Isacco fece una semina in quel paese e raccolse quell'anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto. E l'uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo" (Gn 26,12-13). Un proverbio della raccolta di Salomone riepiloga questo in concetto in forma di massima universale: "Corona dei saggi è la loro ricchezza; la follia degli stolti è follia" (Pr 14,24).

Queste affermazioni collimano con l'esperienza corrente. La saggezza di una persona si esercita in ogni campo, compreso quello della gestione dei beni materiali e constatiamo facilmente che le qualità umane favoriscono l'arricchimento. Certo la storia di Giobbe colpito dalla disgrazia appare come crudele smentita di questa ricchezza retributiva. Ma, dopo il tempo della prova, egli fu ristabilito nelle sue ricchezze. In definitiva, la regola comune continua ad essere applicata.

Tutto questo tuttavia ha valore soltanto se ci ricordiamo che i beni della creazione, denaro compreso, appartengono a Dio, e che l'uomo ne è soltanto l'amministratore. Se la ricchezza è il normale risultato di una gestione sana, diventa tuttavia perversa se il ricco si aggrappa alla sua fortuna al punto di considerarla come bene suo proprio. Nello stesso momento in cui valorizza la ricchezza, la Bibbia ebraica fa dell'elemosina un dovere. Ne troviamo un'eco nel vangelo di Matteo per il quale quest'ultima è, con la preghiera e il digiuno, una delle maggiori accentuazioni della pratica della legge: "Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,2-4).

Tradizionale nell' ebraismo, l'elemosina non è tuttavia sufficiente per un cristiano, perché sembra avere un carattere facoltativo - cosa che non avviene nell'ebraismo e nell'islam - e perché è un gesto che procede dall'alto verso il basso. Chi fa un'elemosina non dà mai se non il superfluo di ciò che possiede. La sua generosità non mette in nessun modo in pericolo il suo benessere; peggio, diventa un modo come un altro per affermare il proprio potere. La generosità paternalista del ricco è stata giustamente deplorata. Perché effettivamente può essere all'origine di un discorso perverso che pretenderebbe di ispirarsi alle Beatitudini: "Felici voi poveri. In questo mondo conoscete l'infelicità, ma, nell'altro, il rovesciamento della situazione vi favorirà, mentre a noi ricchi verrà rimproverata la nostra ricchezza" .

Di fronte alla valorizzazione della ricchezza, che nel mondo ebraico è andata per la maggiore lungo i secoli, il messaggio di Gesù risuona quasi con brutalità, soprattutto nel modo in cui è formulato nel vangelo di Luca: "Ma guai a voi ricchi, perché avete già la vostra consolazione" (Lc 6,24). Buon servitore e cattivo maestro, il denaro è visto qui nell' ambiguità delle sue seduzioni. Perché è molto difficile considerarlo come realtà transitoria, dato che spesso abbiamo dispensato molta energia per guadagnarlo. Ora, il sudario non ha tasche. Capitalizzare è insensato: "Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore" (Lc 12, 33-34).

La consegna è chiara. Il denaro è pericoloso perché scava abissi tra ricchi e poveri, e Gesù invita ad impiegarlo come ponte tra le due rive del fossato che esso stesso ha scavato: "Procuratevi amici con la disonesta ricchezza" (Lc 16,9). La frase è seguita da una parabola famosa che la spiega a contrario, quella del ricco e del povero Lazzaro che mendicava alla sua porta senza che il ricco se ne accorgesse nemmeno. Il torto del ricco della parabola è quello di non avere rivolto neppure uno sguardo a colui che incrociava ogni giorno uscendo di casa; di aver lasciato invalicabile il fossato.

La forma che questo insegnamento deve assumere oggi è sicuramente diversa da quella della semplice elemosina così come veniva vissuta nell' ambito di un popolo limitato ad uno spazio ristretto. Considerate le relazioni professionali e sociali di oggi, essa si chiama ormai rifiuto dello sfruttamento dei più svantaggiati, giustizia sociale nell'impresa, giusta remunerazione delle ricchezze prodotte dai paesi emergenti, solidarietà internazionale in caso di gravi catastrofi. La Chiesa cattolica, al tempo del concilio Vaticano II, ha dichiarato chiaramente la propria opzione per i poveri. Il Secours catholique e il Comité catholique contre la faim et pour le développement (CCFD) (11) la mettono in pratica in modo notevole. Ma l'esistenza di questi organismi, ad ogni buon conto, non dovrebbe tranquillizzare i cristiani ricchi né indurii ad abdicare alle loro responsabilità di ricchi. L'opzione per i poveri non è opzionale. È l'unica scelta economica compatibile con il Vangelo. La condivisione è un dovere di giustizia.

Se la corsa al profitto, l'egoismo dei popoli ricchi, la strumentalizzazione dell' etica e della follia liberale meritano di essere denunciati, si deve tuttavia dare credito anche all'esortazione che il protestante Guizot (12) indirizzava ai francesi alla metà del XIX secolo: "Arricchitevi". Non con qualsiasi mezzo, non senza tener conto dell'impoverimento che potreste causare in altri Paesi se obbedite ad una logica liberale sfrenata, non senza controllo sociale della vostra abbondanza... Ma la ricchezza in quanto tale non ha motivo di farvi paura. È un motore di sviluppo.

Sulla soglia del suo regno, Salomone fu lodato perché aveva chiesto a Dio un cuore colmo di giudizio piuttosto che una lunga vita, o la ricchezza, o la vittoria sui nemici. Rimane il fatto che Dio lo premiò in sovrappiù e che la ricchezza fu il suo premio.

* * *

"Dio gli disse: - Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né una lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause, ecco faccio come tu hai detto. Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato: cioè ricchezza e gloria come nessun re ebbe mai. Se poi camminerai nelle mie vie osservando i miei decreti e i miei comandi, come ha fatto Davide tuo padre, prolungherò anche la tua vita-" (1Re 3,11-14).

[10] Le immagini di Épinal erano stampe di soggetto popolare, religioso, storico, fantastico che presero il nome dalla città di Epinal nella quale venivano stampate, con grande successo, dal tipografo Jean Baptiste Pellerin (1756 - 1836). Con l'andar del tempo l'espressione "immagine di Epinal" assunse il senso figurato di visione tradizionale ed ingenua delle cose (n.d.t.).

[11] Il Secours catholique (Soccorso cattolico), fondato nel 1946 da Jean Rodhain, si fonda sulla dottrina sociale della chiesa ed è attento ai problemi di povertà ed esclusione ed alla giustizia sociale. Il Comité catholique contre lafaim et pour le développement (Comitato cattolico contro la fame e per lo sviluppo) è una organizzazione non governativa di sviluppo nata nel 1961 in risposta al grido d'allanne lanciato dalla FAO sulla fame nel mondo (n.d.t.).-

[12] François Pierre Guillaume Guizot (1787 - 1874), politico e storico di famiglia ugonotta.