PICCOLI GRANDI LIBRI   Michel Quesnel
LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

EDIZIONI SAN PAOLO 2008
Titolo originale: La sagesse chrétienne. Un art de vivre
Traduzione di
Eleonora Bellini

Considerato che dobbiamo morire...

Sotto il segno del Figlio In relazione con l'Assolutamente Altro Nonostante la paura e i rimproveri
Elogio di Gesù Cristo
Elogio della Bibbia
Elogio della Chiesa
Elogio della preghiera
Elogio del silenzio
Elogio della solitudine
Elogio della fiducia
Elogio dell' errore
Elogio del perdono
Chiamati alla luce Tra un prima e un dopo Con i fratelli
Elogio della lucidità
Elogio della meraviglia
Elogio della discussione
Elogio della contemplazione
Elogio della memoria
Elogio della perseveranza
Elogio della fragilità
Elogio dell'amicizia
Elogio della compassione
In un mondo che cambia In carne ed ossa Senza drammatizzare
Elogio del cambiamento
Elogio del tempo che passa
Elogio dell'infanzia
Elogio del corpo
Elogio del desiderio
Elogio della bellezza
Elogio della tolleranza
Elogio dell'orgia
Elogio dell'umorismo
Edificare la terra Nel cuore delle culture CONCLUSIONE
Elogio dell'impegno
Elogio del lavoro
Elogio della ricchezza
Elogio del rito
Elogio dell'arte
Elogio della lettura
Elogio della libertà
     

NEL CUORE DELLE CULTURE

Elogio del rito

Se il corpo è spesso la sede del desiderio, è anche, e ancor più, il supporto abituale del rito. Questo vale per il corpo fisico di ogni persona, che compie quotidianamente un certo numero di riti. Questo vale ancora di più per un corpo sociale: la vita sociale è necessariamente ritualizzata, con i vantaggi e gli inconvenienti di questa pratica inevitabile. La ritualità oltrepassa i comportamenti istintivi codificati che osserviamo presso alcuni animali, come le danze nuziali degli insetti e degli uccelli. È costitutiva dell' esistenza umana. Il rito èun linguaggio non verbale, anche se si accompagna molto spesso alla parola.

Compiamo alcuni riti spontaneamente, molto spesso senza rendercene conto. Inscritto in una cultura, il rito dispensa dal chiedersi continuamente che cosa si dovrà fare nel momento seguente. Non si può continuamente reinventare tutto. In questo, il rito libera. Consideriamo per un istante il rituale che abbiamo collaudato per i minuti che seguono al nostro risveglio: compiamo un certo numero di gesti, generalmente in un ordine determinato; attraverso questi ci prepariamo alla vita sociale che ci attende. L'ordine nel quale ci facciamo la doccia, laviamo i denti, infiliamo i vestiti, facciamo colazione, obbedisce ad un protocollo ben regolato. Se un elemento di questo protocollo stabilmente definito non viene compiuto nel suo momento, ci si chiede in qual modo lo si potrà reintegrare, e l'edificio vacilla. I più ritualizzati tra noi, hanno addirittura messo a punto un rituale per i giorni di lavoro e uno per i giorni di riposo. In questo caso la giornata che comincia è segnata fin dall'inizio dal suo status, festivo o ordinario.

Diffuso nella vita individuale, il rito si rivela indispensabile nella vita sociale. La sua forma più diffusa è la buona educazione, le cui caratteristiche variano considerevolmente da una cultura ad un'altra.

Prima di mettersi a tavola in luoghi stranieri è bene informarsi sulle abitudini rituali del paese, per non incorrere in gravi gaffes. Cominciare a mangiare prima della padrona di casa è molto maleducato in Francia ed in alcuni Paesi d'Europa; non è così in Brasile. Ruttare alla fine del pasto, espressione legittima ed anche attesa del piacere che si è avuto dall'abbondanza delle portate servite, secondo la cultura araba tradizionale, è da evitare in altri luoghi... E questo per non parlare del modo di collocare il pane rispetto al piatto, di aprire il tovagliolo, di portare il cucchiaio alle labbra. .. Le differenze sono facili da constatare, nello stesso Paese, tra un gruppo sociale e l'altro. Per testare qualcuno in Francia, la cosa migliore è invitarlo a pranzo; il suo rispetto spontaneo delle regole della buona creanza rivela se sia degno o meno di frequentare la tribù.

In queste occasioni tocchiamo con mano le perversioni della ritualità. I riti di condivisione della tavola sono veri e propri segnali di riconoscimento, principalmente negli ambienti borghesi. Obbediscono ad un codice complesso di gesti permessi e di altri proibiti. La contestazione sessantottina ne diffidava profondamente: "È proibito proibire" era il suo slogan. Messa sotto accusa delle leggi e messa sotto accusa dei riti era considerata la stessa cosa. L'unico problema è che, non potendo fare a meno dei riti, a quelli vecchi ne venivano sostituiti dei nuovi. Non era bello, nel 1968, passeggiare con i capelli tagliati troppo corti in un quartiere di studenti! In altri termini, se si può dichiarare morto un rito particolare, non si potrà far morire la ritualità in sé. Sostituire un linguaggio ad un altro non impedirà di esprimere qualcosa attraverso illook, i gesti, il modo di comportarsi a tavola o di parlare. Meglio, dunque, scegliere quale codice utilizzare, piuttosto che esprimere qualcosa nella quale non ci si riconosce.

Componente dell' antropologia, il rito occupa un posto particolare in campo religioso. La relazione della persona umana con il divino si esprime con riti gestuali e verbali un buon numero dei quali risale alla notte dei tempi. Ereditate dagli antenati, le pratiche rituali radicano le società in una profondità che le trascende. Ogni gruppo religioso ha i suoi luoghi sacri, i suoi tempi sacri, i suoi centri di pellegrinaggio, i suoi riti funebri. Si presume che piacciano alla divinità; essendo questa immutabile, la continuità è dunque una regola. Ne deriva una conseguenza quasi inoppugnabile: per necessità antropologica e teologica le religioni sono naturalmente conservatrici. Cambiare qualche cosa ad un cerimoniale potrebbe sortire come conseguenza nefasta di dispiacere al dio e l'inefficacia del rito.

È questo, almeno, lo spazio del rito ed il suo ruolo nella maggior parte delle religioni. Ma la cosa è diversa per l'ebraismo e, ancora di più, per il cristianesimo. Innanzitutto ebraismo e cristianesimo mettono sotto accusa pratiche rituali che non siano in accordo con disposizioni interiori appropriate. Le condanne di Amos e di Isaia contro i sacrifici offerti da un popolo che non rispettava la Torà sono famose: "Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero? - dice il Signore. - Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi. Il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco" (Is 1, 11). Ma il posto del rito presso i cristiani è fondamentalmente diverso da quanto avviene altrove, nella misura in cui la salvezza, per esistere, non ha bisogno del rito. La sola salvezza, per un cristiano, è ciò che Dio operò nella storia del mondo attraverso la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. Come recita la lettera agli Ebrei, Gesù si è offerto "una volta per tutte" (Eb 7,27). Ciò che è immutabile è questo avvenimento. Le celebrazioni cristiane solo soltanto il suo memoriale e la sua attualizzazione. Possono dunque essere modificate dalla Chiesa in relazione con l'evolversi dei tempi; e i riti cristiani possono essere diversi da una cultura all'altra. Ciò non giustifica qualsiasi fantasia durante le celebrazioni; ma rende imbecille, teologicamente parlando, qualsiasi rivendicazione liturgica fissistica, come se esistesse un sistema rituale voluto direttamente da Dio o una "messa di sempre".

Modificare il modo di fare definito dal rituale consueto o anteriore è espressione di un' intenzione, e la Chiesa cattolica se lo è sempre permesso. Il sacramento della riconciliazione è cambiato molto nel corso dei secoli - a cominciare dal nome. Lo stesso vale per i gesti secondari della messa, della lingua liturgica, e di numerosi simboli utilizzati nelle celebrazioni. È proprio quanto ha fatto Gesù stesso rispetto alle pratiche ebraiche dell' epoca sua, come il sabato, che l'usura del tempo aveva reso sclerotiche: non le priva della loro dimensione rituale, la riconsidera. Un esempio famoso è il gesto che compie in occasione della Cena, il giovedì che precedette la sua morte. Mentre pulire i piedi dei convitati era un rito di ospitalità compiuto di solito da una serva, egli lo compie personalmente, per i discepoli, ponendosi così come loro servo ed invitandoli a fare lo stesso gli uni con gli altri. Questo semplice scambio di protagonista valeva un intero discorso.

* * *

"Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: - Signore, tu lavi i piedi a me? -. Rispose Gesù: - Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo -. Gli disse Simon Pietro: - Non mi laverai mai i piedi! -. Gli rispose Gesù: - Se non ti laverò non avrai parte con me -. Gli disse Simon Pietro: - Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo! -" (Gv 13,4-9).

 

 

NEL CUORE DELLE CULTURE

Elogio dell'arte

Fare l'elogio dell'arte senza ripetere quanto già detto a proposito della bellezza presuppone di non considerarla dal punto di vista del suo risultato, l'opera d'arte, ma adottando il punto di vista dell' artista mentre esplica la propria attività artistica. Dio che fece il cielo e la terra è il più grande artista che vi sia stato. A sua immagine, la persona umana è invitata a produrre del bello. Nobiltà del lavoro di artista!

L'opinione della Chiesa non è sempre stata questa, per il fatto, ad esempio, che l'oreficeria aveva a che fare con il controllo del fuoco, pratica un tempo considerata come più o meno satanica, e che le rappresentazioni figurate potevano favorire l'idolatria. Alla fine dell' antichità cristiana, la crisi iconoclasta impiegò più di un secolo per trovare una soluzione che ne superasse il rigorismo. Nel millennio successivo, il martellamento sistematico delle sculture delle cattedrali da parte delle orde ugonotte scatenate non fu una delle pagine più gloriose della storia della Riforma. Quanto ai cattolici, la loro storia non è maggiormente esente da riserve riguardanti gli artisti, particolarmente perché i loro costumi non sono sempre conformi ai canoni della morale. Pittori italiani omosessuali dei secoli XVI e XVII, come il Sodoma o il Caravaggio, hanno dovuto prendere per forza a soggetto delle loro tele scene religiose per poter rappresentare i corpi degli efebi che ammiravano. Ci volle una dura battaglia attorno alle ceneri di Molière perché l'uomo di teatro benefici asse di funerali religiosi. E l'arte di Saint Sulpice (18) nel XX secolo era di una rara povertà estetica, perché la Chiesa di quel tempo preferiva rivolgersi a cattivi pittori ritenuti pii piuttosto che a veri artisti. In breve, la storia delle relazioni tra religione cristiana ed attività artistica è seminata di incomprensioni e di anatemi che sarebbe ipocrita nascondere. Al di là di queste dolorose eventualità, pare tuttavia che esista tra la concezione cristiana e la produzione artistica una reale parentela.

Il Dio artista della creazione, che si è riposato dopo il lavoro ha, in qualche modo, passato il testimone alla razza umana. Adesso è la volta dell'uomo di produrre la bellezza. Lo può fare amministrando la terra, è il ruolo del coltivatore e dell'allevatore; lo fa anche con l'artigianato, attività che ha che vedere con l'arte. Perché non si deve mai dimenticare che l'artista è innanzitutto un artigiano. Certo, per produrre una qualsivoglia opera d'arte è necessaria una predisposizione, ma i veri artisti sanno che il talento non basta, e questo vale per ballerini, attori, musicisti, pittori, scultori, registi o autori di fumetti, la nuovissima "ottava arte". L'ammiratore di un celebre pianista ne vantava i meriti mettendo l'accento sul suo immenso talento. Si sentì rispondere: "Nel modo in cui io suono il pianoforte, caro signore, c'è senza dubbio un 10% di talento, ma soprattutto un 90% di duro lavoro!". L'artista, se vuole meritare questo nome, è obbligato ad impegnarsi a fondo nel proprio lavoro. Gli artisti che hanno realizzato le opere d'arte descritte nella Bibbia, in particolare l'arredo della tenda nel deserto e il tempio di Salomone, non sono conosciuti tanto quanto Fidia o Prassitele. Ma la Chiesa cattolica ha voluto colmare queste lacune istituendo la festa di san Giuseppe artigiano, il celebre carpentiere ebanista di Nazareth. Le sue realizzazioni furono assai modeste a fronte di quelle dei grandi scultori greci. Ma questo non è un impedimento. Attraverso di lui il lavoro manuale viene onorato in quanto possiede di più grande.

Un'altra grandezza dell'artista attiene al fatto che la sua opera - e qui non parliamo più del semplice lavoro artigianale - è una espressione privilegiata dell'incompletezza e della sofferenza umana. La vocazione artistica aspira ad esprimere quello di cui la vita quotidiana non si occupa. Ciò che l'artista manifesta con i suoi poemi, le sue canzoni, le sue tele o le sue sculture, è ciò che le parole non possono esprimere. Se lo trasformasse in frasi cadrebbe nel tragico, o nel ridicolo, o nell'insopportabile, o ancora nella sfacciataggine dell'ostentazione di dolori e di entusiasmi. Egli si affida allora al suo violino, alla sua penna o al suo pennello, lasciando che siano questi ultimi a tradurre il suo malessere, il suo desiderio o la sua sofferenza. "I canti disperati sono i canti più belli" scriveva Musset. Con parole simili a quelle dell'autore delle Notti, uno studente ventiduenne notava nel 1999: "L'arte umanizza l'infraumano. L'arte non si appropria della sofferenza, la esprime. La filosofia vuole coglierla, inquadrarla e pretende di trovarne un giorno la soluzione grazie alla sua figlia, la scienza. L'arte non fa che piangere". Senza volerla recuperare sotto qual si voglia aspetto, si può dire che un'attività che tenga conto della dimensione sofferente dell' essere umano è eminentemente evangelica. Ovviamente, esiste anche arte non cristiana. Ma un cristianesimo che non onorasse il desiderio di esprimere l'indicibile o l'inconfessabile, desiderio che l'arte prende seriamente in considerazione, non sarebbe fedele al suo compito.

Come il credente impegnato nella fede, l'artista è un uomo posseduto. Un soffio lo attraversa, che viene dall'altrove e al quale egli si sforza di dare corpo. I Greci antichi avevano dato un nome alle fonti della loro arte. Le chiamavano Muse; erano nove, un po' più delle sei forme d'arte codificate. La visione moderna, più unificante, preferisce parlare di ispirazione. Usiamo questo termine per il musicista come per il poeta, per il pittore come per lo scultore. Ma lo usiamo anche per l'autore di un libro biblico, per i profeti e per tutti coloro che, aperti alla santità, si lasciano possedere dallo Spirito di Dio. Tutte queste persone sanno quello che devono a un altro, a un altrove, a una anteriorità che hanno la missione di trasformare in opera, che essa sia opera d'arte oppure opera d'amore per gli altri. Così le anima un doppio sentimento: un sentimento di dipendenza, perché non possono non fare quello che devono fare di bene o di bello, questa è per loro una specie di necessità interiore; e un sentimento di libertà, perché sanno anche che a loro spetta di inventare ciò che deve uscire da loro stessi. In mancanza di creazione perché il creatore non ricorre a nessuna sorgente - essi donano la nascita, sono canali di vita.

Comprendiamo come, nonostante le contingenze storiche che abbiamo ricordato, la fede cristiana sia stata supporto di opere d'arte tra le più belle che ci sia dato di ammirare. Affermarlo non significa fare dell'apologetica a buon mercato. Significa riconoscere una connivenza fondamentale tra arte e fede. L'artista e il cristiano sanno di non essere autosufficienti, che non si sono fatti da sé così come sono, e che le loro aspirazioni più profonde giungeranno un giorno o l'altro a prendere corpo.

* * *

"Lodate Dio con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra; lodate lo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti. Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti; ogni vivente dia lode al Signore" (Sal 150,3-6).

[18] "Arte di Saint-Sulpice" viene detto, di solito con un certo disprezzo, in riferimento all'omonimo rione parigino nel quale venivano messi in vendita oggetti di pietà di pessimo gusto (n.d.t.).

 

NEL CUORE DELLE CULTURE

Elogio della lettura

Il cristianesimo non è nato fra i letterati. Se Gesù sapeva leggere, è verosimile ritenere che molti suoi discepoli non ne fossero capaci. I cristiani provengono da ogni ambiente, vi sono compresi gli illetterati o le persone che aprono un libro solo raramente, per fortuna! Tuttavia la Bibbia cristiana fu il primo libro a stampa. Senza essere una religione del libro, il cristianesimo intrattiene con la lettura, come con la discussione, una relazione privilegiata.

Leggere significa entrare in dialogo con un autore e il suo mondo, e non soltanto con l'autore e i suoi intendimenti, ma anche con il contesto nel quale è immerso e che si esprime attraverso di lui. Le moderne teorie della lettura mettono in effetti l'accento sulle dimensioni inconsce di un testo, dietro le quali, in parte, sbiadisce la personalità dell' autore. Esistono testi scritti per non dire nulla; fortunatamente non sono la maggioranza. Per la maggior parte, che un autore scriva un saggio, un romanzo o un'opera teatrale, egli stesso ed il mondo al quale appartiene comunicano, attraverso le pagine scritte, i valori che li abitano. L'autore sa qualche cosa che poi mi insegnerà, esercita l'immaginazione e inventa belle storie, ha fatto esperienze che vale la pena comunicare. Mi fa il regalo di non tenere tutto ciò solo per sé.
Che fortuna! A condizione che io abbia accesso alla lettura, se l'energia che uso per decifrare non assorbe troppo le mie forze - può capitare con libri tecnici, con libri mal scritti o con libri in una lingua che non è la mia - sarei una bestia se non ne approfittassi. Si potrà obiettare che il libro funziona a senso unico, dall' autore al lettore, e che dalla lettura è assente il dialogo. Questo è in parte falso. Innanzitutto, se si tratta di un buon autore, egli tiene conto del suo lettore mentre scrive; in altre parole, è già in dialogo con lui. Generalmente, si scrive per qualcuno, non per gli animali o le piante! Poi, se il libro è interessante - supponiamo che sia questo il caso - tra autore e lettore può intervenire qualche forma di dialogo. Numerosi lettori leggono con la matita in mano; questa abitudine permette loro di sottolineare i passaggi che ritengono importanti, di protestare contro affermazioni con le quali non sono d'accordo, di porre un quesito sul quale vorrebbero tornare. L'autore, in genere, non ne sa nulla, non è lui che risponderà. Tuttavia conforta, aggredisce, scuote, tutte cose presenti in un dibattito.

Leggere è mettersi seduti. Richiede un minimo di tranquillità: una poltrona, una scrivania, un viaggio in condizioni confortevoli, un prato ombroso, una spiaggia dove ci si possa distendere senza prendersi una pallonata in faccia. Ora, i tempi di sosta sono necessari. Certamente si può aprire rapidamente un libro e richiuderlo in fretta, sfogliarlo soltanto per conoscerne il contenuto, ma non si può chiamare questo lettura: è piuttosto una forma di zapping, una ricerca di informazioni analoga a quelle che possiamo ricercare su internet. Parlare di lettura, significa descrivere un' atti vità più impegnativa di un contatto superficiale con un testo manoscritto o stampato.

Nella lettura, più che in altre numerose attività intellettuali o culturali, merita di venire apprezzato in modo speciale il fatto che leggere è un atto libero. Se il libro è mio, oppure se me lo hanno prestato, posso aprirlo quando voglio, chiuderlo allo stesso modo, tornare indietro, andare a vedere qualche pagina più avanti, riprenderlo a mio piacere. Sono meno dipendente che quando ascolto una conferenza o un discorso, rispetto al quale sono obbligato a piegarmi al ritmo di chi parla. Lo scrittore mette a mia disposizione il tempo impiegato per esprimersi, ed io ne faccio quello che voglio, in relazione con il mio ritmo personale. Posso trascorrere ore a meditare quanto egli ha scritto in cinque minuti, o al contrario fermarmi pochi minuti su un testo che egli ha impiegato settimane a scrivere.

Tra le letture da proporre ad una persona interessata al cristianesimo la Bibbia figura in buona posizione, essa che è un testo da leggere per tutti, e che alcuni scelgono come oggetto di studio. I redattori dei libri che la compongono non pensavano certamente a me, uomo del XXI secolo. Ma coloro che hanno raccolto i testi nei canoni della Scrittura lo hanno fatto; sapevano che stavano ordinando un tesoro durevole. Lo hanno donato alle generazioni future. E queste ultime perderebbero molto se non ne approfittassero!

Il profeta Ezechiele presenta la sua vocazione come una visione nel corso della quale Dio lo invita ad appropriarsi del contenuto di un libro, che è nel medesimo tempo una requisitoria contro il popolo traviato e l'annuncio di un possibile perdono.

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"- E tu, figlio dell'uomo, ascolta ciò che ti dico e non esser ribelle come questa genia di ribelli; apri la bocca e mangia ciò che io ti do -. lo guardai ed ecco una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto all'interno e all'esterno e vi erano scritti, lamenti, pianti e guai. Mi disse: - Figlio dell'uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo poi va' e parla alla casa di Israele -. lo aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: - Figlio dell'uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo -. lo lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele" (Ez 2,8-3,3).