PICCOLI GRANDI LIBRI   Michel Quesnel
LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

EDIZIONI SAN PAOLO 2008
Titolo originale: La sagesse chrétienne. Un art de vivre
Traduzione di
Eleonora Bellini

Considerato che dobbiamo morire...

Sotto il segno del Figlio In relazione con l'Assolutamente Altro Nonostante la paura e i rimproveri
Elogio di Gesù Cristo
Elogio della Bibbia
Elogio della Chiesa
Elogio della preghiera
Elogio del silenzio
Elogio della solitudine
Elogio della fiducia
Elogio dell' errore
Elogio del perdono
Chiamati alla luce Tra un prima e un dopo Con i fratelli
Elogio della lucidità
Elogio della meraviglia
Elogio della discussione
Elogio della contemplazione
Elogio della memoria
Elogio della perseveranza
Elogio della fragilità
Elogio dell'amicizia
Elogio della compassione
In un mondo che cambia In carne ed ossa Senza drammatizzare
Elogio del cambiamento
Elogio del tempo che passa
Elogio dell'infanzia
Elogio del corpo
Elogio del desiderio
Elogio della bellezza
Elogio della tolleranza
Elogio dell'orgia
Elogio dell'umorismo
Edificare la terra Nel cuore delle culture CONCLUSIONE
Elogio dell'impegno
Elogio del lavoro
Elogio della ricchezza
Elogio del rito
Elogio dell'arte
Elogio della lettura
Elogio della libertà
     

NONOSTANTE LA PAURA E I RIMPROVERI

Elogio della fiducia

La fiducia è il versante umano di una disposizione divina, la fedeltà di Dio. I quattro sostantivi fedeltà, fede, affidabilità e fiducia hanno la stessa radice. Esprimono quattro aspetti complementari della stessa realtà la cui fonte è una disposizione del Dio biblico: un Dio solido e fermo sul quale ci si può appoggiare, e che gli autori sacri non esitano a paragonare a una roccia: "Egli è la Roccia, perfetta è l'opera sua; tutte le sue vie sono giustizia; è un Dio verace e senza malizia; egli è giusto e retto" (Dt 32,4). La persona di Gesù Cristo rafforza per i cristiani questa immagine di fedeltà. L'apocalisse non esita a definirlo "testimone fedele e vero" (Ap 3,14). Non si tratta in nessun modo di una stabilità immobile o stereotipata. Nella tradizione popolare ebraica, le montagne possono spostarsi; ma questo non impedisce che costituiscano modelli di affidabilità.

L'amore che Dio testimonia al suo popolo fin dalle origini viene paragonato volentieri dagli autori biblici a quello di un padre o di una madre: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se le donne ti dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" (Is 49,15). con simili garanzie, né il popolo né nessuno dei suoi membri ha motivo di temere per il suo avvenire o per la sua vita. Un'altra immagine, immediatamente comunicativa in un ambiente di allevatori, è quella del pastore che veglia su ogni pecora del gregge. La troviamo in un salmo che descrive Dio con i tratti di un buon pastore: "Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza" (SI 23,4).

Cristiani che abbiano poca familiarità con l'Antico Testamento potrebbero meravigliarsi di questo tono fiducioso nelle scritture ebraiche, delle quali conoscono abbastanza per sapere che in esse si parla spesso di timor di Dio. Ma non confondiamo: nelle lingue che non possiedono l'equivalente della parola "religione", il termine "timore" evoca l'atteggiamento di rispetto e di distanza che la grandezza di Dio ispira; si tratta di una disposizione umana, che gli specialisti di antropologia religiosa chiamano "sacro terrore". Non esclude né la tenerezza del Dio biblico, che precede ogni relazione tra Dio e l'uomo, né la risposta che il credente è invitato a dare alla benevolenza divina, e cioè la fiducia.

Il messaggio della Resurrezione giunge con ogni evidenza a rafforzare la fiducia che il credente può avere nell' avvenire. Cristo è risuscitato. Al suo seguito, noi siamo chiamati a vivere eternamente. L'amore che Dio ha per noi ci possiede e ci attraversa. Poiché Dio è fedele, che cosa possiamo temere? Un canto di Taizé formula la risposta: "O mia gioia, o mia speranza / il Signore è il mio canto / da lui viene salvezza / in lui spero, non temo nulla". Parlando in termini personali si potrebbe dire altrettanto bene: "Dio mi ama e veglia su di me; posso avere fiducia in lui; nulla di veramente tragico può capitarmi". Evidentemente questo non può portarci a colorare di rosa tutti gli aspetti dell' esistenza. Il tragico esiste davvero; le guerre, gli odi e le catastrofi naturali sono lì a ricordarcelo. È stato rimproverato al movimento del Rinnovamento carismatico, nei primi anni seguiti alla sua costituzione, di avere una visione angelica del mondo: "Cucù, le nuvole!", veniva detto con ironia del loro atteggiamento spirituale. Fortunatamente il movimento è evoluto verso un maggior realismo. La fede cristiana permette di leggere il tragico su uno sfondo di speranza, ma non lo nega. Quali che siano gli strappi della storia e della mia storia, l'amore di Dio non cesserà mai di proporsi a noi. Ci tocca semplicemente di accoglierlo con la stessa semplicità con la quale Dio ce lo offre.

Questa base di affidabilità divina e di fiducia umana deve contribuire alla comprensione che abbiamo del giudizio divino, del quale parla anche il Nuovo Testamento. Sarebbe disonesto nascondere la sua presenza nei testi e la paura che ci può ispirare, paura che i predicatori hanno ampiamente contribuito ad ampliare, almeno per qualche secolo. Con l'annuncio di un giudizio, i testi affermano che dover rendere conto a Dio di ciò che si è fatto o omesso di fare è normale. Nella fede c'è anche una contropartita necessaria alla fiducia, perché la convinzione di essere amati potrebbe portare a vivere non importa come. L'amore offerto da Dio è un invito; richiede una risposta. Ma la serietà dell'esistenza non deve essere confusa con la paura, ancor meno con la minaccia. Se le rappresentazioni figurate del giudizio, così come sono nel vangelo di Matteo, suddividono gli uomini tra una destra di accoglienza e una sinistra di esclusione, altri testi biblici usano un linguaggio diverso. Quando descrive la fine del mondo, san Paolo parla di un regno universale del Cristo al quale tutte le potenze malvagie saranno sottomesse: "Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (1Cor 15,25-26). Dicendo morte, egli lascia intendere la Morte personificata, ciò che la Bibbia definisce altrove il diavolo, l'avversario o Satana.

Fiducia, dunque. Fiducia in Dio e fiducia nei figli di Dio, cioè nelle persone umane. Le due cose vanno di pari passo, ed è difficile immaginare un atteggiamento di fede che non si accompagni con una fiducia di principio verso tutti i nostri fratelli, almeno fino a quando non venga tradita. Se nelle relazioni interpersonali una legittima prudenza è di buona lega, la diffidenza non motivata è un veleno. Menoma la relazione. Vale la pena di accostare qualsiasi sconosciuto con un a priori favorevole nei suoi riguardi.

Come atteggiamento iniziale, il termine "fiducia" viene utilizzato più spontaneamente. Nel tempo si parlerà piuttosto di "fedeltà": fedeltà di un' amicizia, fedeltà coniugale, fedeltà alla parola data. Capita tuttavia che quest'ultima venga concepita in modo esasperato, per esempio quando si tratta di fedeltà coniugale. Si vorrebbe essere fedeli aggrappandosi al consenso scambiato il giorno del matrimonio, come un battello che non vuole lasciare la sua banchina per paura di perdere i propri riferimenti. La roccia come immagine della fedeltà potrebbe favorire questa visione, molto passatista, delle cose. Ma le rocce, nella rilettura ebraica dell'Esodo, si spostano. E se si preferisce l'immagine marinara, meglio pensare alla boa che segue i viaggiatori sull'imbarcazione piuttosto che alla banchina immobile. La boa è sempre a portata di mano. Si può sempre ricorrere ad essa. Per un marito ed una moglie la fedeltà prende la forma di fiducia nell' altro così come è diventato, e non com'era all'inizio. Ciascuno è cambiato, ogni nostalgia è vana. L'amore che Dio ha per i due partner alimenta l'amore che essi si offrono l'un l'altro e che cambia nella misura in cui la vita evolve. La fedeltà non è incompatibile con il cambiamento. Permette, al contrario, di onorarlo.

Sperando contro ogni speranza, Abramo è una bella immagine biblica del nomadismo fiducioso. La lettera agli Ebrei rilegge la storia del patriarca in questa prospettiva.

* * *

"Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche [sacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede anche Sara, sebbene

fuori dall'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. Per questo, da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare" (Eb 11,8-12).

 

NONOSTANTE LA PAURA E I RIMPROVERI

Elogio dell'errore

Lo cantiamo. Lo cantiamo ogni anno alla veglia pasquale: "Felice errore che ci ha dato un tale Redentore". E ancora, solennemente, dinanzi al cero acceso che rappresenta Cristo morto e risorto! Ma la predicazione morale si ostina ad affermare il contrario: è la virtù quella di cui viene tessuto l'elogio, gli itinerari scorrevoli e ben controllati, le esistenze senza strappi. Dei peccatori diffidiamo. Il contagio è un rischio da non correre. Meglio rimanere con gente che non ha sbagliato, è più sicuro. L'ossessione della sicurezza, che pervade oggi le nostre società sempre alla ricerca di maggiori assicurazioni, è stata anche quella di numerosi moralisti cristiani. La saggezza è stata confusa con la condotta irreprensibile. Viene da credere che i cristiani non abbiano mai letto i vangeli. Eppure Gesù si mostra costantemente accanto a peccatori e peccatrici di ogni risma, nello stesso tempo in cui condanna l'aridità dei farisei ammantati da pratiche che pretendevano conformi alla legge: "I pubblicani e le prostitute entreranno prima di voi nel regno di Dio", dichiara loro, non senza violenza (Mt 21,31). Non ha la mano leggera! Non sappiamo se questa affermazione riconforti i pubblicani e le prostitute; ma è certo che destabilizza abbastanza le persone che cercano di vivere in modo rigoroso. Come comprendere questo atteggiamento da parte di Gesù? Non è sicuramente il caso di pensare al suo posto. Possiamo tuttavia cercare di cogliere almeno le intuizioni evangeliche che lo condussero a parlare e ad agire cosÌ come fece.

L'errore è inevitabile. La differenza fra il giusto e l'empio, secondo il libro dei Proverbi, non è l'assenza di errore nel primo, ma il fatto che egli non vi si impantana: "Se il giusto cade sette volte, egli si rialza, ma gli empi soccombono nella sventura" è scritto nella raccolta dei saggi (Pr 24,16). Dunque, il giusto cade. Il giusto pecca. E come potrebbe accadere altrimenti, visto che esiste anche, presso i teologi cristiani, il peccato di omissione? Chi può vantarsi di avere avuto compassione per tutte le miserie delle quali è stato testimone? È saggio e lucido riconoscere che nessuno può ritrovarsi in questo caso. Riprendendo a modo suo il contenuto del proverbio biblico, il buon senso dichiara a sua volta che il santo pecca sette volte al giorno. È cosÌ. Non c'è di che formalizzarsi. Vi sarebbe, al contrario, della presunzione nel pretendere di non essere toccati dal male, come afferma quest'altro adagio popolare: "Chi vuol far l'angelo, fa la bestia".

Inoltre, l'errore è utile. Sul piano psicologico è addirittura necessario. Gli psicologi - che non sono d'accordo su tutto, ben lontani dall'esserlo - s'intendono almeno sulla necessità della trasgressione perché, nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza, si costituisca la personalità. Ed hanno ampiamente denunciato gli effetti devastanti, in educazione, di certi slogan gridati a gran voce nel maggio 1968, come: "È proibito proibire". Se i genitori sono ventri molli e il figlio non ha lo spazio per infrangere i limiti della proibizione, non ha nemmeno la possibilità di costruire i suoi punti di riferimento. Ci vuole un padre per dettare la legge, e ci vuole la trasgressione per farla esistere. Altrimenti non c'è libertà possibile.

L'attenzione eccessiva a non cadere ha, lo sappiamo bene, effetti devastanti. Questo atteggiamento si chiama scrupolo. Lo scrupoloso passa il proprio tempo a guardare i segnali e intanto dimentica dove si dirige la strada. Tutti i confessori hanno conosciuto una volta o l'altra, in alcuni penitenti, questo tratto caratteriale, che può rasentare la patologia e che non è facile gestire. Crea degli infelici, non degli eroi della virtù. Chi li consiglia deve impiegare molta energia per sdrammatizzare la situazione. Non sapremmo in nessun modo indicare questo comportamento come esempio. Ciò che vale in psicologia, vale egualmente, per differenti motivi, sul piano morale. Anche per la persona virtuosa l'errore è utile, perché genera in lei l'umiltà necessaria. Rivela all'essere umano la sua imperfezione e, attraverso di essa, anche qualcosa della sua natura. Permette di non guardare gli altri dall'alto. Il rimprovero principale che Gesù rivolgeva ai Farisei, dei quali fustigava il comportamento, non era la loro virtù, ma la loro presunzione: "O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini... e neppure come questo pubblicano", proclamava il Fariseo della parabola (Lc 18,11). Il veleno sta nel "non come". Che è l'espressione di un orgoglio incommensurabile. Guardando gli altri d,l1l'alto in basso, come si può considerarli ancora come fratelli quando, secondo il Vangelo, la relazione fraterna deve essere il fondamento di ogni comportamento umano?

Queste riflessioni conducono a porre la domanda circa il rapporto fra errore e peccato. Spesso i due termini vengono impiegati l'uno per l'altro. È abbastanza legittimo nella fede cristiana, perché l'amore di Dio per la sua creatura viene posto come principio, ma lo è solo in questo contesto. Considerato che il peccato non esiste al di fuori di una vita di relazione con Dio, Gabriel Marcel scriveva: "Mi sembra che la verità del mio peccato non affiori alla mia coscienza che nella misura in cui mi risveglio all'amore infinito di cui sono l'oggetto; e, al contrario, se non riconosco questo amore, non posso riconoscermi peccatore". Parleremo dunque di peccato nella teologia morale ma, nella morale non teologica, è meglio parlare di errore. L'uno e l'altro tuttavia coincidono nella coscienza del credente quando egli agisce. L'utilità del peccato, allora, è dello stesso tipo dell'utilità dell'errore. Perché è normale anche passare attraverso momenti in cui non si risponde all'amore di Dio.

Qui interviene il perdono, uno dei concetti più forti del pensiero biblico. Il più grande peccato sarebbe quello di non crederei, di pensare che l'amore di Dio sarebbe più debole della libertà umana, e che il bene non debba avere l'ultima parola. Se l'errore e il peccato sono inevitabili, perfino utili e necessari, esiste un male più grande dal quale bisogna guardarsi grandemente. Lo chiamiamo disperazione.

* * *

 

"Mentre Gesù stava a mensa a casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: - Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori? -. Avendo udito questo, Gesù disse loro: - Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto qui per chiamare i giusti, ma i peccatori -" (Mc 2,15-17).

 

NONOSTANTE LA PAURA E I RIMPROVERI

Elogio del perdono

Il perdono biblico ha due dimensioni, che devono essere articolate l'una con l'altra ma che è utile distinguere, perché non vengono vissute alla stesso modo: il perdono ricevuto da Dio ed il perdono accordato a un essere umano. In primo luogo bisogna considerare il perdono donato da Dio. Perché è da lui che discende l'intera concezione cristiana del perdono.

Il Dio biblico non è un Dio che starebbe a prender nota delle buone e delle cattive azioni in un grande libro, che farebbe la somma delle une e delle altre e che, a seconda dei risultati di questo calcolo, spedirebbe all'inferno o in cielo. Questa immaginetta di Épinal (19), che ha credito nell'immaginario collettivo ma che attribuisce a Dio una meschinità pignola, merita il noto rimprovero di Voltaire: "Dio ha fatto l'uomo a sua immagine, ma l'uomo gliel'ha ricambiato proprio bene!". Ma questo è, in qualche modo, un Dio droghiere, capace al massimo di fare delle addizioni, quando naturalmente non sbaglia i conti. Ben diverso da questo ritratto degradante, il Dio biblico è amore e perdono. Ora, chi ama non calcola il proprio amore. Perdonare significa spingersi il più lontano possibile nell'ordine del dono. Dio dona, dona sempre e dona di nuovo, ancora: "Tu cadi ed io ti rialzo; tu cadi di nuovo ed io ti rialzo di nuovo...".

La comunità ebraica praticante mette in evidenza questa bontà di un Dio che perdona con la celebrazione annuale della festa del grande perdono, la festa di Kippur, che viene celebrata ogni anno in autunno. La segna con il digiuno purificatore e si pone tutta intera in un atteggiamento che chiede perdono. Se consideriamo l'etimologia ebraica del termine Kippur, vediamo che significa che gli errori vengono "coperti" dinanzi agli occhi di Dio. Essi non scompaiono, ma Dio accetta di non vederli. Li copre come con un velo. Effettivamente il passato non si cancella. Non si può fare come se non fosse esistito, e ciò si può collegare ad un'osservazione che capita spesso di ascoltare da persone che si sentono incapaci di perdonare e a fondo: "Perdono, ma non dimentico".

Ci colleghiamo qui al secondo aspetto del perdono, il perdono che un essere umano può accordare ad un altro. Perdonare senza dimenticare è normale. Sarebbe stupido sentirsi colpevoli perché non si è capaci di fare altrimenti. Perdonare non significa diventare smemorati; significa amare l'altro così com'è, con tutti i torti che mi ha fatto, non perché egli meriti che io lo perdoni, ma perché, perdonandolo, lo aiuto a ricostruirsi. Il perdono che accordo a un fratello non è conseguenza di un suo mutato atteggiamento; al contrario, può aiutarlo a cambiare atteggiamento, la sua grandezza sta nella sua forza attiva. Il perdono biblico precede la conversione, e non il contrario.

Nessun essere umano merita che Dio gli perdoni. Se Dio lo fa è per pura gratuità. Nella teologia cristiana il perdono viene conquistato attraverso la morte di Cristo in croce. Di questo evento che, secondo san Paolo, costituisce il centro della storia del mondo, il credente non ha gran merito. Nel linguaggio metaforico, io faccio parte di coloro che hanno piantato i chiodi nei suoi polsi e nei suoi piedi piuttosto che di coloro che lo hanno soccorso. Il perdono che Dio mi dà è pura gratuità da parte sua: mi perdona perché mi ama, non perché io mi sono rivolto più o meno bene a lui, dopo avergli voltato le spalle. Il perdono che noi possiamo accordare ai nostri fratelli procede dalla stessa logica, secondo il noto adagio del Discorso della montagna: "Voi dunque sarete perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,48).

E tuttavia, non facciamo dell'angelismo. Giungere a perdonare come Dio perdona non è spontaneo, è ben lontano dall'esserlo. È un obiettivo, spesso raggiunto con molto dolore. Le resistenze della persona offesa possono essere notevoli. Potremo predicare la riconciliazione ai superstiti di Auschwitz che hanno visto sterminare le loro famiglie talvolta sotto i loro occhi, ma non ci possiamo aspettare che essi giungano senza resistenza a perdonare ai nazisti, e non potremo rimproverare nulla a coloro che non riusciranno a farlo. Però questa difficoltà, legittima, non toglie nulla alla grandezza dell'ideale proposto. Quando due esseri umani hanno vissuto il perdono dopo una grave offesa, la loro relazione è spesso più forte di prima, a ognuno può essere capitato di averne fatto esperienza.

Tale visione del perdono accordato ai fratelli è una delle più forti originalità del cristianesimo, particolarmente in rapporto alle altre religioni monoteiste. Essa implica l'amore per i nemici, atteggiamento specificamente evangelico, non perché io dimentichi che l'altro è mio nemico, ma perché, amandolo, nemico com'è, gli manifesto che Dio lo ama e che questo fatto può condurlo a riconsiderare il proprio atteggiamento: "... perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45). È anche ciò che esprimiamo nel Padre Nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" (Mt 6,12). Attenzione a non equivocare sul "come"! Non significa chiedere a Dio di modellare il suo perdono sul nostro, cosa che limiterebbe rovinosamente le sue possibilità di perdono! Si tratta di iscrivere nel medesimo meccanismo il perdono che Dio accorda, immenso, ed i perdoni che noi possiamo accordare ai nostri fratelli, sempre ridicolmente piccoli se confrontati al perdono divino del quale siamo benefici ari. La sola condizione necessaria affinché colui al quale viene offerto il perdono lo riceva effettivamente è proprio che egli accetti di riceverlo. È ciò che chiamiamo pentimento.

Il perdono ha così grande importanza, nel cristianesimo, che la Chiesa ne ha fatto un sacramento, il battesimo. "Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo", proclama san Pietro ai suoi ascoltatori nel giorno di Pentecoste (At 2,38). Poiché quello del battesimo è un rito non ripetibile, la tradizione cattolica e quella ortodossa l 'hanno prolungato con un altro sacramento, la riconciliazione, che permette che il perdono ricevuto da Dio si manifesti molte volte durante la vita. I protestanti, come è noto, non considerano la riconciliazione come sacramento, perché la sua attestazione nella Bibbia è più vaga di quella del battesimo. E sentiamo talvolta qualche protestante schernire la riconciliazione cattolica a motivo delle sue devianze: "Per voi è molto comodo: fate il bucato ogni volta che volete con la certezza di essere perdonati, e poi continuate a peccare a piacimento!".

Le realtà più nobili possono avere i loro effetti perversi, è vero. Ma la riconciliazione sacramentale, qualunque sia il nome che le si dà - penitenza, confessione, riconciliazione - non è affatto un passaggio in lavatrice. È la manifestazione permanente dell' amore di Dio lungo tutta la mia vita di peccatore, io che non smetto mai di essere peccatore quali che siano i buoni propositi che faccio. Tutte le confessioni cristiane, in realtà, sono d'accordo su questa concezione della vita di fede: il cristiano è un peccatore che si sa perdonato da Dio in Gesù Cristo. Questo non lo rende migliore degli altri; ma in scrive tutta la sua esistenza in un movimento d'amore che lo attraversa e che gli permette di non disperarsi.

Detto in altri termini, niente è perduto per sempre. Il Vangelo annuncia che non dobbiamo mai disperare in nessuna situazione, per deteriorata che appaia, e di nessuna persona, compresa quella che potrebbe sembrarci la più radicata nel male. Fosse anche soltanto questo il frutto del cristianesimo, esso varrebbe già la pena di essere vissuto.

* * *

"Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: - Signore, quante volte dovrò perdonare il mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù gli rispose: - Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette -" (Mt 18,21-22).

[19] Per questo tipo di raffigurazioni, già citate nel cap. Elogio della ricchezza, vedi nota n. 10.