Gianni
Zaccherini
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RENDETE
PIENA LA MIA GIOIA
Lettura e
commento della LETTERA AI FILIPPESI
EDITRICE
MISSIONARIA ITALIANA 2004
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Premessa
( Francesco Grasselli) Capitolo 1. Sia che io
viva, sia che io muoia (Fil 1, 1-30) Capitolo 2. Lo stesso
sentire che fu in Cristo Gesù (Fil 2, 1-30) Capitolo 3. Per
guadagnare Cristo (Fil 3, 1-21) Capitolo 4. Nel libro
della vita (Fil 4, 1-23) |
INDICE
DELLE "FINESTRE" Vi porto nel cuore. I cristiani e la «sfera affettiva» Umiltà, carità, unità. Perché le comunità cristiane non vadano in malora. «Lo stesso sentire» e il pluralismo. Un problema di grande attualità nella Chiesa e nel mondo Motivi di gioia. Mentre l'angoscia invade la vita |
"Scrivo queste righe con
particolare emozione, perché Gianni Zaccherini quando ci lasciò, chiamato dal
Signore, stava proprio commentando alla nostra comunità
Quindi,
miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero
presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con
timore e tremore. È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare
secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche,
perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una
generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri
nel mondo, tenendo alta la parola della vita. Allora, nel giorno di Cristo, io
potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano faticato. E se anche il mio
sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull'offerta della
vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo, anche voi
godetene e rallegratevi con me (Fil 2,12-18).
Si fermò particolarmente su un
tema, quella sera, la meditazione di Gianni: la nostra totale dipendenza da Dio (è Dio che suscita in noi il volere e l'operare) nel mistero di una
libertà che è dono solo quando entra, obbedendo, "nei suoi
benevoli disegni".
Ma altri temi toccò, che
vengono ripresi e amplificati in questo commento, nato alcuni anni prima e
progressivamente portato alla forma che ora gli viene data:
l'attendere alla salvezza con timore e tremore; il vivere senza macchia
in un mondo perverso e degenere; il dovere della testimonianza e quello
della fedeltà al Vangelo; la fraternità cristiana come massima manifestazione e
garanzia di salvezza; il giorno del Signore che viene; la gioia che riempie
l'esistenza del credente e non si turba neanche di fronte alla morte, se
questa è vista come offerta, come sacrificio di sé per la
fede dei fratelli, quindi come supremo atto della missione.
Questi motivi ripercorreremo leggendo la lettera che attraverso Paolo il
Signore ci invia ancora oggi, in un'ora di tenebra e sgomento (ma quando
nella storia non c'è tenebra e sgomento?), per ripeterci che la gioia
del Risorto si conserva nell'ascolto della Parola, nell'amore fraterno,
nell'attesa fiduciosa del ritorno del Signore che è "vicino".
Chiudo questo ricordo con un auspicio: che le nostre comunità cristiane trovino
pastori e maestri (vescovi, presbiteri e diaconi) con il cuore di
Paolo, così forte nel proporre la fedeltà al Vangelo e così tenero
nell'affetto di fratello e di padre, vorrei dire anche di sorella e di
madre. C'è soprattutto bisogno di un magistero d'amore nelle nostre Chiese,
perché esso trabocchi poi intorno, sui vicini e sui lontani: questa
"eccedenza missionaria" ci sarà solo se brucia veemente quel
primo fuoco che è la comunità cristiana.
FRANCESCO GRASSELLI
La lettera di san Paolo ai
Filippesi è abbastanza breve: solo quattro capitoli. È però molto bella: una
lettera carica di tutta la passione di Paolo per il Vangelo e
È
la prima Chiesa in territorio europeo, se vogliamo usare questa terminologia:
Filippi è infatti la prima città in cui Paolo è andato ad annunciare il
Vangelo uscendo dall' Asia per entrare in Grecia.
La
lettera è attribuita unanimemente a Paolo. Nessuno ha mai posto problemi di
attribuzione.
Ci
sono invece discussioni, da parte dei commentatori, sull'unità della lettera:
c'è chi dice che
Se
è vero, e su questo concordano tutti, che i capp. 1, 2 e 4 sono stati scritti
da Paolo durante una sua prigionia (non si sa bene di quale prigionia si parli:
è un altro problema di difficile soluzione), può darsi che l'abbia scritta in
un arco di tempo piuttosto ampio, non di getto, e che le discrepanze che si notano
all'interno della lettera derivino da notizie successive e da convinci menti che
Paolo si è fatto durante la stesura. Avrebbe perciò aggiunto cose che in un
primo tempo pensava di non dover scrivere.
Comunque,
il fatto che sia una sola lettera o due riunite in una non ha eccessiva
importanza.
Chiaramente
la lettera è stata scritta durante un periodo di prigionia. Egli lo dice già
al capitolo 1: "Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono
volte piuttosto a vantaggio del Vangelo, al punto che in tutto il pretorio e
dovunque si sa che sono in catene per Cristo. In tal modo la maggior parte dei
fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la
parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno" (Fil 1,12-14).
Ci
sono anche altri passi nel corpo della lettera che documentano questa condizione
di Paolo. Di quale prigionia si tratti, però, non è molto chiaro. Noi sappiamo
con certezza da altri scritti del Nuovo Testamento, dagli Atti in modo
particolare, che Paolo è stato prigioniero prima a Cesarea e poi a Roma negli
anni 60-62. Ma sembra alla maggior parte dei commentatori che non si possa
attribuire a questo periodo della vita di Paolo la lettera ai cristiani di
Filippi. La si pensa precedente a questo tempo e allora si ipotizza una sua
prigionia a Efeso, città nella quale rimase parecchi anni. Di questa permanenza
ad Efeso si sa ben poco dal racconto degli Atti, che è molto rapido nel
descrivere le vicende di Paolo in quella città. Sappiamo però che in essa
Paolo ha avuto forti contrasti, è stato accusato e denunciato, ha rischiato di
essere aggredito... Quindi si può anche pensare che abbia subito là un periodo
di prigionia. Sappiamo d'altro canto che Paolo, parlando della sua vita, parla
di prigionie da lui subite: si può legittimamente arguire, quindi, che
la prigionia romana non sia stata l'unica prigionia di Paolo, ma che anche in
altre occasioni abbia subito la sofferenza delle catene.
L'ipotesi
della prigionia di Paolo a Efeso è quella che risulta più accettata dai
commentatori. Paolo avrebbe scritto questa lettera verso la fine della sua
permanenza a Efeso, negli anni 55-56 d.C. (Sembra che Paolo abbia dimorato a
Efeso dal 53 al 56).
Comunque,
al di là di tutte le notizie che si possono dare sulla lettera, è la lettera
in se stessa che conta. A volte le circostanze e i tempi della stesura di un
testo sono utili per capire il testo stesso. Vedremo, per esempio, che il
contesto della prigionia di Paolo è estremamente illuminante per la
comprensione del senso profondo di questa lettera. La prigionia di Paolo è
occasione di rivelazione in ordine alla sua evangelizzazione e quindi il fatto
che Paolo fosse prigioniero è significativo e importante per la lettura di
questa lettera; ma dove, quando, come e perché Paolo fosse in prigione lo è
meno.
Ripeto,
quello che conta è la lettera in se stessa con i suoi contenuti, con gli
insegnamenti che Paolo dà ai cristiani di Filippi; ed è su questi che ci
soffermeremo per ricavarne tutta la luce che il Signore attraverso Paolo ha
fatto giungere non soltanto ai cristiani di Filippi, ma a tutti i credenti in
Lui lungo l'arco del tempo, fino al giorno del Signore, verso il quale siamo
protesi come lo erano gli stessi cristiani di Filippi.