PICCOLI GRANDI LIBRI  Gianni Zaccherini  LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI
RENDETE PIENA LA MIA GIOIA
Lettura e commento della LETTERA AI FILIPPESI
EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA 2004

Premessa ( Francesco Grasselli)

Capitolo 1. Sia che io viva, sia che io muoia (Fil 1, 1-30)
Mittenti, destinatari e saluto (vv. 1-2)
Ringraziamento e preghiera dell'apostolo (vv. 3-11)
La prigionia di Paolo e il suo impegno per il Vangelo (vv. 12-30)

Capitolo 2. Lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù (Fil 2, 1-30)
Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (vv. 1-11)
L'inno cristologico (vv. 6-11)
"Dovete splendere come astri nel mondo" (vv.12-18)
Collaboratori nella diffusione del Vangelo (vv. 19-30)

Capitolo 3. Per guadagnare Cristo (Fil 3, 1-21)

Capitolo 4. Nel libro della vita (Fil 4, 1-23)
Ultime esortazioni (vv. 2-9)
I ringraziamenti (vv. 10-20)
Saluti e benedizione (vv. 21-23)

INDICE DELLE "FINESTRE"
Vi porto nel cuore.

I cristiani e la «sfera affettiva»

Umiltà, carità, unità.
Perché le comunità cristiane non vadano in malora.

«Lo stesso sentire» e il pluralismo.
Un problema di grande attualità nella Chiesa e nel mondo

Motivi di gioia. 
Mentre l'angoscia invade la vita

 

Capitolo quarto
Nel libro della vita
Fil 4,1-23  

"Mia gioia e mia corona"  

v. 1: "Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi".

Qual è il compito supremo dei cristiani? È rimanere saldi nel Signore. Viene qui delineata l'immagine di combattenti che attendono lo scontro con il nemico.

Questi cristiani, invitati a rimanere saldi nel Signore, Paolo li chiama "fratelli carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona", manifestando con queste parole due elementi del suo rapporto con loro: da una parte l'amore intensissimo che lo lega ad essi, dall'altra la consapevolezza che i Filippesi nella loro fedeltà saranno il suo "trionfo". Paolo, che ha ricevuto da Dio come compito, dono e responsabilità quello di portare l'annuncio alle genti, presentandosi al Signore con le comu­nità dei credenti nate dalla sua predicazione può verificare in loro la sua fedeltà alla missione e, quindi, l'autenticità della sua esistenza. Potrà, per questo, ricevere la corona di gloria che gli spetta.  

Ultime esortazioni (vv. 2-9)  

Dal v. 2 al v. 9 del cap. 4 troviamo un'ulteriore serie di consigli, che non sono tali nel senso di cose che si possono fare o non fare, ma nel senso di esortazioni, raccomandazioni ultime che Paolo dà. Sono indicazioni operative, non consigli facoltativi. Si tratta, cioè, di cogliere le esigenze della volontà di Dio, che vanno assunte per verificare la propria autenticità di cristiani. Sono i modi che Paolo suggerisce per far sì che i cristiani di Filippi conducano una vita santa e verifichino nella loro obbedienza alla parola del Signore l'autenticità del dono ricevuto.  

Andare d'accordo  

Vv. 2-3: "Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d'accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita".

La prima esortazione di Paolo è rivolta a due donne, Evòdia e Sìntiche. Chiede loro di andare d'accordo nel Signore, che vuoi dire, come abbiamo visto più sopra, pensarla allo stesso modo, avere lo stesso modo di sentire, avere un cuore solo e un'anima sola.

Abbiamo già detto che questo è un punto cruciale dell'esistenza cristiana. Davvero l'esistenza cristiana trova la sua pienezza di manifestazione, in questo mondo, quando due fratelli stanno assieme avendo lo stesso modo di pensare e di sentire. Se i due sono un cuore solo e un'anima sola, questo sottolinea la fedeltà di entrambi all'unico Signore.

Ci sono passi più o meno perfetti, più o meno fedeli nel cammino del cristiano. L'esistenza cristiana è un itinerario di crescita, quindi è una strada lastricata anche di infedeltà e imperfezioni. Tuttavia in questo itinerario la massima immagine di fedeltà è data appunto dall'avere un cuore solo e un'anima sola. Quando questo avviene, lì il Signore trova la sua suprema possibilità di manifestarsi.

Questa, dunque, è una grande esortazione di Paolo. A questo proposito è bene richiamare il vangelo di Giovanni al cap.  

17,11: "Padre santo, - prega Gesù - custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato perché siano una cosa sola, come noi". Si può anche ricordare quello che dell'evangelista Giovanni dice la tradizione sulla Chiesa primitiva: quando, ormai centenario, veniva portato alle assemblee liturgiche e gli chiedevano di parlare, Giovanni diceva sempre e solo: "Figliolini miei, amatevi, vogliatevi bene". E questo fino agli ultimi istanti della sua vita. A chi lo esortava a dire qualche cosa di diverso, sem­bra rispondesse: "Questo è tutto il Vangelo del Signore Gesù".

Ma torniamo al cap. 17,20-23 del vangelo di Giovanni: "Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. lo in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me".

L'unità dei cristiani è il segno dell'autenticità della missione del Figlio da parte del Padre. Il mondo crede vedendo i cristiani che si amano. Per fortuna il Signore riesce a suscitare la fede anche senza che i cristiani si amino troppo; ciò non toglie che se i cristiani si amassero davvero, sarebbe una grande potenza di conversione per il mondo intero.

Un problema su cui riflettere è il fatto che Paolo stesso ha sperimentato, a un certo punto della sua vita, la rottura, la disunione. Nel libro degli Atti c'è il racconto della separazione di Paolo da Giovanni Marco e, quindi, da Barnaba. Paolo e Sila vanno da una parte, Giovanni Marco e Barnaba da un'altra. Si dividono nel loro cammino missionario: questo è un evento molto grosso (Ap 15,36-40). Cosa avrà significato per Paolo prendere questa decisione? In fondo, non è riuscito a mettersi d'accordo con un suo stretto collaboratore (Barnaba) e questo è sempre un fatto drammatico.

Tornando a questi versetti della Lettera agli Efesini, Paolo insiste: "E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle": c'è bisogno di aiuto perché due cristiani riescano a mettersi d'accordo; c'è bisogno dell'aiuto, del conforto, della mediazione da parte di un altro fratello. Può capitare che due cristiani non riescano a mettersi d'accordo: allora ci vuole un terzo che intervenga a creare la pace fra coloro che sono in litigio. Qui il compito è affidato a un anonimo collaboratore (alcune traduzioni mettono un nome proprio, che è la traslitterazione della parola greca sizigo, che appunto vuoi dire collaboratore. Farla diventare un nome proprio è un po' una forzatura; forse è meglio rimanere nell'anonimato) e questo fa pensare che ogni cristiano, quando le circostanze lo mettono in gioco, può, con la grazia di Dio, esercitare questo ruolo di pacificazione.

Delle due donne in disaccordo Paolo tesse, peraltro, un grande elogio: "poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui . nomi sono nel libro della vita".  

Sono due persone che hanno combattuto fedelmente per il Vangelo assieme a Paolo, assieme a Clemente e ad altri i cui nomi sono nel libro della vita, sono cioè partecipi della potenza salvifica del Cristo e perciò debbono essere uniti, pensarla nello stesso modo, altrimenti entra in crisi l'autenticità del servizio al Vangelo.  

Sempre nella gioia  

V. 4: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi".

"Rallegratevi", cioè state lieti, state nella gioia. Questo precetto di Paolo definisce uno dei contenuti primari dell'esistenza cristiana: la gioia. Paolo in questa lettera usa molte volte questa parola (su 26-27 volte che la si trova in tutto il suo epistolario, ben 15-16 volte è in questa lettera). L'espressione ha una rilevanza molto forte, perché definisce quella cristiana come un'esistenza di gioia, di letizia, non escludendo però il dolore e la sofferenza. La gioia cristiana non si contrappone alla sofferenza. L'opposto della gioia non è la sofferenza, ma la tristezza.

Il cristiano sperimenta il dolore, ma anche nel momento del dolore la gioia cristiana rimane. Paolo, ad esempio, quando scrive è in prigione e da lì invita i cristiani ad essere amici della croce del Cristo; ma questo non si contrappone alla gioia, anzi in questo sta l'autentica gioia del cristiano.

Gioia e dolore non sono sullo stesso piano: il dolore è l'espe­rienza immediata e concreta, fisica e spirituale della durezza dell'esistenza; la gioia invece è a livello di fede, a livello di un'esperienza profonda che è su un altro piano rispetto al dolore. Quindi, se nel cristiano al momento del supremo dolore c'è la coscienza della partecipazione alla croce di Cristo, c'è anche la coscienza della destinazione ancor più radicale alla resurrezione con Lui e quindi alla pienezza di gioia nella comunione trinitaria.

La tristezza, invece, nel Nuovo Testamento appare sempre con connotazioni negative perché è l'incapacità del cristiano di uscire dall'orizzonte dell'esperienza psicofisica del momento per aprirsi all'esperienza di fede della comunione con Cristo.  

Vale la pena di insistere su questo concetto, che troviamo ancor più esplicito in 1 Pt 1,6: "Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po' afflitti da varie prove". In questa frase Pietro presenta quella cristiana come una vita sottoposta alla prova, ma contemporaneamente ricolma di gioia. In Pietro appare con chiarezza che sono due realtà co­presenti; è presente la prova ed è presente la gioia. Non è che oggi c'è la prima e domani la seconda: soffro, ma domani andrò in Paradiso. Questa è una falsa prospettiva. Già fin d'ora siamo nella gioia profonda dell'esperienza di fede del Cristo risorto.

Chi esaminasse dal punto di vista psicologico questa realtà potrebbe pensare a una sorta di masochismo; e questo sarebbe vero se la gioia e la sofferenza del cristiano fossero sullo stesso piano, ma non è così. Il cristiano patisce, soffre, sperimenta il dolore come tale e non come gioia. Dov'è la gioia allora? È a livello profondo, nella dimensione esistenziale che trascende l'aspetto psicofisico dell'essere umano e lo colloca in Dio, nella fede. La gioia cristiana è nell'orizzonte che va al di là della dimensione puramente terrena dell'esistenza.  

Il volto sorridente  

v. 5: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino".

Sarebbe meglio usare, invece del termine "affabilità", quello di "bontà": la vostra mitezza, il vostro essere pieni di misericordia.  

La bontà di cui si parla è l'atteggiamento del cristiano che è benevolo, mostra un volto sorridente, è accogliente, pacifico e pacificatore. Nel rapporto con gli altri si manifesta pieno di tenerezza, di misericordia, di mitezza, di pace. È, quindi, l'assenza di spigoli, di aggressività, di ira, di rotture... Si avvicina a quello che poi Paolo descriverà come la realtà suprema della Carità: che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; è paziente, benigna, non si adira, non tiene conto del male ricevuto... (cf. 1 Cor 13,4-7).

"La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini", cioè appaia, si veda. Anche questo è molto importante: la bontà del cristiano non deve essere qualcosa che c'è ma non si vede. Deve essere visibile, apparire, manifestarsi a tutti gli uomini. Molte volte diciamo: nell'intimo sì, ma fuori... Paolo però esige che si veda. Questa bontà deve manifestarsi ed essere riconoscibile perché è come l'orma dello Spirito di Dio in noi.

"Il Signore è vicino!": altra affermazione molto forte. Paolo non vuoi dire semplicemente che il Signore sta venendo, che la fine di tutte le cose è imminente, che il tempo lasciato alla nostra esistenza nel mondo è molto breve... Certo, anche questo.

Conosciamo la frase della lettera di Pietro: mille anni sono come un giorno solo davanti al Signore (cf. 2 Pt 3,8). Ormai viviamo nel tempo finale della storia del mondo, il tempo della Chiesa, in cui mille anni e un giorno sono la stessa cosa e il Signore è lì alla porta che bussa. Ma Paolo in questo contesto vuoi dire soprattutto che il Signore si è avvicinato, si è fatto prossimo. Questa parola si contrappone alla lontananza di Dio: dopo il peccato Dio era lontano e irraggiungibile, l'uomo non poteva entrare in relazione con Lui, perché Egli stesso si era collocato in una lontananza irraggiungibile; ora invece, in Gesù Cristo, Dio è vicino. Si è fatto prossimo, afferrabile, palpabile (cf. 1 Gv 1-3: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato..." ). Proprio questa prossimità e familiarità con Dio rendono i cristiani "affabili": è come se la Carità divina si ri­verberasse in loro.  

La pace di Dio  

Vv. 6-7: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù".

"Non angustiatevi per nulla": la parola che troviamo qui è la stessa che incontriamo anche, ad esempio, in Mt 6,25, quando Gesù invita i suoi discepoli ad affidarsi alla Provvidenza: "Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi (non angustiatevi) di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?"; e poi conclude ai vv. 32-34: "Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena". Il "non angustiatevi" di Paolo è la stessa cosa che troviamo in Matteo: non considerate una qualsiasi cosa della vostra vita di ogni giorno come un qualcosa su cui dovete affannarvi, non fatene cioè l'oggetto di una occupazione primaria del vostro cuore perché l'occupazione primaria del cristiano è il Regno di Dio. Il cristiano deve essere preoccupato della sua obbedienza al Vangelo, della sua fedeltà al Vangelo e non deve preoccuparsi di nessun'altra cosa, di nulla. Nessuna realtà può diventare per il cristiano oggetto di preoccupazione, di tensione, di agitazione, di angoscia.

Qui Paolo aggiunge: "ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti". È importantissimo: dice di non preoccuparsi, ma di pregare. Il cristiano può essere ed è nelle necessità. Paolo non è un superficiale e sa bene che la vita è fatta anche di sofferenze, angustie, bisogni anche materiali (il denaro per comprarsi il cibo, i vestiti, l'abitazione...). Sono cose, queste, che fanno parte della vita di ogni uomo e quindi anche del cristiano, ma Dio questo lo sa! Il cristiano non può pensare di essere soltanto lui a saperlo: lo sa per primo Dio!

C'è un altro testo di Matteo che ci aiuta a capire: "Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate" (cf. Mt 6,7 -8). Il Padre sa di che cosa abbiamo bisogno ancora prima che gli venga richiesto! Quindi il cristiano di fronte alle sue necessità, alle cose che gli sono necessarie, non deve preoccuparsi, ma deve pregare, deve presentare a Dio le sue richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.

Anche l'accostamento che Paolo fa di questi tre elementi è importante: preghiera, supplica e ringraziamento. Sembra una successione "naturale". Che facciamo di solito? Se abbiamo bisogno di una cosa, prima la chiediamo; poi, insistiamo; infine, quando l'abbiamo ottenuta, ringraziamo. Paolo invece unifica, o meglio rende contemporanei i tre momenti. Perché questo? Perché il fatto che Dio intervenga nelle nostre necessità è di assoluta certezza. Non è nemmeno ipotizzabile che Dio non intervenga, che Dio non presti attenzione alle nostre necessità. Infatti Dio sa, prima ancora che glielo chiedia­mo, di che cosa abbiamo bisogno. Quindi, se noi glielo chiediamo - e Dio vuole che glielo chiediamo! La preghiera, la supplica, l'invocazione devono esserci -, tutto questo deve essere fatto all'interno di un rendimento di grazie, perché il Signore, nel momento in cui ci rivolgiamo a Lui con la preghiera, ci è già venuto incontro nell'esaudimento delle nostre necessità.

La prospettiva di Paolo è difficile da accettare, non perché sia difficile capirla, ma perché il nostro comportamento ne è molto lontano. Noi ci angustiamo per le più piccole cose e non restiamo in un atteggiamento di invocazione. Il nostro modo di essere cristiani è molto lontano da quello che dovrebbe essere, cioè da un semplice rapporto con Dio fatto di preghiera, supplica e ringraziamento.

Pensiamo davvero, ed è un'idea profondamente radicata nel nostro essere, di essere i protagonisti della nostra esistenza, di risolvere noi tutti i nostri problemi. Magari alla fine, quando proprio non ce la facciamo più, chiediamo aiuto al Signore! L'atteggiamento del cristiano dovrebbe essere esattamente l'opposto: egli dovrebbe sentirsi continuamente nelle mani di Dio, nelle piccole cose di ogni giorno come nelle circostanze più gravi.

Il fatto che questo atteggiamento sia così raro spiega forse perché nelle comunità cristiane non avvengano più i miracoli. Si può davvero pensare che la mancanza di miracoli nella Chiesa sia colpa nostra, della nostra durezza di cuore, della nostra presunzione, della nostra pienezza di noi stessi. Ci manca la semplicità nel chiedere.

Ma qui si presenta un problema sottile: cos'è poi il miracolo? È la guarigione dalla malattia o la fede che ci fa vivere malattia, sofferenza o indigenza come doni di Dio? Cos'è che dobbiamo chiedere al Signore? Quali sono le nostre necessità vere?

Il ragionamento a questo punto viene tutto rimescolato. Davvero, di fronte a certe parole della Scrittura che non trovano verifica nella nostra esistenza quotidiana dobbiamo porci il pro­blema del perché. Prendiamo ad esempio il finale del vangelo di Marco: "questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno" (Mc 16,15-18). L'assenza di questi "segni" nella Chiesa di oggi non possiamo risolverla con faciloneria, dicendo erano i segni che accompagnavano la Chie sa primitiva e che "oggi è diverso". Davvero, c'è qualcosa che non funziona nella nostra esistenza cristiana; e ritorna sempre più vero il discorso di Paolo sul nostro non essere perfetti. La perfezione è molto lontana da noi. Camminiamo verso la perfezione, ma sapendo prima di tutto che è ancora lontana da noi. Dovremmo avere la viva coscienza del nostro essere imperfetti, impotenti, incapaci, infedeli. Il Signore ci aiuti a rimettere in moto la nostra esistenza.  

"E la pace di Dio...": se c'è la bontà, la coscienza del Signore vicino, l'assenza di angustia, la preghiera e il ringraziamento; se c'è tutto questo, la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù.

Con grande potenza la pace di Dio riempie l'esistenza dei credenti e li custodisce; quella pace che è la pienezza della sua salvezza, misericordia e bontà; quella pace che Egli ha riversato sui credenti in Cristo Gesù, configurandoli alla sua passione, morte e resurrezione.  

È la pienezza del suo dono che ci colma e ci custodisce: anche questa è una sottolineatura importante nel linguaggio di Paolo; serve infatti a sottolineare ancora una volta che nella vita cristiana l'iniziativa è nelle mani di Dio, è Dio che con la sua misericordia ci custodisce, ci avvolge, ci riempie di pace.  

­Tutto quello che è vero, giusto, puro...  

Vv.8-9: "In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi".  

Paolo conclude le sue esortazioni con un duplice invito che vuoi essere un po' riassuntivo di tutto l'insegnamento che ha dato finora.

Anche questo fa parte del suo stile. Nelle sue lettere dà molte indicazioni, ma non sono sempre le stesse che si ripetono. Egli ha la coscienza di non esaurire nella lettera tutte le norme di comportamento, tutta la casistica dell'esistenza cristiana. I commentatori delle lettere di Paolo dicono che le indicazioni sono legate alla situazione concreta dei cristiani a cui scrive: alcune comunità hanno bisogno di essere esortate in certi punti, altre in altri.

In conclusione, dice ai Filippesi, che cosa occorre fare? Tutto ciò che è buono, vero, bello, ciò che è positivo e virtuoso. Sarebbe interessante analizzare parola per parola queste indicazioni di Paolo, perché ognuna di esse ha una sfumatura particolare, ma possiamo riassumere tutto in un'espressione che ritroviamo nella 1 Pt 2,15: operare il bene. Noi sappiamo, poi, che il bene è quello che esce dalla bocca di Dio, cioè la volontà del Signore. È bene tutto ciò che fa parte della volontà di Dio.  

Paolo, comunque, in queste parole riassume tutto ciò che i cristiani debbono fare. E aggiunge subito una seconda esortazione, perché la prima potrebbe lasciare adito ad ambiguità. Cos'è buono? Cos'è giusto? Cos'è vero? Qualcuno potreb­be dire: per me questa cosa è buona; un altro, invece: no, per me è buona un'altra cosa. L'uomo purtroppo non sa con profonda certezza che la fonte della bontà è la volontà di Dio e che va ricercata non nei propri pensieri, ma nelle Scritture, nelle lettere di Paolo, nei vangeli, insomma in tutti i testi che manifestano il pensiero del Signore. Un cristiano che non abbia chiara questa consapevolezza potrebbe equivocare e allora Paolo aggiunge un elemento inequivocabile, dicendo: "Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare". Ciò che lui ha insegnato è quello che i cristiani devono fare; ha dato degli ordini... ed è quello che devono mettere in pratica. Le parole di Paolo (il "suo vangelo") sono ciò che i cristiani devono seguire.

Paolo, però, potrebbe non avere esaurito tutto in ciò che ha insegnato e proclamato; allora aggiunge: "e veduto in me". Quello che i cristiani gli hanno visto e gli vedono fare, è la norma suprema della loro condotta!

"E il Dio della pace sarà con voi". AI versetto precedente aveva detto: "la pace di Dio"; qui "il Dio della pace". La presenza di Dio è pacificante; la comunione con Lui è sinonimo di pace; ma si ottiene e si mantiene nella piena adesione alla sua vo­lontà. Direbbe Dante: "In la sua voluntade è nostra pace". E Giovanni XXIII, nel suo motto papale: "Obbedienza e pace"!