PICCOLI GRANDI LIBRI  Gianni Zaccherini  LETTERA DI SAN PAOLO AI FILIPPESI
RENDETE PIENA LA MIA GIOIA
Lettura e commento della LETTERA AI FILIPPESI
EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA 2004

Premessa ( Francesco Grasselli)

Capitolo 1. Sia che io viva, sia che io muoia (Fil 1, 1-30)
Mittenti, destinatari e saluto (vv. 1-2)
Ringraziamento e preghiera dell'apostolo (vv. 3-11)
La prigionia di Paolo e il suo impegno per il Vangelo (vv. 12-30)

Capitolo 2. Lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù (Fil 2, 1-30)
Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (vv. 1-11)
L'inno cristologico (vv. 6-11)
"Dovete splendere come astri nel mondo" (vv.12-18)
Collaboratori nella diffusione del Vangelo (vv. 19-30)

Capitolo 3. Per guadagnare Cristo (Fil 3, 1-21)

Capitolo 4. Nel libro della vita (Fil 4, 1-23)
Ultime esortazioni (vv. 2-9)
I ringraziamenti (vv. 10-20)
Saluti e benedizione (vv. 21-23)

INDICE DELLE "FINESTRE"
Vi porto nel cuore.

I cristiani e la «sfera affettiva»

Umiltà, carità, unità.
Perché le comunità cristiane non vadano in malora.

«Lo stesso sentire» e il pluralismo.
Un problema di grande attualità nella Chiesa e nel mondo

Motivi di gioia. 
Mentre l'angoscia invade la vita

 

Capitolo terzo
Per guadagnare Cristo
Fil 3,1-21  

Il capitolo terzo per molti commentatori moderni è un capito­lo aggiunto, a partire dalla seconda parte del primo versetto fino al primo versetto del quarto capitolo. Infatti, mentre la prima parte del v. 1 ("Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Si­gnore") si riaggancerebbe al v. 2 del cap. 4 e sarebbe quindi l'avvio dei saluti e delle esortazioni finali, la seconda parte dello stesso v. 1 ("A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stes­se cose" fino a: "Perciò, fratelli miei carissimi e tanto deside­rati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!") apparterrebbe ad una se­conda lettera di Paolo, non dalla prigionia, ma inserita in que­sto contesto con un espediente redazionale.

Questo non ci interessa più di tanto, in quanto non ci aiuta nella comprensione della lettera. Noi la leggiamo come profonda­mente unitaria, anche se al suo interno questo capitolo terzo può apparire come una parentesi. Forse Paolo è giunto a co­noscenza di fatti che stanno avvenendo all'interno della Chie­sa di Filippi e che rischiano di mettere in discussione la fedeltà di quei cristiani al Signore. Allora interviene con durezza. Tutto quello che ha detto va bene, però essi non devono dimenti­care ciò che lui ha già ripetuto loro: "A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose".

Paolo, cioè, scrive alcune cose che i Filippesi già conoscono bene, ma che non si stanca di ripetere, dal momento che vede dei pericoli in mezzo a loro. Passa perciò ad una serie di istru­zioni relative alla vera via della salvezza cristiana, su come  

cioè i cristiani devono stare attenti perché la salvezza loro do­nata in Cristo Gesù non venga meno nell'ipotesi che la predi­cazione sia portata avanti da falsi cristiani.  

Contro le eresie

 Vv. 1-2: "Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore. A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guarda­tevi da quelli che si fanno circoncidere!".

Il rischio dell'eresia è presente fin dall'inizio e Paolo lo cono­sce bene perché contro di esso si è ripetutamente battuto, in particolare per quanto riguarda l'eresia dei giudaizzanti. Sono cristiani che non hanno capito la novità del Cristo e continua­no ad insistere con le esigenze della Legge giudaica, la cir­concisione in primo luogo. Contro essi Paolo dovette ripetu­tamente lottare, perché mettevano in discussione la sua pre­dicazione e la sua autorità apostolica all'interno delle comu­nità nei primi decenni di vita della Chiesa. Arrivava Paolo, por­tava il Vangelo, annunciava il mistero del Cristo, lo consolida­va con la potenza dello Spirito, faceva nascere la Chiesa in quel luogo, portava avanti la catechesi... E a un certo punto arrivavano altri missionari - questo è un dato classico della chiesa primitiva: c'era un pullulare di persone che cammina­vano di città in città annunciando il Vangelo o confermando il Vangelo già annunciato, in collaborazione ma anche in ten­sione fra loro - che pretendevano di "rettificare" l'insegna­mento e le disposizioni di Paolo.

Essi, pur riconoscendo Gesù come Signore, ritengono indi­spensabile alla salvezza il rispetto dei precetti della Legge. La circoncisione ad esempio, che risale a Mosè, è ineliminabile. Dalle lettere ai Galati e ai Romani sappiamo cosa vuoi dire tutto questo: vuoi dire mettere radicalmente in crisi la parola evangelica.

Perciò con costoro Paolo è sempre di una durezza inaudita. E anche ora dice: "Guardatevi dai cani". La parola "cane", che nel nostro linguaggio è molto offensiva, lo è però meno di quanto lo fosse nel mondo giudaico. Questo termine veniva usato dai Giudei nei confronti dei pagani. Per la cultura giu­daica il cane era un animale immondo e di poco conto. Quin­di dare a uno del cane era una delle offese più gravi. Paolo ri­balta l'offesa e la rivolge a coloro che la usavano verso i pa­gani.

Oltre a ciò li chiama "cattivi operai", meglio ancora operai del male, persone che non sanno operare il bene. Le loro opere sono malvagie. Si sottintende che sono figli di Satana, perché Satana è l'operatore del male.

Probabilmente anche a Filippi sono presenti cristiani di que­sta tendenza e Paolo interviene duramente contro di essi. I commentatori fanno notare che la durezza del linguaggio di Paolo è forse giustificata proprio dalla realtà della Chiesa di Filippi: è una Chiesa bella, molto fedele al Signore, molto ge­nerosa, con la quale Paolo ha legami cordialissimi. Proprio perché la realtà è così bella e così cara a Paolo, egli si indigna al pensiero che qualche "falso fratello" possa mettere in crisi la vita e la fede di questa comunità.

Il discorso di Paolo però, anche se così severo, è messo nella cornice di una riflessione di consolazione e di gioia. Cap. 3,1: "Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore" e cap. 4,1: "Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!", State nella gioia, state lieti, rimanete saldi, rima­nete fedeli; la vostra fedeltà e la vostra autenticità di obbe­dienza al Vangelo siano fonte radicale di gioia! Sempre, co­munque e dovunque il cristiano dev'essere nella gioia. La gioia nella quale devono stare saldi e sereni i cristiani è quella che proviene dalla fede e dalla comunione con Cristo; è una gioia permanente, perché sostiene l'esistenza cristiana anche nelle difficoltà, nelle sofferenze. Pietro nella sua prima lettera dice la stessa cosa: "Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora do­vete essere un po' afflitti da varie prove" ( 1 Pt 1,6). Il cristiano, qualunque cosa succeda, resta nella gioia perché la sua vita è nelle mani del Signore.  

I veri circoncisi  

V. 3: “Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù senza avere fiducia nella carne ".

L'ultima ammonizione di Paolo nel versetto precedente era "per quelli che si fanno circoncidere". Si tratta evidentemen­te di cristiani giunti alla fede dal paganesimo e che si lascia­no convincere alla circoncisione dai "nemici della croce di Cri­sto", cioè dai giudaizzanti. Paolo dice: "Siamo noi i veri cir­concisi", ricorrendo a un concetto già utilizzato in altre lette­re: veri e falsi circoncisi. C'è una circoncisione nella carne che non è quella vera e ce n'è una nello Spirito che è quella vera. Ed è la nostra, dice Paolo. È il cristiano il vero circonciso, non nella carne, che non conta nulla; egli è circonciso nel cuore, perché è lì che si colloca la vera e autentica esistenza del fi­glio di Dio.

"Noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio": è la pre­senza dello Spirito che individua il vero circonciso. Qui pro­babilmente c'è un'allusione al sacramento del Battesimo. I Giudei erano segnati nella carne, i cristiani sono segnati nello spirito dal Battesimo e sono mossi dallo Spirito di Dio, che opera in loro non in virtù di segni carnali, ma in virtù della po­tenza della Resurrezione del Cristo Signore.

"E ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne": i cristiani si gloriano in Cristo Gesù, non nelle opere della carne, cioè nella circoncisione. Per un Giudeo la circoncisione era il segno della sua gloria, per il cristiano la gloria è solo nel Si­gnore.

La parola "carne", che torna in molti modi nelle lettere paoline, qui sta a significare la modalità di esistenza tipicamente giudaica. Non si fa riferimento, qui, a fatti legati alla sessualità o al mangiare e bere eccessivi. Paolo, parlando qui di carne, in­tende appunto quello che era specifico dei Giudei, che so­prattutto nei fatti legati alla circoncisione fondavano la loro gloria.  

Il vanto "secondo la carne"  

Vv. 4-6: “Sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della Legge ".

Che per "carne" si debba intendere qui la logica del giudai­smo intesa appunto come realtà ormai fragile, caduca, inuti­le e anzi nociva per il cristiano, Paolo lo conferma in questi ver­setti, portando il proprio esempio. Si potrebbe anche sottoli­neare un altro aspetto: la fiducia dei Giudei nella carne è le­gata alla fiducia di essere discendenti di Abramo. Figli di padri e madri ebraiche, appartengono alla sua stirpe: questo è il loro vanto e la loro gloria. Il vangelo di Giovanni ci mostra Gesù in polemica con gli Ebrei che si vantano di essere figli di Abra­mo secondo la carne (cf. Gv 8,37 -40). Dio, dice il Vangelo, può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre (cf. Lc 3,8). Ormai l'appartenenza carnale a una stirpe non conta più per la sal­vezza; ciò che conta è l'appartenenza al Signore nella poten­za dello Spirito mediante la fede in Cristo morto e risorto.

I giudaizzanti si vantano "nella carne"? Ebbene, dice Paolo, se servisse a qualcosa, io potrei vantarmi più di loro; ed enumera i suoi "titoli di gloria": è stato circonciso "ottavo giorno, cioè nei termini stabiliti dalla Legge; è della stirpe d'Israele, in quanto membro della tribù di Beniamino (Paolo, come ogni buon israe­lita, aveva i suoi documenti e la sua genealogia per attestare la propria ascendenza); è "ebreo da ebrei", può cioè rivendicare la purezza delle sue origini e della sua cultura.  

Tutto quello che un giudaizzante può dire di sé, anche Paolo può dirlo. Aggiunge, però, un'ulteriore appartenenza: "fariseo quanto alla legge". Non solo appartenente alla stirpe di Israe­le, ebreo tra gli ebrei, ma fariseo. All'interno del giudaismo i fari sei erano il gruppo più osservante, che si poneva come cu­stode della Legge. E i fari sei osservavano non soltanto la legge scritta, ma anche quella orale, tramandata di bocca in bocca da Mosè fino agli ultimi rabbini. Paolo rivendica la sua fedeltà a tutte le tradizioni del giudaismo al pari dei farisei.

"Quanto a zelo, persecutore della Chiesa": se poi si deve met­tere in conto anche quello che Paolo ha fatto concretamente per garantire e difendere la tradizione dei Padri, egli ha per­seguitato i cristiani; quanti di coloro che polemizzano con lui possono dire altrettanto? In conclusione, chi più di Paolo ha dimostrato di essere un autentico giudeo?

"Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservan­za della legge": qui Paolo dice una cosa impressionante; si po­trebbe pensare che la vis polemica gli faccia superare ogni mi­sura. Lui, che nella Lettera ai Romani dirà che nessun giudeo ha mai osservato pienamente la Legge del Signore, qui dice di sé: "irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'os­servanza della legge", cioè presenta se stesso come un os­servante scrupoloso e irreprensibile di tutti i precetti della Legge. Paolo ha una coscienza fortissima di quella che è stata la sua vicenda all'interno del giudaismo e sembra quasi do­mandare: chi è stato più scrupoloso osservante di me? lo sono stato irreprensibile!

Quando poi dice "irreprensibile quanto alla giustizia che deri­va dall'osservanza della legge", parla secondo la logica del­l'Antico Testamento: la giustizia veniva all'uomo dall'osser­vanza della Legge. Osservando la Legge - quindi con le sue forze, con la sua tensione spirituale - l'uomo si faceva giusto e meritava la salvezza come premio. Per un giudeo osservan­te la salvezza non è un dono, ma il compenso che spetta alla sua fedeltà.

Paolo è stato tutto questo; quindi quando affronta così dura­mente i giudaizzanti lo fa a ragion veduta. All'interno del giu­daismo c'è stato a lungo e con coerenza estrema, con un impegno di perfezione altissimo. Può dunque ben dire quello che sta dicendo.  

Il guadagno e la perdita  

v. 7: “Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo".

A questo punto Paolo introduce la sua testimonianza di fede: tutto questo mio vanto secondo la carne, che nella logica del­l'Antico Testamento mi avrebbe permesso di chiedere a Dio il premio meritato, in realtà è una perdita in confronto a Cristo Gesù. C'è qui il rovesciamento totale della logica cristiana ri­spetto a quella giudaica, del Vangelo rispetto alla Legge.

Perché è una perdita? Perché l'uomo che si vanta di fronte a Dio in realtà ha saputo, in Gesù Cristo, di non avere alcuna ca­pacità, alcuna possibilità di salvezza. Quello che lui poteva pensare come un guadagno secondo la logica giudaica, in realtà è la pretesa di Adamo di essere lui l'arbitro di ciò che è bene e di ciò che è male.

Il cristiano sa che chi segue questa logica così non può ere­ditare la salvezza. Chi si salva, allora? Chi sa di non poter fare nulla da sé in ordine alla salvezza. Di fronte al Cristo che è morto e risorto per la nostra salvezza, rivelando la nostra ra­dicale impotenza e la nostra totale necessità di ricevere da lui la grazia e la misericordia, tutto ciò che secondo una logica giudaica e carnale avrebbe potuto essere un vanto è invece una perdita e l'unica cosa da fare è buttarsi sciolto da queste presunte ricchezze nelle braccia del Cristo accogliendo la sua grazia nella fede.  

La sublimità della conoscenza  

V. 8: “Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le con­sidero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo".

Paolo ribadisce il concetto precedente allargandolo alla tota­lità: "tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù". Cos'è tutto? Tutto ciò che non è Gesù Cristo, tutto ciò che si contrappone alla cono­scenza di Lui. Qual è l'obiettivo della vita cristiana che emerge da queste affermazioni di Paolo? L'obiettivo della vita cri­stiana è capire che l'unica cosa che conta è il riferimento a Cri­sto; è appunto la conoscenza di Gesù Cristo in quanto ade­sione piena a Lui, conformità al suo pensiero e alla sua vita.

Con l'espressione "di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù", Paolo ci rivela un'esistenza cristiana che non è un dato acquisito una volta per tutte. È un altro modo per esprimere un concetto che già abbiamo incontrato nella lettera di Paolo: l'indicazione della crescita, del perfezionamento nella vita cristiana. La vita cristiana parte dall'accoglienza del Cri­sto e dal riconoscere che tutto ciò che appartiene al passato è una perdita e addirittura - dice Paolo - "spazzatura", cioè cosa ignobile. Riconoscendo ciò, ci si affida al Cristo e si cre­sce nella conoscenza di Lui. La conoscenza del Cristo è una forma di rapporto dinamico con il Signore; è il rapporto per­sonale con Colui che ci invita ad uscire sempre più da noi stes­si per entrare nella Comunione.

La parola "conoscenza" nel linguaggio biblico non indica solo un rapporto intellettuale e ma, pur essendolo, è soprattutto un fatto di esperienza, di esistenza; è un possesso, è un entrare in comunione. Comunione esistenziale con Lui, destinata a crescere, a raggiungere un vertice di perfezione, come abbia­mo già visto nel primo capitolo. Mentre nella prospettiva giu­daica veterotestamentaria la propria vita è un guadagno quan­do è ciò che costruiamo giorno per giorno in un'assoluta fe­deltà alla Legge - e quindi ci si aspetta la salvezza come un diritto -, per Paolo e per il cristiano il guadagno è Gesù Cristo, che non può essere oggetto di conquista, ma ci viene dato come dono in assoluta gratuità; si avvia così un cammino che lascia cadere alle proprie spalle tutto ciò che non è Lui per muovere, invece, verso la piena conoscenza-esperienza-possesso di Lui.  

La giustizia che viene dalla fede  

V. 9: “e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede".

"Essere trovato" da chi? Da Dio, in modo da incontrarlo al ter­mine della propria esistenza. "In lui", in Cristo, cioè con una giustizia che non è quella costruita con le proprie mani, met­tendo in pratica le indicazioni della legge, ma è quella ricevu­ta da Dio per la fede.

In cosa si contrappongono radicalmente la giustizia secondo la Legge e la giustizia che viene da Dio per la fede in Gesù Cristo?

La giustizia che viene dalla Legge è la giustizia conquistata dall'uomo con le sue forze, con il suo impegno, con la sua ca­pacità di mettere in pratica tutte le richieste della Legge; la giu­stizia cioè che afferma e realizza le virtù dell'uomo.

Invece, la giustizia che viene da Dio nella fede in Cristo Gesù è puro dono, è grazia. Trasforma l'impotenza dell'uomo nella capacità di portare frutto.

È molto importante sottolineare il fatto che la giustizia che viene dalla fede non è una giustizia che non opera, che non porta a compimento delle realtà; ma queste realtà compiute dalla giustizia che viene dalla fede, le compie nel credente la potenza di Dio in Gesù Cristo. È lo Spirito che opera; è Dio, come Paolo aveva detto in precedenza, che dona il volere e il fare: non l'uomo con le sue forze, ma la potenza di Dio in lui (cf. Fil 2,13).  

La giustizia che viene dalla fede non è una giustizia vuota, ma una giustizia piena di opere, che non sono più opere dell'uo­mo, ma opere di Dio. Questa è la differenza essenziale: non è l'uomo che compie le opere, ma è Dio che compie le opere della fede in lui.  

Spiritualità pasquale  

Vv. 10-11: "E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua resurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dei morti".

La giustizia che gli deriva dalla fede in Cristo porta quindi Paolo alla conoscenza, con tutta la ricchezza che questo termine ha nella Bibbia: cioè a fare esperienza di Lui e della potenza della sua Resurrezione.

La potenza della Resurrezione di Gesù si sperimenta già ora, mentre si è in attesa di pervenire alla resurrezione dei morti. Ma come? Paolo sa bene che la resurrezione dei morti è un evento futuro; ma sa anche che la potenza della Resurrezio­ne del Signore viene verificata fin d'ora, nelle sofferenze che in qualche modo anticipano la morte. Siccome nelle sofferen­ze si partecipa in qualche misura alla morte di Cristo, nella ca­pacità che ci è data di accettarle con fede e speranza si ha la garanzia di partecipare anche alla sua Resurrezione. La co­munione con il Cristo della croce è anche comunione con il Cristo della gloria.

Questo è un altro modo di illustrare il mistero pasquale: come Cristo passando attraverso la passione e la morte è giunto alla Resurrezione, così il cristiano, che partecipa ora alla passio­ne e alla morte del Cristo, parteciperà anche alla sua resurre­zione. Egli sperimenta fin da ora la propria resurrezione dai morti nella partecipazione alla Croce del Cristo. Questo punto va messo in evidenza perché si collega ai versetti successivi, nei quali si parlerà dei nemici della Croce del Cristo.

Nella logica cristiana Croce e Resurrezione sono inseparabili e ineliminabili: non c'è una Resurrezione che non passi attra­verso la Croce , non c'è una vita di comunione con Dio che non passi attraverso la sofferenza. Ecco perché Paolo se la pren­de con quelli che chiama "nemici della Croce di Cristo", con coloro, cioè, che pensano sia possibile sperimentare la Re ­surrezione senza sperimentare concretamente la Croce del Cristo. Essi vogliono soltanto l'aspetto vincente e non quello perdente, ma in questo c'è la rottura del mistero pasquale.  

I perfetti  

V. 12: "Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di corre­re per conquistar lo, perché anch'io sono stato conquista­to da Gesù Cristo".

Riprende la polemica di Paolo con i suoi avversari e contrad­dittori, che acquistano un volto sempre più preciso. Essi molto probabilmente parlavano di essere già giunti alla perfezione, di essere già entrati nella consumazione perfetta della vita cri­stiana; invece Paolo dice: "Non però che io abbia già conqui­stato il premio o sia arrivato alla perfezione".

Qui vale la pena di aprire una parentesi sui cristiani che nei primi tempi dicevano di aver già conseguito, fin da questo mondo, la pienezza della perfezione. Era un fatto abbastanza diffuso. Paolo lo presenta in questo contesto, ma appare anche da altri scritti del Nuovo Testamento e ne abbiamo co­noscenza dalla storia della Chiesa dei primi secoli.

L'affermazione secondo cui il cristiano per il fatto di aver cre­duto in Cristo, di aver praticato la circoncisione e di praticare la legge è già perfetto, si sposa perfettamente con la menta­lità del giudaismo e quindi con la continuazione del giudaismo nel cristianesimo. Questa prospettiva si è poi aperta in mille rivoli nella storia della Chiesa e ha avuto molti sbocchi. Uno dei più classici nella Chiesa antica è l'eresia di quelle sette in cui tutti, ritenendosi già santi, pensavano di poter fare quello che volevano, perché quello che volevano era già nella san­tità di Dio. Così davano la stura a mille vizi e perversioni, con conseguenze spesso drammatiche.

Il fondamento di tutto ciò sta nel dissociare l'esistenza di fede dalla possibilità di commettere errori: ormai sono perfetto; se sono in Cristo non posso fare il male; tutto ciò che faccio è buono! Questo è il punto di crisi.

L'esistenza cristiana, dice invece Paolo, è ancora un cammi­no, è la corsa, non il traguardo della corsa. Non è ancora il pre­mio, ma uno sforzo verso il premio. Il cristiano sa di essere stato conquistato dal Cristo, ma lui non ha ancora conquista­to il Cristo: "Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché an­ch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo", Se il cristiano pensa di aver già conquistato il Cristo perché il Cristo lo ha conquistato, è fuori strada. A quel punto è nemico della Croce del Cristo, perché la sua è una prospettiva che non passa at­traverso la Croce; pensa di essere già nel mondo della Re­surrezione senza essere passato attraverso la Croce.  

La corsa e la meta  

Vv. 13-14: “Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giun­to, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù".  

Qui Paolo ribadisce quanto ha già detto, ma il fatto che ci ri­torni con tanta insistenza è significativo. Lo fa perché sa che è un punto cruciale, un punto veramente decisivo della con­sapevolezza cristiana. La vita del cristiano è una corsa, una gara, un combattimento, al termine del quale ci sarà il premio; quella "corona di giustizia" di cui Paolo parla nella seconda Lettera a Timoteo 4,7-8: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora non mi resta che ricevere la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manife­stazione". Corona di giustizia è la perfetta comunione con Lui nella potenza della sua Resurrezione; è l'esperienza diretta e personale del risorgere in Cristo per la gloria del Padre.

Però, nel frattempo, la vita cristiana è una corsa. E Paolo, ag­giungendo parole significative rispetto a quelle precedenti, dice alcune cose importanti per la comprensione della stessa vita cristiana: "Dimentico del passato e proteso verso il futu­ro". Il cristiano non guarda il passato, anzi lo dimentica, lo can­cella e non vuole farlo ricadere su di sé. Qui chiaramente Paolo allude ad alcuni fatti della storia di Israele, quando nel deser­to ricordava e rimpiangeva il suo passato di popolo schiavo in Egitto. Oppure pensa a se stesso, alla sua giustizia di giudeo, al "vanto" che ha alle spalle, ma che ha ormai completamen­te dimenticato. Però sicuramente Paolo scrivendo questo ver­setto non pensa solo a questo, ma fa un'affermazione più ge­nerale: dice che è dimentico di tutta la realtà del suo passato. Qualsiasi cosa ci sia stata, egli la dimentica perché è già stata cancellata in Cristo e se la ripristinasse cancellerebbe Cristo.

Il cristiano non è mai un uomo ripiegato sul suo passato, sia di bene che di male, perché il suo scopo è quello di tenere fisso lo sguardo sul futuro, cioè su Gesù, termine del suo cammino.

Paolo sa anche che il suo passato è sterco e spazzatura, ma neanche questo considera come un peso e un ostacolo, per­ché Dio per primo lo ha dimenticato e cancellato in Gesù Cristo. Guai se l'uomo rimane rivolto al suo passato; se avviene questo, non può guardare Cristo che è il suo futuro, il premio da conseguire.  

Quale perfezione

Vv.15-16: “Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversa­mente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto in cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea".


Qui Paolo comincia con un'affermazione stranissima: "Quan­ti dunque siamo perfetti...". Poco prima aveva detto che lui sapeva benissimo di non aver conseguito la perfezione. Come mai questa contraddizione?

Il "perfetto" di prima è l'impeccabile, colui che pensa che non commetterà più peccati, perché ha già conseguito la santità. Paolo perciò diceva di non aver raggiunto questo tipo di per­fezione e che, anzi, chi pensasse di averlo raggiunto sarebbe nell'eresia.

Allora qual è la perfezione cristiana di cui parla qui? È quella appunto di coloro che sanno di essere in cammino. Noi siamo perfetti, perché sappiamo di essere in cammino. C'è, quindi, l'uso della stessa parola per sottolineare aspetti diversi. Paolo dice qui che l'unica perfezione che ci è data in questo cammino è quella di sapere che siamo, appunto, in cammino. Nella nostra vita attuale la perfezione sta nel ricordare sempre che si è in cammino verso la perfezione.

Alcuni commentatori dicono, invece, che con questa espressione Paolo fa dell'ironia e si contrappone a coloro che ritengono di essere i perfetti: noi che sappiamo di essere imper­fetti siamo i veri perfetti perché tendiamo alla perfezione.

Paolo poi aggiunge: "dobbiamo avere questi sentimenti", cioè dobbiamo sapere queste cose. Coloro che sono così (come appunto è Paolo) devono pensarla in questo modo. Paolo esige che coloro che vogliono essere in comunione con lui, coloro che vogliono far parte della Chiesa dei santi, devono pensarla in questo modo. Noi che siamo nella condizione esistenziale di aver ricevuto la grazia della misericordia e della salvezza e che quindi possiamo definirei perfetti in questa mo­dalità di un'esistenza ancora in tensione, in cammino verso la perfezione ricevuta da Dio nell'ultimo giorno, dobbiamo pensarla in questo modo. Paolo esige una convergenza totale del pensiero dei suoi ascoltatori con il suo. Pretende che la pensino in questo modo, che abbiano questo modo di sentire, che ragionino in questi termini. Ammette la possibilità di qualche divergenza di pensiero, ma non come un elemento positivo che debba rimanere, bensì come un elemento negativo che. Dio eliminerà: "se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo".

Se in coloro che lo ascoltano c'è un atteggiamento spirituale autentico, Dio creerà in essi una convergenza di pensiero, così come creerà in loro la perfezione della santità. Dio è colui che opera il volere e il fare, quindi è colui che trasforma il modo di pensare dei cristiani. I cristiani possono pensare ancora in un certo modo, che è imperfetto e inadeguato al Vangelo. Ma se c'è in essi la retta intenzione, Dio trasformerà il loro modo di sentire e creerà in loro convergenza di pensiero con Paolo e con coloro che la pensano come Paolo.

Certamente questa affermazione, come affermazione di principio, appare intollerante. Ma in fondo tutto questo capitolo è polemico e per certi aspetti intollerante. Paolo sa che qui è in gioco il cristianesimo e quindi si esprime con grande durezza.

Per Paolo è in gioco la sostanza della salvezza, è in gioco la sorte del Vangelo, perché o è la Croce di Cristo che salva o è la circoncisione. Se qualcuno dice che è la circoncisione che salva e non il mistero cristiano, secondo la predicazione evangelica, crea una falsa coscienza e rende essenziale una cosa che poi in realtà non salva. Se tu vuoi essere salvo, devi credere ciò che Paolo predica, altrimenti non sei salvo.

È evidente che questa affermazione è di un'intolleranza assoluta; però su questo punto è il Vangelo ad essere intollerante. Il Vangelo è intollerante sul principio della salvezza in Cristo. Come chiaramente dice Pietro negli Atti degli Apostoli 4,12: "In nessun altro c'è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati". Sul piano, invece, dei comportamenti pratici la "tolleranza" del Vangelo è grandissima: il nostro passato di pec­cato, di morte, conta ben poco! Quello che conta è la fede in Gesù Cristo.

La famosa frase attribuita (falsamente) a Lutero "Pecca forte­mente e credi più fortemente", cosa vuoi dire in realtà? Afferma che qualunque sia il tuo peccato e il numero dei tuoi peccati, Cristo ti salva. Non bisogna quindi farsi un cruccio dell'essere peccatori perché, se crediamo in Gesù Cristo, siamo salvati.

Il cristianesimo è di un'intolleranza assoluta sulla causa della salvezza, ma sul piano comportamentale è "di manica larga". La domanda cruciale, infatti, è questa: è Cristo che ti salva o sei tu? Se è Cristo, affidati a Lui e tutta la tua condizione di peccatore sarà trasformata.

Allargando questo atteggiamento alla storia delle religioni dell'umanità, il cristianesimo appare come la più intollerante delle religioni. Nell'induismo, per esempio, tutte le strade sono buone e ci sono mille modi per andare a Dio. Nel cristianesimo, no: c'è una sola via che conduce a Dio ed è Gesù Cristo.

"Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea". Paolo dice che la cosa importante, anche se c'è divergenza di pensiero - in attesa che Dio ci porti alla convergenza, illuminandoci con la sua verità - è che ciascuno cammini in questa direzione, verso questo punto di arrivo, che è l'obbedienza al Vangelo, il lasciarsi colmare dal Vangelo.

Paolo auspica una specie di "lavaggio del cervello" nei suoi cristiani. Egli sa che gli uomini hanno pensieri divergenti dai pensieri di Dio. L'Antico Testamento già metteva in bocca a Dio questa frase: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore" (Is 55,8). L'uomo "carnale" non la pensa come Dio, ma Dio può operare in lui portandolo a pensare i suoi stessi pensieri; e questo in concreto avviene attraverso il "lavaggio del cervello" della Parola di Dio. Se il cristiano si pone in ascolto continuo e perseverante della Parola, questo lo porterà a pensare coi pensieri stessi di Dio. Ecco perché l'ascolto perseverante e con­tinuo della Parola di Dio è un elemento ineliminabile da una vita che voglia dirsi cristiana.

L'importante, dice qui Paolo, è che il cristiano continui a camminare in questa direzione, cioè nella direzione dell'ascolto della Parola. Se cammina su questa linea, se percorre questa strada, Dio lo illuminerà e lo porterà a una convergenza di sentire e di pensare con Paolo e con tutti i fratelli di fede.  

I modelli  

V. 17: “Fatevi miei imita tori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi".

Non è la prima volta che Paolo nelle sue lettere pone se stesso come modello concreto per i cristiani a cui si rivolge. Nel contesto della lettera che stiamo leggendo questa indicazione ha due livelli di insegnamento da darci: da una parte, ci aiuta a capire come sia un dato ineliminabile dalla rivelazione cristiana l'indicazione non soltanto di verità da credere e di comportamenti da tenere, ma anche e soprattutto di modelli con­creti di esistenza.

Il primo modello esemplare, valido per tutti, è il Cristo e questo Paolo lo ha sottolineato al capitolo 2,5-11. Ma in tanti altri passi del Nuovo Testamento noi troviamo questa identifica­zione: Cristo ci ha lasciato un modello perché ne seguissimo l'esempio. L'indicazione di Cristo è un dato fondamentale, concreto e specifico: quello che è avvenuto in Cristo deve avvenire anche nei cristiani. Gesù stesso lo ha detto in riferi­mento ad alcuni elementi supremi dell'esistenza cristiana: "Quello che hanno fatto a me, lo faranno anche a voi", "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi", "Amatevi come io vi ho amato", ecc. Necessariamente dovrà es­serci una convergenza di vita fra il credente e Cristo Gesù.

Questa imitazione però non è soltanto nei confronti del Cristo. Infatti Paolo presenta anche se stesso come modello da imitare e lo fa a ragion veduta dopo aver detto di essere ancora un uomo in cammino, un credente che non ha ancora conseguito l'obiettivo ultimo a cui Dio lo sta conducendo, cioè la per­fezione assoluta dell'ultimo giorno.

Però Paolo sa anche di essere stato completamente investito dal Cristo; sa che il Cristo si è impadronito di lui, lo ha fatto suo schiavo; sa che Cristo vive in lui e che lui è un portatore del Cristo. Quindi può dire ai fratelli di fede: fate quello che faccio io, perché in realtà quello che faccio io non è altro che l'opera del Cristo in me e quindi può essere modello esemplare per voi.

Poi aggiunge: "Guardate a quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi". Quindi, tutto questo non vale soltanto per Paolo, ma anche per tutti quelli che si comportano come Paolo. Si sottolinea così, ancora una volta, che nella vita cristiana il comportamento di alcune persone è davvero modello per tutti gli altri. La vita cristiana non è fatta soltanto di verità astratte o di astratte indicazioni morali, ma anche di modelli concreti che vanno imitati perché possono essere imitati: da essi infatti ci viene la conferma che vivere secondo il Vangelo non è un qualcosa di impossibile. Come diceva s. Agostino pensando ai santi: se lo sono diventati loro, perché non posso diventarlo anch'io? Se Dio in Gesù Cristo ha operato la trasformazione di certe persone, perché questo non dovrebbe essere per tutti? Tutti possono farlo. Tutti possono essere trasfigurati e trasformati dal Cristo; basta che accettino di lasciarsi trasformare, che si conse­gnino nelle mani di Cristo!

C'è quindi questa prima indicazione generale nel versetto di Paolo. Ma ne emerge anche una seconda, più specifica, che riguarda quanto Paolo sta vivendo in questo momento. Quando dice "Fatevi miei imitatori", lo riferisce soprattutto al fatto che lui è incatenato per Cristo, è sofferente, perseguitato, umiliato per il Cristo. Quindi, è come se dicesse: accettate su di voi la Croce come l'ho accettata io e come l'accettano coloro che assieme a me lavorano per il Vangelo. Paolo esige l'imitazione da parte dei Filippesi in ciò che è più eclatante nella sua esistenza in questo momento, cioè appunto la sua prigionia.

Egli è in una radicale situazione di crocifissione, come dirà nella seconda Lettera ai Corinzi, sempre polemizzando con avversari del tipo di quelli con cui polemizza qui nella Lettera ai Filippesi. L'umiliazione, l'annientamento di Paolo sono davvero una partecipazione all'umiliazione del Cristo, all'annientamento e alla radicale obbedienza richiamati al cap. 2,5-11, là dove presenta il Figlio di Dio che si fa uomo fra gli uomini e schiavo con la sua morte di croce.  

I nemici della Croce  

Vv. 18-19: "Perché molti, ve l'ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si van­tano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra ".

Cosa significa comportarsi da nemici della croce di Cristo? Nel contesto della lettera, questi "nemici" sono gli stessi "cattivi operai" di cui si parla all'inizio del capitolo terzo, sono cioè i giudaizzanti, coloro che pensano che l'elemento centrale della salvezza non sia Gesù Cristo, ma la circoncisione e l'appartenenza alla tradizione veterotestamentaria.  

Il mistero pasquale del Cristo, questo uomo che è stato messo a morte su una croce e poi è risorto, diventa così un elemento marginale in ordine alla salvezza, perché questa ha la sua radice nella circoncisione e la sua realizzazione nell'osservanza della Legge. Si tratta quindi di persone profondamente legate alla rivelazione veterotestamentaria e che interpretano l'esistenza cristiana in chiave veterotestamentaria. Questo è il punto decisivo: considerare, in fondo, la croce di Cristo come uno scandalo, una cosa che non ha molto senso.

Questo fra l'altro si ricollega al motivo fondamentale per cui i giudei in quanto tali, almeno la massa dei giudei, hanno rifiu­tato il Cristo. Il messi a atteso dai giudei non era il Messia crocefisso, ma un messia vincitore, trionfatore anche sul piano politico e, forse, militare. Era un messi a che avrebbe sconfitto tutti i nemici di Israele e avrebbe ridotto al silenzio le genti, restaurando la potenza della regalità davidica.

Questa mentalità vincente è ben descritta dal Salmo 83:

"Dio, non darti riposo,
non restare muto e inerte, o Dio.
Vedi: i tuoi avversari fremono
e i tuoi nemici alzano la testa.
Contro il tuo popolo ordiscono trame
e congiurano contro i tuoi protetti.
Hanno detto: 'Venite, cancelliamoli come popolo
e più non si ricordi il nome di Israele'
Hanno tramato insieme concordi,
contro di te hanno concluso un'alleanza;
le tende di Edom e gli Ismaeliti,
Moab e gli Agareni,
Gebal, Ammon e Amalek,
la Palestina con gli abitanti di Tiro.
Anche Assur è loro alleato
e ai figli di Lot presta man forte.
Trattali come Madian e Sisara,
come labin al torrente di Kison:
essi furono distrutti a Endor,
diventarono concime per la terra.
Rendi i loro principi come Oreb e Zeb,
e come Zebee e Sàlmana tutti i loro capi;
essi dicevano:
'I pascoli di Dio conquistiamoli per noi'.
Mio Dio, rendili come turbine,
come pula dispersa dal vento.
Come il fuoco che brucia il bosco
e come la fiamma che divora i monti,
così tu inseguili con la tua bufera
e sconvolgili con il tuo uragano.
Copri di vergogna i loro volti
perché cerchino il tuo nome, Signore.
Restino confusi e turbati per sempre,
siano umiliati e periscano;
sappiano che tu hai nome 'Signore',
tu solo sei l'altissimo su tutta la terra".


Anche fra i convertiti al cristianesimo la mentalità veterote­stamentaria gioca un peso molto forte, perché è una mentalità mondana. C'è gente che si colloca ancora all'interno di questa logica: il Messia non può essere uno sconfitto! È e deve essere un vincitore!

Invece Gesù Cristo è uno sconfitto, umanamente parlando è un uomo che non conta niente. Morto in croce, la sua esistenza è finita. Secondo la mentalità "vincente", cosa deve fare Dio dei suoi nemici? Deve annientarli. Ebbene, il Cristo crocifisso è un elemento che stride un po' in questa prospettiva. Secondo la prospettiva religiosa di questi "falsi operai", impregnati profondamente della mentalità che abbiamo chiamato "mentalità vincente", il popolo di Dio non può che essere un popolo trionfatore.

Per capire bene questo fondamentale concetto, portiamo un esempio: nel 1968, al primo anniversario della "guerra dei sei giorni" tra Israele e i Paesi arabi, il rabbino di Gerusalemme scrisse un articolo, pubblicato anche da "Le Monde", in cui spiegava la vicenda dell'anno prima come compimento delle profezie veterotestamentarie. Israele aveva vinto sui suoi ne­mici ed era in procinto di assoggettarli politicamente, ma in questo c'era benedizione e salvezza per quei popoli! L'unica via che resta ai popoli arabi è assoggettarsi ad Israele, accettandolo come punto di riferimento nello scacchiere mediorientale; e in questo sarebbero colmati della benedizione di Dio, perché Israele vincente diventa benedizione per tutte le genti. È un ragionamento in perfetta linea con l'Antico Testa­mento, ma non ha niente a che fare con il cristianesimo.  

Tutto l'Antico Testamento è impregnato dell'idea che il popolo di Israele deve vincere sui nemici. Quando arriva Gesù Cristo questa logica si rovescia: infatti, il Cristo vince quando perde, quando è annientato, quando viene crocefisso, e in questo diventa un modello per tutti i cristiani. Il cristiano vince non quando vince, ma quando è sconfitto con il Cristo suo Signore.

Colui che ama la croce del Cristo, per tornare al discorso di Paolo, è colui che accetta questa logica di annientamento di sé per risorgere nella potenza del Cristo risorto. Quando c'è una prospettiva religiosa di vittoria, di successo, di dominio, allora si è nemici della croce di Cristo. Se si vuole rimanere all'interno della logica vincente, si resta nemici della croce di Cristo. Soltanto se si accetta la logica perdente si è seguaci della croce.

Si anticipa così quel che verrà detto al v. 20, in cui si legge: "La nostra patria invece è nei cieli". Mentre per il cristiano l'orizzonte è ormai il Cielo, con le sue nuove e radicali esigenze, per i nemici della croce del Cristo la prospettiva è soltanto car­nale: "la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra". Il loro orizzonte è terreno. In fondo, il loro Dio è il potere e la loro prospettiva è il successo in questo mondo.

Questo va visto non soltanto in chiave individuale, ma anche ecclesiale. Ci sarebbe, quindi, da fare una lunga riflessione sulla storia della Chiesa: quando la Chiesa, come comunità nuova dei figli di Dio, ha accettato di essere umiliata e crocefissa; e quando invece ha voluto imporre se stessa come potenza vincente e dominatrice di questo mondo.

Anche la Chiesa, in questa prospettiva, è stata nemica della croce di Cristo: la Chiesa che fa le crociate è nemica della croce di Cristo, perché vuole realizzare se stessa secondo schemi mondani.  

Il punto nodale quindi è: che cosa significa "realizzazione di sé"? Del singolo e della Chiesa? Qual è l'autentica realizzazione? È la realizzazione secondo i propri pensieri o secondo i pensieri di Dio? Questo dualismo è sempre presente nell'uomo, che può pensarla secondo i propri pensieri, da uomo vecchio, o può pensarla come uomo nuovo ricreato da Dio in Cristo Gesù dopo la sua crocifissione.

Per Paolo, se non si passa attraverso la croce - che è l'annientamento di sé la realizzazione di sé è realizzazione mondana, realizzazione dell'uomo vecchio, non dell'uomo ricrea­to da Dio in Cristo Gesù. Il nemico della croce di Cristo, che Paolo ha di fronte a sé in questo momento, è quindi colui che non accetta di porre la propria esistenza sulla croce del Cristo, inchiodando se stesso con tutto ciò che questo comporta, come annientamento dell'uomo vecchio, come distruzione dei propri pensieri per essere ricolmato dai pensieri di Dio.

I cristiani di cui qui parla Paolo non sono suoi imitatori, né imitatori di Cristo. Essi hanno tutto un altro orizzonte, un'altra prospettiva.

La perorazione di Paolo è quanto mai appassionata: "ve l'ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto...". Perché piange? Perché ha di fronte a sé uomini che vanno in rovina e rischiano di trascinare con sé coloro che riescono a convincere. Se questi "falsi operai" riusciranno a convincere qualcuno dell'autenticità di quello che dicono nel loro contrapporsi a Paolo e quindi nel loro contrapporsi alla croce di Cristo, sarà rovina grande e Paolo non può non piangere di fronte a questo. È il Vangelo che va a pezzi, è tutta la rivelazione cristiana che è rimessa radicalmente in discussione, se non si accetta la croce di Cristo come partecipazione, concreta e reale, alla Sua morte nella morte dell'uomo vecchio.

Per Paolo, e per tutta la rivelazione cristiana, non esiste l'uomo come entità generica, portatrice in ogni caso di "umanità": esiste l'uomo vecchio ed esiste l'uomo nuovo. Esiste l'uomo sottoposto alla signoria di Satana, del peccato e della sua menzogna, ed esiste l'uomo nuovo ricreato nella potenza del Cristo risorto.

Bisogna mettere a morte l'uomo vecchio che c'è in noi: il cristianesimo è questo. Bisogna partecipare alla croce di Cristo, lasciando che essa faccia morire l'uomo vecchio con tutte le sue passioni, i suoi pensieri, le sue prospettive, svuotandoci di questa dimensione esistenziale e aprendoci davvero alla prospettiva nuova dei figli di Dio. Questo è il nodo di questa istruzione di Paolo; ma bisogna dire che anche su questo punto la riflessione cristiana è molto fragile.  

Per specificare ulteriormente tale riflessione - premesso che dovremmo sempre aver chiaro se quello che diciamo è un nostro pensiero o è il pensiero di Dio che viene dalle Scritture -, dobbiamo tenere presente che qui Paolo ci presenta eretici che sono convinti che ciò che pensano è sicuramente vero.

Erano infatti convinti di essere arrivati alla perfezione, per cui tutto quello che usciva da loro era santo e buono, Paolo dice: no, non siamo ancora giunti alla perfezione. Cosa insinua qui Paolo? Suggerisce che nell'uomo, fino a che non sarà giunto alla perfezione, ci sarà sempre una dualità. Può esserci il pensiero dell'uomo vecchio e quello dell'uomo nuovo. Quando dalla testa dell'uomo esce un pensiero, non si è sicuri a priori se sia il pensiero dell'uomo vecchio o quello dell'uomo nuovo. Per il solo fatto che sono cristiano non posso dire che ogni pensiero che nasce nella mia mente è certamente buono.

L'uomo ha sempre questa doppia possibilità: tutti i suoi pensieri, tutte le sue azioni, tutti i suoi gesti possono essere caricati di due significati. Cos'è che fa l'azione buona? La sua origine, il suo punto di partenza. Quand'è che sappiamo che un'azione è buona?

Abbiamo per questo il Vangelo, il riferimento esplicito dell'esempio del Signore, quello che ha fatto Paolo, quello che hanno fatto i fratelli nella fede, quello che hanno fatto i santi e quello che è riportato nelle Scritture. Se i nostri pensieri sono conformi alle Scritture, al Vangelo in esse contenuto, allora sono buoni; se invece non sono conformi alle Scritture, allora non sono buoni.  

Paolo dice poi esplicitamente che un primo elemento di autenticità che deve essere presente in ogni cristiano è l'essere amico della croce di Cristo: cioè, se la sua vita non passa at­traverso la crocifissione e la morte, quello che viene fuori da lui è sicuramente l'uomo vecchio, non quello nuovo. Ci vuole, quindi, questa profonda e radicale immersione nella croce di Cristo, così concreta che ogni cristiano quando gli nasce un pensiero o una prospettiva nuova dovrebbe dire: "Questo è l'uomo vecchio. Lo ammazzo, poi vedo cosa succede". Affermazione paradossale ed estremista, ma sicuramente punto di partenza di ogni autentico ragionamento. Per assurdo due uomini potrebbero fare la stessa identica cosa, ma uno la fa da uomo vecchio e l'altro da uomo nuovo. Non sono le cose in sé positive o negative, ma le radici da cui nascono: se nascono dal dono di Dio, sono buone; se nascono dal pensiero dell'uomo, sono cattive.

Facciamo un altro esempio per approfondire il ragionamento: Camillo in questi anni ha cambiato lavoro, lo ha fatto seguendo un suo ragionamento che potrebbe essere giusto, ma anche sbagliato. Se però il suo ragionamento fosse stato guidato e sorretto da una comunità, allora avrebbe avuto molte più probabilità di essere vero; invece, essendo solamente un suo ragionamento, potrebbe essere la ricerca di maggiore prestigio, successo o potere... Dietro questa scelta potrebbe esserci una spinta umana e quindi non sarebbe un mettere i propri talenti al servizio del Signore. Allora siamo nelle sabbie mobili? Sì, lo siamo; e finché non abbiamo questa consapevolezza siamo davvero incapaci di accogliere il Vangelo.

Ma come facciamo allora a sapere se quello che viene dal cuore è da Dio o dal demonio? Esistono alcuni elementi di garanzia, ad esempio: la preghiera, la lettura della Parola di Dio, la celebrazione eucaristica, la vita comunitaria, l'attenzione ai bisogni dei fratelli... Soprattutto, come dicevamo sopra, il discernimento della comunità o di qualche suo rappresentante: la "direzione spirituale". Le nostre scelte devono essere sottoposte a un vaglio e rientrare, in qualche modo, nell'ordine dell'obbedienza.

Inoltre, proprio dalla lettura meditata della Lettera ai Filippesi ricaviamo un punto fermo: Paolo dice che il Vangelo, le Scritture, la Parola di Dio non danno ricette precostituite e nessu­na sicurezza se non Gesù Cristo. Gesù Cristo soltanto, un Dio crocefisso che nessuno ha visto risorto se non coloro che hanno creduto in Lui. Se il Vangelo ci offrisse le ricette della nostra vita quotidiana, non sarebbe più Vangelo. Le dottrine umane pretendono di risolvere i nostri problemi, di darci sicu­rezze. Il Vangelo non ce ne dà nessuna se non quella di sapere che Gesù Cristo dopo la nostra morte, se avremo creduto in Lui, ci accoglierà nel suo Regno. Solo questo. Il cristianesimo ci spalanca l'orizzonte del Regno di Dio, ma è molto più di quanto potremmo chiedere noi. In questo senso è esemplare quanto accade allo storpio che, mentre chiede l'elemosina davanti al Tempio, incontra Pietro e Giovanni, come racconta il capitolo terzo del libro degli Atti. Cosa si aspettava quello storpio, qual era il suo orizzonte? Sicuramente non si aspettava che qualche moneta, ma Pietro gli dice: "Non possiedo né ar­gento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cri­sto, il Nazareno, cammina!". Pietro gli cambia la vita, gli cambia l'orizzonte. Quell'uomo non dovrà più pensare all'elemosina, ma a camminare! Inizia per lui un'altra storia. Il cristianesimo è questo.  

La patria  

V. 20: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo".

A coloro che si comportano da nemici della croce di Cristo, Paolo contrappone l'autenticità dell'esistenza cristiana: i veri cristiani, dice, non hanno la loro residenza, il luogo di abituale abitazione, in questo mondo. La loro esistenza, quindi, è sottratta alle leggi e ai costumi di questo mondo.

Nel v. 18 abbiamo trovato un'espressione ironica: "si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi". Queste parole fanno riferimento all'inizio del capitolo terzo, là dove si diceva: "guardatevi dai cani, dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!"; alla lettera è scritto: da quelli che si fanno muti­lare. Giocando su questo doppio senso, circoncisione/mutilazione, Paolo sostiene che invece di considerarla un vanto coloro che la praticano e la predicano dovrebbero vergognarsene.

Quanti vedono il cristianesimo, come si diceva sopra, all'interno di una logica vincente, quanti pensano che ormai tutto sia stato dato e di essere giunti alla pienezza della perfezione, per cui tutto ciò che esce da loro è buono e santo, non hanno capito nulla dell'esistenza cristiana. È la forza di quell'invece: "La nostra patria invece è nei cieli...".

La patria del cristiano, il senso della sua esistenza non è in questo mondo, ma nei cieli. Invece di "nostra patria" sarebbe meglio tradurre: "nostra cittadinanza". Il cristiano, cioè, è un cittadino del cielo, non della terra. Questo ha due conseguenze, fra loro collegate: se la patria del cristiano è nei cieli, finché è in questo mondo l'esistenza cristiana è precaria, prov­visoria, non ha in sé il suo senso ultimo e definitivo. In secondo luogo, la "logica vincente" di questo mondo non è più la sua logica, perché la logica del Cielo è quella dell'agnello immolato ("era come agnello condotto al macello, come peco­ra muta davanti ai suoi tosatori", Is 53,7) e ora glorioso!  

Protési verso il futuro  

V. 21: “... trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose".

Chiaramente per Paolo il Cristo è già venuto, è morto sulla croce ed è risorto; ma il cristiano che crede in Lui, pur innestato nel dinamismo della Sua morte-risurrezione, non ha ancora portato a compimento nella sua vicenda terrena questo duplice processo. Il cristiano è proiettato ancora nel futuro, dove l'attende la sua definitiva trasfigurazione-glorificazione. Paolo questo lo ha già detto e qui lo ribadisce.

C'è un altro passo paolino che richiamiamo per illustrare questo concetto: "Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova" (Rm 6,3-4).


Nel ragionamento di Paolo c'è questa successione: Cristo è morto ed è risorto, noi col battesimo siamo stati immersi nella morte del Cristo, quindi - secondo la logica dell'alternanza dei concetti - ci si aspetterebbe: siamo anche noi risorti con Lui! Cosa verissima, ma a Paolo in questo momento preme sotto­lineare non tanto quello che sarà lo sbocco ultimo e definitivo della nostra assunzione in Cristo, ma la conseguenza imme­diata di tale assunzione: cioè che noi abbiamo a camminare
in novità di vita!

Il cristiano che col battesimo è stato immerso nella morte del Cristo cammina ora in una vita nuova, in attesa della consumazione perfetta di questa vita, che sarà la sua resurrezione in comunione con il Risorto e con tutti i risorti in Lui.

Il cristiano, cioè, attende ancora il compimento, la trasfigurazione della sua esistenza. Finché è in questo mondo deve verificare nella novità di vita la sua partecipazione alla morte di Cristo. Ma la conformazione al corpo glorioso di Cristo avverrà sicuramente, perché avverrà in virtù del potere che Cristo ha già avuto dal Padre "di sottomettere a sé tutte le cose". Come abbiamo già visto al capitolo secondo, al termine dell'inno cri­stologico, la potenza che gli è stata data dal Padre Gesù la eserciterà glorificando il corpo di coloro che hanno creduto in Lui, inserendoli nella resurrezione dell'ultimo giorno.

In questa partecipazione al mistero pasquale del Cristo sta la dialettica della vita cristiana che deve verificare nella vita di ogni giorno la partecipazione alla croce in attesa di partecipare alla resurrezione che avverrà nell'ultimo giorno. È quindi una vita di speranza, una vita certa del futuro di Dio che ci aspetta alla conclusione se si conserva la fede, se si partecipa alla croce, se non si stravolge il cristianesimo facendone una conquista terrena.